giovedì 24 ottobre 2002

Il Mito di Ulisse in Gabriele D’Annunzio



Ci è capitato – quasi per fascino o caso - di visionare delle edizioni antiche di opere dannunziane in una biblioteca privata e quindi di scorrere alcuni versi di G. D’Annunzio tratti da Laus vitae, Maia (1903) in Laudi : qui il tema dell’ Ulisse-dentro-di -noi sembra assai attuale.
In Maia aleggia molto dello spirito omerico del navigante. Nel Laus vitae la poetica dannunziana raggiunge "fughe e voli " memorabili – come scrive Ugo Ojetti nella edizione Mondadori del 1939 delle Laudi,– l’Autore è teso a "riafferrare nell’altezza sul mondo il sogno della propria essenza divina". Il tutto sembra accompagnato da una "orchestra wagneriana".

…………….
Nessuna cosa
Mi fu aliena;
nessuna mi sarà
mai, mentre comprendo.
Laudata sii, Diversità
delle creature, sirena
del mondo! Talor non elessi
perché parvemi che eleggendo
io t’escludessi,
o Diversità, (pag. 14)…….
………
Tutto fu ambìto
e tutto fu tentato.
………..
Io nacqui ogni mattina.
Ogni mio risveglio
fu come un’improvvisa
nascita nella luce
……………. Quanti
furono i miei giacigli!
…………..
Dove giacqui, rinacqui. (pag. 18)
………..
……….
E io dissi: "O mondo, sei mio!
Ti coglierò come un pomo,
ti spremerò alla mia sete,
alla mia sete perenne."
E d’essere un uomo
più non mi sovvenne… (pag. 31)

E il Poeta si immagina di salpare in un viaggio mitico che gli farà incontrare proprio Ulisse, anche lui colto in un nuovo viaggio, dopo il rientro a Itaca cantato nella Odissea. Anche Dante ne aveva immaginato il ritorno a navigare. Ulisse non può stazionare a lungo neanche sul suolo natìo. D’Annunzio si vede al comando di una nave coi suoi prodi compagni dopo aver lasciato un porto di Puglia alla volta della Grecia: (pag.37)

………..
io così sciolsi la vela,
coi compagni molto a me fidi,
in un’alba d’estate
ventosa, dall’àpula riva
ove ancor vidi ai cieli
erta una romana colonna:
io così navigai
alfin verso l’Ellade…
…………. E incontrammo un Eroe.

Con lui viene in mente il detto freudiano che il sogno è un mito personale ed il mito è un sogno collettivo. Dove comincia l’inconscio personale e dove finisce? E l’inconscio trans-personale, "collettivo" (sec. Jung)?
D’Annunzio incontra Lui, l’Eroe per antonomasia, Ulisse in persona, che tenace come un ago di bussola non degna di uno sguardo la nave che lo sta incrociando e lo acclama a viva voce. Ulisse defila con la potenza di un archetipo che nulla ha a che fare con i contenuti banali della individualità e che non teme censura. Egli è in quanto si muove. Altrimenti non è. Non esiste.

Incontrammo colui
Che i Latini chiamano Ulisse,
………………. Lui vedemmo
sulla nave incavata. E reggeva
ei nel pugno la scotta
spiando i volubili venti,
silenzioso; e il pìleo
tèstile dei marinai
coprìvagli il capo canuto….

Ulisse, dunque, è da persona anziano che ha lasciato tutti gli agi per rimettersi a navigare.

Sol con quell’arco e con la nera
sua nave, lungi dalla casa
……………………..
……. proseguiva
il suo necessario travaglio
contra l’implacabile Mare.
Lo chiamano "Ulisse!" , gli gridano. Invano, come si è detto.
Non pur degnò volgere il capo.

Il verso precipita come una pietra nell’acqua, una sentenza inappellabile. Non si può fermare un sogno. Ulisse scivola via come un anziano che ignora schiamazzanti bambini. Il Poeta grida di metterlo alla prova con il suo famoso arco. Se fallirà nel tenderlo sarà degno di essere lasciato fitto alla prua, come una polena. Inaspettatamente Ulisse nota il "giovine orgoglio" e muove lo sguardo dalla rotta

E il folgore degli occhi suoi
mi ferì per mezzo della fronte.
Il regalo di questo sguardo, che pur è un riconoscimento, cambia la vita del Poeta.
Ma il cuor mio dai cari compagni
partito era per sempre;
…………. E io tacqui
in disparte, e fui solo:
per sempre fui solo sul Mare.
E in me solo credetti.
………..

Nel viaggio mitico di D’Annunzio si assiste al trasfiguramento della condizione umana in un superuomo che vede in sé il riflesso del divino della Natura. In fondo un panteista è uno che sembra ateo ma non lo è: così asserisce anche Ugo Ojetti nella sua introduzione alle Laudi. Onnipotenza dirà qualcuno.
Quando D’Annunzio nel 1916 ebbe a soffrire la temporanea e dolorosa cecità non si fa domare dalle avversità che lo vedono fremere riverso sul letto e bendato mentre le sorti della Grande Guerra appaiono assai incerte. Nell’isolamento comincia a scrivere migliaia di cartigli "al buio" che la figlia ordinerà a gran fatica: così fu dato alle stampe il romanzo autobiografico Notturno (1917). Dalla cecità si perviene ad un incessante flusso di immagini e vissuti che D’Annunzio traduce con uno scritto incerto. L’edizione Fratelli Treves, Milano del 1921 reca il motto finale "Dant vulnera formam" (Le ferite danno forma). E D’Annunzio mostra di viaggiare al buio come alla luce, tramite sogni e vissuti vividi. Egli stesso scrive nella postfazione:

Ebbi dentro l’occhio leso una fucina di sogni che la volontà non poteva né condurre né rompere

Il Notturno è una descrizione spasmodica
  • di suoni (es. mentre piove "origlio lo scroscio" è una frase onomatopeica di grande impatto);
  • di sensazioni termotattili ("Lo sciacquio continua. Ho i piedi gelati sul pavimento nudo. Ho il gelo in tutte le ossa";
  • di scene visive altamente cromatiche ("Entro. La stanza è bianca. Il letto è bianco.").
Sembra di rimanere "assordati" o "accecati" dalle capacità linguistiche, dalla forza delle descrizioni, anche se poi tutte le opere di D’Annunzio appaiono sì fluide ma ostiche nei continui riferimenti classici , talora baroccheggianti nello stile.

D’Annunzio non è quasi mai asciutto ed essenziale come vorrebbe forse il gusto moderno che tende ingiustamente a dimenticarlo. Ma lascia il segno di chi è comunque partito dal simbolismo europeo, viaggiando nell'interrogativo decadente di chi fosse l'uomo moderno.

(achille miglionico)


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mercoledì 23 ottobre 2002

EUGENIO DI SAVOIA

Talora è divertente e istruttivo formulare ipotesi storiche assurde. Così un grande della fantascienza, Philip K. Dick, immaginò nel suo "La Svastica sul Sole" che la Seconda Guerra Mondiale fosse finita con la vittoria dei tedeschi. E' impressionante la catena degli eventi diversi che sarebbero accaduti nel mondo. Che cosa sarebbe accaduto se gli USA non fossero entrati in guerra nelle due guerre mondiali? E se l'antica Roma non fosse caduta con il suo impero? E se Bisanzio non fosse caduta sotto i colpi dei Turchi (1453)? Non è solo un esercizio di fantasia: spesso esercitarsi sui "Se" aiuta a comprendere di più gli avvenimenti correnti. Oggi molti non sanno che se la battaglia di Lepanto (sul mare) fosse stata vinta dai Turchi, noi saremmo oggi tutti islamici. Ancora meno persone sanno di un certo Eugenio di Savoia, nato il 18 ottobre 1663 da Eugenio Maurizio e dalla bellissima e fredda Olimpia Mancini (nipote del famoso cardinale Mazzarino): il principe sabaudo apparteneva al ramo dei Savoia-Soissons, ramo che si estinse con lui stesso. Se ci si reca in visita a Vienna si rimane colpiti nel mirare la statua equestre a lui dedicata dallo scultore Fernkorn nel 1865 sul piazzale esterno della Hofburg (Heldenplatz, vedi foto a dx del titolo di testa); parimenti si ammira un'altra statua equestre dello scultore Rocca (1897) sul piazzale del Castello Reale di Budapest (foto a sinistra). Ma insomma - si chiede il turista italiano - che ha fatto questo condottiero italiano per essere così venerato in Europa? Nato in terra di Francia, ma fortemente italiano era stato destinato giovanissimo alla carriera ecclesiastica (le petit abbé) ma il giovane era portato per la vita militare ed ardì chiedere a Luigi XIV (il Re Sole) un comando militare degno del suo rango: ne ricevette uno sprezzante rifiuto ed Eugenio decise in cuor suo che si sarebbe vendicato dei Francesi e che si sarebbe fatto rimpiangere - e ci riuscì. L'episodio di Re Sole è raccontato nei particolari da Paul Frischauer: Eugenio scappò dalla Francia e raggiunse Vienna, ove si mise al servizio degli Asburgo. Nel 1683 Vienna non era in condizioni di rifiutare l'aiuto di nessuno e tanti giovani europei giungevano da ogni parte per partecipare a quella che era una crociata in casa: i Turchi infatti assediavano la città minacciando con la loro espansione l'intera Europa. Mai la minaccia islamica sarebbe arrivata così vicina al cuore dell'Europa.
La carriera di Eugenio di Savoia fu folgorante grazie al coraggio ed alla capacità organizzativa che ne fecero subito un leader carismatico e grazie alle capacità strategiche che persino Napoleone ebbe ad ammirare. In una epoca in cui la guerra era fatta di stereotipi e di abitudini (per esempio si combatteva solo nei periodi caldi) Eugenio apportò alla strategia piatta dei suoi tempi una iniziativa ed una capacità di decisione rapida che gli consentivano di individuare punti deboli dell'avversario che colpiva anche in condizioni di inferiorità numerica e logistica. A 22 anni divenne maggior generale, nel 1711 divenne maresciallo di campo dell'impero asburgico, raggiungendo la fama e la posizione che prima di lui erano state solo di Montecuccoli. Dalla liberazione di Vienna del 1683 il condottiero fu impegnato sul campo per 14 anni in Italia (i Francesi, cattolici per eccellenza, agevolavano più o meno segretamente i Turchi nella aggressione dell'Austria cattolica e furono attaccati da Eugenio nella guerra di Italia), in Germania, in terra turca: nel 1697 comanda l'esercito contro i Turchi e nella battaglia di Zenta li sgomina, allontanando la minaccia musulmana. Nel 1716 riprende le operazioni contro i Turchi, riaffacciatisi prepotentemente in Ungheria e conquista Belgrado due anni dopo, costringendo ancora una volta alla pace l'impero ottomano. Che cosa sarebbe accaduto in Europa senza di lui?
Ha tenuto testa agli eserciti di Luigi IV in Occidente, ha sconfitto i Turchi in Oriente, ha consolidato il ruolo di superpotenza degli Asburgo ma, grazie a lui, la casa Savoia si ritrovò rafforzata sino ad assumere - centocinquanta anni dopo - il ruolo di unificare l'Italia. Franz Herre (1997) ne disegna un memorabile ritratto di condottiero, statista ed uomo che rende ragione della figura storica senza entrare nel panegirico di Ilio Jori (1941) che ne esalta la "italianità" fascista e senza l'ipercriticismo britannico dell'opera di Derek McKay (1989). Il Principe fu uomo figlio dei suoi tempi e senz'altro fu limitato nella considerazione delle miserie umane e sociali che avrebbero trasfigurato la storia successiva ma fu persona originale, fedele (servì tre imperatori Leopoldo I, Giuseppe I, Carlo VI anche se tutti lo consideravano l'imperatore "occulto"), retta ed anche sensibile, colta. Amò le arti più degli uomini (raccolse una cospicua collezione di opere nel suo Belvedere di Vienna che oggi accoglie la Osterreichische Galerie ).
Nel mattino del 20 Aprile 1736 il Principe Eugenio di Savoia Carignano Soissons, che aveva allora 72 anni, presiedette una riunione del Consiglio delle Conferenze che presto interruppe stanco, dicendo: "Basta per oggi. Serbiamoci il resto a domani.. se sarò vivo!". A mezzogiorno riunì alcuni invitati alla tavola, in serata giocò a picchetto a palazzo Batthiany preoccupando gli amici per l'affanno che egli cercava di coprire. Alle 22 rientrò nel suo palazzo e si coricò subito, ordinando al cameriere di non svegliarlo prima delle nove. La mattina del sabato 2 Aprile il cameriere scoprì che il principe era spirato nel sonno. La salma cinque giorni dopo venne sepolta nei sotterranei di Santo Stefano in Vienna con imponenti onori funebri e tra la generale tristezza della città. Suum cuique Decus, ad ognuno il proprio decoro. Il Nobile Cavaliere era entrato nella Storia europea. (a.m.)

Fonti datate:Ilio Jori, Eugenio di Savoia, UTET, Torino, 1941.
Francesco Saverio Grazioli, I grandi Capitani italiani, Soc. Edit. Nuovissima, Roma, 1934
Paul Frischauer, Il Principe Eugenio, Ed. V. Bompiani, Milano, 1940 (?).
Fonti moderne:Derek McKay, Eugenio di Savoia, Ritratto di un condottiero 1663-1736, Società Editrice Internazionale, Torino, 1989.
Franz Herre, Eugenio di Savoia, Il Condottiero, lo Statista, l'Uomo, Collezione storica Garzanti, 2001.



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venerdì 2 agosto 2002

La radiosveglia

Il presente racconto, elaborato dalla nostra redattrice, ha vinto il terzo posto al Concorso 2001 MICRO della Comunità letteraria LIBRIDINE

di Olga Miglionico

Ho sempre odiato alzarmi la mattina. L'essere svegliato dal martellante trillo, intermittente e sempre uguale a se stesso nel susseguirsi delle giornate, di una sveglia, la indesiderata compagna di vita, che continua a ricordarmi le levatacce mattutine della mia infanzia, quando mia madre mi chiamava ripetutamente nella speranza che mi alzassi da solo ed invece puntualmente era costretto ad entrare nella mia disordinatissima cameretta, per spalancare la finestra dalla monotona visuale cittadina che portava con sé il ricordo di tutti i doveri e gli impegni della giornata. Ed è ancora così, poiché destandomi dall’amato e meritato riposo notturno, ancora assonnato e stordito, tutt’oggi mi giro e mi rigiro nel mio letto, sempre troppo piccolo per le mie "acrobazie" tra le lenzuola, tormentato da preoccupanti pensieri quali, appunto, tutti gli incombenti impegni che mi aspettano al risveglio.
Ed ho sempre odiato fare regali. Ho sempre trovato ingrato il compito, inevitabilmente ipocrita, di dover cercare doni di augurio per parenti e amici nelle occasioni più tradizionalmente riconosciute come degne. Girare negozi alla ricerca di un qualcosa che possa far piacere, o essere utile, senza mai trovarlo: lo si capisce sempre alla consegna del famoso e tanto ricercato regalo, quando il destinatario di tanta attenzione assume per un impercettibile momento una faccia perplessa e dubbiosa, ma subito dopo si ricompone per aprire il proprio viso al più largo dei sorrisi ringraziando per tanta generosità (ed infatti a quel punto ci si chiede a cosa sia servito spendere " tutti quei soldi", qualsiasi somma sia stata effettivamente spesa).
Ebbene, proprio in qualità di queste mie, non tanto celate, avversità, la settimana scorsa ho deciso di regalare al mio migliore amico ciò che più odio al mondo, una di quelle tanto comuni radiosveglie che turbano il quieto sogno di milioni di persone ogni giorno. Ho cercato nei migliori negozi di elettrodomestici quella che meglio si adattasse alla sua stanza da letto, alla tonalità delle pareti e alla tappezzeria del divano e delle tende. Non ho badato a spese, volevo che fosse un regalo perfetto e apprezzato per la sua bellezza, utilità effettiva e che io fossi ringraziato per quel mio improvviso "attacco di generosità".
Infatti quell'ormai lontano pomeriggio di sette giorni fa, trovandomi "casualmente" a passare davanti alla vetrina di un negozio, vidi quella che subito mi sembrò la più deliziosa e appropriata delle radiosveglie per il mio più caro amico e, innamoratomene immediatamente, la comprai con l'intento di donarlo subito al mio compagno di mille avventure. Così almeno gli dissi nel salotto del suo appartamento, mentre mi offriva un doveroso caffè dopo che gli ero piombato in casa in un’improbabile ora pomeridiana.
Questa mattina il mio amico è stato trovato morto nel suo letto. La cameriera ad ore, che a giorni alterni gli va a riassettare l'appartamento dove egli ha scelto, dopo l'università, di vivere da solo, lo ha trovato "ancora addormentato" nonostante l'avesse avvertita che a causa dei numerosi impegni non sarebbe tornato a pranzo; per questo, preoccupata, la donna gli si è avvicinata per chiedergli se per caso non si sentisse bene, ma non avendo risposta, accostatasi ulteriormente a quell'ancor giovane corpo, un atroce sospetto l'ha pervasa, sospetto confermato dall'assenza di battiti cardiaci. Il medico legale ha dichiarato che il decesso è avvenuto per infarto miocardico. Non è rimasto molto sorpreso, giacché consultando la sua cartella clinica è venuto a conoscenza di quella leggera disfunzione cardiaca di cui soffriva da tempo. Una morte inaspettata, improvvisa, quindi, ma pur sempre avvenuta per cause naturali. O così tutti pensano.
Già, perché nessuno saprà mai che io sapevo da tempo della patologia del mio amico; nesuno saprà , che tante volte, guardando un film dell'orrore, si è dovuto alzare con me per prendere delle gocce che decelerassero il suo battito cardiaco, che lo calmassero. Nessuno sa che io gli ho regalato una radiosveglia per "allietare" i suoi risvegli mattutini, che dagli anni in cui abitavo insieme all'università avvenivano alle sette in punto. Che gli ho consigliato di sintonizzare la radio su una stazione che di prima mattina trasmette temi musicali su richiesta degli ascoltatori. Che io ho tempestato la centralinista della radio pur di far trasmettere alle sette in punto quel dolce, infantile ed inquietante coro di bambini che precede ogni omicidio nel film "Profondo rosso" e che sapevo lo terrorizzasse a morte. Che tempo addietro egli mi aveva soffiato la tanto agognata borsa di studio per un master ad un'importante università estera corrompendo un professore. Nessuno sa che da allora decisi che lui me l'avrebbe pagata.
Nessuno saprà mai che è andato tutto per il meglio, che il mio piano studiato nei minimi particolari non ha mostrato imperfezioni; che il mio amico è morto perché io l'ho ucciso e nessuno potrà mai incriminarmi per quel delitto perfetto di cui non proverò mai rimorso.

mercoledì 31 luglio 2002

Istambul, la ex Nuova Roma




Città di intrecci polizieschi e storie di spie, di traffici lontani e vicini, incrocio di culture e popoli. Si domina con lo sguardo sia il Bosforo che il Corno d’Oro. La porta del Mar Nero è in fondo la porta dell’Oriente ed è una strana porta perché congiunge la costa europea a quella asiatica. Parliamo di Istambul. Da qui i sottomarini sovietici durante la guerra fredda passavano pericolosamente invisibili (magari coperti da unità di superficie perché non se ne conoscesse il numero temibile) lasciando le basi del Mar Nero e colonizzando il Mediterraneo. Così da tremila anni quelle acque sono testimoni di fatti sublimi e atroci.
Istambul è città di grande storia e di grande importanza strategica per la posizione che occupa da millenni. La sua fondazione si perde nella notte dei tempi ed è forse opera di popolazioni anatoliche; la capacità dei Greci di produrre leggende ha fatto sì che il mitico re Byzas, capo dei coloni megaresi, sia colui che ha fondato la città determinando il nome di Bisanzio. Anche il secolo di fondazione (VI sec. per Erodoto, VIII per Strabone) è incerto nelle fonti storiche greche, il che avvalora l’ipotesi che l’insediamento preesistesse. Costantino I trasformò la città di Bisanzio in capitale dell’Impero Romano e la città si chiamò Costantinopoli. La "Nea Roma" fu inaugurata l’11 Maggio del 330 d.C. Già Diocleziano nel 293 d.C. aveva spostato la sua capitale da Roma a Nicomedia (odierna Izmit). Ha scritto sinteticamente e magistralmente Georg Ostrogorsky: "…Solo la sintesi della cultura ellenistica e della religione cristiana con la struttura statale romana ha permesso la formazione di quel fenomeno storico che chiamiamo Impero Bizantino…"
E la città con le sue poderose e famose mura resistette per secoli agli assalti di chi voleva impadronirsi di quello strategico Corno d’Oro. Solo nel 1453 le mura cedettero e fu il crollo dell’Impero Bizantino e l’ascesa di quello ottomano: il varco aperto da potentissimi cannoni che sparavano proietti di 500 kg – una cosa inaudita per allora – aprì la strada ai Turchi del sultano Mehmet II detto appunto il Conquistatore. Da allora quel varco è Topkapi, la porta dei cannoni, (da non confondere con il Palazzo omonimo che sorge in un punto diametralmente opposto della città). Costantinopoli divenne turca e mentre l’Occidente parla ancora di "caduta" della città, da parte turca si parla di "liberazione". Con l’impero Ottomano Costantinopoli ebbe una nuova vita ed oggi ci appare uno dei connubi architettonicamente meglio riusciti tra Est e Ovest geostorici. (a.m.)

(Per chi ha fretta) Non vi perdete ad Istambul:
Santa Sofia, la Cisterna Basilica, la Moschea Blu (sono tutte vicine!), il Topkapi, il Gran Bazar, la Torre di Galata (costruita dai Genovesi), un giro tra i negozi del centro ed uno in barca sul Bosforo. Ricordate di mangiarvi al volo un panino o piadina con carne di montone (non in pubblico se è periodo di "Ramadan" che in Turchia si chiama "Ramazan").

 

lunedì 21 gennaio 2002

18 Luglio 2001: scompare Michele Miglionico


Il 18 Luglio di quest’anno, all’età di ottantacinque anni, è venuto a mancare Michele Miglionico sr., uno dei Soci fondatori del SIEB. Si è spento serenamente, dopo ingravescenti disabilità che da febbraio ne avevano compromesso la qualità di vita. Tracciare un profilo di Michele Miglionico sr. non è cosa agevole per le diverse fasi di vita storica e professionale che egli ha attraversato e per gli interessi umanistici che ha sempre mostrato. Indubbiamente Michele Miglionico sr. ha rappresentato uno degli ultimi esempi di cultura ad ampio spettro, che nelle tendenza ultraspecialistica di oggi qualcuno sarebbe tentato di definire "tuttologica".
Michele asseriva di essere stato fortunato perché nel corso esistenziale aveva avuto modo di vedere l’illuminazione delle strade passare dal gas alla elettricità; aveva visto l’Uomo giungere sulla Luna ed aveva condiviso con tanti di noi ansie e speranze del nuovo millennio.
Era nato a Bari il 6 Settembre del 1915 da un ufficiale di Finanza e da una baronessa ed ha vissuto in più riprese a Bari, Trani, Foggia, Roma e Napoli; ampia e sconvolgente per i progetti giovanili fu poi la parentesi di vita in Africa ove si trovò coinvolto come ufficiale dell’Esercito dalla guerra di Etiopia (1936) sino allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale (1940). Fu decorato varie volte al valor militare per episodi di coraggio ed abilità indiscusse come comandante e soldato: nel 1936, ad Hadama in Etiopia resistette per ore agli attacchi di tremila ribelli con un manipolo di soli trenta uomini. Queste sproporzioni numeriche tra assediati e assedianti lo attendevano in maniera ancora più drammatica nell’ultima battaglia dell’Africa Orientale Italiana, nel novembre 1941, a Culqualber di Gondar.
I conflitti in serie interruppero la attività di docente cui era votato ma risulta che anche in prigionia, nel Kenia (dal 1941 al 1946), nel dolore della separazione e nella risistemazione dei propri valori in trasformazione, Michele abbia insegnato a leggere e scrivere a innumerevoli italiani ivi reclusi. Ufficiale di carriera nell’E.I. (giunse sino al grado di generale) non dimenticò mai i problemi delicati della gestione del personale (allora si chiamava "governo del personale") e già negli anni Cinquanta introdusse in Italia l’insegnamento della psicologia nei corsi per ufficiali dell’Esercito. Insegnò e scrisse molto sull’argomento e – pur con i limiti delle visioni del tempo – si può asserire, rileggendo gli scritti, che fu antesignano riguardo a taluni concetti di management che oggi ci appaiono ordinari ma che per i tempi non lo erano affatto (le aziende erano allora ancora di tipo pre-fordista e fordista, si immagini la organizzazione militare che naturalmente ha da essere verticistica). Si perfezionò nella organizzazione militare compiendo un lungo "stage" negli USA, agli inizi degli anni Sessanta. Al rientro in Italia, promosse e organizzò per il Ministero della Difesa alla Scuola di Fanteria (Roma) il corso "Arditi Incursori" che mirava a ottimizzare - secondo attuali vedute - la preparazione psicofisica e l’aggiornamento professionale dei conduttori di gruppi militari (ufficiali e sottufficiali): molta eco sollevò la modernità dell’insegnamento e delle tecniche addestrative che oggi appaiono "routinarie" se si guarda alle c.d. "forze speciali" delle forze armate e delle forze di Polizia nella società democratica.
Nella vita privata si rifugiava nel suo studio colmo in ogni dove di volumi di letteratura, arte, storia, psicologia: qui si notavano due messaggi scritti inequivocabili: uno è un detto popolare che suona Se non leggo da giovane cosa mi racconterò da vecchio?; l’altra frase è una confessione di J. Paul Sartre che dice Sono cresciuto in mezzo ai libri e morirò in mezzo ai libri. E così è stato. In molti gli erano legati - chi da vincoli di affetto, chi da vincoli di stima per la persona di singolare cultura ed umanità, chi per vincoli lavorativi, chi per tutte e tre le dimensioni relazionali. Nella vita militare, ove mostrò rare doti di organizzazione e competenza pluridisciplinare, non aveva per esempio mai comminato una punizione o una sanzione disciplinare perché usava sempre confrontarsi direttamente con chi aveva creato disservizio o aveva mancato ai propri compiti. Questa capacità di dialettica e confronto, aperta sempre ad accogliere novità culturali per una curiosità investigativa sulle cose umane, determina al momento del pensionamento, una svolta nelle attività per cui con l’ente morale "Agostino Gemelli", da lui fondato assieme a docenti e specialisti con entusiasmo condiviso, per un ventennio si occupò di problemi scolastici e didattici, di orientamento scolastico e di valorizzazione professionale (ricordiamo a Roma , sempre negli anni Sessanta, aveva approfondito temi psicologici con il prof. Meschieri).
Nel 1996, quando già era costretto ad utilizzare (arrabbiandosi) il bastone per meglio sostenersi e deambulare, ha aderito alla idea di base ed ha voluto partecipare con i figli Achille e Paolo e con Giuseppe Caracciolo, alla fondazione dei Seminari Internazionali Eric Berne, dopo aver frequentato alcuni seminari che ne avevano destato interesse ed ammirazione.
Per quanto prevedibile, una perdita incolmabile per tutti noi. Chissà come avrebbe commentato, dalla posizione metastorica "di chi tanto ha visto, vissuto e mai dimenticato", la tragedia storica dell’11 Settembre 2001. (a.m.)

Il VUOTO-PIENO LASCIATO DA STAN LEE

Il 12 novembre - inCULTURA ha partecipato la notizia - è improvvisamente venuto a mancare Stan Lee e il cordoglio si è ...