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mercoledì 21 maggio 2025

NUOVA FARSA ALLO STUDIO OVALE: DOPO L'ATTACCO A #ZELENSKY ECCO CHE #TRUMP ATTACCA PARANOICAMENTE #RAMAPHOSA

 

 

 


 

Nello Studio Ovale, Trump aderendo alle idee complottistiche di Elon Musk (sudafricano di origine),  attacca duramente Ramaphosa, presidente della Repubblica Sudafricana: “Genocidio, voi uccidete i bianchi”


 


Grande tensione, di nuovo, alla Casa Bianca, dove il presidente statunitense Donald Trump ha incontrato il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa creando scalpore e l'ultimon degli incidenti diplomatici secondo il suo "modus operandi" . 
Trump ha infatti accusato il leader sudafricano di non intervenire contro le violenze sugli agricoltori bianchi. “Le loro terre vengono espropriate, loro vengono uccisi e il governo non fa nulla”, ha attaccato il presidente Usa. Ramaphosa ha replicato negando che i bianchi vengano presi di mira nella Repubblica Sudafricana e che atti di violenza sono opera di “una minoranza di estremisti neri. Non è la linea del governo“, ricusando le accuse di genocidio avanzate da Trump. L'assurdo è che Trump dovrebbe parlare da quello studio del genocidio che Benjamin Netanyahu e l'ultradestra di Israele stanno attuando sistematicamente (con logica nazifascista) in M.O. Questo nel mewnte si profila gradualmente il disimpegno presidenziale dalla guerra in Ucraina (farà come Ponzio Pilato? se ne laverà le mani?).
 

 

Trump, nello studio ovale,  era affiancato da Elon Musk, nato a Pretoria. Entrambi hanno contribuito a diffondere la teoria del complotto secondo cui il Sudafrica starebbe conducendo un genocidio contro la minoranza bianca che un tempo lo governava in un regime di apartheid.

L’incontro alla Casa Bianca con il presidente sudafricano non può che ricordare l’agguato a Zelensky.


ll tycoon lo ha accusato di massacrare e espropriare le terre degli agricoltori di origine europea e ha mostrato foto e video dei presunti reati. Impossibile fare previsioni o razionalizzare le posizioni destabilizzanti di certi politici imperialisti e dei "nuovi feudatari" e plutocrati mondiali. Noi proviamo a contrastarli nel nostro piccolo spazio democratico. SUMUS IN STERCULINO avrebbe scritto Fedro. (Erasmo da Rotterdam)
 
 

 

mercoledì 29 dicembre 2021

CHI E' PADRE ALDO GIULIANI DEL PROGETTO SERERIT. AIUTIAMO L'ASSOCIAZIONE DIRECT ACTION SERERIT

 


foto achille miglionico


Da XMAS PROJECT DOC che dal 2001 aiuta a realizzare sogni di associazioni impegnate sul campo - in questo caso la DIRECT ACTION SERERIT con sede a Parigi - prende vita il 

PROGETTO SERERIT: sorgerà un dormitorio femminile di 40 letti che consentirà istruzione e emancipazione alle donne Samburu. 

L'opera, che verrà a costare meno di trentamila euro,  sorgerà presso la Catholic Mission Sererit, che dipende dalla Diocesi di Mararal, in Kenya. La missione è stata fondata appunto da padre Giuliani. Si vuole incentivare, vincendo la riluttanza degli anziani Samburu, la alfabetizzazione e istruzione primaria sempre sostenuta da Direct Action Sererit con un ambizioso e difficile obiettivo che mira a integrare le culture senza alterarne la identità. 

Anche lo studio dei servizi igienici è stato oggetto di riflessione in quanto l'acqua è un bene prezioso per chi conosce gli sforzi messi in atto da padre Aldo al servizio della comunità Samburu: un recupero di acqua piovana con due cisterne da duemila litri ciascuna. Si ricorda che il Sererit, che da il nome al luogo, è un fiume inquinato dagli escrementi degli animali domestici e no e all'uopo sistemi di recupero delle acque fluenti dai monti sono stati già approntati da anni (chilometri di tubature posate da padre Aldo). 

Senza il dormitorio - ve ne è già uno maschile parzialmente in uso e inaugurato nel Febbraio 2021 - non è possibile realizzare istruzione in quanto Sererit non è un villaggio vero e proprio ma il centro di una comunità dispersa sul territorio per cui un bimbo deve fare cinque chilometri in andata e ritorno (con i rischi connessi) per raggiungere la scuola già presente; alcuni villaggi distano ancora di più e noi lo sappiamo bene perché li abbiamo raggiunti in jeep (negli anni 2013-14) per rifornire di acqua le manyatte, i villaggi circolari dei pastori seminomadi Samburu, una subcultura Masai.

La missione sorge ai piedi delle Ndoto Mountains (Montagne dei Sogni) e Sererit, il fiume che si chiama appunto acqua che scorre, ora per i cambiamenti climatici è tendenzialmente secco (rispetto a quando lo abbiamo osservato noi otto-nove anni fa). Problemi su problemi per la comunità.

 

Chi è Aldo Giuliani, uno dei tanti missionari della Consolata nel mondo ?






Aldo Giuliani, classe 1940, è un  trentino della Valle di Non (Val di Non), il che fa emergere la caratteristica di non essere quel che si dice uno yes-man. Due sorelle sono suore. La comunità di Sererit, ove opera da anni, sotto le Ndoto Mountains, nel Kenya centro-settentrionale, l'ha fondata lui nel 1999: la missione della Consolata serve migliaia di Samburu con alcuni gruppi di Rendille e Turkana sparsi su oltre 1400 Kmq. La vicina Baragoi risale al 1952, compare sulle carte e non richiede come Sererit le coordinate geografiche per reperirla sul Globo (LAT N 01° 40' 46,90"-LONG. E 037°10' 36,94", per la precisione, come indicava il ns. telefono satellitare Thuraya).


L'acqua del fiume Sererit, che da nome all'area abitativa della missione e la rende verdeggiante, non è potabile in quanto inquinata, a tratti salmastra, a tratti contaminata dagli escrementi degli animali domesticati dei Samburu, in primis zebù, capre, pecore dalla testa nera (verso il deserto anche dromedari) e così Aldo ha scoperto ed utilizzato una sorgente d'acqua incontaminata verso la cima della montagna, che tanto gli ricorda il Trentino. 


Lo sguardo lanciato ai monti - scrivevamo - è diverso da quello lanciato al mare: nel primo c'è una sfida contemplativa, nel secondo una sfida esplorativa. Aldo Giuliani ha entrambi gli sguardi,  è in grado di contemplare ed esplorare. 

(achille miglionico)















Vedere articoli con etichetta AFRICA, in particolare:
Un Uomo che non dimenticherò mai: Aldo Giuliani e le missioni della #Consolata

domenica 18 luglio 2021

VENTI ANNI FA, il 18 Luglio del 2001, moriva Michele Miglionico sr., uno dei Soci fondatori del SIEB.

 





VENTI ANNI FA,  il 18 Luglio del 2001, all’età di ottantacinque anni, veniva a mancare Michele Miglionico sr., uno dei Soci fondatori del SIEB.

E' stato definito  "un umanista" che ha indossato la divisa militare (con grandi competenze ed onore) più per contingenze storiche che per vocazione specifica: aveva in mente di fare il docente di Lettere con specializzazione in psicologia, di cui fu un ammiratore  dagli albori della disciplina. 
Invece le vicende belliche italiane e mondiali degli anni Quaranta  coinvolsero intere generazioni precipitandole nell'abisso della guerra, distruggendo vite e sogni individuali. Fu il Vietnam di quella generazione cresciuta nel Ventennio fascista. Lui ce la fece a rientrare in Italia, da ex prigioniero e potè farsi una vita ed una famiglia, diversamente da tanti altri. "Mi ritengo fortunato ad essere ancora vivo - diceva nei rari momenti in cui era incline a parlare del passato bellico - Una volta una pallottola ha trapassato il mio elmetto al di sopra della scatola cranica." Si spense serenamente, in un letto ospedaliero, dopo ingravescenti disabilità che da febbraio 2001 ne avevano compromesso la qualità di vita. 

Tracciare un profilo di Michele Miglionico sr. non è cosa agevole per le diverse fasi di vita storica e professionale che attraversò - come altri della sua generazione che furono privati della loro adolescenza e giovinezza -  e per i peculiari interessi per gli studi umanistici che aveva sempre mostrato. Indubbiamente Michele Miglionico sr. ha rappresentato un esempio di cultura ad ampio spettro, che nelle tendenza ultraspecialistica di oggi qualcuno sarebbe tentato di definire "tuttologica". Aveva un doppio diploma di maturità, classica e magistrale (insomma amava insegnare). Frequentò la Facoltà di Lettere della Università di Napoli prima di essere ingoiato dalle citate vicende belliche.  
Michele asseriva di essere stato fortunato perché nel corso esistenziale aveva avuto modo di vedere l’illuminazione delle strade passare dal gas alla elettricità; aveva seguito e visto l’Uomo giungere sulla Luna ed aveva condiviso con tanti di noi ansie e speranze del nuovo millennio. 

Era nato a Bari il 6 Settembre del 1915 da un riservato e poco loquace ufficiale di Finanza e dalla baronessa Lavinia dei Donato, più aperta ai contatti sociali. 

Ha vissuto in più riprese a Bari, Trani, Foggia, Roma e Napoli; il padre, Antonio, si vide bloccare la carriera per aver rifiutato la tessera del partito fascista.
Il padre Antonio in divisa di capitano GdF

Ampia e sconvolgente per i progetti giovanili fu poi la parentesi di vita in Africa ove si trovò coinvolto come ufficiale dell’Esercito dalla guerra di Etiopia (1936) sino allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale (1940). Fu decorato varie volte al valor militare per episodi di coraggio ed abilità indiscusse come comandante e soldato: nel 1936, ad Hadama in Etiopia resistette per ore agli attacchi di tremila avversari con un manipolo di soli trenta uomini sino all'arrivo delle forze aeree. Queste sproporzioni numeriche tra assediati e assedianti lo attendevano in maniera ancora più drammatica nell’ultima battaglia dell’Africa Orientale Italiana, nel novembre 1941, a Culqualber di Gondar, ove sopravvisse e fu fatto prigioniero.
I conflitti in serie interruppero quindi la attività di docente cui era votato ma risulta che anche in prigionia, nel Kenia (dal 1941 al 1946), nel dolore della separazione e nella risistemazione dei propri valori in trasformazione, Michele abbia insegnato a leggere e scrivere a innumerevoli italiani ivi reclusi, portandoli alla licenza elementare. Ufficiale di carriera nell’E.I. (giunse sino al grado di generale) non dimenticò mai i problemi delicati della gestione del personale (allora si chiamava "governo del personale"). 

Già negli anni Cinquanta introdusse in Italia l’insegnamento della psicologia nei corsi per ufficiali dell’Esercito italiano. 


Insegnò e scrisse molto sull’argomento e – pur con i limiti delle visioni del tempo – si può asserire, rileggendo gli scritti, che fu antesignano riguardo a taluni concetti di management che oggi ci appaiono ordinari ma che per i tempi non lo erano affatto (le aziende erano allora ancora di tipo pre-fordista e fordista, e si immagini la organizzazione militare che naturalmente ha da essere piramidale e verticistica). Si perfezionò nella organizzazione militare compiendo un lungo "stage" negli USA, agli inizi degli anni Sessanta. Al rientro in Italia, promosse e organizzò per il Ministero della Difesa alla Scuola di Fanteria (Roma) il corso "Arditi Incursori" che mirava a ottimizzare - secondo attuali vedute - la preparazione psicofisica e l’aggiornamento professionale dei conduttori di gruppi militari (ufficiali e sottufficiali): molta eco sollevò la modernità dell’insegnamento e delle tecniche addestrative che oggi appaiono "routinarie" se si guarda alle c.d. "forze speciali" delle forze armate e delle forze di Polizia nella società democratica. 

Qui con la moglie Olga Savoia, scomparsa nel 2020

Qui comandante del Presidio Militare di Trani sino al 1975.

Qui in alta uniforme da generale di brigata (1975)


Nella vita privata si rifugiava nel suo studio colmo in ogni dove di volumi di letteratura, arte, storia, psicologia: qui si notavano due messaggi scritti inequivocabili: uno era un detto popolare che suonava "Se non leggo da giovane cosa mi racconterò da vecchio?"; l’altra frase è una confessione di J. Paul Sartre che dice "Sono cresciuto in mezzo ai libri e morirò in mezzo ai libri." E così è stato. 

In molti gli erano legati - chi da vincoli di affetto, chi da vincoli di stima per la persona di singolare cultura ed umanità, chi per vincoli lavorativi, chi per tutte e tre le dimensioni relazionali. Nella vita militare, ove mostrò rare doti di organizzazione e competenza pluridisciplinare, non aveva per esempio mai comminato una punizione o una sanzione disciplinare perché usava sempre confrontarsi direttamente con chi aveva creato disservizio o aveva mancato ai propri compiti. Questa capacità di dialettica e confronto, aperta sempre ad accogliere novità culturali per una curiosità investigativa sulle cose umane, determinava al momento del pensionamento, una svolta - che era  poi un "recupero" -  nelle attività umanistiche e psicologiche: con l’ente morale "Agostino Gemelli",  da lui fondato assieme a docenti e specialisti di pari entusiasmo,  per un ventennio si occupò di problemi scolastici e didattici, di orientamento scolastico e di valorizzazione professionale. E' utile ricordare che, a  Roma, negli anni Sessanta, aveva approfondito in corsi speciali temi psicologici con il prof. Luigi Meschieri (1919-1985), noto medico e libero docente in psicologia presso il CNR, che seguì molto il nuovo corso di ricostruzione post-bellica attraverso interventi formativi dedicati a svariate organizzazioni, ivi compresa quella militare. L'Italia rinasceva sulle sue ceneri avviandosi al boom economico. 
Molti lo hanno apprezzato quale Presidente della Lega Navale Italiana di Trani, ove fornì un impulso ancora ricordato (1978-80). Aveva sempre considerato Trani, la città natale della moglie, come la sua città.


Come era la Lega Navale Trani negli anni Ottanta.



Nel 1996, quando già era costretto ad utilizzare (arrabbiandosi) il bastone per meglio sostenersi e deambulare, ha aderito alla idea di base ed ha voluto partecipare con i figli Achille e Paolo e con Giuseppe Caracciolo, alla fondazione dei Seminari Internazionali Eric Berne, SIEB,  dopo aver frequentato alcuni seminari che ne avevano destato interesse ed ammirazione.
Per quanto prevedibile, un ricordo vivo e doveroso per tutti noi. Sono volati venti anni. Chissà come avrebbe commentato, dalla posizione metastorica "di chi tanto ha visto, vissuto e mai dimenticato", la tragedia storica dell’11 Settembre 2001 e la pandemia COVID. Ciao padre indimenticato (a.m.)



martedì 23 febbraio 2021

#CONGO: Riapriamo gli occhi sull’Africa

 





Congo:  questa polveriera dell'Africa centrale è stata definita anche scandalo geologico per le enormi ricchezze minerarie


Oggi ci sono due Congo ma il protagonista delle ultime vicende tragiche è la Repubblica Democratica del Congo (detta anche Congo, Congo-Kinshasa o ex Congo belga) ed è un vasto Stato dell'Africa centrale. Tra il 1960 e il 1964 era denominata Repubblica del Congo e dal 1971 al 1997 Zaire. Il fatto di aver avuto tante denominazioni la dice lunga sulla instabilità di questo Paese, pervenuto alla indipendenza nel 1960.


Lo scandalo geologico: la columbite-tantalite (minerale più famoso come coltan),  diamanti ecc tutte risorse minerarie che fanno il Congo ricchissimo (e ambito) nel sottosuolo ma da sempre povero in superficie. La sabbia di coltan è divorata dalla industria elettronica (anche la Cina ne è interessata) e viene utilizzata per la fabbricazione di telecamere, cellulari e molti altri apparecchi elettronici, il coltan ottimizza il consumo della corrente elettrica nei chip di nuova generazione ecc. 


Le guerre dimenticate del Novecento ricadono oggi


Non ci sono sicuri eserciti regolari ma una moltitudine di fazioni e gruppi armati che passano con disinvoltura da un ruolo all'altro, spesso antitetici, con disinvoltura "salviniana"; inoltre a complicare il quadro geopolitico non si può sottacere la infiltrazione jihadista a nordest, presso il lago di Kivu,  nei pressi del quale è avvenuta il mortale agguato agli italiani. In questa  area anche i laghi sono pericolosi per  il sottosuolo. Pensate che il 21 agosto 1986 lungo le coste del lago Nyos, in Camerun, 1.746 persone persero la vita nel giro di un minuto per una esplosione  limnica, ovvero una repentina emissione di anidride carbonica dal fondale del lago, asfissiante per animali e esseri umani. Furono rilasciate tra le 100 e le 300mila tonnellate di CO2, proveniente da emissioni di gas vulcanici sotterranei e dalla decomposizione di materiale organico. Di esplosioni limniche ne sono state registrate poche. Tuttavia, un simile destino incombe anche  sul grande lago Kivu, al confine tra Ruanda e Repubblica Democratica del Congo, una delle aree più abitate del continente africano e risorsa d’acqua per agricoltura e settore minerario. 

Nella regione milioni di persone hanno perso la vita nei massacri tra hutu e tutsi del 1994. Il genocidio dei tutsi del Ruanda è stato uno dei più sanguinosi episodi della storia dell'umanità del secolo scorso.  Secondo le stime di Human Rights Watch, dal 6 aprile alla metà di luglio del 1994 in circa 100 giorni, in Ruanda furono massacrate sistematicamente (anche con a colpi di machete) almeno 500.000 persone; ma  le stime successive hanno portato il numero di vittime a forse  1.000.000 di persone di tutsi. 

Hotel Rwanda è un toccante film del 2004, diretto da Terry George. Il film è ambientato nel 1994, in Ruanda, all’epoca del genocidio. La vicenda è basata sulla storia vera di Paul Rusesabagina e il film fu girato dieci anni dopo gli avvenimenti narrati. Gli esterni del film sono stati girati a Kigali in Ruanda, mentre gli interni, comprese le scene ambientate nell’hotel, sono stati realizzati a Johannesburg, in Sud Africa. Il vero Paul Rusesabagina ha partecipato alle riprese in qualità di consulente. Il personaggio del colonnello Oliver si ispira alla figura di Romeo Dallaire, ufficiale canadese delle Nazioni Unite.


L'altruismo e l'impegno sociale di tali personaggi storici salva-vite non può che farci piangere ancora di più la perdita dell'ambasciatore Luca Attanasio, del carabiniere Vittorio Iacovacci e del loro autista congolese, Mustapha Milambo, uccisi nell' agguato nel Nord Kivu.



Una guerra convenzionale è stata poi combattuta dal 1996  al 2002, tra nazioni africane: la c.d. grande guerra africana, la più grande guerra della storia recente dell'Africa, che ha coinvolto 8 nazioni af.icane e circa 25 gruppi armati. 


La regione non conosce pace dall'alba dei suoi giorni.

Guerre e genocidi.

Ha conosciuto dittatori feroci come Mobutu che salì al potere dopo il democratico Lumumba. 

Vicino all'Ebola River nella Repubblica Democratica del Congo è scoppiato il primo focolaio di Ebolavirus che si è poi propagato in altri paesi africani. Una polveriera antropica ma  anche biologica ed ecologica


La ex colonia belga rappresenta l’aspetto più vergognoso del colonialismo europeo tra Ottocento e Novecento?


Sì. La Conferenza di Berlino del 1884-85, detta anche Conferenza dell'Africa Occidentale o Conferenza sul Congo (in tedesco: Kongokonferenz), regolò il commercio europeo in Africa centro-occidentale nelle aree dei fiumi Congo e Niger e sancì la nascita dello Stato Libero del Congo che in realtà era - cosa più unica che rara - un possedimento privato del re  Leopoldo II del Belgio! Infinite nefandezze hanno costellato la storia della regione. 

Forse - con la  consapevolezza storica di oggi e nella tragedia che ha colpito l'Italia - dobbiamo riconsiderare i popoli vicini che abitano sotto l'Europa. (am) 



domenica 3 dicembre 2017

Afrikaan Dream / Sogno Afrikaan




Sogno afrikaan
di achille miglionico (2001)
Spesso mi si chiede del mal d'Africa






Lo spazio: il bushveld e l'Occhio-di-Dio (RSA). Dall'alto della rupe e dell'osservatorio, ricordo appena che il toponimo mi ha suscitato poc'anzi scetticismo ("Esagerati!" ho pensato sentendo che eravamo diretti all' Occhio di Dio). Poi, dopo il primo respiro, mi tronco dinanzi alla vastità che si apre dinanzi a noi. Mi decido e getto, sfidando la vertigine, lo sguardo verso l' altopiano che srotola un incommensurabile spazio con macchie verdognole, boscaglie indistinte e rade. Ho creduto all'inizio che lo sguardo obbedisse come sempre e potesse tornare a me. Come un boomerang ben fatto. Come un rapace ben addestrato dalla mano di Federico Secondo. O una sonda esplorativa che si lancia fuori bordo della nave che va per spazi marini o siderali eppoi torna. Ma non è così. Lo sguardo più e più volte lanciato non torna all'Arca noetica. Non si torna dall'infinito del God's eye. Da qui, - dicono che sia il loggione del teatro del Kruger - nel secco inverno sudafricano, nella mente si pennella una spiaggia che rincorre il suo oceano: non lo troverà mai. Così il fiume Okavango, poco o tanto lontano da qui (nel Botswana), non troverà mai il suo mare, sbagliando strada geologica, e formando un delta vaporoso visibile dalla quota di un aereo di linea: una eden di quindicimila chilometri quadrati in un deserto, quello di Kalahari. Insomma non sono solo io a smarrirmi qui. L'arena del bush, pur avanzando e soffocando la flora esausta, sfinita dal vento, dalle trombe d'aria e dalla siccità, sa di non aver vinto; e, la memoria delle stagioni e dei vivi tramanda che piogge arriveranno a dissetare chi ha saputo resistere: e i mantelli vegetali e animali si scuriranno di nuovo rigogliosi e forti. Vedo. Sotto di me una costellazione di colori e macchie ondulate vira verso il pallido. Famiglie di acacie hanno persino l'ombra che si mostra stinta quanto il tronco; qui e là - al binocolo - fiammeggia di maggiore vita la corteccia rosicchiata di una acacia della febbre gialla (così le chiamavano i boeri ritenendo che cagionassero il paludismo). Ci sono altre macchie di un cromatismo intisichito: ti chiedi se esse sono calate in un miraggio di lento movimento o se sia il tuo cervello ad ingannarti visto che il sole, pur invernale, non scherza in quanto a calore. E' vegetazione questa? No, il binocolo chiarisce che si tratta di gruppi di erbivori, zebre di Burchell, rari gnu, impala resi immobili dalla distanza: fauna persa e dispersa in quel mondo che si incurva virando d' azzurro verso l'orizzonte, tra terra arsa e cielo terso. No, solo una illusione ottica. Di quelle africane. Anzi afrikaan.










Victoria Falls da elicottero














Bufali cafri






Chobe river. Tutto diverso il paesaggio, nel territorio tra il fiume Zambesi e il suo affluente Chobe, tra Zimbabwe e Botswana. Ci arriviamo dopo giorni. Qui tanta acqua, tanti animali. Verde di ogni tonalità, ocra e rosso, tutto lo spettro del visibile e dell'invisibile.
Un ranger fissa il tramonto dal bordo del battello che ci trascina tra le isole di Lwanda e Kalunda: in quel tratto pigro del fiume Zambesi che non lascia presagire la furia delle Cascate Vittoria, alcune percezioni al tramonto mi sono suonate psichedeliche. Il ranger mi racconta di un bufalo isolato dalla mandria ed attaccato dai leoni che era riuscito a trarsi temporaneamente in salvo lungo la riva del fiume: durò una decina di ore il suo andirivieni dalla riva e verso la riva, in una terra di nessuno tra potenze spietate: era stretto dai pazienti felini da un lato e dai sonnacchiosi coccodrilli dall'altra. Ore di speranza frustrata perché comunque il suo destino era oramai segnato. Ed il bufalo stremato ad un tratto decise: meglio una morte nobile e soccombere da mammifero in una contesa tra mammiferi. E così lui, che tante volte aveva guidato sicuro nel fiume la possente mandria nera, ritenne di andare incontro ai leoni, come un eroe greco che nel momento della imminente morte fissasse negli occhi i persiani con sguardo spartano.
E' una mia impressione o non sono così gli animali del resto del mondo? Ne ho visti tanti. Qui gli animali sembrano tutti fieri, nella vittoria e nella sconfitta; e tutti sembrano passivi, indolenti sino a quando non li ammiri nell'atto predatorio o di fuga. II coccodrilli, per esempio: folgori di nervi e muscoli in azione, rocce di carne e ossa nella attesa; quando si animano all'improvviso e scattano spezzano il profilo della superficie come fanno i sottomarini con i ghiacci. Un animale (non sempre abbastanza piccolo) tra le zanne di un altro animale. Un sisma di morte eppoi la immobilità impera di nuovo.

Notti. Nei ritmi circadiani della natura la notte succede e precede il giorno, la luce. E le notti? E' scesa la notte sul campo di tende. La Croce del Sud, favorita dalla incontaminata atmosfera, è un segnale ipnotico di luci. La costellazione comanda il cielo, non va identificata come l'Orsa maggiore e Minore nell'emisfero boreale. Solo uscendo dalla transe, dopo molto tempo, ti accorgi del Resto (del cielo): spilli, sì spilli lucenti trafiggono un nero di fiaba. La prima volta che ho sollevato pigramente lo sguardo all'insù (quasi presagissi la visione)è capitato in una notte serena e fredda a Pilgrim's Rest, il luogo dei cercatori d'oro a nord di Pretoria. Comunque non conviene tenere troppo lo sguardo al cielo, soprattutto di notte e in Africa. Smarrisce.


Confondo due notti tra loro: ad Haziview, in Sudafrica, e a Kasane, nel Botswana. Unica è stata la impressione di potenza e impotenza. A soli cento passi dal protettivo boma, in direzione dello specchio d'acqua, al di là di un nugolo di zanzare e acacie, mi avventuro spavaldo e curioso e sprofondo nel soffice buio. Senza luna. Mi fermo. Mi sono allontanato troppo dagli umani. Mi rassicuro frettolosamente e decido di ascoltare l'ambiente. Il silenzio si frantuma in un frastuono crescente e preoccupante. Non sono solo e sono solo. Percepisco cose nel sé diffuso che hanno radici, si muovono, cantano, strisciano, volano. Voci notturne per lo più sconosciute che incalzano e tendono a coprirsi vicendevolmente. Sorge una onnipotenza effimera quasi mi sentissi un super-eroe con super-poteri. Non sto percependo amplificato un condominio di Roma. Qui è in atto una lotta per la sopravvivenza tra specie sonore diverse e me. Ora predomina il cra-cra metallico di un rospo in amore, ora colgo dei fischi prolungati o ad intermittenza (sono uccelli?). Inutile. Quando stai per concentrare e selezionare la sorgente sonora, essa soccombe ad una nuova e ricominci daccapo. E se quella cosa che sembra un fremito asmatico fosse un leopardo in avvicinamento? Se incroci un leopardo non incrociarne lo sguardo, mi ripeto quel che ha raccomandato il ranger. L'idea mi si insinua maliziosa. Io di certo non vedo nulla di notte (neanche con l'adattamento e le pupille dilatate, lui-leopardo sì che scruta con la sua retina dotata di soli bastoncelli: e mi sente con l'olfatto finissimo. Cacchio, di notte il continente nero si prende ogni rivincita e la sicumera bianca naufraga. Sale la marea di lento orrore, sento che sale dalle scarpe affondate nella soffice erba o urtate dalla roccia. Non le vedi neanche le tue scarpe ed acuisci le sensazioni tattili, magari accavallando le dita per sentire i piedi. Ho freddo dai piedi. E' la temperatura bassa o la paura? Essere alla mercè di tante presenze e bloccarsi nel respiro per non tradirsi ed ascoltare. Ancora un rumore, uno scricchiolo…E questo cosa sarà? Quanto vorrei essere un pitone che lascia sicuro la tana per la caccia notturna. No, non scappi subito: dolce, selvatica, la coscienza si apre a trecentosessanta gradi. E vivi, eccitato, in attesa del nuovo segno di vita (o di morte?) da cogliere nella folla di urli, risate, gracchiamenti e gracidii e tra onde di fogliame che si frangono sulla fragilità di chi è solo nella foresta trafficata. Qui vero che non hai scelta: o ti senti parte del Tutto o ti senti escluso e minacciato da Tutto. Ora capisco perché Hemingway talora uscisse da solo, di notte, nella savana, armato solo di lancia: la ineffabile ambiguità di essere contemporaneamente predatore e predato. Ma io ora torno perché non reggo alla marea di angoscia, non mi va di sfidare la fortuna. Di essere ancora vivo. MI metto improvvisamente a correre negli scarponi. E scappo verso l'abitato. Sono un codardo.
"Perché corri?" mi chiede all'arrivo un compagno allarmato. Mi fissa diffidente: "Ehi, c'è qualcosa lì fuori?".
Non posso ammettere in Africa di avere paura del buio, come un bimbo europeo. "C'è fuori tutto. E non si vede un cavolo."
"Hai ragione. Noi umani non vediamo. Ma siamo visti."
Annuisco per placare nei secondi l'ineffabile brivido che mi percorre il rachide."Già. Anche nelle metropoli la fauna notturna è diversa".

Tramonti. Pregate la sorte che non vi capiti un tramonto di quelli da moglie di Loth. Perché altrimenti rischierete di essere impietriti come il personaggio biblico già nei primi giorni di permanenza in Africa. Se si chiama sindrome di Stendhal quella che vi potete beccare dinanzi ad un manufatto artistico dell'uomo, si potrebbe chiamare sindrome della moglie di Loth quella che capita dinanzi ad uno spettacolo naturale (un mistico direbbe "manufatto di dio"). A me è capitato di ammalarmi calato in un tramonto sullo Zambesi, nel tratto lento e nobile che precede le cataratte di Victoria Falls, tra Zimbabwe e Zambia: ci si pietrifica dappertutto fuorché negli occhi che continuano a volteggiare qui e là nella spasmodica ricerca di particolari cromatici. E come esprimere il tramonto trionfale sul Chobe, nel Botswana?
Memoria indelebile che perirà con me. Il sole che cade velocemente, il nostro barcone silente (a motori spenti) tra istmi di terra bruna inframezzati da acqua rilassata. Sulla superficie riflettente, con lo sfondo di un gruppo di elefanti neri e lucidi al bagno (due adolescenti giocano a spingersi di testa), due becchi a forbice volano radenti il pelo rosa e nero dell'acqua raccogliendo larve di insetti e disegnando con il becco parti di ellissi; si inseguono (sono una coppia) i due uccelli e creano un movimento artistico sulla tela dell'acqua: immagini speculari di ali si combinano a quei cerchi di acqua smossa, come chiavi di violino sul pentagramma. Impressionismo di grande effetto, come neanche Claude Monet sarebbe riuscito a realizzare, lui che derubava la natura di colori e luci. Mi scuoto.


Le piroette dei volatili mi ricordano quelle di una coppia di innamorati visti sulla pista di ghiaccio del Rockfeller Centre di NYC. Rientro in me. Nella incertezza della luce calante ho fatto in tempo a cogliere un paio di ippopotami che elargivano una apparenza di rotonda passività. Quando nel campo percettivo (di luci e suoni) sono entrati degli impala fruscianti di eleganza, il quadro si completa. No, non sono sotto l'azione di sostanze psicoattive (chi ne ha bisogno?). Non era comunque opera umana quel set. La firma era di un dio.










Falco giocoliere







Coccodrillo del Nilo








fotogalleria AM


KENYA people


TSAVO EST animalia

domenica 17 settembre 2017

PARIGI VAL BENE UNA MESSA, disse l'Enrico superstite (dei tre)







Il LOUVRE di PARIGI (e il LOUVRE di ABOU DHABI?).


La Venere (Afrodite) di Milo in marmo di Paro, che risalirebbe ad epoca ellenistica  (130 a.C.): meta obbligata per  intuire i canoni di estetica mediterranea
Incontrare al Louvre il Codice di Hammurabi, il re di Babilonia: opera di grande impatto emotivo (in basalto datata 1792-1750 a.C.)




Annunciato dalle forme futuristiche della Piramide di Ieoh Ming Pei, il Louvre origina dal castello-fortezza di Filippo Augusto (1190) che difendeva la riva destra della Senna. Difficile andare a Parigi (più volte) e non passare (ogni volta) dal Louvre perché è un museo difficile da visitare e conoscere: è un museo assai più "tosto" di altri grandissimi e complessi come il Metropolitan di NYC, il British di Londra, il Pergamon di Berlino. Racchiude tanti musei nelle cavità spesso scomode dei volumi architettonici (ove ci si perde facilmente senza una guida). Il Louvre fu fondato nel 1793 dalla rivoluzionaria Repubblica Francese, fu coccolato e nutrito da Napoleone Bonaparte, fu riformato dal grande primo direttore Dominique-Vivant Denon. C'è tutto. Dalle grandi civiltà del bacino mediterraneo sino all'epoca moderna. Ci vorrebbe un mese per visitarlo: ognuno di noi vi dedica in genere una sola giornata, faticosissima. Oltre trentamila pezzi; vanta capolavori assoluti quali la Nike di Samotracia, la Venere di Milo, la Gioconda e la Vergine delle Rocce di Leonardo, e talmente tante opere da indurre subconfusione mentale. E' appurato scientificamente che la nostra attenzione ha cedimenti già ogni ora che trascorre in apprendimento: nella atmosfera frenetica della visita tra gruppi, selfie, camminamenti e pacifici scontri multietnici, non vi è quel relax di fruizione delle opere (come per esempio all' Orangerie, dove ci si può sedere in silenzio a mirare le Ninfee sulle pareti e sembra di stare in un acquario). 
Il 6 Marzo del 2007, il ministro francese della cultura ha firmato un accordo con le autorità degli Emirati Arabi per l’apertura di un nuovo museo ad Abou Dhabi. In realtà, si tratterebbe di una collaborazione in cui i francesi metterebbero a disposizione le loro competenze per la realizzazione e la gestione di un museo che nel giro di trent’anni dovrebbe diventare autonomo. Verrebbero trasferite, per qualche tempo, una serie di opere dai musei francesi e il nome del museo parigino sarebbe una specie di marchio commerciale. Naturalmente le polemiche scaturite da questi accordi sono numerose. 

Un esempio quello del Louvre da replicare in Italia? 






Personalmente siamo favorevoli alla diffusione della cultura per dare a tutti i cittadini del mondo di poter fruire dell'arte anche senza possibilità di viaggiare. Inoltre ricavare finanziamenti da dirottare sulla conservazione e restauri dei beni culturali (e istituzioni scolastiche) in periodi in cui siamo costretti spesso a rispondere economicamente ad emergenze di ogni tipo (climatiche, idrogeologiche, terroristiche ecc.) non è male. Da INCULTURA più volte si è suggerito ai politici di introdurre p.e. un visto simbolico di ingresso e uscita ai confini italiani per i visitatori non-UE in quanto tutta l'Italia è un museo di interesse mondiale. In Italia si prevedno per il 2017 oltre 400 milioni di presenze turistiche. 


L'Europa è una delle mete più ambite dal turismo mondiale. Perché non far pagare in Italia un visto "culturale" di pochi euro a milioni di visitatori non-EU per poter foraggiare istituzioni culturali di interesse globale?


Museo etnologico del Quai Branly

A pochi metri dalla Torre Eiffel, immerso in un rigoglioso giardino e in una coinvolgente architettura (questa sì che è "ecocentrica") ad opera di Jean Nouvel, scoprirete il Museo etnologico del Quai Branly, un museo dedicato alle arti primitive e alle civilità "non occidentali". Quattro continenti da esplorare, Africa, Asia, Oceania e Americhe, un museo da non perdere, un'esperienza originale e appassionante che consigliamo a tutti i visitatori, dai grandi conoscitori della capitale francese (da ritornarci anche più volte per assistere a nuove mostre e spettacoli del museo), ma anche a chi visita Parigi al di là dei consueti circuiti turistici. Va detto che il  museo etnologico parigino è all'altezza di quello berlinese (nel quartiere berlinese di Dahlem, fondato nel 1873), il famoso Ethnologisches Museum il quale raccoglie una delle più grandi collezioni al mondo di interesse etnoantropologico (oltre 500.000 pezzi).  

Vi accoglie nella stupenda hall la testa di un moai dell'isola di Pasqua:  il moai "Loti" prende nome da Pierre Lotì, membro della spedizione francese sull'isola (1872) e ne avevamo perduto le tracce in quanto nella memoria di Achille Miglionico il moai troneggiava, negli anni Novanta, nella hall dell'altro grande museo antropologico di Parigi, il Musée de l'Homme, da cui proviene dopo un restauro del 2004. E' stato come rivedere un vecchio amico: piacere e soddisfazione si miscelano alla vista. Il Quai Branly è l’ultimo grande museo realizzato a Parigi e, in pochi anni, è diventato una delle mete imperdibili per i cultori delle arti non occidentali e per i visitatori più attenti della capitale francese. Il museo fu inaugurato il 23 Giugno del 2006 dall’allora presidente Jacques Chirac, che ne era stato il  committente durante il primo mandato presidenziale. Una delle polemiche maggiori legate alla realizzazione di un museo che riunisse le più importanti collezioni relative ad arti e civiltà di tipo non “europeo” fu la scelta del nome da adottare: inizialmente, furono proposti nomi come il museo delle “Arti Prime” o delle “Arti Primitive”, che però provocarono la disapprovazione di coloro che ritenevano tali definizioni riduttive, anzi offensive (ah, il politicamente corretto come paralizza l'Occidente...). Pertanto, si preferì evitare ogni fraintendimento dando al museo un nome che non si riferisse al suo contenuto bensì alla sua localizzazione (!): quai Branly, infatti, è quella parte di lungo-Senna nel punto in cui si trova il museo. Il progetto per la creazione di questo nuovo spazio museale fu affidato all’architetto Jean Nouvel, vincitore del premio Pritzer (una sorta di premio Nobel per l'architettura) il quale dovette affrontare una sfida importante: per esporre opere non occidentali, dovette "creare un edificio con caratteri non  occidentali ma senza cadere nella banalità o nella parodia dell’architettura tribale". Il progetto fu realizzato con grande perizia ed il risultato è un’ariosa opera d’arte contemporanea in cui si coniuga l’uso di materiali diversi e nella quale è perfettamente integrato anche uno spazio verde. All’interno, l’esposizione è organizzata per continente, ognuno con un colore proprio che caratterizza lo spazio espositivo (come a Berlino, il che è molto utile didatticamente). Accanto alle opere, nel museo, sono disseminati una serie di documenti multimediali e un percorso per non vedenti con informazioni in braille. Il museo è inoltre interamente accessibile per i visitatori a mobilità ridotta.



Musée de l'Homme

Nell'ala Passy del Palais de Chaillot, al Trocadero (di fronte alla Torre Eiffel per intendersi)  è ubicato il Museo più antico e noto agli antropologi. 

Il Musée de l'Homme fa parte del Museo nazionale di Storia naturale (MNHN). Fu fondato da Paul Rivet in occasione dell'esposizione internazionale del 1937, per sostituire l'antico Musée d'Ethnographie del Trocadéro e dal quale ha ereditato notevoli raccolte storiche. Tra i suoi direttori figura anche Claude Levy-Strauss.  Il museo custodisce interessanti ed importanti collezioni di antropologia, paletnologia ed etnologia, le quali documentano la storia della scienza, raccontano la storia naturale e culturale dell'uomo. Museo unico in Francia e un punto di riferimento per tutto il mondo, il Musée de l'Homme mostra pezzi unici e di notevole interesse per il loro valore scientifico ed estetico, tra i quali si segnalano: la Venere di Lespugue, una delle prime opere d'arte del Paleolitico; e i fossili originali dell’uomo di Cro Magnon.


Museo d''ORSAY




Qui si va alla  scoperta dei più grandi capolavori del museo impressionista:  seguirete cronologicamente lo sviluppo dell’arte, a partire dall’Accademismo, passando per il Realismo, la Scuola di Barbizon, l’Impressionismo, fino al Postimpressionismo (tra i quali ammirerete le opere di Courbet, Millet, Manet, Monet, Renoir, Degas, Cézanne, Gauguin, Van Gogh, e la scultura d’Auguste Rodin).  In qualche ora il percorso è fattibile e si può piacevolmente sostare nei luoghi di ristorazione, bevendo un "caffè espresso" che nessuno più vi nega nella Parigi di oggi.Curiosità: la stazione d'Orsay disegnata da Victor Laloux e realizzata in soli due anni nel 1900, con il meraviglioso orologio dell'androne centrale, presto fu inadatta alle grandi linee ferroviarie (1939): fu centro di raccolta per prigionieri nel 1945, luogo di lavorazione del Processo di Orson Wells nel 1962 ecc. Voluto da Georges Pompidou dal 1973, fu realizzato nel 1984-1985 da architetti francesi (Renaud Bardon, Pierre Colboc, Jean-Paul Philippon): la architettura degli interni e la sistemazione museale sono della grande italiana Gae Aulenti.





ORANGERIE






ORANGERIE è un museo praticamente monografico incentrato sulla vita di Claude Monet che lo volle prima della morte. Impressionismo e post-impressionismo. E' in piazza della Concordia. Affascinante ed a misura d'uomo, quasi favorente la contemplazione delle Ninfee (1895-1926) e delle Nuvole (1923-1926) di Monet. Il museo espone opere di: Paul Cézanne, Henri Matisse, Amedeo Modigliani, Pablo Picasso, Pierre-Auguste Renoir, Henri Rousseau, Alfred Sisley, Maurice Utrillo ed Altri.  






Museo Rodin-Paris

Alludiamo alla villa-museo Rodin-Paris, nei pressi dell'Hotel de les Invalides dopo tre anni di ristrutturazione, ha riaperto al pubblico nel 2015 e raccoglie 600 opere di Rodin. Curato in ogni particolare (giardini ed interni del vecchio albergo): sulle pareti il colore della breccia dolomitica byron gray che ben si accorda con bronzi e marmi. Ecco come e perché ritrovare «i movimenti dell’anima attraverso quelli del corpo» di una statua. 



Il Pensatore di Rodin

Ma Parigi vale molto di più di quel poco che abbiamo sommariamente descritto. Cultura che avvolge. Anche camminando nel quartiere latino o in un bistrot. Come in una foto di Robert  Doisneau o una poesia di Jacques Prévert.  (ardito nunzia lucia)

Paris at night (Parigi di notte)


Trois allumettes une à une allumées dans la nuit
La première pour voir ton visage tout entier

La seconde pour voir tes yeux

La dernière pour voir ta bouche

Et l'obscuritè tout entière pour me rappeler tout cela
En te serrant dans mes bras.


Tre fiammiferi uno dopo l'altro accesi nella notte
Il primo per vedere intero il volto tuo
il secondo per vedere gli occhi tuoi
l'ultimo per vedere la tua bocca
e l'oscurità completa per ricordarmi queste immagini
Mentre ti stringo a me tra le mie braccia.