sabato 27 novembre 2021

Strappare lungo i bordi … è impossibile

 Strappare lungo i bordi … è impossibile

Recensione della serie tv Netflix "Strappare lungo i bordi" animata e diretta dal fumettista Zerocalcare.

(Spoiler alert: il presente articolo contiene anticipazioni sulla trama)

Strappare lungo i bordi è la serie animata scritta e diretta dal fumettista Zerocalcare sbarcata su Netflix il 17 novembre. ”Strappare lungo i bordi” è la metafora che pervade tutta la narrazione, tutta la vita di Zero (protagonista della serie e alter ego dell’autore) e dei suoi amici e che poi si scopre essere l’ansia comune a tutta una generazione. “Strappare lungo i bordi” è ciò che è stato insegnato a ogni Millennial, solo per scoprire che strappare lungo i bordi è impossibile.

Ma cosa significa strappare lungo i bordi? È la promessa che è stata fatta a ogni Millennial, è quello che Zero pensa da sempre, è seguire tutti i passi “giusti” nella vita, come una linea tratteggiata appunto, per arrivare ad avere un lavoro, una casa, una famiglia: una promessa di felicità irrealizzabile. I Millennials sono l’ultima generazione nata ed educata in un contesto prettamente novecentesco esattamente quando il Novecento è finito. La precarietà del lavoro, l’instabilità delle relazioni, il mondo che è cambiato più e più volte hanno reso impossibile seguire la strada indicata, quella “giusta”. La perenne incertezza lavorativa e sentimentale diviene precarietà esistenziale proprio in virtù di quella premessa/promessa pedagogica inconsciamente e gentilmente inoculata in Zero come in tutta la sua generazione; una generazione partita con una dotazione “sbagliata” già in partenza. Si pensi ancora alla metafora, che è sviluppata a più riprese lungo la serie. È una metafora cartacea: niente di più “antico”. È sintomo di una vita che è nata con la carta (e non facciamo riferimento solo all’immediata connessione autobiografica con il lavoro di fumettista di Zerocalcare), tanto da dipingere, nell’ultima puntata, ogni vita come un pezzo di carta, che da lontano appare perfetto, cioè tagliato “lungo i bordi”, ma che poi, visto da vicino, è colmo di tutte le incertezze e le fragilità.



L’ansia di strappare lungo i bordi è talmente alta e operante nella vita di Zero che, per un periodo della sua vita, ha pensato bene di non fare nulla, coltivando l’illusione di non arrecare danni, di lasciare intonso il pezzo di carta. Solo per scoprire, però, che se il pezzo di carta resta in mano si accartoccia, si guasta, si riempie di sudore e si sgualcisce ugualmente. È così che poi Zero si accorge che, dopo dieci anni di pia illusione, la ragazzina che lui seguiva per le ripetizioni private è ormai laureata e lavora, mentre lui non ha realizzato nulla nel frattempo, così la frustrazione di sentirsi inutile e incapace si mischia col sentirsi vecchio, altro male di questa generazione.

Insomma, un campione vero della strategia evitante o, come meglio riassunto dall’Armadillo che è la sua coscienza, una “cintura nera a scansare la vita”.

In questa ipermoderna Coscienza di Zero, l’evitamento va sempre a braccetto col dialogo interiore, reso attraverso questo continuo confronto tra Zero e il suo Armadillo, cioè la sua coscienza: cinica, svalutante, oppressiva. Anche se la resa dialogica e la brillantezza delle battute lo rende un personaggio divertente e spassoso («io ti raggiungo col coso... col cazzo») il contenuto verbale è pesante e lo inchioda spesso, come quando, nel bagno di un treno, armato di penna e taccuino, gli chiede se perlomeno è consapevole del perché stia pensando solo al freddo creato nello scompartimento dall’aria condizionata troppo alta: “per non pensare” ammette infine Zero, mentre l’Armadillo annota e sentenzia “Il soggetto è cosciente”, per poi sparire, sigillando la condanna col silenzio e l’assenza.



Zero è quindi un personaggio bloccato, soffocato dalle ansie, dai mille ragionamenti che non portano mai all’azione tanto che deve essere rassicurato due volte, in due momenti molto lontani tra loro, da un’immagine dall’effetto distensivo propostagli dall’amica Sarah: siamo come fili d’erba, il mondo non gira intorno a te. I personaggi con cui Zero interagisce di più propongono infatti modelli di vita possibili. La visione distensiva di Sarah, che abbraccia la molteplicità e la complessità della vita e degli esseri umani, proponendo di vivere in questa inconoscibilità del tutto e delle ragioni profonde, certa della parzialità di ogni punto di vista, di ogni conoscenza, e di una gaddiana inconoscibilità delle relazioni di causa-effetto. È una visione che non propone però di arrendersi di fronte a questa consapevolezza ma di vivere con questa consapevolezza, che può solo donare leggerezza; dall’altra parte c’è la visione menefreghista di Secco, che si guadagna da vivere giocando a poker online, non fa piani per il futuro, mostra totale disinteresse alle pressioni altrui e vive ai limiti dell’apatia proponendo ogni due per tre di andare a prendere il gelato. Infine c’è Alice, che vive tutta la sua vita coltivando un sogno: diventare insegnante. Vive preparandosi a quel sogno, impartisce ripetizioni private non per guadagnare qualcosina (come farà Zero emulandola) ma credendo fermamente nel valore pedagogico della sua azione. Un sogno che è però infranto dalla precarietà del mondo del lavoro, tanto da essere costretta prima a lasciare Roma per tornare a casa dei genitori a Biella, obbligata dunque- per l’impossibilità economica di autosostenersi- a vivere una frustrante regressione nel nido familiare e poi ad accettare lavoretti part time in cui “porta i caffè a gente che non sa nemmeno il suo nome”. Privata della sua realizzazione personale ed economica nel lavoro e nelle relazioni amorose, Alice non può che spegnersi pian piano fino a giungere all’estrema decisione: suicidarsi. Si conclude proprio così la serie, con i tre amici che raggiungono Biella per assistere alla celebrazione del funerale di Alice, che si svolge in una palestra di pugilato, lo sport che l’aveva sostenuta in quei tempi bui e che, come diceva a fronte della scarsa convinzione del padre per la scelta di uno sport violento, “la vita ti dà comunque cazzotti in faccia, tanto vale imparare a incassarli e a darli indietro”, mostrando così- come sottolineato dal discorso funebre dei suoi genitori- la rinuncia ad autoidentificarsi solo e soltanto come vittima.



Le figure genitoriali (quelle di Zero e quelle di Alice) aleggiano sulla vita del protagonista come modelli di vita impossibili, anche se mai rifiutate del tutto: sono pur sempre i fautori dello “strappare lungo i bordi” e perciò sono viste come fonte di “accollo” (il sostantivo romanesco che indica fastidiosa pesantezza: una persona che si accolla è una persona che reclama sempre la tua presenza e responsabilità ed è quindi vissuta come un peso e un fastidio), ma sempre presenti per le emergenze, perché -quasi meravigliosamente- capaci di sbrigare le cose della vita, di gestirla. La madre di Zero, caricaturalmente associata al dittatore jugoslavo Tito, è infatti capace di cambiare la ruota della macchina, di tenere ordinata e pulita la sua casa che, come sostiene la matriarca, è il biglietto da visita (nonché cartina al tornasole, ci vien da dire) della gestione della propria vita. Zero, infatti, racconta di come sia per lui impossibile mantenere il controllo sulla sua casa, trasfigurata come in Game of Thrones, in una costellazione di regni in lotta tra di loro per giungere al dominio dell’ambìto “Divano di spade”, il vero fulcro della casa e della vita di Zero. Il divano, vera ossessione generazionale, in cui si svolge la maggior parte della vita domestica, perché qui si può fare di tutto: mangiare, dormire, pensare, parlare, “appoggiare” oggetti e lavorare. Gli oggetti che riempiono lo casa creando disordine, nella filosofia domestica di Zero, trovano il loro naturale posto sul divano quando non appartengono a nessuna categoria definita: ma buttarli è impossibile dice, il Corona virus ci ha insegnato che tutto può servire (battuta umoristica che sottolinea come la pandemia abbia aggiunto un’ulteriore incertezza  nel sistema di vita). Per tenere pulito, infine ammette, bisogna combattere giorno per giorno e il compito è impossibile (risulta possibile solo ai genitori) perché sarebbe un “accollo”. La paura dell’accollo è una costante che è poi la paura delle responsabilità (esito di un non sentirsi capaci o all’altezza), è la paura di vivere la vita con volontà e pienezza, per rifugiarsi in una piatta ma sicura zona grigia della vita, un placido vivere a metà che ben si comprende attraverso la relazione tra Zero e Alice. Solo al termine della serie, quando Alice non c’è più, Zero scopre dai suoi amici che lei ha mostrato a più riprese interesse nei suoi confronti ma Zero, troppo impegnato a evitare accolli e a schivare la vita, non l’ha mai notato; in particolare, non le ha risposto a un messaggio che, come scoprirà da Secco che ha raccolto poi lo sfogo di Alice, è una richiesta di attenzione dopo la fine di una relazione: l'ennesima relazione tossica in cui si era imbattuta e che era perfino degenerata nella violenza fisica. Il protagonista entra dunque nel suo solito imbuto di autoaccuse e sensi di colpa (anche e soprattutto perché si sente responsabile della vita di Alice) ma è interrotto dall’immagine salvifica proposta da Sarah, che assume qui anche la sfumatura dell’autodeterminazione e del libero arbitrio di ogni individuo. Quel libero arbitrio che, nella prima puntata, è vissuto da Zero come una condanna, per esempio quando deve scegliere una serie su Netflix ma, imbottigliato nel paradosso della scelta e nella sistematica posposizione di film belli in un futuro ipotetico in cui le cose andranno meglio (“quanno me pija bene”), finisce a sfogliare il catalogo fino a notte fonda e non guardare nulla. Una scena che è banale se letta nel semplice rispecchiamento in questa abbondanza capitalistica, divertente per l’autoironica allusione marchettara alla piattaforma che ospita il suo lavoro, potente se letta come metafora contemporanea del blocco individuale di fronte alle varie possibilità della vita, esaminate, selezionate, procrastinate ma alla fine mai colte, per rimanere in un eterno limbo.



La serie si conclude con la morte che è la morte non solo di Alice ma anche di un ciclo di vita di Zero, che, nelle puntate precedenti, sembra aver compreso ed espiato i suoi mali anche grazie alla visione di Sarah: la lagna social, lo schivare la vita, il non cogliere i messaggi di interesse amoroso, la sua condizione di uomo privilegiato che però si lamenta sistematicamente, l'egocentrismo e così via. I tre dunque rimangono soli, sembra che sia qui tutto quello che è rimasto e da cui ripartire. Tuttavia, si ha l’impressione che non sia un morte da cui risorgere una volta per tutte, non sembra giunta, insieme alle varie consapevolezze, una palingenesi individuale e collettiva (Zero conosceva l’immagine dei fili d’erba già dalle scuole medie), ma una morte simbolica e passeggera, nell’eterno ciclo di morti e resurrezioni blande a cui è costretto ogni sistema di vita e di pensiero dei membri di questa generazione.

A fronte di questo, forse si capisce, perché a volte è meglio di niente andare a prendersi un gelato.

 

Claudio Leone


domenica 14 novembre 2021

Verdone l'ha fatto strano: recensione della serie tv "Vita da Carlo"

Verdone l'ha fatto strano: recensione della serie tv "Vita da Carlo"

“Vita da Carlo”, la serie TV con protagonista Carlo Verdone, sbarca su Amazon Prime Video il 5 novembre, dopo mesi di attesa.




Dopo il film "Si vive una volta sola" (2021), trasmesso sulla piattaforma streaming per via dei continui rinvii dell'esordio cinematografico a causa della pandemia, questa volta l'attore romano esordisce con la sua prima serie TV. "Si vive una volta sola" non ha goduto del favore del pubblico e della critica: finale scontato, battute fuori tempo massimo e una certa staticità non hanno reso giustizia a uno dei re della comicità italiana.

Di tutt'altra pasta, però, è "Vita da Carlo", serie TV in dieci puntate, in cui si dipanano le vicende di Carlo in un frangente di quella che dovrebbe essere la sua vita privata.

Naturalmente tutto è frutto di copione e ricorda un esperimento televisivo di Fabio Volo, Untraditional (2016), anche qui una sorta di ripresa dal vivo della vita del protagonista che interpreta se stesso, un “mockumentary”




Carlo vive nella sua casa di Roma, insieme a una bisbetica domestica, sua figlia e il suo fidanzato accampatosi in casa. Tutto comincia così: l’attore romano, spesso in giro col suo amico Max Tortora, al termine da una delle sue frequenti visite in farmacia (allusione alla nota conoscenza medico-farmacologica dell’attore che gli è valsa una laurea honoris causa in Medicina), commenta pubblicamente, con un discorso accorato, la caduta di un motociclista in una delle ormai famose buche di Roma. Parla, auspica una Roma amministrata da qualcuno che sia romano e che ami Roma per davvero: tutto è ripreso dai cellulari e subito diventa virale, attirando le attenzioni del presidente della regione che gli propone la candidatura a sindaco di Roma. La serie quindi affronta le vicende di questa difficile decisione: diventare o no sindaco della sua Roma, mentre, sullo sfondo si presentano delle sottotrame: bisogna affrontare progetti cinematografici (da un lato un ambito film d’autore che lo celebri come regista drammatico e raffinato, dall’altro un remake caciarone dei suoi cult propostogli dal suo produttore) e poi le strane conoscenze propostegli da Max Tortora e sua moglie per trovargli una compagna, l’accasamento abusivo di Chicco, il fidanzato di sua figlia, le perfidie della domestica e la dolce conoscenza della farmacista (Anita Caprioli).




Verdone appare qui lucidissimo, ben consapevole della sua immagine, nel bene e male. La vicenda ha sia connotazione "autoriflessiva" che "politica". Appare ben consapevole che, a sessant'anni, la gente lo ama ancora per i personaggi, che lo resero famoso con i primi sketch di “Non stop” (1977) e coi primi due film “Un sacco bello” (1980) e “Bianco, rosso e Verdone” (1981), tanto che, nella serie, il suo produttore, un romano avido, grasso e ignorante, gli propone con insistenza un remake di tutte le sue scene leggendarie, un "Viaggi di nozze" trent'anni dopo in cui l'iconica frase "O famo strano" è trasformata in "O famo anziano". L’attore romano è senza dubbio uno dei continuatori della grande commedia all’italiana che, dietro al riso, castigava i costumi: Verdone l’ha sempre fatto (senza che i più se ne accorgessero) e qui, seppur in modo blando, continua a farlo, raccontando l’avidità, i sotterfugi politici e la superficialità. Da questo quadro, però, sembrano salvarsi i giovani. Sua figlia è una ricercatrice universitaria (che decide di andare all’estero), suo figlio un giovane avvocato (due Millenials tra lavoro e precariato), ma a colpire sono gli universitari (la generazione Z), da lui incontrati in “campagna elettorale”: informati, scettici e con giudizi personali. Tra l’altro uno di questi sostiene di non vedere i suoi film perché guarda altro, un’allusione forse, all’aver relegato Verdone sempre a una commedia di grasse risate, senza contare esperimenti di commedie corali e con un certo dramma di fondo come “Compagni di scuola” o le raffinate commedie “Maledetto il giorno che t'ho incontrato” (1992)  e “Sono pazzo di Iris Blond” (1996).




In conclusione, “Vita da Carlo” merita di essere vista: è una serie godibile, con un buon ritmo in cui si sorride spesso. È, in fin dei conti, la via espressiva che meglio sembra aderire a Verdone in questo momento, che gli ha permesso di disincagliarsi da alcuni colpi a vuoto dei film precedenti, permettendogli ora e finalmente una narrazione più intima, metafilmica, intelligente e divertente, tra l’europeo e il romano, con il modo più intelligente per citare la grande struttura citazionistica che ha creato nei suoi anni di carriera e con una linfa vitale che potrebbe dar vita anche a nuove stagioni.


Claudio Leone


Strappare lungo i bordi … è impossibile

 Strappare lungo i bordi … è impossibile Recensione della serie tv Netflix "Strappare lungo i bordi" animata e diretta dal fumetti...