giovedì 13 settembre 2001

L’ 11 SETTEMBRE 2001. Riflessioni preliminari.


di achille miglionico (tratto da  InCultura del 13 Settembre 2001)




Ne vogliamo parlare dopo quarantotto ore. Da cittadini che conoscono qualcosa della mente e relazioni umane.
Fiumi di parole sono già stati detti e scritti.
All’inizio prevale l’indignazione  e l’unione ma gli interessi specifici ed ideologici tra qualche giorno già segneranno delle demarcazioni di parte tra persone e gruppi che oggi si affannano a condannare dallo stesso pulpito. E’ una vecchia storia umana. Qualcuno già critica quel personaggio o rappresentante politico e quell’apparato – è già successo sulla maggiore testata giornalistica nordamericana – qui  “tutto il mondo è paese” è proverbio che ha anticipato la globalizzazione.
Noi vogliamo invece intervenire per gettare sul tavolo della consapevolezza e del confronto alcune riflessioni sulle quali vorremmo ascoltare altre persone libere e sufficientemente decontaminate. E’ utile soffermarsi su quel che di assolutamente “nuovo”  discende dal maledetto “11 Settembre 2001”.

1)     UNICITA’ ed ORIGINALITA’ dell’evento terroristico. L’evento tragico per le proporzioni e la proditorietà si descrive non come un atto terroristico tipico della seconda metà del secolo scorso ma come atto di guerra unilaterale; tuttora mandanti ed esecutori non si sono dichiarati, pur avendo il mondo della informazione sospetti sufficientemente precisi al riguardo. Questa caratteristica di atto di guerra porta al confronto con precedenti atti simili: Pearl Harbour.

2)     Differenze ed somiglianze con Pearl Harbour. L’11 Settembre storicamente si differenzia da Pearl Harbour : lì ed allora il “nemico” era noto, identificato e dichiarò guerra tardivamente per sfruttare l’elemento sorpresa; il “nemico” attaccò proditoriamente forze armate straniere (militari, non civili, anche se civili furono coinvolti) allargando un conflitto di dimensioni già mondiali; l’attacco fu portato fuori del territorio reale degli USA . Psicologicamente invece l’11 Settembre rappresenta più di  una Pearl Harbour  perché è la prima volta che gli USA sono attaccati sul proprio suolo in un episodio bellico; ed è un grave errore strategico da parte dei  fautori dell’attacco non aver considerato che la risposta degli USA (e del mondo democratico) sarà sì lenta ma inesorabile, portata sino alle estreme conseguenze e con tenacia capillare su tutto il globo. Il gigante “ferito” ha già ricevuto la solidarietà e la proposta di collaborazione della Europa Unita e di partners internazionali anni fa impensabili (la Russia p.e.). Ricordiamo che una nazione come l’Italia, che non conta sulla organizzazione e le risorse degli USA, è riuscita negli “anni di piombo” a sconfiggere il terrorismo nazionale con fermezza, risoluta collaborazione tra forze politiche e sociali e contando sugli aiuti degli alleati.
3)     Le minacce globalizzanti e le risposte globali. Oggi si ripropone la necessità di rispondere a minacce  “globalizzanti” con misure e interventi “globali” e vi sono già sedi ed organismi internazionali collaudati per decidere e fare.  Anche la lotta alla droga ed alle organizzazioni di tipo mafioso che incombono sul mondo, anche la lotta all’inquinamento ed altro si possono avvantaggiare sempre più di queste relazioni incrociate tra paesi e comunità liberi.

4)     Etica internazionale. Nel caso dell’11 Settembre, vi è l’obbligo morale ed etico di risposte ferme ed assertive da parte delle società democratiche evitando di entrare in un regime di “terrore” (che è l’obiettivo dei destabilizzatori e di tutti i Persecutori!) ed evitando di ricorrere a ritorsioni  frettolose, acritiche e prive dei necessari presupposti di accertata responsabilità criminale; vi è l’utilità di basarsi, nei casi di indifferibile  intervento militare di “polizia” (come oggi si va sempre più delineando il compito delle forze armate fuori dei confini di casa),  sul consenso ONU ed, ove possibile, di contare su forze multinazionali. Si disegnerà così una etica internazionale  che, volenti o nolenti, anche gli stati in via di sviluppo dovranno accettare per poter usufruire degli aiuti delle nazioni più avanzate economicamente. Questo significa uscire per tutti allo scoperto: i rapporti – soprattutto commerciali! – con nazioni non libere, ove si perpetrano continue violazioni delle libertà individuali, vanno uniformati a livello internazionale abolendo vecchie ed isolate politiche di sanzioni e ritorsioni che finiscono per essere all’insegna di violenza chiama violenza. Perché anche notevoli ambiguità politiche ed economiche sono all’origine dell’ 11 Settembre. Nazioni in via di sviluppo vanno incentivate ad improntarsi sul modellamento etico (pena l’isolamento politico-economico). Per noi occidentali si apre l’opportunità di rinunciare finalmente ad influenze veterocolonialiste ed a impulsi imperialistici ancronistici.

5)     Considerazioni criminologiche sull’atto. Nei gruppi terroristici (non nei gruppi di resistenza ad un regime!) appare sempre più  di frequente la micidiale mistura tra vertici “disturbati” personologicamente ed una base che si muove in maniera cieca ed acritica dietro il leader secondo il copione del Pifferaio Magico.  Nella simbiosi patologica l’indotto è portato dal leader a pensare sempre meno con la propria testa: si identificano leaders carismatici con problemi di onnipotenza (talora affetti da quadri di “narcisismo maligno” alla Kernberg o persino da quadri decisamente psicotici). La mentalità  anetica (priva di etica) del leader  richiama certi  omicidi seriali (serial killer di tipo ideologico) o qualche mass murderer ideologizzato. Gli indotti della simbiosi, cioè la base operativa e “braccio” della organizzazione, sono adepti specificamente ed ideologicamente  addestrati alla autosoppressione in nome di una Causa (potenziali kamikaze per usare un termine oramai affermato anche ad indicare realtà non nipponiche). Solo immolandosi alla Causa si meriterà il “premio finale” promesso dalla ideologia – premio che va spesso al di là della semplice “salvezza dell’anima” e che configura una posizione di privilegio paradossalmente “materiale” nell’al di là (p.e. per gli islamici disporre nel paradiso di tante donne “vergini”),  Il suicidio non è dunque un porre termine alla vita ma spesso il modo di iniziarne una finalmente felice.  E’ molto complesso difendersi da chi è “programmato” alla rinuncia della propria vita in quanto questo urta con l’istinto di sopravvivenza insito nella specie. 

6)     Rifiuto del  concetto di guerra religiosa. Crimine religioso di massa. Una grande prova etica per le democrazie (di per sé multietniche) è quella  di non trasformare un atto bellicoso unilaterale di impronta sicuramente religiosa come l’11 Settembre in una guerra tra religioni (rischio di Crociate): qui non sono in discussione la cultura e la religione islamiche. Per altro è auspicabile  che capi religiosi e teologi dell’islamismo si confrontino per verificare il possibile ridimensionamento di letture troppo letterali o radicali dei libri sacri: p.e. la intransigenza della lotta ai c.d.  “infedeli” (cioè alle altre religioni) ed il suicidio per fini ideologici come accesso facilitato alla felicità dell’al di là. Se si esclude, ergo,  la possibilità di giustificare guerre religiose nel terzo millennio  , dovremo chiarire il concetto penale di “strage” e di “tentativo di strage” così come quello di “etnocidio-genocidio” ed il “tentato etnocidio-genocidio”. Oggi dovremo di nuovo familiarizzare con una vecchia piaga storica: il crimine religioso di massa: mass religious murderer si potrebbe chiamare chi compie (o vi partecipa) tali atti criminosi su inermi, indifesi uomini in tempo di pace all’insegna di ideologie religiose. I popoli liberi si aspettano che gli omicidi di massa (anche solo tentati) giuridicamente siano sempre differenziati dai crimini comuni (“monoomicidio” o “tentato monoomicidio”; “pluriomicidio” o “tentato pluriomicidio” ecc.). Data la estrema pericolosità sociale, non si dovrebbero  differenziare crimini diversi  nel calderone dei  crimini di massa: a livello di perseguibilità e pena, tali crimini dovrebbero essere definiti dall’ONU e portati al Tribunale Internazionale e tali criteri giuridici finirebbero per  rispecchiarsi  nelle varie legislazioni dei paesi aderenti a qualunque comunità internazionale.

7)     Guerre non dichiarate. Non esistono dal secondo conflitto mondiale guerre dichiarate : il gioco nefasto della guerra non ha più un minimo corpo di regole condiviso tra i belligeranti (questo sembra sprofondarci nella preistoria). Corea, Vietnam ed altri conflitti non hanno più rispettato l’antica regola della dichiarazione di guerra e dei vessilli veraci. Ancora di più si impone la necessità di una etica internazionale promossa e vigilata dall’ONU e appoggiata da altre comunità internazionali o sovranazionali.

8)     Mass media e partecipazione storica. Sempre più in vivo partecipiamo agli eventi storici grazie ai mass media. Quanto questi influenzino circolarmente gli eventi storici è un atroce dubbio per taluni (Vietnam, Guerra del Golfo ecc.) ma per noi è certezza. Gli assaltatori dell’11 Settembre avevano contato proprio sui  mass media per l’effetto scenico e l’amplificazione nel mondo del terrore: colpire una delle Torri Gemelle con modalità che avrebbero inizialmente richiamato un incidente aereo, far accorrere emittenti televisive e colpire a set completo la seconda torre è stata una mossa strategica studiata e di elevatissimo impatto emotivo (anche su di noi stessi): in un attimo si è fornita la lettura corretta degli eventi (“questo cui state assistendo in diretta televisiva mondiale non è un incidente ma un attacco”). Per altro gli stessi media, che tendono a seguire più padroni di Arlecchino e Pulcinella, si sono ritorti contro chi voleva sfruttarli solo in un senso,  perché hanno contribuito alla partecipazione storica del mondo che, tra orrore e sdegno, ha condannato gli autori della strage già dagli inizi per la loro vigliacca impresa, anche quando non si intuivano le proporzioni gigantesche della strage. Mezzi di comunicazione grandi e piccoli hanno contribuito a stravolgere le trame attese: persino i telefoni cellulari che hanno chiamato disperatamente dagli aerei dirottati o dalle macerie dei grattacieli portando alle nostre coscienze il grido dei morenti o morituri..

Nessuno -  né il gruppo attaccante né il finanziatore dell’attacco né il terrorismo in genere -   ha tratto qualche giovamento dall’azione perché essa è andata, secondo nostro modesto avviso, al di là di qualunque esito prevedibile e le tragedie offuscano non solo l’aria ma anche le certezze ideologiche e spesso determinano inattesi  turning point nella storia.. Fa riflettere che al momento nessuno stia ancora rivendicando seriamente un attacco tanto ben riuscito e questo aspetto non può dipendere solo dal pericolo di ritorsioni (che comunque ci saranno e sono state previste da gruppi così organizzati). Un altro fattore può favorire il mondo libero “ferito”:  anche altri gruppi terroristici ora si vedono bloccati dalla reazione mondiale all’11 Settembre e ciò potrebbe favorire un clima di delazioni tra gruppi di terroristi al fine di abbreviare la morsa antiterroristica  e consegnare gli scomodi responsabili al più presto;  è un fenomeno non raro la delazione tra organizzazioni criminali per interrompere retate di polizia ed eccessivi controlli che impediscono a tutte le bande di poter agire con maggiore esito. .


Volevamo essere brevi ma la contingenza storica e la consapevolezza di essere tutti protagonisti e non spettatori – come avevano erroneamente creduto i terroristi – hanno risvegliato in noi tante cose intorpidite dal quotidiano e le riflessioni – errate o corrette che siano – sono fluite all’esterno per percorrere i luminosi sentieri della Rete. Comunque riflettere su questo 11 Settembre 2001 fa aumentare la voglia di riflettere,  la voglia di partecipare e far partecipare l’ agorà: tutto, all’alba incerta  del millennio. (achille miglionico) 



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