venerdì 27 settembre 2013

ELOGIO DELLA FOLLIA 18: Arte, Politici & contraddizioni tutte italiane

Da tanto non parlavo e avrei voluto farlo.Voi Italiani siete straordinari nella contradictio in terminis. Fatemi sfogare con il latino. Non ho dimenticato che proprio nella terra del latino gli esperti ministeriali dell'istruzione e parte dei docenti stessi ritengono che lo studio del latino sia inutile e stanno sotterrando la Mater gentium del Vecchio Continente nella fossa comune della atarassia informatica e mediatica. Fatemelo dire a modo mio: "Voi Italiani siete straordinari nella contradictio in terminis", scusate, siete a dir poco contraddittori. 

Mi stavo quasi abituando - sarà per la senescenza avanzata? per il rispetto della diversità culturale? - al vostro "stile di vita" attuale, troppo spesso camuffato di esteriorità e parole-parole-parole che sgorgano come cascate da ogni programma televisivo e da ogni bar.  Ma procediamo con ordine, prima che smettiate di leggermi.
Siete in una crisi economica di portata globale come la UE, siete in una crisi politica nazionale (a differenza della Germania che dà lezioni di democrazia al mondo dopo l'oscura parentesi storica del nazismo) e continuate a gingillarvi con i miliardi di euro in passività. Debbo ammettere che dell'ultimo governo non mi dispiace lo stile "nordico" di Letta e di Alfano, al di là delle strombazzate quotidiane degli opposti schieramenti: quando questi personaggi pubblici vanno all'estero appaiono seri e credibili. L'incredibile è altro, è la poca credibilità della politica "in toto". 
  • E' di questi giorni la notizia che i questori del Parlamento hanno dato lo STOP agli affitti degli uffici dei parlamentari nel complesso elegantissimo "Marini". Che panorama si gode dalle finestre! altro che la bruma di Rotterdam che mi avvolge! Insomma, abbiamo appreso con la notizia che i contribuenti, oltre a pagare gli stipendi ai parlamentari (appannaggi reali...), oltre a finanziare per legge i partiti, oltre a vedersi spennati come polli dal fisco (i "contribuenti" non evadono il fisco), i contribuenti "veri" PAGANO anche i fitti degli innumerevoli uffici esterni dei parlamentari. Senza parole. Comunque il cittadino potrebbe tirare finalmente un sospiro di sollievo e dire: "Ah! finalmente hanno fatto qualcosa", "era ora che cominciaste a muovervi verso la cittadinanza che assiste allibita ai vostri arroganti privilegi"...No, non è affatto così: lo stop ci sarà ma - udite, udite - dal 2018! Ma la crisi più grave non è OGGI? Come arrivare al 2018? Perché non far pagare da subito ai parlamentari i fitti, senza entrare in merito alle scadenze reali dei contratti? Non si doveva poi ridurre il numero dei deputati da 630 a 450?
  • In questa penuria di soldi un intelligente disegno di legge del Governo ("Semplificazioni", si chiama) ha proposto una cosa che da tempo pensiamo: "fittare" (la parola non è bella) opere d'arte non esposte nei musei italiani a musei stranieri per periodi di dieci anni (forse venti è troppo, è quasi una generazione). Si sa nei magazzini giacciono "sepolte" opere d'arte bellissime che nessuno vedrà mai. Non pensate solo ai dipinti. Solo nei magazzini del Museo di Taranto, la cui Sovrintendenza copre il territorio dell'intera Puglia, ci sono migliaia di reperti archeologici che potrebbero arricchire esposizioni e consentire la fruizione culturale da parte di altri popoli, insomma "essere visionati", prima di tornare a casa. Nel frattempo fluirebbero nelle casse dello Stato fiumi di danaro che potrebbero consentire di mantenere dignitosamente Pompei, consentire un adeguamento delle strutture museali, una migliore occupazione, un decollo della economia in senso turistico, un rilancio della cultura. Ricordiamo di aver visto nell'antiquarium della  Università di Bari reperti archeologici catalogati con etichette tipo bottiglie da vino e riposti in cassette da frutta. Allora? Ecco che si sollevano gli scudi dei puristi dell'arte: ma come?!? dobbiamo rinunciare alle nostre opere quasi fossero frutta in esubero? Non c'è da rinunciare. C'è da cambiare stile di vita. Il paese Italia - ma nessun paese avrebbe le risorse economiche per farlo - ha un tale patrimonio artistico che è impossibile gestirlo senza adeguati introiti. Per esempio, l'Italia- che detiene il 6 % dei siti culturali Unesco (la cifra più alta al mondo) - stranamente non richiede all'ingresso un visto turistico neanche simbolico  da destinare all'Arte. Per qualunque visto, all'estero si chiedono cifre di decine di euro.  E non c'è niente di artistico da tutelare in alcune zone geografiche. Perché nessuno ci ha pensato? 
CONTRADICTIO IN TERMINIS? (Erasmo da Rotterdam)

lunedì 23 settembre 2013

AVVISO SIEB


La duplicazione sul BLOG di avvisi e comunicazioni tra STAFF ORGANIZZATIVO e CORSISTI dell'Istituto consente un accesso comunicativo ad ampio spettro. Tra l'altro il Corsista ha la possibilità di inviare una comunicazione attraverso i "commenti" a piè di pagina, aperti a tutti. Naturalmente sono operativi gli altri canali di comunicazione (email, facebook: "Seminari Internazionali Eric Berne", eventualmente tweeter ed sms). 

  • PROSSIMA SESSIONE DI ESAMI S.I.Co. x COUNSELLOR: TRANI, 25 Ottobre 2013, sede SIEB (portare documento di riconoscimento per la Commissione di esame).
  • 30 Novembre-1 Dicembre 2013: Convegno Nazionale S.I.Co. a ROMA, Hotel Eurostar Roma Aeterna, titolo: "Attuare il Counselling, la professione del Terzo Millennio". L'Istituto sarà presente.

Perché il Kenya è colpito dal qaedismo? riflessioni

Lo è dal lontano agosto 1998, prima del Grande Attentato delle Torri Gemelle (11 Settembre 2001), quando furono colpite le ambasciate statunitensi in Kenya e Tanzania. Gli attentati causarono 223 morti e circa 4000 feriti e furono rivendicati da Osama Bin Laden (!). Anche allora la situazione dell'Africa Orientale era in grave fermento bellico. Inoltre il Kenya è ancora fortemente cristianizzato: chi lo frequenta sa che le missioni cattoliche e cristiane in genere contribuiscono dal 1900 alla assistenza e transizione delle popolazioni verso forme di integrazione. Proliferano poi le sette cristiane con gruppi di fedeli che le sostengono (basta un giro sulla costa e nella periferia di Nairobi per vedere centri religiosi cristiani assai originali nelle denominazioni). Il Kenya, si sa,  è fortemente multietnico e le stesse ideologie politiche risentono della appartenenza culturale ad una certa tribù piuttosto che ad un'altra. Si veda il ns. articolo "Le Etnìe del Kenya" (rubrica "Africa", 2011). 
La etnia bantu dei Kikuyu (la più numerosa, dedita prevalentemente all'agricoltura e politicamente attiva), la etnia maa dei Samburu (pastori-guerrieri)  ed altre ancora resistono alla penetrazione islamica mentre  sulla costa (asse Watamu-Malindi-Mombasa, per intendersi), - lì dove originò, con il contatto del commercio e dello schiavismo arabi, la lingua ki-swahili - la islamizzazione impera tra le popolazioni bantu (Bajun, Mijikenda ecc.). La confinante Somalia è invece islamica al novantanove % e , pressata storicamente dall'Etiopia cristiana, è da decenni squassata dalle guerre intestine che hanno visto prevalere ora l'anarchia dei Signori della Guerra ora l'esuberanza delle Corti Islamiche: la Somalia non è uscita ancora dalla definizione di "nazione fallita": la povertà, la dissocialità sono poco rassicuranti (in Kenya Settentrionale si temono più i Somali che i burberi Turkana). Secondo molti, uno dei fattori di decadenza della "grande Somalia" è dovuto più che alla estrema disunione dei leader all'abuso di Kat, l'erba amfetaminosimile da masticare che appunto proviene con camion dal Kenya opve essa è liberalizzata. L'erba (Catha edulis) proviene dall'Africa Orientale per l'appunto e soprattutto dalla Penisola Arabica (da qui si riversa sul mercato occidentale, a Londra come Khat): si chiama anche Qat,  ma è nota come Miraa in Kenya ove la coltura dovrebbe essere resa illegale. Abbiamo visto tanta gente pericolosamente "persa" per l'uso di questa droga intorno al Monte Kenya, in territorio Meru, tanto da sconsigliare di chiedere informazioni sulla strada. Il commercio di droga parte da Isiolo, lo sanno tutti. E' curioso notare che la pianta è fortemente radicata nelle abitudini arabe.

Altro motivo di attrito tra Somalia e Kenya è che truppe keniote sono in territorio somalo per contrastare il dilagare delle infiltrazioni somale e qaediste.
Il Kenya è dunque terra da conquistare per i fanatici dell'imperialismo islamico, che non tollerano neanche le minoranze religiose. Solo ad Isiolo ci sono oltre dieci moschee ma il Kenya resiste.  Come la Tanzania continentale resiste ancora all'islamismo costiero ed insulare. Ci si chiede in Europa: fino a quando? (a.m.)

domenica 22 settembre 2013

THE DARK SIDE OF THE (CRESCENT) MOON: disastri religiosi

La guerra parcellizzata e globalizzata: rieccola.
 Un mese fa eravamo a Nairobi nel negozio Safaricom, al primo piano del centro commerciale  Westgate,  in quell’ area urbana che si chiama Westlands. Il centro commerciale, ora al centro della attenzione mondiale è stato attaccato dai fondamentalisti islamici di Al Shabaab, organizzazione terroristica della rete di Al Qaeda. Proprio dal retro di quel negozio di telefonìa arriva ai microfoni una testimonianza. Una donna italiana intervistata ha raccontato di essere rimasta chiusa negli angusti spazi di Safaricom durante l’attacco: erano una quarantina le persone in attesa angosciosa,  con i cellulari silenziosi e le luci spente finché le forze di sicurezza non le hanno liberate. Al momento si contano oltre 50 morti e duecento feriti. I  terroristi sono ancora asserragliati con le solite modalità presuicidarie al piano terra o nell’interrato. Filtrano poche novità, le forze di sicurezza nazionali sono chiaramente coadiuvate da consiglieri occidentali. Quanti ostaggi ci siano ancora lì non è dato sapere. Sono arrivati anche uomini delle forze speciali di Israele.  Tali presenze, pur necessarie, complicheranno il quadro politico anche in caso di risoluzione positiva: qualunque cosa si faccia è sbagliata nelle situazioni in cui si è incastrati da ogni parte. Il problema è che il Kenya intero è ostaggio e più di uno oramai – come noi che l’abbiamo vissuto – collega anche l’episodio dell’incendio dolosissimo all’aeroporto di Nairobi (in agosto) con quello che sta succedendo qui e altrove.
A Peshawar, da un’altra parte del mondo, oltre quaranta morti in una chiesa.

Nella Siria in fiamme, tra continui sequestri e torture inflitte a cristiani, nel villaggio di Maaloula sembra di rivivere Stalingrado: il villaggio ove si parla ancora l’aramaico che parlava il Cristo, ove la maggioranza cristiana si salutava con i musulmani in un clima “sonnacchioso” – come ha detto Bernardo Cervellera di Asianews -, oggi è in ostaggio a fondamentalisti islamici che sparano dall’alto. Il monastero di Tecla è circondato da pallottole fischianti e si prega. Egitto, Marocco, Sudan, Somalia. La lotta fratricida tra Sunniti e Sciiti.  Dunque, come ammesso dalle centrali terroristiche, il mondo è in fiamme. Cervellera ha ricordato come, al di là delle motivazioni addotte di volta in volta (p.e. ci si scaglia contro il Kenya perché è ancora cristianizzato e soldati kenioti sono nella Somalia che bolle da tempo), la realtà ideologica è che l’obiettivo perseguito dai fondamentalisti  è quello del Califfato del Levante, il sogno di unificare nell’Islam Medioriente, Sicilia e Italia meridionale (!) sino alla Spagna: quello che successe nell’espansione armata del primo Millennio. Si tenta dappertutto di “strappare il tessuto della convivenza” pacifica interreligiosa. Occorre ragionare e non essere impulsivi. Sollecitati in questo dal vivere gandhiano del Papa romano. (a.m.)

venerdì 20 settembre 2013

Un Uomo che non dimenticherò mai: Br. Giuseppe ARGESE



Mokululu è a NE del Monte Kenya
La mia infanzia è stata influenzata da alcune famose riviste che mio padre faceva circolare in casa. Una era “Conoscere”, rivista illustrata di scienze  e storia (mi hanno indotto a scegliere studi di medicina e antropologici); l’altra era l’edizione italiana della nordamericana Reader's Digest, fondata nel 1922 a Pleasantville (New York) da DeWitt Wallace e dalla moglie Lila, e raccoglieva una selezione di articoli particolarmente interessanti pubblicati da altri periodici. In sostanza Selezione del Reader's Digest, rielaborava il lavoro di altri, si diceva che lo "condensava", il che appariva evidente dal formato tascabile della rivista. Una rubrica che leggevo da bambino sulla storica rivista Selezione del Readers Digest si intitolava così: “Un uomo che non dimenticherò mai”. Uno di questi l’ho incontrato in Kenya, a Mokululu, a nord-est del Monte Kenya, in terra di etnia Meru: il fratello della Consolata Giuseppe Argese, un pugliese incallito, malgrado da tempo, per l’età, non rientri in Italia.
Il fratello dinanzi alla chiesa da lui costruita
Ha ospitato il nostro piccolo gruppo di medici e odontoiatri al rientro da una missione sanitaria svolta in agosto 2013 (tra Wamba, Sererit e Lago Turkana). Ci ha preparato dopo giorni di astinenza bucatini al ragù pugliese, frittura di cardi e – udite, udite -  cicorie e purea di fave: a vedere la tavola così imbandita siamo allibiti piacevolmente più che nel Chalbi Desert a entrare nell’oasi di Kalacha che interrompe le distese di terra arsa e sale bianco. Per risolvere il quesito manzoniano del “Carneade? Chi era costui?” qualcosa la dobbiamo dire. Nato il 10 novembre 1932 a Martina Franca (Taranto) il fratello Giuseppe Argese è al servizio delle popolazioni del Kenya quale Missionario della Consolata da oltre 50 anni. Dopo aver frequentato le scuole elementari in Italia ed essere stato interrotto negli studi dalle tristi vicende della Seconda Guerra Mondiale, egli diviene apprendista muratore: avvertendo profondamente il desiderio di aiutare il prossimo, prende i voti come Missionario della Consolata il 1 Novembre del 1953. Queste informazioni, si badi, le ho ricavate altrove perché il fratello ha un eloquio semplice e scarno, quasi laconico. Lavoratore umile ma di spiccate capacità ed intelligenza, da sempre tenace e determinato, si fa notare in Italia già per alcuni lavori nella casa madre di Torino e per una diga costruita sul fiume Pesio, che appare come un presagio della sua vita futura. Nel frattempo Giuseppe Argese incrementa le sue conoscenze tecniche presso l’Istituto Svizzero di Tecnica in Luino, con un corso per corrispondenza: così si svolgeva allora l’e-learning. Forse qualcuno ricorda il “Corso Radio Elettra Torino”, pubblicizzato in tv negli anni Sessanta: si svolgeva per corrispondenza.
Una delle Dighe che trattengono l'acqua all'interno della foresta equatoriale

I superiori notano le capacità del giovane e lo inviano in Kenya nel 1957 ove partecipa alla costruzione della cattedrale di Meru, delle chiese di Maua e Turu ed incomincia ad addestrare i locali al lavoro di muratori. Ma è nel 1959 che egli si imbarca in una delle imprese che lo renderanno famoso e degno erede della tradizione idraulica romana: pianifica e costruisce acquedotti a Egoji, Murinya-Kiirua, Nkabone, Riiji, Mikinduri, Tigana, Isiolo, Nkubu, Nthambiro, Timau e Kathita-Gatunga. Scusate il dettaglio ma non nascondiamo fin d’ora che ci fa meraviglia che questo uomo, che ha tanti meriti ed ha ricevuto riconoscimenti ovunque, non sia stato proposto per il Nobel della Pace. Ascoltate. Agli inizi degli anni sessanta comincia a lavorare al Tuuru Water Scheme, portando acqua alla Tuuru Home for Disabled Children colma di poliomielitici e gravi disabili ed alla popolazione di Nyambene. L’acquedotto di Nyambene, tuttora in funzione serve da decine d’anni una popolazione di oltre 300.000 persone nel nord-est con 250 km di condotte e oltre 8 milioni di litri d’acqua. Non è poco. Un medico salva se ci riesce una vita alla volta, un acquedotto – questa la visione non visionaria di fratello Argese – salva contemporaneamente migliaia e migliaia di persone. Non è pari ad un Fleming che scoprì la penicillina e salvò migliaia di persone (compreso lo scrivente all’età di un anno di vita)? Anche fratello Aldo Giuliani, a Sererit, sotto le Ndoto Mountains – ove abbiamo avuto il privilegio di fare ambulatorio per i Samburu -, ha raccolto con un acquedotto rudimentale acque montane e le distribuisce con la jeep tra le manyatte samburu. Un altro tenace missionario che rende lustro alla chiesa. Come tanti sconosciuti. Tornando al nostro Giuseppe pugliese, il progetto Tuuru Water Scheme  è in espansione, ci risulta, se le autorità locali non si faranno troppo attendere (corruzione politica ed indolenza non difettano qui come altrove).


Mercato Meru

br. Giuseppe Argese
Br. Argese è stato soprannominato  Mukini  - che significa “quiet man” , “uomo tranquillo” – ma anche affettuosamente “orso silenzioso”  che la dice lunga sul suo carattere fattivo e di poche parole: un cartello sul suo “chalet” in quel pezzo di Svizzera che è la missione di Mokululu avvisa della “orsità” del fratello che in realtà è assai ospitale e ricco di grezza comunicativa sui temi che lo interessano. Le sue opere non si limitano alle dighe, costruisce bacini di raccolta per mantenere flussi di acqua anche nei periodi secchi. La sua intuizione è stata quella di raccogliere acqua di condensa dal fogliame della foresta equatoriale, acqua che si sarebbe altrimenti persa.  Uno dei canali di raccolta scavati nella roccia non a caso si chiama “Giovanni Paolo II”. Qui la spiritualità si traduce dalla metafora alla realtà del quotidiano, si tramuta in acqua vera, acca-due-o, H2O. “Development of the human person”, questo è la autentica missione. L’uomo va edificato prima di poter scegliere di essere cristiano; la qualità di vita degli uomini avanti a tutto, questo il credo trasmesso dalle opere di Giuseppe. Non c’è bisogno di intervistarlo. Il missionario ha scarne parole ed opere grandiose. Basta curiosare nella dimora fabulistica, in quello chalet stridente con la africanità. Nello chalet dell’Orso silenzioso, tra gli infiniti appunti appesi alle pareti vi sono frasi tutte significative dei diversi aspetti personologici di un copione vocazionale: ”Non il riposo è riposo ma il mutar fatica alla fatica è riposo”. Un’altra frase dice, con grafia incerta: “ Ciascuno si qualifica per il suo nome proprio, per il suo carisma, per la capacità di fare andare avanti il mondo e promuovere il regno di Dio” Cammino nella incerta luce, scorro la parete con lo sguardo quasi furtivo nel timore di rubare il soul di questa filmica location. Ho pensato alla luce e mi ritrovo a leggere: “Non avventarti contro le tenebre; pensa piuttosto a tenere accesa la tua lampada”. La frase è ripresa da un certo Carmignac (cerco su Google appena possibile: Jean Carmignac? L’abate biblista studioso dei Manoscritti di Qumran?). Personalmente sono affascinato dal sapore essenico della Comunità di Qumran e del giudeocristianesimo. Ma sono d’accordo sul fatto che bisogna pensare globalmente ed agire localmente. Forse per questo sono qui come medico. L’impulso e la ragione si soccorrono a vicenda, dicendoti di fare qualcosa, di non perderti nel Tutto  e nella onnipotenza di cambiare il mondo: fai qualcosa qui ed adesso. Richiama il concetto di agency del sociopsicologo canadese Albert Bandura, quello per intendersi che dimostrò come i bambini imitassero la aggressività dagli adulti con l’esperimento della bambola Bobo. Procedo tra i pensieri nella stanza. Ecco che trovo il perché di quella vita fragile e poderosa al tempo stesso nell’ultimo foglio di carta di quaderno che fotografo (per memorizzare come una spia): “Come dice Aristotele ‘Dove una neces(s)ità  [con una esse] del mondo ed i talenti si incrociano, lì starà la tua vocazione”. Questa è la Spiegazione.  Frasi appese solo a punes che altrove suonerebbero enfatiche, retoriche o persino banali ed irritanti. Perché irritano le coscienze? Le persone troppo buone, siano esse missionari o papi, sono irritanti; quelle cattive sconfortanti.

Che Uomo è mai questo?   Il Path to Peace Foundation  ha assegnato nel 1999 a Br. Giuseppe Argese il titolo di  “Servitor Pacis” - Servant of Peace. Nessuno però lo propone per il Nobel della Pace. Perché non è famoso; perché è cattolico (e tutti i cattolici sono pedofili); perché non è Arafat (che portava il kalashnikov con sé anche a letto, tanto da irritare l’alleato egiziano Nasser); perché non è Obama (che è il comandante in capo delle forze armate USA, pronto a bombardare la Siria); perché non è Internet (parimenti proposta al Nobel); perché non l’UE (che si è premiata da sola con il Nobel della Pace, per non essere razzista come teme sempre di essere). In una fase storica di detensione etica (come la attuale)abbiamo bisogno di fiammiferi per orientarci nelle “tenebre”, figuriamoci quanto avremmo bisogno di fari veri. (achille miglionico)

Il VUOTO-PIENO LASCIATO DA STAN LEE

Il 12 novembre - inCULTURA ha partecipato la notizia - è improvvisamente venuto a mancare Stan Lee e il cordoglio si è ...