domenica 28 ottobre 2001

IL METODO DEL COSTRUTTIVISMO PER PROGETTARSI NEL FUTURO. Riabilitazione psichiatrica e Psicosociale.


La metodologia costituisce uno strumento di lavoro il cui contributo è di fornire conoscenze attraverso la rilevazione di atteggiamenti, abilità, disabilità, comportamenti ecc. Nel caso delle disabilità essa consente nell’applicazione dei principi fondamentali della scienza la raccolta e la messa in ordine di dati fatti, fenomeni; finalità della metodologia è quella che utilizzando i dati può effettuare previsioni e spiegazioni di eventi e fenomeni. Un contributo della metodologia è quello fornito in molteplici campi, in particolare,  interessante è quello delle disabilità, in quanto la sua strumentazione tecnica può offrire un supporto conoscitivo per quanto concerne la rilevazione di presenze/assenze di abilità e/o disabilità nell’ambito dei portatori di handicap.
 Si tratta di un contributo di notevole spessore, in quanto permette di mettere a punto non solo e non tanto la situazione ( le disabilità), quanto la progettazione di interventi finalizzati al recupero delle dimensioni del disabile. La metodologia si propone, dunque, come ambito che può contribuire a quel processo a cui attualmente si sta lavorando, che tende al superamento della “tutela del disabile” per orientarsi alla promozione dell’handicap.
Quanto appena detto propone la necessità di una ricostruzione semantica di alcuni termini, quali: riabilitazione e rieducazione, concetti che costituiscono il filo conduttore dell’intero processo di integrazione sociale del paziente.
Il termine riabilitazione trova origine nel diritto romano ad indicare il ripristino dello stato giuridico precedente una condanna dopo la dimostrazione di non colpevolezza. Successivamente è la medicina sociale ad appropriarsi di questo concetto attraverso il quale esprimeva il passaggio di un paziente da uno stato di emarginazione causato da elementi di minorazione, ad uno stato di integrazione sociale e conseguentemente occupazionale ( U. Galimberti, Dizionario di psicologia, UTET).
La rieducazione, invece, viene meglio associata a quel processo di addestramento per soggetti disabili volto al ripristino di un livello di formazione personale in cui essi possano esprimere le proprie competenze ed abilità.
Alla luce di quanto appena detto, ha senso parlare ancora di una distinzione tra i termini riabilitazione e rieducazione?
L’analisi transazionale sembra far riferimento all’origine latina del termine riabilitazione, re – habilitatio, habilitas e habilis ( capace – abile) che considera come quel processo attraverso il quale l’individuo sviluppa le proprie doti e capacità al fine di raggiungere il massimo livello possibile di autonomia ( T. A. Papers).
La sociologia utilizza tale termine non tanto nell’ambito della riacquisizione di abilità, quanto collocandolo e analizzandolo come elemento connesso alle forme di disuguaglianza, ben distinte dalle forme di differenze, che non essendo investite di alcun criterio di valutazione possono essere tramutate in risorse; infatti non si può dimenticare che gli uomini sono differenziati nei corpi, nelle storie, nella classe e nei comportamenti, pertanto la diversità finisce con il risiedere non tanto nelle capacità, quanto nella storia che caratterizza ciascuno di noi. È proprio nella storia di ciascuno che le differenze di genere, razza, classe, età, ecc. si intrecciano con le capacità individuali e generano modelli di comportamento, competenze, ecc. che sono commisurate ai modelli culturali utilizzati per definirci. Ecco, dunque, come non è opportuno annullare le differenze, ma piuttosto è necessario partire da esse per elaborarle, pena l’incorrere in uno spreco di risorse e di opportunità.
Si potrebbe ipotizzare un passaggio “dalle differenze imposte alle differenze assunte consapevolmente e continuamente trasformate”. Questo processo di trasformazione rappresenta un compito educativo che richiede di andare oltre l’omogeneità di base, in quanto sia le risorse necessarie, sia le capacità minime funzionali alla realizzazione di uno zoccolo duro comune a livello socio – culturale, devono necessariamente confrontarsi con la diversità di cui ogni soggetto di per sé è portatore.
In questa prospettiva l’educazione diventa lo strumento di valorizzazione delle differenze, la traduzione di un sistema ideale e simbolico di significati che si desidera attribuire agli atteggiamenti ed ai comportamenti umani, la tensione ideale dei processi di socializzazione, fulcro attorno al quale ruotano i progetti di vita che si realizzano concretamente nel corso della socializzazione.
È la socializzazione una necessità in quanto sollecita l’appropriazione di valori, norme, atteggiamenti e comportamenti generalmente condivisi nel gruppo di appartenenza, consente la regolamentazione, ossia l’esigenza da parte della società di integrare gli individui in ordine alla propria stabilità e da parte dell’individuo di corrispondere a queste aspettative di integrazione, al fine di costruire la propria identità sociale oltre che personale e di sviluppare un sentimento di appartenenza.
Molteplici sono gli approcci che consentono una lettura accurata dei concetti su descritti, ma in questo particolare momento storico ( cambiamento, recupero e integrazione della cultura dei luoghi chiusi per i disabili mentali, come l’ospedale psichiatrico) l’approccio costruttivistico, secondo il quale il soggetto costruisce la realtà, anche quella scientifica, come Bateson riteneva, e al quale la pedagogia fa riferimento, propone e utilizza il metodo come espressione della creatività, del cambiamento, ossia della capacità a progettarsi nel futuro.
Il costruttivismo, nello specifico, sostiene che la struttura del nostro sistema nervoso non consente la conoscenza di tutto ciò che è fuori di noi, dunque dobbiamo cambiare spostandoci da una realtà di “sistema osservato” ad una realtà di “sistema osservante”. Il mondo in una visione costruttivistica è una rete di relazioni, “ una nube di eventi correlativi”, in cui tutto ciò che si percepisce è contemporaneamente parte.
Maturana e Valera ( 1987) precisano: “ ogni attività è conoscenza e ogni conoscenza è attività. Ogni essere vivente è possessore di un’organizzazione autopoietica, dall’organismo unicellulare fino all’essere umano. Le entità autopoietiche sono organizzate in modo tale che il loro unico prodotto è rappresenato da se stessi. L’esistenza e l’attività sono inseparabili e questo è il loro specifico modo di organizzarsi”.
Lo stimolo ambientale, diventa, dunque, l’occasione per l’opportunità della risposta: se il cervello, come ha osservato Maturana computa digitalmente la realtà, allora tra esseri umani non vi può essere una trasmissione diretta di informazioni, ma interazione informativa in senso colloquiale.
Questo significa che l’apprendimento è un processo interattivo nel senso che nasce nell’inter – azione con l’alterità e apre possibilità nuove nell’ambito dell’handicap.
Pertanto, se è vero, come sostengono i costruttivisti che la capacità metodologica nell’ambito della riabilitazione psichiatrica individua i fattori dei quali il paziente deve riappropriarsi per raggiungere un possibile livello massimo di autonomia, la stessa rappresenta altresì requisito fondamentale nel lavoro di ogni operatore sociale per lo svolgimento dello stesso che dovrà basarsi sulla politica del cambiamento, generato sostanzialmente da una corretta interazione con gli altri.
L’operatore sociale insieme con figure professionali competenti in materia di progettazione educativa, ossia pedagogisti ed educatori professionali, procede all’applicazione di percorsi riabilitativi progettati per ciascun soggetto portatore di handicap psichico e affinché si realizzi formula schede finalizzate alla rilevazione di abilità, disabilità, deficit ( nelle sue diverse accezioni) esigenze ecc.
Dunque l’impostazione metodologica del lavoro di ciascun educatore o operatore sociale fa riferimento a: 1) un tracciato orientato  a disegnare una mappa relativa ai contesti e connessi contenuti in cui si esplica l’esercizio di ruolo di tali figure professionali; 2) ad un inventario delle attività ( tutte quelle azioni che tali educatori compiono nella loro prassi professionale e che necessitano di essere su misura delle situazioni, ovvero dei soggetti, del contesto dell’istituzione) e delle relative skills ( abilità necessarie per svolgere attività lavorative e che sostanzialmente definiscono il profilo professionale di ciascun operatore) di ciascuna attività esplicata.
L’atteggiamento culturale e l’attuazione dell’ego training di ogni operatore impegnato nella riabilitazione è l’apprendere all’apprendere, ossia quello che Bateson chiamava deutero – apprendimento, secondo il quale il soggetto esposto a determinati flussi di eventi, impara a dirigersi verso certi tipi di contesto, sviluppando un certo intuito per la soluzione dei problemi ( Bateson, La pianificazione sociale e il concetto di deutero – apprendimento, in “Verso un’ecologia della mente”, Adelphi Edizioni – Milano, pp 195 – 215).
L’apprendere all’apprendere sviluppa la culture of enquiry ( Tom Main) che implica la capacità di pensare e di riflettere. Va evidenziato come in un ambiente, contesto riabilitativo, più che appendere metodi, tecniche e strategie varie, colpisca il fatto che si apprende ad apprendere: si diventa cioè consapevoli di cosa debba costituire priorità nell’ambito dei nostri rapporti con noi stessi, con un gruppo, con un’istituzione e in seno a questa dell’importanza del rapporto tra cultura e struttura operativa in un sistema.
La metodologia utilizzata dall’educatore exstrascolastico deve essere caratterizzata da una prima fase di natura psicosociale indirizzata verso la lettura dei bisogni, determinazione degli obiettivi e valutazione degli esiti, ed una seconda fase fenomenologia interessata alla relazione operatore – utente nell’applicazione quotidiana degli interventi progettati. La sintonia tra queste due fasi genera setting entro il quale sarà possibile costruire il Sé.
Nella riabilitazione per ciascun paziente psichiatrico vanno distinti due momenti: un primo diagnostico che include la rilevazione di tutte quelle abilità e disabilità indispensabili per condurre una vita autonoma che diventano il riferimento madre per la formulazione di un percorso riabilitativo; un secondo momento, invece, riguarda il processo di risocializzazione. Nel momento diagnostico talvolta va anche considerato che prima della ricostruzione delle abilità, è necessario rivedere la struttura del sé, ossia lavorare sul significato che il paziente può dare all’acquisizione di determinate abilità.
Nello specifico il momento diagnostico comprende una serie di schede volte a valutare il grado di comprensione dei seguenti fattori di base:


TEMPO
- uso dell’orologio;
- conoscenza del calendario;
- scansione e sequenza stagionale;
- distinzione dei diversi momenti della giornata.

DANARO
- possesso dei prerequisiti aritmetici;
- conoscenza di monete e banconote;
- gestione del danaro ( acquisti ecc.).

SPAZIO
- distinzione tra grande e piccolo;
- orientamento spaziale ( destra sinistra, avanti dietro, ecc.);
- acquisizione della padronanza degli spazi ( conoscere gli ambienti di vita quotidiana, la propria città ecc.).


PULIZIA DEL CORPO
- acquisizione dell’importanza della pulizia del corpo;
- individuazione di un ordine temporale in cui effettuarla;
- gestione della cura del sé.



RELAZIONI INTERPERSONALI
- acquisizione dell’importanza della relazione con gli altri;
- uso di un linguaggio congruo rispetto al contesto;
- il rispetto;
- il riconoscimento della figura di supporto quale l’educatore rappresenta;
- saper chiedere;
- inferenze.

ALTRO


Dopo un periodo di tempo durante il quale l’équipe degli educatori ha centrato il proprio lavoro sul ripristino delle abilità su elencate, conseguendo discreti risultati ( documentati da opportune schede di monitoraggio), ne segue un altro in cui si propone la risocializzazione attraverso per esempio l’inserimento lavorativo del paziente, dapprima con forme di stage e tirocini formativi, successivamente con una vera integrazione lavorativa, durante il quale è possibile valutare i seguenti fattori:

MOTIVAZIONE AL LAVORO
- svolgere un’attività attinente le proprie competenze;
- raggiungimento di una propria autonomia economica;
- possibilità di reintegrarsi nella società.

PUNTUALITA’
- acquisizione dell’abilità precedentemente rilevata relativa all’orientamento temporale;
- acquisizione di una scansione temporale dettata dall’impegno lavorativo.

COLLABORAZIONE CON ALTRI COLLEGHI
- capacità di realizzare un lavoro in gruppo senza ostacoli;
- trasmissione di informazioni realtive al lavoro da svolgere;
- supporto al lavoro di altri colleghi;

RELAZIONI INTERPERSONALI CON ALTRI COLLEGHI
- uso di un linguaggio appropriato;
- saper chiedere aiuto;
- uso di atteggiamenti di cortesia;
- partecipazione attiva alle attività ( in senso propositivo);
- esprimere disapprovazione o approvazione verso i colleghi.

RELAZIONI CON IL RESTO DELLA CITTADINANZA
- uso di un linguaggio appropriato;
- saper chiedere aiuto;
- uso di atteggiamenti di cortesia;

PRECISIONE
- diligenza verso il lavoro che si svolge.

AUTOSTIMA
- fiducia nelle proprie capacità;
soddisfazione per il lavoro svolto e da svolgere;
- ricerca di stimoli.

VOLONTA’ A MIGLIORARE
- fiducia per realizzazione di una qualità di vita migliore.
ALTRO


Va precisato che le tabelle su riportate sono descrittive in minima parte rispetto ad un reale momento diagnostico e successivamente di realizzazione, perché, come precedentemente è stato già detto, ogni progetto riabilitativo è individualizzato per ciascun paziente, proprio perché differenti sono le disabilità o le abilità da essi rappresentate.
(Enza Modugno, pedagogista)                                                                                                                                                                   


BIBLIOGRAFIA

Maturana H.R.  e Valera F. J. , The tree of knowledge: the biological root of human understandine, Boston: Sgambala press, 1987;
Maturana e Valera, Autopoiesi e cognizione, Marsilio, Venezia, 1985;
Main Tom, “The concept of therapeutic community: variations and vicissitudes”, in The evolution of group analysis, ed. Pines, M. London: Routledge and Kegan Paul Ltd.

giovedì 13 settembre 2001

L’ 11 SETTEMBRE 2001. Riflessioni preliminari.


di achille miglionico (tratto da  InCultura del 13 Settembre 2001)




Ne vogliamo parlare dopo quarantotto ore. Da cittadini che conoscono qualcosa della mente e relazioni umane.
Fiumi di parole sono già stati detti e scritti.
All’inizio prevale l’indignazione  e l’unione ma gli interessi specifici ed ideologici tra qualche giorno già segneranno delle demarcazioni di parte tra persone e gruppi che oggi si affannano a condannare dallo stesso pulpito. E’ una vecchia storia umana. Qualcuno già critica quel personaggio o rappresentante politico e quell’apparato – è già successo sulla maggiore testata giornalistica nordamericana – qui  “tutto il mondo è paese” è proverbio che ha anticipato la globalizzazione.
Noi vogliamo invece intervenire per gettare sul tavolo della consapevolezza e del confronto alcune riflessioni sulle quali vorremmo ascoltare altre persone libere e sufficientemente decontaminate. E’ utile soffermarsi su quel che di assolutamente “nuovo”  discende dal maledetto “11 Settembre 2001”.

1)     UNICITA’ ed ORIGINALITA’ dell’evento terroristico. L’evento tragico per le proporzioni e la proditorietà si descrive non come un atto terroristico tipico della seconda metà del secolo scorso ma come atto di guerra unilaterale; tuttora mandanti ed esecutori non si sono dichiarati, pur avendo il mondo della informazione sospetti sufficientemente precisi al riguardo. Questa caratteristica di atto di guerra porta al confronto con precedenti atti simili: Pearl Harbour.

2)     Differenze ed somiglianze con Pearl Harbour. L’11 Settembre storicamente si differenzia da Pearl Harbour : lì ed allora il “nemico” era noto, identificato e dichiarò guerra tardivamente per sfruttare l’elemento sorpresa; il “nemico” attaccò proditoriamente forze armate straniere (militari, non civili, anche se civili furono coinvolti) allargando un conflitto di dimensioni già mondiali; l’attacco fu portato fuori del territorio reale degli USA . Psicologicamente invece l’11 Settembre rappresenta più di  una Pearl Harbour  perché è la prima volta che gli USA sono attaccati sul proprio suolo in un episodio bellico; ed è un grave errore strategico da parte dei  fautori dell’attacco non aver considerato che la risposta degli USA (e del mondo democratico) sarà sì lenta ma inesorabile, portata sino alle estreme conseguenze e con tenacia capillare su tutto il globo. Il gigante “ferito” ha già ricevuto la solidarietà e la proposta di collaborazione della Europa Unita e di partners internazionali anni fa impensabili (la Russia p.e.). Ricordiamo che una nazione come l’Italia, che non conta sulla organizzazione e le risorse degli USA, è riuscita negli “anni di piombo” a sconfiggere il terrorismo nazionale con fermezza, risoluta collaborazione tra forze politiche e sociali e contando sugli aiuti degli alleati.
3)     Le minacce globalizzanti e le risposte globali. Oggi si ripropone la necessità di rispondere a minacce  “globalizzanti” con misure e interventi “globali” e vi sono già sedi ed organismi internazionali collaudati per decidere e fare.  Anche la lotta alla droga ed alle organizzazioni di tipo mafioso che incombono sul mondo, anche la lotta all’inquinamento ed altro si possono avvantaggiare sempre più di queste relazioni incrociate tra paesi e comunità liberi.

4)     Etica internazionale. Nel caso dell’11 Settembre, vi è l’obbligo morale ed etico di risposte ferme ed assertive da parte delle società democratiche evitando di entrare in un regime di “terrore” (che è l’obiettivo dei destabilizzatori e di tutti i Persecutori!) ed evitando di ricorrere a ritorsioni  frettolose, acritiche e prive dei necessari presupposti di accertata responsabilità criminale; vi è l’utilità di basarsi, nei casi di indifferibile  intervento militare di “polizia” (come oggi si va sempre più delineando il compito delle forze armate fuori dei confini di casa),  sul consenso ONU ed, ove possibile, di contare su forze multinazionali. Si disegnerà così una etica internazionale  che, volenti o nolenti, anche gli stati in via di sviluppo dovranno accettare per poter usufruire degli aiuti delle nazioni più avanzate economicamente. Questo significa uscire per tutti allo scoperto: i rapporti – soprattutto commerciali! – con nazioni non libere, ove si perpetrano continue violazioni delle libertà individuali, vanno uniformati a livello internazionale abolendo vecchie ed isolate politiche di sanzioni e ritorsioni che finiscono per essere all’insegna di violenza chiama violenza. Perché anche notevoli ambiguità politiche ed economiche sono all’origine dell’ 11 Settembre. Nazioni in via di sviluppo vanno incentivate ad improntarsi sul modellamento etico (pena l’isolamento politico-economico). Per noi occidentali si apre l’opportunità di rinunciare finalmente ad influenze veterocolonialiste ed a impulsi imperialistici ancronistici.

5)     Considerazioni criminologiche sull’atto. Nei gruppi terroristici (non nei gruppi di resistenza ad un regime!) appare sempre più  di frequente la micidiale mistura tra vertici “disturbati” personologicamente ed una base che si muove in maniera cieca ed acritica dietro il leader secondo il copione del Pifferaio Magico.  Nella simbiosi patologica l’indotto è portato dal leader a pensare sempre meno con la propria testa: si identificano leaders carismatici con problemi di onnipotenza (talora affetti da quadri di “narcisismo maligno” alla Kernberg o persino da quadri decisamente psicotici). La mentalità  anetica (priva di etica) del leader  richiama certi  omicidi seriali (serial killer di tipo ideologico) o qualche mass murderer ideologizzato. Gli indotti della simbiosi, cioè la base operativa e “braccio” della organizzazione, sono adepti specificamente ed ideologicamente  addestrati alla autosoppressione in nome di una Causa (potenziali kamikaze per usare un termine oramai affermato anche ad indicare realtà non nipponiche). Solo immolandosi alla Causa si meriterà il “premio finale” promesso dalla ideologia – premio che va spesso al di là della semplice “salvezza dell’anima” e che configura una posizione di privilegio paradossalmente “materiale” nell’al di là (p.e. per gli islamici disporre nel paradiso di tante donne “vergini”),  Il suicidio non è dunque un porre termine alla vita ma spesso il modo di iniziarne una finalmente felice.  E’ molto complesso difendersi da chi è “programmato” alla rinuncia della propria vita in quanto questo urta con l’istinto di sopravvivenza insito nella specie. 

6)     Rifiuto del  concetto di guerra religiosa. Crimine religioso di massa. Una grande prova etica per le democrazie (di per sé multietniche) è quella  di non trasformare un atto bellicoso unilaterale di impronta sicuramente religiosa come l’11 Settembre in una guerra tra religioni (rischio di Crociate): qui non sono in discussione la cultura e la religione islamiche. Per altro è auspicabile  che capi religiosi e teologi dell’islamismo si confrontino per verificare il possibile ridimensionamento di letture troppo letterali o radicali dei libri sacri: p.e. la intransigenza della lotta ai c.d.  “infedeli” (cioè alle altre religioni) ed il suicidio per fini ideologici come accesso facilitato alla felicità dell’al di là. Se si esclude, ergo,  la possibilità di giustificare guerre religiose nel terzo millennio  , dovremo chiarire il concetto penale di “strage” e di “tentativo di strage” così come quello di “etnocidio-genocidio” ed il “tentato etnocidio-genocidio”. Oggi dovremo di nuovo familiarizzare con una vecchia piaga storica: il crimine religioso di massa: mass religious murderer si potrebbe chiamare chi compie (o vi partecipa) tali atti criminosi su inermi, indifesi uomini in tempo di pace all’insegna di ideologie religiose. I popoli liberi si aspettano che gli omicidi di massa (anche solo tentati) giuridicamente siano sempre differenziati dai crimini comuni (“monoomicidio” o “tentato monoomicidio”; “pluriomicidio” o “tentato pluriomicidio” ecc.). Data la estrema pericolosità sociale, non si dovrebbero  differenziare crimini diversi  nel calderone dei  crimini di massa: a livello di perseguibilità e pena, tali crimini dovrebbero essere definiti dall’ONU e portati al Tribunale Internazionale e tali criteri giuridici finirebbero per  rispecchiarsi  nelle varie legislazioni dei paesi aderenti a qualunque comunità internazionale.

7)     Guerre non dichiarate. Non esistono dal secondo conflitto mondiale guerre dichiarate : il gioco nefasto della guerra non ha più un minimo corpo di regole condiviso tra i belligeranti (questo sembra sprofondarci nella preistoria). Corea, Vietnam ed altri conflitti non hanno più rispettato l’antica regola della dichiarazione di guerra e dei vessilli veraci. Ancora di più si impone la necessità di una etica internazionale promossa e vigilata dall’ONU e appoggiata da altre comunità internazionali o sovranazionali.

8)     Mass media e partecipazione storica. Sempre più in vivo partecipiamo agli eventi storici grazie ai mass media. Quanto questi influenzino circolarmente gli eventi storici è un atroce dubbio per taluni (Vietnam, Guerra del Golfo ecc.) ma per noi è certezza. Gli assaltatori dell’11 Settembre avevano contato proprio sui  mass media per l’effetto scenico e l’amplificazione nel mondo del terrore: colpire una delle Torri Gemelle con modalità che avrebbero inizialmente richiamato un incidente aereo, far accorrere emittenti televisive e colpire a set completo la seconda torre è stata una mossa strategica studiata e di elevatissimo impatto emotivo (anche su di noi stessi): in un attimo si è fornita la lettura corretta degli eventi (“questo cui state assistendo in diretta televisiva mondiale non è un incidente ma un attacco”). Per altro gli stessi media, che tendono a seguire più padroni di Arlecchino e Pulcinella, si sono ritorti contro chi voleva sfruttarli solo in un senso,  perché hanno contribuito alla partecipazione storica del mondo che, tra orrore e sdegno, ha condannato gli autori della strage già dagli inizi per la loro vigliacca impresa, anche quando non si intuivano le proporzioni gigantesche della strage. Mezzi di comunicazione grandi e piccoli hanno contribuito a stravolgere le trame attese: persino i telefoni cellulari che hanno chiamato disperatamente dagli aerei dirottati o dalle macerie dei grattacieli portando alle nostre coscienze il grido dei morenti o morituri..

Nessuno -  né il gruppo attaccante né il finanziatore dell’attacco né il terrorismo in genere -   ha tratto qualche giovamento dall’azione perché essa è andata, secondo nostro modesto avviso, al di là di qualunque esito prevedibile e le tragedie offuscano non solo l’aria ma anche le certezze ideologiche e spesso determinano inattesi  turning point nella storia.. Fa riflettere che al momento nessuno stia ancora rivendicando seriamente un attacco tanto ben riuscito e questo aspetto non può dipendere solo dal pericolo di ritorsioni (che comunque ci saranno e sono state previste da gruppi così organizzati). Un altro fattore può favorire il mondo libero “ferito”:  anche altri gruppi terroristici ora si vedono bloccati dalla reazione mondiale all’11 Settembre e ciò potrebbe favorire un clima di delazioni tra gruppi di terroristi al fine di abbreviare la morsa antiterroristica  e consegnare gli scomodi responsabili al più presto;  è un fenomeno non raro la delazione tra organizzazioni criminali per interrompere retate di polizia ed eccessivi controlli che impediscono a tutte le bande di poter agire con maggiore esito. .


Volevamo essere brevi ma la contingenza storica e la consapevolezza di essere tutti protagonisti e non spettatori – come avevano erroneamente creduto i terroristi – hanno risvegliato in noi tante cose intorpidite dal quotidiano e le riflessioni – errate o corrette che siano – sono fluite all’esterno per percorrere i luminosi sentieri della Rete. Comunque riflettere su questo 11 Settembre 2001 fa aumentare la voglia di riflettere,  la voglia di partecipare e far partecipare l’ agorà: tutto, all’alba incerta  del millennio. (achille miglionico) 



domenica 21 gennaio 2001

Il giorno di San Nicola (Thirst Day)


di Achille Miglionico


Solo poco prima dell’alba era il momento in cui l’aria rinfrescava consentendo di pacificarsi con il materasso tra le braccia di Morfeo. E veniva il momento di svegliarsi. Si alzò. Come tutte le mattine non era stato facile per il signor Giorgio svegliarsi perché era ancora stanco e da quando faceva caldo dannato era ovvia mossa difensiva ritardare ogni sera il momento di coricarsi. Già, verso sera inoltrata le cose andavano meglio che di giorno quando il sole spaccava le pietre e scioglieva l'asfalto per cui anche Giorgio si era attardato con gli amici sulla terrazza di casa. Tutta la strada era gremita nei balconi durante il buio ristoratore come non si era visto da tempo: le presenze umane sui balconi sembravano in competizione con i grossi ciuffi di gerani e piante grasse che popolavano balconi ed il vociare concitato o allegro serpeggiava tra i lampioni ove nugoli di insetti notturni roteavano furiosamente disegnando ombre cinesi sui palazzi. Si stiracchiò come un orso uscito dal letargo e si orientò stordito alla cucina per preparare la moka. Anche quella mattina vide un paio di uccelli morti sul balcone attraverso la finestra spalancata: un giorno o l’altro si sarebbe ritrovato i cadaveri in casa. Quei dannati corvi gracchiavano dalle antenne televisive di fronte e alcune gazze da ladre si erano trasformate in necrofile cimentandosi nella pulizia di cassonetti colmi di avanzi. Si udiva il rumore di poche auto quel giorno dal fondo stradale e dagli avvolgenti viadotti.
Giorgio non ci volle far caso ed, ossessionato dal caldo, pensò – per rassicurarsi o stimolarsi? – che anche se avesse protratto il dormire sino al pranzo, egualmente il caldo avrebbe fatto irruzione nella minuscola abitazione interrompendo l’estasi di quell’ora troppo corta di naturale refrigerio che precedeva l’alba di diversi anni.. Era sempre più insostenibile lavorare senza aria condizionata, giurò che si sarebbe rivolto al sindacato se ancora una volta il padrone del magazzino ove lavorava da trentatré anni si fosse ancora rifiutato di rendere tollerabile la vita all’interno dello stabilimento. Faticò a trovare il caffè nella dispensa malgrado lo riponesse sempre nello stesso posto. Riempì il serbatoio di caffè e mentre avvitava le parti della caffettiera si accorse con un sorriso di aver dimenticato di introdurre l’acqua. Che cretino, a rischio che esplodesse tutto. Da giorni e giorni il caldo non andava via: ne parlavano tutti e nessuno faceva niente per le campagne sempre più aride. La Puglia, da sempre, in Italia è assetata e molta acqua viene importata a mezzo di acquedotti o proviene da invasi viciniori: non basta mai da sempre e la gente lo sa con il sapere secolare per cui di rado spreca l’acqua. Certo una lavatrice richiede per ogni ciclo una barca di acqua ma se è per questo anche per lavarsi i denti c’è chi usa da un paio di bicchieri e chi spreca litri e litri di acqua. Un fatto di irresponsabilità. Giorgio cercava di limitarsi da sempre, in coerenza con il proprio passato ambientalista. La Puglia in molte zone è da considerarsi subdesertica anche se qualcuno lo ignora perché ci si vive bene, troppo bene e tutto arriva "sub" anche le calamità naturali sono "sub" rispetto ad altre zone italiane: terremoti, alluvioni ecc. sono quasi sempre di entità non devastante e riguardano "altri". Adesso però Giorgio temeva che, perdurando la siccità come non mai, si andasse verso una totale desertificazione e cercava di immaginarsi una specie di bush africano al posto del Tavoliere delle Puglie. Pessimista, si disse mentre la mano insonnolita raggiungeva il rubinetto del lavello in acciaio inox – ci teneva a tenerlo sempre lindo come nelle pubblicità.Un bush senza elefanti e pieno di auto è però una tristezza: non disseta e non fa neanche turismo.
La mano afferrò la leva e la mosse.
Niente acqua.
Scosse vivacemente la leva.
Niente.
Controllò faticosamente la chiave centrale di erogazione ma era aperta.
Niente.
Niente.

Sappiamo che il signor Giorgio telefonò anche al vicino, eppoi all’Acquedotto ma non sappiamo se vi riuscì in quanto le linee telefoniche risultarono intasate per giorni e giorni ed il problema non era aggirabile con la telefonìa mobile. Probabilmente il signor Giorgio – alla pari del signor Vito, signor Vincenzo, signora Adelaide, degli anziani Maria e Giuseppe e dei piccoli Paolo, Cristian, Lucia, Marta e della signora Titti (prima dell’intervento Nicola) – cercarono di rivolgersi alla polizia urbana e a quella di Stato: invano.
Nessuno sapeva che cosa fosse successo: né il sindaco né il ministro che fino al giorno precedente aveva dichiarato in tv di aver adottato "tutte le misure di emergenza previste e straordinarie".
Semplicente non c’era acqua.
Esaurita in Puglia.
Come altrove.

Classicamente il Panico cominciò nel giorno di San Nicola del 2029 d.C. e storicamente si fa partire da tale data, nota anche come Thirst Day, il periodo detto della "Grande Sete". Due abitanti su tre del pianeta si ritrovarono quasi improvvisamente senza acqua e con scorte prosciugate. In altri dieci anni tre su tre.
Avere sete e non poter bere alcun liquido per tutto il giorno fu la scoperta di chi non ebbe neanche più la forza di ricordare che anni indietro usava l’acqua persino per lavarsi – come si evince da raffigurazioni di ogni tipo.
Scoppiarono durante la Grande Sete tumulti metropolitani che si convertirono in assalti furiosi alla campagna ed ai dissalatori costieri. Ci furono orde emigratorie armate che si diressero verso le alture /Alpi, Appennini, Pirenei ecc.) che si ritenevano più ricche di acqua. Le industrie furono presto disertate e le produzioni di materie prime si bloccarono per la mancanza di acqua ed energia elettrica. Le catene informatiche andarono in tilt e con loro tutti i sistemi che, ove possibile, tornarono ad un funzionamento "manuale". Fu la Rivoluzione della Mano. Le popolazioni montane furono scalzate o distrutte, si raggiunsero le sorgenti dei fiumi, ci furono pletore di morti per disidratazione e combattimenti. Scoppiarono guerre piccole e grandi, che, in assenza delle risorse energetiche di un tempo, si globalizzarono ma non distrussero la biosfera. Tra le prime: il Sudan, sempre invidioso della ricchezza idrica a Nord, decise di chiudere il Nilo a monte della diga di Assuan assetando l’intero Egitto che rispose militarmente. Israeliani, Palestinesi e Giordani, che si era sempre massacrati per l’acqua – anche quando fingevano di combattersi per altro –, si estinsero tra i primi poli. Più lunga fu l’agonia tra Indiani induisti e musulmani (una volta si chiamavano indiani e pakistani). Groenlandia, Islanda, Nord Europa e la Siberia furono invase e colonizzate dalla Federazione degli Stati Europei. Il Nordamerica si arroccò in isolamento dopo anni di ingerenze politiche nel mondo. L’Australia si rese inabitabile. Il Sudamerica rivolse le proprie mire all’Antartide. La Guerra tra popolazioni cinesi e nipponiche non è ancora terminata. La gente in Europa allora non poteva sapere che avrebbe imparato a vagare e scavare la terra secca con le mani per un poco di umido come un Boscimane. Non lo avrebbe immaginato né l’italiano né l’egiziano.
Naturalmente noi abbiamo il vantaggio di sapere come è andata a finire. I nostri figli lo possono apprendere dai graffiti delle nostre caverne. Lì dove ricominciò la Storia.
Vostro Neander Thalman

sabato 20 gennaio 2001

AFRICA del SUD


Appunti di un post-viaggio del 2000
(come andare in Africa e non "rientrare" mai)


Stanotte ho sognato l'Africa del Sud.
Veramente mi è capitato ogni notte e per un mese intero dopo essere rientrato in Europa a fine agosto. Al ritorno ho compiuto un itinerario nel nord Europa, tra Amsterdam, Bruxelles, Lussemburgo e Germania ma ho continuato a sognare. Quasi di continuo il Figlio ha sognato la Madre. Non è malattia perché le malattie non fanno star bene. Mi manca e basta. Come in un sano amore. Non mi manca energia anzi l'idea di tornarvi mi consente di lavorare, nutrirmi, tollerare, godere, gustare, muovermi e star fermo quasi avessi fatto un corso di addestramento psicofisico. alla re-identità.
Torniamo alla "materia di cui son fatti i sogni" - direbbe Shakespeare.
Può essere un sogno brevissimo, quasi un flash, tipo istantanea fotografica: per esempio mi appare un baobab enorme come quello chiamato "Grande Albero" e contemplato al villaggio di Vic Falls. Dicono che quel baobab o mowana (in lingua locale) abbia milleseicento anni. Me lo immagino circondato dai bushmen: i boscimani San, le popolazioni che vi danzavano attorno, erano le incontrastate padrone prima che calassero dal centrafrica (tra il 300 e 700 d.C.) i neri di lingua bantu.
Può essere un sogno classico e completo.

Per anni, soprattutto da ragazzo, ho sognato l'Africa di giorno, ad occhi aperti, in quegli infrequenti ma significativi momenti in cui si vuole evadere dalla pressione quotidiana che si va facendo acutamente insopportabile o non gratificante. Sono cresciuto al ritmo dei filmati della Enciclopedia Britannica come oggi i ragazzi crescono a colpi di nutella e telefonini. Ho imparato a filmare e fotografare già a dodici anni per poter un giorno fotografare animali liberi. Allo zoo di Roma - negli anni sessanta - mi feci sbavare da una giraffa che mi sovrastava dalla alta rete perché rapito dalla elegante postura. La mia famiglia ha sempre poi avuto a che fare con l'Africa: uno zio di mia madre si sposò in Egitto al tempo dei lavori del Canale di Suez; un mio fratello ha lavorato per anni in Libia; mio padre vi ha soggiornato dal 1936 al 1946, tra ex-Africa italiana e Kenia; sua sorella e suo fratello minori hanno lavorato in Nigeria negli anni sessanta; ecc. Ricordo ancora il profumo intenso di una banana "vera" che mia zia tirò fuori dal borsone e mi offrì, appena scesa allo scalo di Ciampino, a Roma: a nove anni, quel frutto - che lei avrebbe anche scartato perché troppo maturo - aveva un odore di tale intensità che la proporzione tra quella banana ed una banana comperata in Italia era quella che corre tra l'amore ed una semplice attrazione. Ed io avrei voluto "stare" con quei geki grandi che dalla parete di casa, a Lagos, spaventavano la zia e che contemplavo nelle diapositive più degli umani rappresentati. Mi chiedevo perché gli zii non approfittassero mai per andare in escursione nelle foreste pluviali e si limitassero a mirarne i bordi. Personalmente non mi piacciono i bordi. Quando ho messo piede la prima volta in Africa, in Tunisia, avevo venti anni e lì - un Annibale al contrario - giurai che ci sarei tornato.
Successe un fatto al lavoro. Proprio due anni fa, da adulto maturo, durante una riunione di più stupida e stressante che mai, mi parve quasi che la mia parte bambina, all'improvviso, fiaccata dagli eventi, non volesse più seguire la parte adulta della personalità, quella che ci fa fare di conto , che chiede e da informazioni, che ci risolve problemi, che ci vede lavorare. Mi fu subito chiaro che stavo per esplodere davanti a tutti, colmo di insostenibile disgusto, e che navigavo in da troppo in quella micidiale mistura di noia e irritazione forte che prendono dinanzi alla passività altrui: contagiosa è la malattia che rende gli uomini e le loro organizzazioni resistenti ai cambiamenti, anche quando questi ultimi sono di vitale importanza per la sopravvivenza del lavoro stesso. Questo fa la differenza tra gli uomini: c'è chi è Ulisse e chi rimane Telemaco o Penelope. Proprio allora, per non esplodere, mi presi subito mentalmente cura di quella parte gemente di me che era lì lì per fuoriuscire ed invadere la stanza di lavoro e che sarebbe stata paradossalmente considerata "folle" quando in realtà folle era l'ostinata passività di tante persone dinanzi ad un problema che reclamava cambiamenti immediati. Cercai di tranquillizzarmi parlandomi mentalmente:
  • Calmati, non è il momento, ti capisco - mi dissi come parlando ad un figlio - Anche io non ce la faccio più a sentire assurdità. Ti calmerai? Non possiamo per ora scappare e andarcene da qui ...- il dialogo interno sembrava funzionare, quasi si fossero materializzati dentro di me degli interlocutori diversi, uno dei quali si prendeva cura dell'altro, più piccolo - Dimmi: che cosa posso fare per te? ...Sì, stai male.. E' meglio prometterci qualcosa di bello. Dimmi pure qualcosa che vuoi assai e vedremo di accontentarci al più presto.... - Volevo promettermi un regalo bello.
E fu lì, in quella mastodontica sala di riunioni dirigenziali che quella parte sussurrò:
  • Vittoria...
  • Come?
  • Cascate Vittoria.
  • Vuoi che andiamo alle cascate Vittoria? quelle che abbiamo sempre desiderato di vedere?
  • Sì.
E così mi sono inchiavicato con una promessa bella grossa ed ogni promessa è debito (anche verso se stessi). Sono andato in Africa australe, per neanche un mese.
Ora che ho visitato nella realtà di veglia alcuni angoli remoti del Continente Nero, il ritmo si è invertito e sogno l'Africa di notte. Una bella inversione.
Un bellissimo sogno (notturno) è stato questo.
Sono in una situazione critica che ricorda un naufragio avvenuto da poco. Non più tempeste di mare e cielo. Non vedo segni di naufragio sulla battigia di quella terra per me esotica ma so che sono scampato ad un rischio di vita. Una specie di isola, assai grande deve essere quella che calpesto con piede sempre più sicuro (dopo gli iniziali squilibri).
Ripensandoci l'isola del sogno mi ricorda da sveglio la zona insulare formata dal fiume africano Chobe, affluente dello Zambesi, nel suo tratto tra Botswana e Zambia, così come l'ho osservata da un natante partito da Kasane. Lo Zambesi è il grande fiume che forma le cascate Vittoria e più ad est il Lago artificiale di Kariba. La diga di Kariba è stata costruita dagli italiani negli anni cinquanta ma il lavoro fu funestato da incidenti luttuosi perché - dicevano i locali - il dio Nyami-Nyami, nume tutelare dello Zambesi (collega del dio Tevere) si era alquanto arrabbiato per l'affronto operato dagli umani. Tutta l'area è bellissima dal punto di vista della fauna e flora ma al piccolo Chobe è legata una riserva naturale che non demerita neanche rispetto al paradisiaco delta dell'Okavango. Chobe e Okavango, in Botswana sono tra i posti più pulsanti di vita della intera Africa. L'Okavango è ancora più poetico in quanto è fiume che non vedrà mai un mare e muore in pieno deserto allargandosi in un delta abortito che è grande quanto l'Irlanda.
Sogno una bella area di verde alternato ad arena, un bush arricchito da piogge più generose del solito.
Uno sguardo quasi dall'alto di un barcone, eppure sono a piedi. Come mai sono così alto e sicuro di me? sono più alto di un giocatore di pallacanestro. Avanti a me si aprono tratti di foresta fluviale con tronchi lambiti o semisommersi dalle acque tranquille (dolci?), in mezzo bush verde ed indietro sullo sfondo una cornice subcontinua di acacie. Ci sono animali anche dove non ne vedo. Anche predatori. Ma non ho paura, solo qualche timore guerriero.
Sì, di quegli animali fieri di essere africani, che sembrano indolenti sino a quando non li ammiri in azione subitanea. Folgori di nervi e muscoli. Rocce di carne e ossa che si animano all'improvviso e che scattano spezzando il profilo della terra che stai sorvolando con il binocolo. Sottomarini che emergono dalla terra per predare il cibo quotidiano. L'animale era lì, qualche secondo prima e non si distingueva da sassi ed arbusti, da fango e infiorescenze. Ora sta qui, eretto ed imponente, con un altro animale (non sempre più piccolo) tra le zanne ed il predato si divincola, talora riesce a scampare, più spesso non si agita più dopo alcuni minuti di agonia... Una storia che colpisce ancora lo spettatore umano che dovrebbe esservi abituato da milioni di anni. Crudeltà? Non so. Una volta ho visto in documentario due aquile pescatrici contendersi un fenicottero ferito da una sola di loro: tra i due litiganti il trampoliere riuscì ad allontanarsi in una livrea rosa e rosso sangue, inscenando una danza macabra e grottesca sulle zampe longilinee e malferme. Mi hanno raccontato di un bufalo isolato dalla mandria ed attaccato dai leoni che era riuscito a trarsi temporaneamente in salvo lungo la riva del fiume: durò una decina di ore il suo andirivieni dalla riva e verso la riva, in una terra di nessuno tra potenze spietate, stretto dai pazienti felini da un lato e dai sonnacchiosi coccodrilli dall'altra. Ore di speranza frustrata perché comunque il suo destino era oramai segnato. Il bufalo stremato ad un tratto decise: meglio una morte più nobile e soccombere da mammifero - in una contesa tra mammiferi - e così lui, che tante volte aveva nuotato sicuro nel fiume scurito dalla possente mandria nera, ritenne di andare incontro ai leoni, come un eroe greco che nel momento della imminente morte fissasse negli occhi i persiani. Qualcuno si ostina a dire di no ma in effetti "la natura ha i denti sporchi di sangue", come scrisse Darwin. Non è cattiva, non è buona, perché non è etica. E' natura e basta e preesisteva alla nascita della morale "genitoriale" ed etica "adulta".
Acque marine lambiscono la riva, dietro di me, da dove sono arrivato in quell'eden. Ora sono tranquille quelle acque, quasi degne di un villaggio turistico alla moda. Senza gente.
Non avevo paura delle fiere che si aggiravano sicuramente intorno annusando presenza umana. I leoni odiano il lezzo umano così diverso dallo sterco di elefante: figuriamoci il lezzo dell'uomo moderno. Alcuni turisti si intestardiscono a mettere il dopo-barba o profumi anche nella savana, divenendo riconoscibili a miglia.
Avevo esperienza di posti simili: il problema vero non erano le fiere bensì la mancanza di un rifugio. Dovevo costruirmi con sassi e rami ricchi di foglie e spine un sicuro ricovero e l'idea mi piaceva.
Mi sentivo un novello Robinson Crusoe (giuro che, all'epoca del sogno, non avevo ancora visto Cast away con Tom Hanks).
Mentre costruisco il riparo mi accorgo che mi manca una cosa per essere completamente felice: voglio con me un bambino (nero?) da adottare ed allevare sin da piccolo; una specie di Venerdì quasi lattante che non sarà schiavo che della bellezza. Sì un bambino, non un lattante, magari più grande con il quale dividere esperienze antiche e nuove, cui insegnare l'italiano.
Sì gli insegnerei l'italiano, gli comunicherei le mie esperienze. Quel ragazzo "africanizzato" nella realtà sembra mio figlio. Dunque, anche nel sogno non vorrei mai rinunciare alla mia "italianità". Questo mi autorizza a pensare che non fuggo da nulla con l'Africa: è solo un ritorno alle origini di me-uomo. Sono fortunato ad essere un "europeo di nazionalità europea" ma accetto meno le indubbie responsabilità storiche che ci derivano dall'essere discendenti di chi ha colonizzato con onnipotenza e senza scrupoli di sorta: noi allora, nel 1800, "scoprivamo" (credendo di essere primi) quegli scenari che esistevano da sempre e con spocchiosa spavalderia battezzavamo con nuovi nomi quel che gli indigeni da sempre chiamavano in altro modo. Quanti di noi confondono per esempio il Lago Vittoria con le Cascate Vittoria? In onore della regina puritana si intitolavano con lo stesso nome luoghi geograficamente lontani e dissimili. Le cascate Vittoria si sarebbero almeno dovute chiamare Livingstone dal nome del loro "scopritore", invece no, ebbero il nome di una regina, come in Italia la pizza "margherita". Non era più poetico il nome dato dagli indigeni? Mosi-Oa-Tunya (vedi foto dall'elicottero) in lingua Kololo significa "Fumo che tuona" ed è vero che gli spruzzi vaporizzati di queste cataratte sono talora visibili a ottanta chilometri (nella stagione umida) ed il rumore può udirsi ad una quarantina di chilometri. Un Fumo che tuona, dunque.
Il bianco continuava a scoprire cose che alle altre razze erano già note e con caparbia onnipotenza il demiurgo mutava nomi di luoghi riveriti da tempo immemorabile perché tutto fosse a "sua" immagine e somiglianza. Così oggi, nella globalizzazione di informazione e mercati (ma non di risorse fruibili da tutti), se entri in un ipermercato non sai se ti trovi a New York, a Barcellona o a Montreal. Il bianco aveva già "scoperto" le Americhe, portando polvere da sparo, morbillo, e bibbia: gli mancava l'Africa ed è stato bravo a distruggere il Continente nero in un solo secolo.


IL GRANDE ALBERO
La strada ha un manto di asfalto alquanto approssimativo e si chiama Zambesi Drive. Si allontana dal centro del villaggio di Victoria Falls, snodandosi per alcuni chilometri lungo la riva destra del fiume Zambesi. Cartelli avvisano che procedere a piedi, verso il big tree (nostra meta) può comportare l'incontro con animali selvatici. Siamo in quattro e decidiamo di spingerci oltre perché tutti sentiamo nelle gambe i segni di ore di viaggio in aereo e corriera. Il sole è ancora alto sull'orizzonte (mancano più di due ore al tramonto), eppoi che paura c'è? Il nastro di asfalto pare rassicurarci sulla persistenza della civiltà urbana. Incontriamo quasi subito escrementi di elefanti abbastanza fresche e penso che non è come impattare escrementi di mucca su una strada appenninica. Qui ci sono elefanti in libertà da qualche parte, vicini. Questa è poi l'ora in cui i pachidermi amano riunirsi presso e dentro l'acqua per ristorarsi e tornare ad indossare il frac serale nerolucido che gli è proprio e che è stato mascherato durante il giorno da abbondanti spruzzi di polvere e fango semisecco al fine di mitigare la invadenza dei parassiti e del calore atmosferico. Quando gli elefanti allentano i propri sfinteri lo fanno con poca parsimonia e spesso urinano sul colle di escrementi in maniera caratteristica.
Il Big Tree verso cui marciamo in silenzio rispettoso è un bao-bab (qui mowana) che probabilmente conta più di un millennio di vita ed ha una circonferenza di una trentina di metri.
Il bao-bab è noto come l'albero capovolto secondo varie leggende. Nelle credenze Khoi-san all'inizio dei tempi il Creatore diede ad ogni animale un albero da piantare; quando arrivò il turno della iena tutti gli alberi più belli erano terminati e ne rimaneva uno brutto tanto grosso quanto alto e senza foglie. La iena si arrabbiò tantissimo e stizzita piantò l'albero al contrario. Era il bao bab.
L'albero è veramente maestoso ma è tardi si deve rientrare prima che faccia buio.
Nel procedere a piedi ci attraversa la strada una fila indiana di galline faraone poi mi blocco perché sono a tu per tu con un facocero , a non più di dieci metri da me, ad ore tre dalla mia posizione. Decidiamo di ignorarci perché - entrambi - siamo animali impauriti. Non solleviamo il nostro sguardo e ci allontaniamo con dignitosa fuga, con gli occhi alle spalle ( - mi sta caricando? - mi chiedo). Il villaggio ed il tramonto si avvicinano: il tempo per fare una foto sulla riva del fiume (- Ci sono coccodrilli qui? O le acque sono troppo mosse per i rettiloni? )
Quando comincio a ritenermi al sicuro (le uniche armi di cui disponiamo sono fotocamere), si ferma un fuoristrada enorme. Ci hanno visto a piedi ed ci avvisano: "dopo la curva ci sono due grossi elefanti maschi", dicono in inglese. Ringrazio e sto per gridare "Fatemi salire a bordo!" ma i sadici ripartono con un delizioso "Bye, bye.". Maledico la passeggiata a piedi: non siamo a Dublino qui e gli elefanti ci sono davvero e stanno giocando con i rami di acacia. Mi sembrano brontosauri dalle dimensioni. Che fare? Come fanno gli indigeni, penso, e li ignoriamo sperando che anche loro lo facciano. Ci è andata bene. Mai il villaggio mi è sembrato più bello, dopo la leggera salita.




PILGRIM'S SKY
El silencio redondo de la noche
sobre el pentagrama
del infinito
Il rotondo silenzio della notte
sul pentagramma
dell'infinito
(Hora de estrellas, Ora stellata - F.Garcia Lorca)
Il cielo dell'emisfero australe ha orizzonti che percepisco profondi e irreali. Come attraverso un obiettivo grandangolare di fotocamera. Sia di giorno che di notte.
Di giorno il bush (anzi l'altopiano a boscaglia, il bushveld) è sconfinato; dall'alto della rupe dove mi ritrovo rapito a guardare un nuovo infinito, qui nel sud della riserva naturale Kruger (Sud Africa), il bush ha il colore di una spiaggia dove l'arena pur sgomitando vittoriosa sulla flora vinta non ha ancora realizzato il deserto totale; ecco, il suolo non è desertico perché punteggiato da una costellazione di punti e macchie di verde che vira verso il pallido. La maggior parte di tali agglomerati verdi (c'è anche del grigio) rivelano di essere gruppi di acacie la cui ombra è stinta come il tronco; qui è là fiammeggia il tronco di una acacia della febbre gialla. Di alcune macchie di vegetazione intisichita ti chiedi se esse possono essere in lento movimento o se è il tuo cervello ad ingannarti visto che riesce a cuocere anche sotto il sole invernale. No, non sono flora, al binocolo ti accorgi che si tratta di gruppi di erbivori, zebre di Bucchell, rari gnu, impala: fauna persa e dispersa nella distesa di quel mondo che si incurva d'azzurro verso l'orizzonte, quasi ci fosse un mare tra terra arsa e cielo terso. No, è solo una illusione ottica di quelle africane descritte da Hemingway in True in the first light (Vero all'alba): non è vero che quella è una spiaggia, non è vero che quella è un mare (e infatti a ben guardare la linea dell'acqua scappa, si allontana sempre di più sotto lo sguardo, non è nitida e scompare alla visione veritiera del binocolo). Qui di acqua, nell'inverno, ce n'è ancora una piccola riserva nei corpi di quegli organismi che sanno sopravvivere alla siccità.
La notte australe poi è un'altra cosa. La Croce del Sud attira primariamente lo sguardo, quasi catturandolo. A malincuore ti dai il permesso di curiosare intorno e fuori della Croce che indica il sud - mi viene in mente che è come quando vedi un leone: c'è lui e basta. Allora e solo allora vedi il Resto: il nero è trafitto da capocchie di spillo lucenti, fiabesche; il cielo paragonato al nostro è assai favorito dalla trasparenza e sembra pullulare di luci come una barriera corallina pullula di vita ad ogni livello di osservazione. La prima volta che ho sollevato lo sguardo all'insù è stato in una notte serena e fredda a Pilgrim's Rest, il luogo dei cercatori d'oro a nord di Pretoria e Belfast, nel Gauteng, in prossimità della riserva Kruger. Non un vuoto risucchiante di angoscia fetale ma il sereno dondolìo di infinito, un gioioso albero di natale. I cercatori di oro che venivano a riposare qui in scenari simili a quelli western del nordamerica erano chiamati "pellegrini" proprio perché privi di residenza fissa ed il nome del paese ligneo che si adagia sulla strada, Pilgrim's Rest significa "riposo del pellegrino." Anche loro, mi immagino, dovevano alzare lo sguardo all'oro del cielo quando smettevano di pensare ossessivamente all'oro della terra: il momento degli inventari, delle paure e sogni onnipotenti è sempre la notte, sovrana del riposo umano.

NOTTE DI HAZIVIEW
Incredibile. A soli cento passi dalla "civile" abitazione (un lodge), in direzione dello specchio lacustre, mi sento diverso nel mentre sprofondo nel buio.
Attraverso un nugolo di zanzare (non le potevo vedere) e spero nella efficacia della chemioprofilassi antimalarica.
Le acacie spinose possono offendere il viso se incautamente cerchi di attraversare ramuscoli a volto scoperto.
Mi fermo e ascolto. Cresce il frastuono di vita che anima le acque di quel mondo. Linfa quae facit laetas segetes fa lieta non solo i campi ma qualunque cosa abbia radici, si muova, strisci, voli e finisca per morire nella vendetta della rinascita attraverso la propria specie.
Un incalzare e coprirsi reciproco di voci notturne per lo più sconosciute, quasi che anche le sonorità condividano il destino di lotta tra specie diverse. Ascolto.
Ecco: ora predomina il cra-cra metallico di un anfibio anuro (un rospo in amore?), ora colgo dei fischi prolungati o ad intermittenza (sono uccelli? sono anfibi anch'essi?). Inutile. Quando stai per concentrare e selezionare la sorgente sonora, essa soccombe ad una nuova e ricominci daccapo. E se quella cosa che sembra un fremito fosse un leopardo in avvicinamento?
Di notte il continente nero si prende ogni rivincita e la sicumera bianca diviene paura. Sale la paura, come una marea di lento orrore, sale dalle scarpe affondate nella soffice erba o urtate dalla roccia. Beninteso, le scarpe non le vedi più, la vista non percepisce oltre le proprie ginocchia e sei costretto ad acuire le sensazioni tattili, magari accavallando le dita per sentire le estremità. Sale la paura di essere solo, alla mercé di tanti fantasmi che sai essere vicini e ti blocchi nel respiro perché anche il rumore dei tuoi polmoni ostacola l'ascolto dell'ambiente esterno. Ancora un rumore, uno scricchiolìo...E questo? la passeggiata frusciante di un pitone che lascia la tana per la caccia notturna...?
Peccato che gli uomini non abbiano naturalmente una visione agli infrarossi. La tensione è tale che non scappi: dolce, selvatica, a trecentosessanta gradi. E vivi, eccitato, in attesa del nuovo segno di vita (o di morte) da cogliere nella folla di urli, risate, gracchiamenti e gracidii e tra onde di fogliame che si frangono sulla fragilità di essere solo.
Dio mio, qui è vero che non hai scelta: o ti senti parte del Tutto o ti senti escluso e minacciato da Tutto.
Mi dico di non vergognarmi se ho anche voglia di scappare. E' da coraggiosi avere una sana paura. E decido di rimanere per mezzora fermo come una acacia tra le acacie. Ora capisco perché Hemingway talora uscisse da solo, di notte, nella savana, armato solo di lancia: la ineffabile ambiguità di essere contemporaneamente predatore e predato.
Ma io ora torno perché non mi va di sfidare la fortuna. Di essere ancora vivo.


TRAMONTI
Pregate la vostra buona sorte che non vi capiti un tramonto di quelli da moglie di Loth perché altrimenti rimarrete impietriti come il personaggio biblico già nei primi giorni di permanenza in Africa. Se si chiama sindrome di Stendhal quella che vi può capitare di beccarvi dinanzi ad un manufatto artistico dell'uomo, si può chiamare sindrome della moglie di Loth quella che capita dinanzi ad uno spettacolo naturale (un mistico direbbe "manufatto di dio"). A me è capitato di ammalarmi calato in un tramonto sullo Zambesi, nel tratto lento e nobile che precede le cataratte di Victoria Falls, tra Zimbabwe e Zambia: ci si pietrifica dappertutto fuorché negli occhi che continuano a volteggiare qui e là nella spasmodica ricerca di particolari cromatici da indirizzare sulla retina in tripudio. Alcune percezioni mi sono sembrate psichedeliche tra le isole di Lwanda (Long island) e Kalunda.
E come esprimere il tramonto trionfale sul Chobe, nel Botswana?
Il sole che cade velocemente, il nostro barcone silente (a motori spenti) tra istmi di terra bruna inframezzati da acqua rilassata. Sulla superficie riflettente, con lo sfondo di un gruppo di elefanti neri e lucidi al bagno (due adolescenti giocano a spingersi di testa), due becchi a forbice volano radenti il pelo rosa e nero dell'acqua raccogliendo larve di insetti e disegnando con il becco parti di ellissi; si inseguono (sono una coppia) i due uccelli e creano un movimento artistico sulla tela dell'acqua: immagini speculari di ali che si combinano a quei cerchi di acqua smossa, pennellate impressionistiche di grande estro, come neanche a Claude Monet è riuscito di carpire alla natura. Se non fosse per il caldo le piroette dei volatili mi ricorderebbero quelle di una coppia di innamorati visti sulla pista di ghiaccio del Rockfeller Centre di NYC. Nella incertezza della luce calante ho fatto in tempo a cogliere un paio di ippopotami che elargivano una apparenza di rotonda passività. Quando nel campo percettivo (di luci e suoni) sono entrati degli impala fruscianti di eleganza, il quadro è divenuto completo. Non era comunque opera umana. La firma era di un dio.
 (dr livingstone-2000)














Il VUOTO-PIENO LASCIATO DA STAN LEE

Il 12 novembre - inCULTURA ha partecipato la notizia - è improvvisamente venuto a mancare Stan Lee e il cordoglio si è ...