giovedì 9 gennaio 2014

Una ipotesi irritante: LUI E' TORNATO (ER IST WIEDER DA) di Timur Vermes





Oltre seicentomila copie. Tradotto in più di venticinque lingue. Il libro di Timur Vermes (n. 1967) in italiano si intitola LUI é tornato (edito da Bompiani). L'incipit è geniale: Adolf Hitler si ritrova da sveglio, nell'estate del 2011 (!), in un prato di periferia di Berlino e subito - con la freddezza del protagonista delle Metamorfosi di Kafka (trasformato in insetto nel proprio letto) -  nota che la guerra sembra cessata ed intorno a lui non c'è né il bunker né i suoi fedeli commilitoni. Incontra i primi abitanti, perplessi anche per la divisa indossata dal Fuhrer. Da qui i primi passi nel mondo moderno del demagogo per eccellenza.
Non una distopia (o antiutopia), nè una ucronia come il celebre volume La svastica sul sole (The Man in the High Castle), ripubblicato anche come L'uomo nell'alto castello, di Philip Dick, volume  pubblicato nel 1962 e vincitore del Premio Hugo.  Il tormentato autore ivi immaginava un' ucronia in cui Hitler e l'impero giapponese hanno sconfitto gli alleati nella Seconda Guerra mondiale, diffondendo il nazismo nel mondo intero, USA compresi. In quest'universo alternativo, il destino dell'America ricalca quello della Germania dopo il 1945: è infatti divisa in tre stati, corrispondenti alla costa orientale (sotto controllo tedesco), quella occidentale (controllata dai giapponesi) e gli Stati delle Montagne Rocciose, stato-cuscinetto tra gli altri due. 
Qualcuno dice che il romanzo di Dick abbia un precedente in It Can't Happen Here, un libro di fantapolitica scritto negli anni 30 da Sinclair Lewis, ove si immagina la elezione di un presidente demagogo che introduce in USA il nazifascismo. Invece a Dick qualcuno dice sia legata la ispirazione di Philip Roth ne Il complotto contro l'America, nel quale si immagina che vinca le presidenziali il celebre aviatore transoceanico Charles Lindbergh che simpatizzava per il nazifascismo. 
Più vicino nella grottesca trama appare Le memorie di Schmeed di Woody Allen ove il narrante è un barbiere del Reich, depositario dei segreti del Fuhrer.
Er Ist Wieder Da riprende il titolo di una canzone del jazzista Christian Bruhn e diverrà la sigla musicale della trasmissione che una emittente televisiva lascerà alla presunta comicità di Hitler, il quale continuerà sempre a dire di chiamarsi veramente Adolf Hitler e non viene mai creduto. Nei suoi concioni sparlerà anche degli ebrei ma il suo intervento sarà ritenuto una satira antinazista ed antirazzista. Surreale la cedevolezza della società moderna affetta quasi da Alzheimer: un dirigente non ricorda nemmeno chi sia Borman citato da Adolf in uno dei suoi sproloqui. Il libro forse è troppo lungo: non per lo stile che è leggero e sapiente ma per la crescente irritazione del lettore che è l'unico a sapere ab initio che Adolf è Adolf e nessuno fa qualcosa per fermarlo. Il disagio progredisce con il numero delle pagine sino far riemergere una atavica angoscia di morte. Leggetelo. E' bello e istruttivo, anzi è distruttivo. Chissà che leggendolo non si capisca che la democrazia deve saper vigilare più delle dittature dinanzi ai demagoghi (e terroristi) che approfittano della libertà per ucciderla. Il pericolo è tra noi, c'è sempre da qualche parte un lui che vuole tornare. (achille miglionico)






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