giovedì 24 ottobre 2002

Il Mito di Ulisse in Gabriele D’Annunzio



Ci è capitato – quasi per fascino o caso - di visionare delle edizioni antiche di opere dannunziane in una biblioteca privata e quindi di scorrere alcuni versi di G. D’Annunzio tratti da Laus vitae, Maia (1903) in Laudi : qui il tema dell’ Ulisse-dentro-di -noi sembra assai attuale.
In Maia aleggia molto dello spirito omerico del navigante. Nel Laus vitae la poetica dannunziana raggiunge "fughe e voli " memorabili – come scrive Ugo Ojetti nella edizione Mondadori del 1939 delle Laudi,– l’Autore è teso a "riafferrare nell’altezza sul mondo il sogno della propria essenza divina". Il tutto sembra accompagnato da una "orchestra wagneriana".

…………….
Nessuna cosa
Mi fu aliena;
nessuna mi sarà
mai, mentre comprendo.
Laudata sii, Diversità
delle creature, sirena
del mondo! Talor non elessi
perché parvemi che eleggendo
io t’escludessi,
o Diversità, (pag. 14)…….
………
Tutto fu ambìto
e tutto fu tentato.
………..
Io nacqui ogni mattina.
Ogni mio risveglio
fu come un’improvvisa
nascita nella luce
……………. Quanti
furono i miei giacigli!
…………..
Dove giacqui, rinacqui. (pag. 18)
………..
……….
E io dissi: "O mondo, sei mio!
Ti coglierò come un pomo,
ti spremerò alla mia sete,
alla mia sete perenne."
E d’essere un uomo
più non mi sovvenne… (pag. 31)

E il Poeta si immagina di salpare in un viaggio mitico che gli farà incontrare proprio Ulisse, anche lui colto in un nuovo viaggio, dopo il rientro a Itaca cantato nella Odissea. Anche Dante ne aveva immaginato il ritorno a navigare. Ulisse non può stazionare a lungo neanche sul suolo natìo. D’Annunzio si vede al comando di una nave coi suoi prodi compagni dopo aver lasciato un porto di Puglia alla volta della Grecia: (pag.37)

………..
io così sciolsi la vela,
coi compagni molto a me fidi,
in un’alba d’estate
ventosa, dall’àpula riva
ove ancor vidi ai cieli
erta una romana colonna:
io così navigai
alfin verso l’Ellade…
…………. E incontrammo un Eroe.

Con lui viene in mente il detto freudiano che il sogno è un mito personale ed il mito è un sogno collettivo. Dove comincia l’inconscio personale e dove finisce? E l’inconscio trans-personale, "collettivo" (sec. Jung)?
D’Annunzio incontra Lui, l’Eroe per antonomasia, Ulisse in persona, che tenace come un ago di bussola non degna di uno sguardo la nave che lo sta incrociando e lo acclama a viva voce. Ulisse defila con la potenza di un archetipo che nulla ha a che fare con i contenuti banali della individualità e che non teme censura. Egli è in quanto si muove. Altrimenti non è. Non esiste.

Incontrammo colui
Che i Latini chiamano Ulisse,
………………. Lui vedemmo
sulla nave incavata. E reggeva
ei nel pugno la scotta
spiando i volubili venti,
silenzioso; e il pìleo
tèstile dei marinai
coprìvagli il capo canuto….

Ulisse, dunque, è da persona anziano che ha lasciato tutti gli agi per rimettersi a navigare.

Sol con quell’arco e con la nera
sua nave, lungi dalla casa
……………………..
……. proseguiva
il suo necessario travaglio
contra l’implacabile Mare.
Lo chiamano "Ulisse!" , gli gridano. Invano, come si è detto.
Non pur degnò volgere il capo.

Il verso precipita come una pietra nell’acqua, una sentenza inappellabile. Non si può fermare un sogno. Ulisse scivola via come un anziano che ignora schiamazzanti bambini. Il Poeta grida di metterlo alla prova con il suo famoso arco. Se fallirà nel tenderlo sarà degno di essere lasciato fitto alla prua, come una polena. Inaspettatamente Ulisse nota il "giovine orgoglio" e muove lo sguardo dalla rotta

E il folgore degli occhi suoi
mi ferì per mezzo della fronte.
Il regalo di questo sguardo, che pur è un riconoscimento, cambia la vita del Poeta.
Ma il cuor mio dai cari compagni
partito era per sempre;
…………. E io tacqui
in disparte, e fui solo:
per sempre fui solo sul Mare.
E in me solo credetti.
………..

Nel viaggio mitico di D’Annunzio si assiste al trasfiguramento della condizione umana in un superuomo che vede in sé il riflesso del divino della Natura. In fondo un panteista è uno che sembra ateo ma non lo è: così asserisce anche Ugo Ojetti nella sua introduzione alle Laudi. Onnipotenza dirà qualcuno.
Quando D’Annunzio nel 1916 ebbe a soffrire la temporanea e dolorosa cecità non si fa domare dalle avversità che lo vedono fremere riverso sul letto e bendato mentre le sorti della Grande Guerra appaiono assai incerte. Nell’isolamento comincia a scrivere migliaia di cartigli "al buio" che la figlia ordinerà a gran fatica: così fu dato alle stampe il romanzo autobiografico Notturno (1917). Dalla cecità si perviene ad un incessante flusso di immagini e vissuti che D’Annunzio traduce con uno scritto incerto. L’edizione Fratelli Treves, Milano del 1921 reca il motto finale "Dant vulnera formam" (Le ferite danno forma). E D’Annunzio mostra di viaggiare al buio come alla luce, tramite sogni e vissuti vividi. Egli stesso scrive nella postfazione:

Ebbi dentro l’occhio leso una fucina di sogni che la volontà non poteva né condurre né rompere

Il Notturno è una descrizione spasmodica
  • di suoni (es. mentre piove "origlio lo scroscio" è una frase onomatopeica di grande impatto);
  • di sensazioni termotattili ("Lo sciacquio continua. Ho i piedi gelati sul pavimento nudo. Ho il gelo in tutte le ossa";
  • di scene visive altamente cromatiche ("Entro. La stanza è bianca. Il letto è bianco.").
Sembra di rimanere "assordati" o "accecati" dalle capacità linguistiche, dalla forza delle descrizioni, anche se poi tutte le opere di D’Annunzio appaiono sì fluide ma ostiche nei continui riferimenti classici , talora baroccheggianti nello stile.

D’Annunzio non è quasi mai asciutto ed essenziale come vorrebbe forse il gusto moderno che tende ingiustamente a dimenticarlo. Ma lascia il segno di chi è comunque partito dal simbolismo europeo, viaggiando nell'interrogativo decadente di chi fosse l'uomo moderno.

(achille miglionico)


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mercoledì 23 ottobre 2002

EUGENIO DI SAVOIA

Talora è divertente e istruttivo formulare ipotesi storiche assurde. Così un grande della fantascienza, Philip K. Dick, immaginò nel suo "La Svastica sul Sole" che la Seconda Guerra Mondiale fosse finita con la vittoria dei tedeschi. E' impressionante la catena degli eventi diversi che sarebbero accaduti nel mondo. Che cosa sarebbe accaduto se gli USA non fossero entrati in guerra nelle due guerre mondiali? E se l'antica Roma non fosse caduta con il suo impero? E se Bisanzio non fosse caduta sotto i colpi dei Turchi (1453)? Non è solo un esercizio di fantasia: spesso esercitarsi sui "Se" aiuta a comprendere di più gli avvenimenti correnti. Oggi molti non sanno che se la battaglia di Lepanto (sul mare) fosse stata vinta dai Turchi, noi saremmo oggi tutti islamici. Ancora meno persone sanno di un certo Eugenio di Savoia, nato il 18 ottobre 1663 da Eugenio Maurizio e dalla bellissima e fredda Olimpia Mancini (nipote del famoso cardinale Mazzarino): il principe sabaudo apparteneva al ramo dei Savoia-Soissons, ramo che si estinse con lui stesso. Se ci si reca in visita a Vienna si rimane colpiti nel mirare la statua equestre a lui dedicata dallo scultore Fernkorn nel 1865 sul piazzale esterno della Hofburg (Heldenplatz, vedi foto a dx del titolo di testa); parimenti si ammira un'altra statua equestre dello scultore Rocca (1897) sul piazzale del Castello Reale di Budapest (foto a sinistra). Ma insomma - si chiede il turista italiano - che ha fatto questo condottiero italiano per essere così venerato in Europa? Nato in terra di Francia, ma fortemente italiano era stato destinato giovanissimo alla carriera ecclesiastica (le petit abbé) ma il giovane era portato per la vita militare ed ardì chiedere a Luigi XIV (il Re Sole) un comando militare degno del suo rango: ne ricevette uno sprezzante rifiuto ed Eugenio decise in cuor suo che si sarebbe vendicato dei Francesi e che si sarebbe fatto rimpiangere - e ci riuscì. L'episodio di Re Sole è raccontato nei particolari da Paul Frischauer: Eugenio scappò dalla Francia e raggiunse Vienna, ove si mise al servizio degli Asburgo. Nel 1683 Vienna non era in condizioni di rifiutare l'aiuto di nessuno e tanti giovani europei giungevano da ogni parte per partecipare a quella che era una crociata in casa: i Turchi infatti assediavano la città minacciando con la loro espansione l'intera Europa. Mai la minaccia islamica sarebbe arrivata così vicina al cuore dell'Europa.
La carriera di Eugenio di Savoia fu folgorante grazie al coraggio ed alla capacità organizzativa che ne fecero subito un leader carismatico e grazie alle capacità strategiche che persino Napoleone ebbe ad ammirare. In una epoca in cui la guerra era fatta di stereotipi e di abitudini (per esempio si combatteva solo nei periodi caldi) Eugenio apportò alla strategia piatta dei suoi tempi una iniziativa ed una capacità di decisione rapida che gli consentivano di individuare punti deboli dell'avversario che colpiva anche in condizioni di inferiorità numerica e logistica. A 22 anni divenne maggior generale, nel 1711 divenne maresciallo di campo dell'impero asburgico, raggiungendo la fama e la posizione che prima di lui erano state solo di Montecuccoli. Dalla liberazione di Vienna del 1683 il condottiero fu impegnato sul campo per 14 anni in Italia (i Francesi, cattolici per eccellenza, agevolavano più o meno segretamente i Turchi nella aggressione dell'Austria cattolica e furono attaccati da Eugenio nella guerra di Italia), in Germania, in terra turca: nel 1697 comanda l'esercito contro i Turchi e nella battaglia di Zenta li sgomina, allontanando la minaccia musulmana. Nel 1716 riprende le operazioni contro i Turchi, riaffacciatisi prepotentemente in Ungheria e conquista Belgrado due anni dopo, costringendo ancora una volta alla pace l'impero ottomano. Che cosa sarebbe accaduto in Europa senza di lui?
Ha tenuto testa agli eserciti di Luigi IV in Occidente, ha sconfitto i Turchi in Oriente, ha consolidato il ruolo di superpotenza degli Asburgo ma, grazie a lui, la casa Savoia si ritrovò rafforzata sino ad assumere - centocinquanta anni dopo - il ruolo di unificare l'Italia. Franz Herre (1997) ne disegna un memorabile ritratto di condottiero, statista ed uomo che rende ragione della figura storica senza entrare nel panegirico di Ilio Jori (1941) che ne esalta la "italianità" fascista e senza l'ipercriticismo britannico dell'opera di Derek McKay (1989). Il Principe fu uomo figlio dei suoi tempi e senz'altro fu limitato nella considerazione delle miserie umane e sociali che avrebbero trasfigurato la storia successiva ma fu persona originale, fedele (servì tre imperatori Leopoldo I, Giuseppe I, Carlo VI anche se tutti lo consideravano l'imperatore "occulto"), retta ed anche sensibile, colta. Amò le arti più degli uomini (raccolse una cospicua collezione di opere nel suo Belvedere di Vienna che oggi accoglie la Osterreichische Galerie ).
Nel mattino del 20 Aprile 1736 il Principe Eugenio di Savoia Carignano Soissons, che aveva allora 72 anni, presiedette una riunione del Consiglio delle Conferenze che presto interruppe stanco, dicendo: "Basta per oggi. Serbiamoci il resto a domani.. se sarò vivo!". A mezzogiorno riunì alcuni invitati alla tavola, in serata giocò a picchetto a palazzo Batthiany preoccupando gli amici per l'affanno che egli cercava di coprire. Alle 22 rientrò nel suo palazzo e si coricò subito, ordinando al cameriere di non svegliarlo prima delle nove. La mattina del sabato 2 Aprile il cameriere scoprì che il principe era spirato nel sonno. La salma cinque giorni dopo venne sepolta nei sotterranei di Santo Stefano in Vienna con imponenti onori funebri e tra la generale tristezza della città. Suum cuique Decus, ad ognuno il proprio decoro. Il Nobile Cavaliere era entrato nella Storia europea. (a.m.)

Fonti datate:Ilio Jori, Eugenio di Savoia, UTET, Torino, 1941.
Francesco Saverio Grazioli, I grandi Capitani italiani, Soc. Edit. Nuovissima, Roma, 1934
Paul Frischauer, Il Principe Eugenio, Ed. V. Bompiani, Milano, 1940 (?).
Fonti moderne:Derek McKay, Eugenio di Savoia, Ritratto di un condottiero 1663-1736, Società Editrice Internazionale, Torino, 1989.
Franz Herre, Eugenio di Savoia, Il Condottiero, lo Statista, l'Uomo, Collezione storica Garzanti, 2001.



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Il VUOTO-PIENO LASCIATO DA STAN LEE

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