giovedì 22 novembre 2018

Il VUOTO-PIENO LASCIATO DA STAN LEE










Il 12 novembre - inCULTURA ha partecipato la notizia - è improvvisamente venuto a mancare Stan Lee e il cordoglio si è diffuso rapidamente nel mondo dell'intrattenimento con un'intensità impensabile fino a 10-20 anni fa. Come mai? In parole povere, Lee è stato l'ideatore e il co-creatore di personaggi come Spider-Man (ai più vetusti ancora noto come "Uomo Ragno") e gli Avengers (ivi compresi Iron Man ed il mitico Thor), e con loro è sorto un universo narrativo che ha preso sempre più spazio nella nicchia artistica dei fumetti fino ad entrare nell'immaginario collettivo pian piano grazie a una serie cinematografica di grande successo: i film dei supereroi dominano la classifica delle pellicole più remunerative di tutti i tempi. Questo "vecchietto" dai baffi iconici e dal sorriso sempre sfoderato si è fatto conoscere e voler bene dal grande pubblico anche grazie ai preziosi camei presenti nella quasi totalità dei film ispirati ai fumetti della Marvel Comics (in foto di apertura un esempio di travestimenti). 
La storica casa editrice americana deve tutto, o quasi, all'estro di questo ragazzo ebreo, classe 1922, che negli anni Sessanta creò le condizioni per la sua rinascita e per una seria concorrenza contro l'egemonia della DC Comics, la patria di Superman e Batman. Dalla creazione dei Fantastici Quattro alla (letterale) riesumazione di Capitan America della Seconda Guerra Mondiale, passando per i personaggi citati in apertura, Stan Lee ha rivoluzionato i paradigmi del fumetto americano contribuendo al concetto di "supereroe con superproblemi": l'orfano Peter Parker con problemi familiari, economici, sentimentali; un dio del tuono con un alter ego claudicante; Tony Stark cardiopatico e, più avanti, alcolista; il non-vedente Daredevil, e così via. Il nuovo approccio al genere segnò un punto di svolta che, a giudicare dal botteghino, funziona ancora oggi.
Certo, non bisogna mitizzare né in vita né in morte, non andrebbero risparmiate le polemiche e le controversie che ammantano questa figura. Chissà ancora per quanto gli storici del fumetto (gli storici dell'arte) dibatteranno sul contributo relativo di Lee e dei suoi collaboratori - i disegnatori Jack Kirby e Steve Ditko - nella creazione dei personaggi e delle loro storie mensili. Quanta parte delle idee e dei soggetti era di Stan Lee e quanta parte era farina del sacco dei suoi colleghi? Ciò che è praticamente certo è che Stan Lee fosse il dialoghista dei comics. Sulle sue battute sono cresciuti generazioni di lettori che grazie all'arte sequenziale, che tramite l'ibridazione di testi e disegni facilita (o ha facilitato, come ebbe a dichiarare Stan stesso in una intervista del secolo scorso) l'approccio dei più giovani alla lettura (così com'è stato in Italia grazie a "Topolino"). Quegli stessi lettori hanno imparato da Stan Lee che "da grandi poteri derivano grandi responsabilità": tutti ricordano grazie alla morte di Ben Parker che ogni piccolo gesto, ogni negligenza può avere conseguenze inaspettate e nefaste nella vita personale o per la comunità; grazie a Stan Lee hanno imparato che si può essere soverchiati dai problemi ma si combatte fino all'ultimo per superarli, cadendo e rialzandosi ogni volta; hanno imparato a convivere con la disabilita', puntando sui propri altri talenti. Per questo e altro il mondo dell'intrattenimento avrà un grosso debito nei confronti dell'uomo-immagine della Marvel e il suo lavoro verrà sviscerato dagli studiosi negli anni a venire come quello di tutti coloro che hanno lasciato il segno nell'immaginario collettivo. (michele miglionico)


martedì 20 novembre 2018

Il 19 novembre 1925 nasceva Zygmunt BAUMAN, l’intellettuale della Società Liquida





Secondo Bauman, la felicità non consiste in una vita senza problemi. La vita felice viene dal superamento dei problemi.



Il sociologo polacco di origini ebraiche, il teorico della società liquida, scomparso l'anno scorso, è stato pensatore influente a cavallo di due secoli. Era fuggito dalla Germania nazista e poi dalla Polonia sovietica, sempre in cerca di un pensiero libertario che gli sfuggiva ovunque. Dagli anni Settanta insegnava e viveva a Leeds, dove morì a 91 anni. Ha lasciato più di cinquanta volumi: difficile descrivere il più importante o celebre: “Modernità liquida”? Tutti i volumi con l’aggettivo “liquido” ci hanno insegnato che tendiamo a vivere secondo un orologio sociale, fuori del quale ci sentiamo esclusi e provi di identità. La metafora della liquidità, da quando Zygmunt Bauman l'ha coniata, ha marcato i nostri anni ed è entrata nel linguaggio comune per descrivere la modernità nella quale viviamo.





Tutta una vita di "migrazioni" alla ricerca della libertà


Zygmunt Bauman (Poznań, 19 novembre 1925 – Leeds, 9 gennaio 2017) "migrò" anche in URSS (la Russia comunista), ma da qui fu costretto ancora a “migrare” in UK per ragioni libertarie. Chi più di lui poteva comprendere il fenomeno migratorio? Veniva da una famiglia ebreo-polacca che aveva sofferto la miseria e le persecuzioni dell'antisemitismo: tale precarietà “liquida” sviluppò nel giovane Bauman una posizione politica incline alla giustizia sociale che attraversò il pensiero comunista per poi allontanarsene, quando si avvide che ogni totalitarismo ha le sue inclinazioni persecutorie. Anni fa in un’intervista parlò di quando, da piccolo, fu preso a calci al parco da bambini non ebrei; parlò di come il padre “uomo dall’onestà impeccabile” dovette subire umiliazioni su umiliazioni dai suoi capi per sfamare la sua famiglia”. Nel 1939, a nemmeno 14 anni quando la Germania invase la Polonia, fuggì – per vicinanza ideologica o geografica? – in una  Unione Sovietica tutta stalinista che aveva a sua volta invaso la Polonia. Bauman ancora adolescente si unì subito ad una unità dell’esercito polacco sotto il comando sovietico, guadagnandosi la croce di guerra al Valor Militare per il suo coraggio. Dopo la guerra divenne perfino maggiore dell’esercito polacco ma nel 1953 fu licenziato dal suo lavoro nell’esercito probabilmente per la origine ebraica (ancora?!?). All’Università di Varsavia studiò sociologia e psicologia e lì ha iniziò ad insegnare fino al 1968 quando l’ennesima purga del regime sovietico antisemita lo colpì in modo diretto. Bauman assieme alla sua famiglia fu espulso dal paese, e nonostante le sue posizioni non fossero di piena adesione allo  stato di Israele  visse e insegnò negli atenei di Tel Aviv e Haifa tra il 1969 e il 1971, prima di stabilirsi con la famiglia in Gran Bretagna, a Leeds, dove dai primi anni Novanta ha pubblicato quasi un libro all’anno e lì è rimasto fino alla sua morte. 


Una vita con la valigia. Senza radici. 

Dopo essersi dedicato principalmente al pensiero gramsciano e di Georg Simmel, nel 1989 con Memoria e Olocausto ribaltò l’assunto di molti studiosi che videro nella barbarie dell’Olocausto una rottura della modernità, sostenendo invece che lo sterminio di massa degli ebrei era invece proprio l’esito di questa modernità fatta di industrializzazione e razionalizzazione burocratica. “E’ stato il mondo razionale della civiltà moderna che ha reso l’Olocausto pensabile”, scrisse nel suo saggio. 


Nel 1990 Bauman ha coniato il termine “modernità liquida” per descrivere un modus vivendi : gli individui vengono privati delle loro radici e delle sicurezze materiali, spinti ad adattarsi freneticamente al flusso indistinto del gruppo e del consumismo. 


Ed è proprio nell’accostarsi ai concetti di globalizzazione e consumismo che Bauman legge l’evoluzione della società, dopo la caduta delle ideologie dominanti della Guerra Fredda. Bauman ha indubbiamente il merito di stimolare un antidoto al pensiero globale. 


Di folgorante bellezza e semplicità realistica è il suo pensiero: sorvolando in “meta-osservazione” le vicende storiche e sociali contemporanee, ha mostrato come il sociologo possa essere  il vero antropologo della propria società, senza contaminazioni. Ci soffermiamo ancora una volta su di un libro di grandissima attualità come SESTO POTERE, scritto in uno con l’esperto francese David Lyon.

Non vi illudete. Sanno tutto di noi, ammoniva.


La sorveglianza è una dimensione chiave del nostro mondo: siamo costantemente controllati, messi alla prova, valutati, giudicati nei più piccoli dettagli della vita quotidiana. E il paradosso è che siamo proprio noi - i sorvegliati - a fornire il più grande volume di informazioni personali, caricando contenuti sui social network, usando la nostra carta di credito, facendo acquisti e ricerche on line. Questo perché il bisogno di salvaguardare la nostra solitudine ha ceduto il posto alla speranza di non essere mai più soli e la gioia di essere notati ha avuto la meglio sulla paura di essere scoperti e incasellati. 



 (achille miglionico).

sabato 10 novembre 2018

INTERVISTA AL REGISTA FABRIZIO CORALLO



Fabrizio Corallo a Napoli con Riccardo Scamarcio

Abbiamo visto il film. Un fluido e gradevole affresco su di un artista sicuramente sublime e irripetibile. Il film è inevitabilmente un affresco su di un arco temporale di grande rilievo storico ed etnografico, come a dire “così eravamo”. Ci ha ricordato d’impatto un lavoro antropologico, Naven, di Gregory Bateson il quale con la sua tesi di laurea sconvolse la ricerca e la descrizione etnografica classica alla Malinowski: anche lui non tentò di descrivere il rituale con osservazione estranea (impossibile) ma partì dal rituale Iatmul e si mosse a spirale sulla società in cui quel rituale si inscriveva. 
Con Vittorio Gassman hai saputo passare l’uomo, l’artista e il contenitore-tempo. 
Ora passiamo alle domande.  

   Quando e come hai conosciuto Vittorio Gassman? 

Sono consapevole del privilegio di aver seguito da vicino il suo lavoro e di aver frequentato lui e la sua famiglia per oltre 20 anni.
E' impossibile raccontare in dettaglio tutto quello che un artista indimenticabile come Vittorio Gassman ha lasciato sulla sua scia nel  suo formidabile percorso lungo quasi 60 anni nel teatro, nel cinema, e nella letteratura e la miniera di sapere e di luccicante energia di cui è stato "portatore sano".

    Chi ti ha contattato per il lavoro?  E come è nato ? 

Quando i produttori Adriano De Micheli e Massimo Vigliar mi hanno chiesto di realizzare un ritratto filmato di Vittorio consapevoli  della mia duratura conoscenza dell’Artista, sono stato ovviamente lusingato ma mi è stato subito chiaro che avrei dovuto raccontarlo non solo con la sconfinata ammirazione di spettatore incantato ma anche senza eccessive seriosità, con la discrezione e il disincanto che lui avrebbe desiderato. Con il supporto decisivo della produttrice associata Didi Gnocchi e dello staff della sua 3D Produzioniho tentato così di privilegiare tra le tante ipotesi di racconto soprattutto quella di una doppia metamorfosi di cui Gassman è stato protagonista nel tempo.  La prima è quella che lo ha trasformato a partire dal film di Monicelli "I soliti ignoti" da acclamato protagonista della scena teatrale del secondo dopoguerra - e di film drammatici da lui giudicati quasi sempre "dimenticabili" - in uno dei più amati interpreti brillanti della straordinaria stagione della "commedia all'italiana" nata alla fine degli anni '50. 
La seconda trasformazione è stata quella che lo ha portato a rivelare negli ultimi anni la sua vera natura di persona introversa e ipersensibile,  spesso preda di impensabili vulnerabilità. 

   Colpiscela grande delicatezza e rispetto con cui hai trattato la sofferenza psichica di Gassman. La instabilità umorale, le fasi di profonda depressione ed altri elementi lasciano pensare che l’Artista soffrisse come Virginia Wolf di un pesante disturbo bipolare.  Non doveva essere un paziente facile...

Il tentativo è stato quello di mostrare Vittorio Gassman non solo come un vitalissimo ed esplosivo "mattatore" nella scena e nella vita ma anche come un uomo mite  toccato da una grazia speciale e, come ha detto una volta l'editore di una sua raccolta di poesie, Luca Sossella, "abitato da un angelo che aveva in odio la volgarità".

   Hai mantenuto il focus sempre centrato su Vittorio ed i suoi tempi. Come hai fatto a non farti sommergere dalla mole di dati, spezzoni filmici, personaggi tutti molto ingombranti? 

Ho potuto contare fin da subito sulla fiducia di sua moglie Diletta D'Andrea e sulla disponibilità a portare le loro preziose testimonianze dei figli Alessandro, Paola, Vittoria, Jacopo e di Emanauele Salce, cresciuto  con sua madre Diletta e con Vittorio e da lui considerato un figlio a tutti gli effetti.  Accanto a brani di film celebri e di filmati tratti dagli archivi dell'Istiituto Luce e delle Teche Rai - in cui accanto a Gassman che si racconta in prima persona parlano di lui i  tre maestri della commedia Dino Risi, Mario Monicelli ed Ettore Scola - altrettanto decisivi sono stati i contributi inediti offerti da colleghi amici come Stefania Sandrelli, Gigi Proietti, Giancarlo Giannini e Giovanna Ralli e quelli di esponenti di punta della commedia italiana più recente come Carlo Verdone, Paolo Virzì, Paola Cortellesi, Diego Abatantuono e Massimo Ghini, di registi figli d'arte come Marco Risi e Ricky Tognazzi nonché di giornalisti attenti osservatori del costume nazionale come Valerio Caprara e Maurizio Costanzo.

-      Hai citato tante persone  che hanno reso possibile il film. Ora la domanda più scomoda all’uomo di cultura di cui la Puglia dovrebbe andare fiera. Perché - questa domanda è per Te, Fabrizio Corallo -   sei cosi discreto e modesto? 



Ma mi ci vuole un bel tot per risponderti, cercherò di farlo...Perché credo nella misura e nella discrezione e detesto quelli che si autoelogiano e/o sgomitano. Forse mi sono sempre illuso che chi fosse nella condizione di farlo, avrebbe potuto apprezzare e valorizzare questo tentativo di non-omologazione.  Probabilmente sta succedendo  in piccola parte solo ora. Il punto è che chi potrebbe mettermi in condizione di agire ed essere creativo e concreto e dice di apprezzarmi nel lavoro e nella vita poi si defila… Questioni economiche? Chissà. Vedremo, ci sono e ci spero. 

-      E’ il problema della visibilità mediatica di oggi che magari premia chi non vale. 


Ti ho mai detto che Dino Risi (che come sai ho frequentato tanto e bene) sentendomi raccontare quello che mi capitava diceva di me: "un uomo rovinato dalle buone maniere"?

(tina ardito e achille miglionico)


“Sono Gassman! Vittorio, re della commedia “ : il film di Fabrizio Corallo sul Mattatore




Il regista Fabrizio Corallo e Neus Lopez

Alessandro Gassman alla Festa del Cinema di Roma 2018

Sono Gassman! Vittorio, re della commedia “ : questo il titolo con il quale il critico di cinema nonché regista Fabrizio Corallo ha presentato alla Festa del Cinema di Roma il 21 ottobre 2018, il suo film documentario omaggio al grande attore scomparso nel 2000. 
Fabrizio Corallo è stato maestro nel assemblare testimonianze di chi Vittorio Gassman lo ha conosciuto e amato, ritagli di interviste con chi ha lavorato con lui nel teatro e nel cinema, sequenze di immagini personali dove Gassman regala attraverso la sua espressiva voce pezzi d’una vita vissuta spesso col piede sull’acceleratore. Una vita artistica che spesso lo ha allontanato dalla sua famiglia allargata, e dai suoi figli avuti da quattro donne diverse. 
Appare chiaro che nell’attore drammatico di teatro dei primi anni della carriera c’è già il germoglio dell'indimenticabile Gassman della “commedia all’italiana”. 
Il seduttore mattatore nasconde un’anima paradossalmente timida e fragile, un uomo che attraversando le fasi vitali dell’esistenza ha visto crescere la propria sofferenza, e vulnerabilità: soprattutto nei suoi ultimi anni di vita e negli ultimi lavori. 
Ogni argomento in questo documentario è stato curato da Corallo nei minimi particolari: emergono la assoluta dedizione ed un tenue  “filo rosso” di rispetto e amore per la persona di Gassman, che non lasciano  indifferenti. 
Tra spezzoni di film, si alternano sullo schermo le voci e la presenza dei figli (Paola, Vittoria, Alessandro e Iacopo) e anche di Emanuele Salce, che l’Attore ha  cresciuto come un figlio dall’età dei 4 anni, avendone Vittorio sposato la madre Diletta D’Andrea, la sua ultima compagna di viaggio.  

Verso la fine del film di Corallo l’emozione accumulata dalla platea ha aperto la strada alla commozione e agli applausi,  un segno di riconoscimento per aver saputo cogliere il grande “mostro” dell’interpretazione e  le piccole cose così importanti e deliziose della sua umanità. L’atmosfera crea l’illusione di aver conosciuto questo artista che spesso salutava con “Sono Gassman!”. Grazie a Corallo abbiamo condiviso un magico passato, reso più prossimo. (Neus Lopez Calatayud) 






giovedì 11 ottobre 2018

LA TERRA é PIATTA, signori miei. E la Medicina uccide.



Quante bufalate circolano nella Rete e tra i neuroni dei soggetti a rischio? Il paranoidismo è stato alimentato e incrementato dai rimbalzi mediatici. Anche la ipocondria è stata amplificata dal web. 


Negli ultimi anni alcuni scettici hanno messo in dubbio secoli di studi ed avanzamento tecnologico affermando che la Terra è piatta. Questi individui hanno creato un gruppo ad hoc, la Flat Earth Society, per parlare e confrontarsi sull'evoluzione delle possibili teorie che proverebbero la loro ipotesi. Assodato che la Terra non è sferica - ovviamente secondo loro -, sono sorti i primi problemi quando un membro della society, Darren Nesbit, ha messo in discussione l'ipotesi secondo cui ad impedirci di cadere giù una volta ai confini del mondo piatto fosse il muro di ghiaccio chiamato Antartide.
Secondo il simpatico mattacchione, non si è tenuto conto di un importante fenomeno: l'effetto Pac-Man. Se non cadiamo è solo perché, proprio come la palla gialla nel famoso videogioco, gli esseri umani che arrivano alla fine della crosta terrestre sono teletrasportati dal lato opposto dall'energia dei corpi celesti. Sembra assurdo che queste teorie siano condivise anche da persone con un certo grado di istruzione come manager, professionisti, insegnati e anche personaggi famosi come rapper e campioni di basket. Secondo loro, "anche la Nasa nasconde la verità sul pianeta terra".






QUANDO LA SCIENZA SI FA "POLITICA" sono solo guai. Per tutti.
Considerazioni di epistemologia spicciola.


Da una parte  imperversa in questi giorni una bufera sul presidente dell’Ordine dei medici di Bologna Giancarlo Pizza, autore della inopportuna e tendenziosa prefazione ad un libro contro (sic) l’obbligo vaccinale firmato da Pier Paolo Dal Monte (chirurgo!) e “Il Pedante” (blogger). A scagliarsi contro il suo “intervento inopportuno” sono le società scientifiche di Pediatria, di Igiene e di Medicina del Lavoro Sip, Siti e Silm. Il fatto è grave in quanto parte da un medico (altri sono stati sospesi per aver sostenuto la campagna no-vax). Il fatto è ancora più grave in quanto si tratta di una figura medica di garanzia: un Presidente dell'Ordine è portavoce di una classe di professionisti e dovrebbe mostrare a livello deontologico saldezza professionale (operare "secondo Scienza e Coscienza") al fine di cautelare l'Utente della Sanità. Spero che il Collega venga sospeso dall'Ordine.
Ma l'Italia è divenuta tristemente il Paese dei botti e controbotti mediatici. Il prof. Roberto Burioni nella sua lotta quotidiana alla ignoranza spiega, smonta le bufale sui vaccini con Fazio a "Che tempo che fa". Sufficiente? Assolutamente no. Gli stessi giornali scrivono il giorno dopo che il virologo "divide l'Italia" con la sua posizione. Sottile il sottotitolo. Divide? perché "divide"? Siamo fans dei Beatles o dei Rolling Stones? Verdi o Wagner? Gusti, credenze, fedi e verità scientifiche entrano nello stesso minestrone. Epistemologicamente abbiamo il nulla. Facciamo forse un sondaggio di opinioni per prescrivere un antibiotico? per progettare e costruire un aereo? Per fare una barca in legno occorre un maestro d'ascia, non un maniscalco. L'opinione del pubblico non è richiesta per descrivere la struttura di una cellula o della molecola del DNA. La Scienza può essere smentita solo da se stessa, ha patito per non farsi "politica" (vedi Galileo Galilei): non ci sono opinioni personali da fornire quando si parla per esempio di proteine o acidi nucleici. Non si possono confondere sequenze di polinucleotidi (vedi DNA) e sequenze aminoacidi (v. proteine). Salireste a bordo, sapendo che il pilota confonde i punti cardinali e stenta ad orientarsi con e senza bussola? Quindi ad ognuno le proprie competenze e non per scelta ("Questo lo studio perché mi piace...Questo no..."). Diritto allo studio, e dovere di conoscenza.
Altro problema è l'accesso al nuovo per ogni sapere. In ogni area di sapere il "nuovo" va accolto e verificato meticolosamente. Si possono integrare dati noti e dati nuovi. Comunque si possono aprire nuovi orizzonti di conoscenza solo se si è ricercatori nella disciplina e rispondendo alla metodologia sperimentale. Ricordiamo che la Teoria della Relatività di Einstein è stata convalidata dalla fisica sperimentale solo decenni dopo. Il passaggio da ipotesi a realtà fisica è lungo e duro, ma obbligato.

Karl Popper: tra filosofia e epistemologia scientifica

Se un dato non viene convalidato da più gruppi di ricerca, sarà accantonato. La scienza medica per esempio avanza per disegni programmati di ricerca ma talora per serendipty: in ricerca farmacologica  si parte da circa ventimila molecole per arrivare a studiarne e isolarne una sola: prima occorreva una decina di anni in tale fase, ora meno grazie a modelli informatici. Tutti sappiamo (forse) che l'acido acetilsalicilico (aspirina) è nato come antifebbrile e antireumatico: si scoprì la caratteristica antiaggregante piastrinica ed ora l'ASA è usato da milioni di persone in prevenzione di accidenti cerebro-cardiovascolari (un salva-vita). Di "serendipity" è piena la storia delle scienze: cerchi una cosa ne trovi un'altra. Comunque sia la osservazione scientifica richiede un laborioso lavoro di verifica e convalida.
Cosi ci si aspetterebbe che fenomeni ovvi siano tali: nossignori, c'è gente che crede ancora che un sisma sia una punizione divina, c'è gente (non poca abbiamo appurato) che sbraita in internet asserendo che la Terra è piatta (ne abbiamo parlato recentemente).

La Terra è piatta! ci vogliono prendere in giro...



In questo clima di cretinismo mediatico - che un tempo non avrebbe oltrepassato i confini di un bar - chiunque difenda o si appelli alla Cultura viene addirittura visto con sospetto di massoneria. La Terra è piatta e basta, dicono, voi colti ci volete manipolare e siete in malafede: voi colti avete il potere di farci credere quello che volete e siete arroganti (e classisti). " E che dovete dire voi? siete un medico..." disse un cliente in studio sulla questione dei vaccini, quasi che ci sia un fronte guelfi-ghibellini, medici-antimedici ecc. Se nell'oceano della disinformazione qualche medico fazioso (ricordiamoci anche le "uscite"  del ministro della Sanità) si tuffa in cerca di boom mediatici sostenendo opinioni non sostenibili a livello scientifico, questo non solo è triste ma ancora più pericoloso in quanto produce confusione nell'utenza e danni gravi (curare tumori maligni con bicarbonato di sodio è assurdo ma sostenuto in Rete. Se un fisico cominciasse ad obiettare qualcosa sulla sfericità della Terra - che in realtà è un geoide - oggi non verrebbe invitato a curarsi e inviato al più vicino dipartimento di salute mentale; sarebbe subito intervistato da zelanti giornalisti "glocali" per trarne audience e quindi concedendo visibilità al Nulla (ricordate come un farmacista ipomaniacale è stato rimbalzato da una rete all'altra con la sua dieta? ricordate la dieta Dibella? e la questione di Stamina? Fare leva sulle sofferenze altrui è già disdicevole di suo ma oggi chi andrebbe dalla "aggiusta-ossa" o dalla "tonsillara" per curare ossa e tonsille? Chi "sverminerebbe" un bambino con aglio posto in zona anale? Eppure nel caos potreste trovare queste metodiche anche in internet come "rimedi naturali"?
La Scienza necessita di tanto lavoro, poco remunerato ed invisibile: spesso sappiamo di un certo gruppo di ricerca solo quando una scoperta fa notizia al telegiornale o in circostanze di Nobel. L'Italia è costellata di tanti potenziali Nobel che hanno studiato tanto, in umiltà, e guadagnano pochissimo, spesso optando per l'insegnamento: l'insegnamento è una missione importantissima ma c'è chi è portato per i laboratori e lì dovrebbe servire la comunità.  (achille miglionico)  



sabato 8 settembre 2018

Elogio della Follia 34: OH #CAPITANO ! MIO CAPITANO! Tutte a noi càpitano




Ancora una volta non posso tacere. Quest'Uomo, che della #LEGA ha la faccia di BRONZO e lascia che lo si chiami #CAPITANO,  si muove al di là di ogni giurisprudenza e Costituzione, come in uno show mediatico permanente. 

Lo sguardo non è ancora ducesco: ci sta lavorando


Poco fa aveva asserito con spavalderia ducesca "MI PRENDO L'ITALIA", ora dallo studio di Ministro dell'Interno trasmette in streaming - in diretta Facebook -  l'apertura della lettera ricevuta con avviso di garanzia dal Tribunale di Palermo. Con tanto di lattina di aranciata da bere - quasi fosse lui davanti al televisore di casa in pantofole, con le patatine fritte. Dissacrante e fuori ruolo, in quanto comportamento espresso da chi è in grado di intendere e volere. Cafone e tamarro, dicono quelli più giovani di me: corrisponde a cozzalo (cozzaro), gabibbo, coatto, ecc.  Ma quel che si coglie è la indifferenza e la mancanza di rispetto per le istituzioni della res publica: non si ravvisano tracce di educazione civica. Eppure a più di qualcuno piace questo ducetto con fare e dire ducesco. Il popolo italiano non studia la Storia come un tempo, anzi non studia a sufficienza. Come può un ministro nell'esercizio delle funzioni straparlare come in un bar? Lì avremmo la libertà di non ascoltare le scemenze del beone di turno, potremmo allontanarci, qui siamo invasi ogni giorno mediaticamente e di questo si alimentano e alimentano i consulenti di comunicazione digitale strapagati dalla Lega (che non vuole rendere i soldi che deve allo Stato e non dimostra da dove ha preso i soldi che ne sostengono l'apparato).


























E così ho deciso di lanciare una specie di ode al Capitano, parafrasando - lo ammetto - quel barbutone di Walt Whitman: "O Capitano! mio Capitano!"


Lui, Whitman, cantava del Capitano-Abramo Lincoln, dopo l'assassino di costui e siamo nel 1865. Oggi suonerebbe così al nostro Capitano della Lega bronzea.



O Capitano ! mio Capitano! il nostro viaggio 
tremendo è appena cominciato. La nave che aveva superato ogni tempesta, l'ambito premio
aveva vinto, 
ora langue sotto comandi farseschi e schettiniani 
Il porto è lontano, odo le campane, il popolo è esultante (come fa!?!)
Gli occhi seguono la solida chiglia,la polena con sguardo dimaiocontesco, l'audace e altero vascello che fu
Ma o cuore! cuore! rischi di fermarti
O rosse gocce sanguinanti sul ponte
Dove disteso il mio Capitano 
Caduto ebbro e cannato 
O Capitano! mio Capitano di lega!scendi dal tuo immane Io, àlzati e cerca di andare al timone
Schiva le rocce schettiniane
che sennò ti freddiamo noi
ERASMO DA ROTTERDAM

domenica 2 settembre 2018

Scomparso Luigi Luca Cavalli-Sforza, il genetista italiano grande tra i grandi








È MORTO venerdì pomeriggio a Belluno il medico Luigi Luca Cavalli Sforza. Pioniere della genetica di popolazioni, ha dedicato la vita a studiare la storia dell'Homo sapiens con gli strumenti della biologia contribuendo a ridimensionare l'idea dell'esistenza di diverse razze umane.








Cavalli Sforza nacque a Genova 96 anni fa e aveva studiato a Torino nella scuola di Giuseppe Levi (maestro anche di Salvador Luria, Renato Dulbecco e Rita Levi Montalcini, tre premi Nobel). Ma soprattutto era stato allievo di Adriano Buzzati Traverso, padre della genetica italiana e fratello dello scrittore Dino: la moglie di Cavalli Sforza, Alba Ramazzotti, era nipote dei fratelli Buzzati e ne aveva ereditato la casa bellunese in cui lo scienziato ha vissuto negli ultimi anni.Luigi Luca Cavalli-Sforza (Genova, 1922) è un genetista e scienziato italiano che si è occupato anche di antropologia e di storia, reincrociando antropologia fisica e antropologia culturale che si erano allontanate reciprocamente in una pericolosa deriva epistemologica. I suoi studi si sono incentrati in maniera particolare sulla genetica delle popolazioni e delle migrazioni dell'uomo; Cavalli-Sforza è stato professore emerito all'Università di Stanford in California. Famosissimo come scienziato ma anche come persona di vasta cultura, lo scienziato del genoma umano ha accostato i due processi:

evoluzione biologica e evoluzione culturale sono legate circolarmente. 

Gli interessi si spostano sempre più sullo studio pionieristico del rapporto tra genetica ed evoluzione culturale dell’uomo. Per dirla con Gregory Bateson la evoluzione biologica e evoluzione culturale sono processi stocastici con aspetti divergenti (mutazioni ecc. tendenti a modificare) e aspetti convergenti (tendenti a conservare). Fu il padre di Gregory, William  Bateson, a coniare la parola genetica (genetics). La sfida della seconda metà del Novecento coincide con il problema principale della genetica: ricostruire l'albero evolutivo del genoma umano. Lo scienziato italiano decise di partire dalla ricostruzione degli alberi genealogici di diverse popolazioni italiane e africane, come i pigmei. Nel 1971 va a insegnare negli Stati Uniti, a Stanford, e in collaborazione con l' archeologo Albert Ammerman si occupa della diffusione culturale nel neolitico, usando i dati genetici da integrare alle prove archeologiche. 

Negli anni ’80 e ’90 coniugando genetica e linguistica e considerando gli elementi del linguaggio soggetti a molte influenze comuni a quelle cui sono sottoposti i geni ricostruisce una mappa storica delle migrazioni umane.

Come curiosità culturale, al padre del genoma umano si deve un intervento persino in favore della non soppressione della lingua latina nei programmi scolastici italiani (che vergogna storica ed identitaria!). Era il 1993 e si discuteva di riforma della scuola (e il latino è sempre nel mirino dei riformisti incolti). Il suo intervento fu memorabile e riconciliava studi scientifici ed umanistici: “fra tutte le mie esperienze scolastiche, la traduzione dal latino è stata la attività più vicina alla ricerca scientifica, cioè alla comprensione di ciò che è sconosciuto”. Ipse dixit. (am)



mercoledì 15 agosto 2018

#CROLLO #PONTE #GENOVA UNA VOLTA L'ITALIA ERA UNITA DINANZI ALLE TRAGEDIE...


Prima di tutto un plauso ed un ringraziamento  ai professionisti e no che lavorano da ieri ininterrottamente per salvare il salvabile tra le macerie. Come nella Firenze del 1966. Come in altre tragedie italiane.


Ora riflettiamo. Nella stessa giornata abbiamo ieri avuto un attacco terroristico a Londra, una scossa di terremoto "seria" e - a ponte - il crollo del Morandi a Genova. Quante vittime ignare e innocenti. Sulla stampa inglese, si pensi, il crollo del ponte ha avuto eco in prima pagina, prima dell'attentato. Il mondo è sgomento.

2018 d.C.

Ponte Milvio nella piena del 2012

Noi, gli eredi storici dei più grandi costruttori di strade e ponti dell'antichità, assistiamo ad uno strano fenomeno per cui Ponte Milvio resiste e strutture di cinquanta anni fa "cedono" o possono cedere. Interrogarsi e studiare è d'obbligo. Perché non accada più (questo avremmo voluto sentire dai membri del Governo)

Questa è la sfida lanciata agli ingegneri e agli specialisti di tecnologia delle costruzioni (non solo italiani). Cerchiamo di capire come possa succedere tutto questo, per "migliorarci" non solo per cercare responsabilità civili e penali (a quelle ci pensa la magistratura).

Basta a giocare a "E' TUTTA COLPA TUA (VOSTRA)". Ci viene posto un grave problem solving e come tale dobbiamo affrontarlo.


La politica è una cosa seria. Il nostro è un appello a ritrovare tutti  serietà operativa e senso di Unità: è essenziale  in uno scenario  in cui sembrano prevalere la improvvisazione politica,  il pensiero di "pancia",  petardi e contropetardi ideologici 
La "serietà" sembra essersi dileguata nell'Italia degli ultimi tempi. Si può parlare per parlare in un bar o a casa ma non è possibile ascoltare discorsi-slogan politici improvvisati e adolescenziali anche quando si tratta di temi di fondamentale importanza (confondendo tifo calcistico e politica). Non si può concepire come atto politico solo una eterna campagna elettorale (una "campagna" ha di per sé un inizio ed una fine).

Soprattutto torniamo ad essere "seri" e "civili" (da civis ) dinanzi alle tante tragedie che funestano  la vita dell'Italia e del mondo.

Ttragedie originate dalla violenza e intolleranza, tragedie dovute alla crisi morale, tragedie dovute al dissesto geologico-ambientale, tragedie da terremoti, tragedie dovute anche alle inevitabili casualità della natura, ove l'uomo non appare così centrale e "potente" come crede.

E il pensiero corre agli "Angeli del fango",  giovani che accorsero da ogni parte d'Italia e che, pur nelle diversità ideologiche, contribuirono a far rinascere la città di Firenze e le sue opere dopo la tragica Alluvione del 1966. 


(am)

lunedì 25 giugno 2018

FAME DI POTERE, POLITICA SUBADULTA e "petardi" di idee. Elogio della Follia n. 33.




Adesso BASTA. Stavolta faccio un discorso serio e non faceto.

La politica è una cosa seria. La serietà è essenziale ritrovarla in uno scenario  in cui sembra prevalere la improvvisazione politica e il pensiero di "pancia" 


La "serietà" sembra essersi dileguata nell'Italia degli ultimi tempi. Si può parlare per parlare in un bar o a casa ma non è possibile ascoltare discorsi-slogan politici improvvisati e adolescenziali anche quando si tratta di temi di fondamentale importanza (confondendo tifo calcistico e politica). Non si può concepire come atto politico solo una eterna campagna elettorale (una "campagna" ha di per sé un inizio ed una fine).

Esistono politiche "sbagliate" ma usciamo dall'equivoco che la la politica sia "sbagliata-in-sé" e che vada combattuta con irrazionalità populistica. 


Il titolo va spiegato. La fame di potere è narcisistica, egocentrica e si traduce in quel gioco berniano di Lotta per il Potere (Struggle for Power) che affligge coppie litigiose, famiglie dai ruoli confusi, gruppi di umani, aziende e la POLITICA...
Il termine "subadulto" lo abbiamo rubato alla antropologia forense per designare condotte non-Adulte (in senso analitico-transazionale).
E i PETARDI ? si gettano petardi di idee piuttosto che idee organizzate in opinioni  politiche (sempre da rispettare se sono costituzionali). I petardi fanno BUM!, spaventano, colpiscono e divertono solo chi li lancia (fino a quando non rimangono amputati di un paio di dita).

La svolta destrorsa in Italia e in Europa è un factum vichiano,  da accettare (speriamo non passivamente) 


L'evoluzione biologica e quella culturale hanno necessità di forze conservatrici e riformistiche - si dice in epistemologia scientifica che i processi stocastici come la evoluzione biologica e la evoluzione culturale hanno vettori di conservazione, detti "convergenti" (mantenere per esempio il codice genetico invariato per trasmettere info corrette alla discendenza) ma anche vettori di "novità", detti "divergenti" fondamentali per l'adattamento alle mutate condizioni ambientali (alludiamo più che alle "lente" mutazioni genetiche alla interazione epigenetica. Insomma abbiamo bisogno di conservare e riformare, come ogni organismo e sistema adattativo:

abbiamo bisogno storicamente di una Destra e di una Sinistra (con un centro integrante e dialogante) 


- come in tanti Paesi "evoluti" dal punto di vista democratico. Abbiamo bisogno di governi e di opposizione in equilibrio dialettico, non di soggetti politici che cavalcano litigiosamente emozioni parassite proprie ed altrui in un progetto destruente e solo apparentemente rivoluzionario. In un osso sano la pars destruens (osteoclasti) è asservita alla pars construens (osteoblasti): insomma si distrugge per costruire in un progetto sano e se accade il contrario l'osso si indebolisce o si ammala gravemente.

Siamo mediaticamente immersi un mondo global-digitalico, sempre più "liquido",  che appare a-ideologico - (cioè senza ideologie) se si intende per ideologia un sistema coerente di pensiero che intende tradursi in azione (alla Mazzini) -, un mondo impregnato di ideologismi e opinioni schizofreniche sparate attraverso i media imperanti.

I populismi emergono nei vuoti di democrazia attiva, nelle gravi crisi economiche e/o per eventi storici inattesi (flussi migratori/xenofobia vanno a braccetto per es.). Ma si cibano sempre di ignoranza e rabbia sociale

Le migrazioni sono eventi inattesi e di portata storica. Oggi tocca all'Europa ricevere, una Europa che ha caratteristiche di apparente opulenza (malgrado le crisi), in presenza di un decremento demografico e di un invecchiamento della popolazione che non ha eguali nella storia. Nei prossimi cinque anni verranno a mancare figure professionali insostituibili come medici e personale parasanitario. Grazie ai progressi della medicina e della ricerca, la popolazione mondiale con più di 60 anni raddoppierà entro il 2050, passando dai 900 milioni di oggi a quasi 2 miliardi, e supererà il numero dei bambini di età inferiore a 5 anni entro il 2020. E l'Italia? Grazie ad alcuni fattori chiave "si attesta al secondo posto per popolazione più anziana al mondo: il 21,4% dei cittadini è over 65 e il 6,4% è over 80, seconda solo al Giappone e medaglia d’oro d’Europa"

Chi si occuperà (da caregivers) di questo stuolo di anziani nel 2050? Un problema serio. Mancheranno risorse umane (europee ed extraeuropee) e risorse economiche per i longevi, dicono gli esperti.

Eppure la xenofobia aumenta nel Bel Paese che ha visto tanti italiani migrare altrove. La xenofobia è addirittura una carta vincente in mano ai demagoghi. Allora come è che, nel calcio, molti europei non si preoccupano se a livello di squadre di club ci sono tanti "stranieri"? se nelle competizioni calcistiche le varie Nazionali sono "coloratissime"? 

Negli sport integriamo tutti, nel quotidiano vediamo nemici dappertutto. 

E la Sinistra italiana - una volta sicuro baluardo contro razzismo, improvvisazione politica e rigurgiti totalitari - ora langue: quando non è occupata a farsi del male da sola, vegeta in una paralizzante palude di interrogativi nostalgici ed individualismi. 

Più che opposizione oggi va attuata una neo-Resistenza al Nulla, e agli aspiranti Erdogan. Sinistra Unita.

Ve lo sareste aspettato da me? Non mi sono mai sentito così "rivoluzionario". Parola di Erasmo da Rotterdam. 


sabato 5 maggio 2018

Che cosa è un CPIA -PES per la cultura italiana? STORIE DI TRASFORMAZIONE E MIGRAZIONI. (2)


Narrarsi e narrare. All'articolo (1) fa seguito il concreto: narrare esempi di vita che sono romanzi o potenziali script per un film. 

   

La storia di R.è quella di un giovane uomo di 28 anni, nato in Togo. 

Il Togo è un piccolo stato affacciato sul Golfo di Guinea, stretto tra il Ghana ed il Benin; ha una fascia costiera pianeggiante, famosa per le sue spiagge orlate di palme e per i villaggi collinari; è popolato da vari gruppi etnici (una quarantina); tra la popolazione è fortemente radicata la pratica di riti animisti tradizionali (più della metà dei suoi abitanti), mentre il resto dei togolesi si dividono tra il cristianesimo e l’islamismo.
R. nasce in una bella famiglia: mamma, papà ed una sorella minore; poi ci sono i nonni, gli zii, i cugini: vivono tutti vicini, all’interno di casette adiacenti, in un piccolo villaggio. Purtroppo, quando R. è ancora un ragazzino e sua sorella una bambina, la sua mamma muore per una grave malattia. Da quel momento suo padre comincia ad occuparsi più da vicino dei propri figli che ama incondizionatamente: ogni giorno va a lavorare ma, non appena, a sera, è di ritorno a casa, stringe a sé i due ragazzini bisognosi delle cure e delle attenzioni del genitore. Suo padre è davvero in gamba: in poco tempo riesce ad organizzare le sue giornate in modo che i suoi figli stiano insieme a lui il più possibile - è una bella persona, è davvero generoso ed i suoi figli lo sanno, lo sentono, lo vedono.
Da quando la mamma è morta, però, anche il resto della famiglia s’è stretta ancor più intorno a questo vedovo con due ragazzini al seguito: oltre ai nonni che, come possono, offrono il loro aiuto a tutti, c’è uno zio, sposato e con tre figli, che vive nella casa a fianco a quella di R. Ogni giorno fa visita al padre di R., si dichiara disponibile ad aiutarlo col sorriso sulle labbra, carezza le guance di R. e della sua sorellina e li consola, ricorda loro di non piangere mai perché lo spirito della mamma li protegge. Il padre di R. e la sua defunta moglie sono gli unici nella loro famiglia allargata ad essere musulmani: il resto dei familiari sono animisti, in modo particolare lo zio che tutti i giorni fa visita ai due ragazzini ed al loro papà. Passano i giorni, passano due anni… 
Lo zio di R. è sempre più presente nella loro famiglia, tanto che una mattina, un giorno di festa, invita il padre di R. a bere qualcosa al bar: insolita, eccessiva, morbosa la sua attenzione per quell’uomo quella maledetta mattina. Il padre di R. accoglie il suo invito, fiducioso, come sempre, col sorriso sulle labbra. Dopo un paio d’ore torna a casa dai suoi figli: comincia a star male. Ha forti crampi all’addome: urla, si contorce. Viene portato all’ospedale: non c’è più nulla da fare. Avvelenato. E’ stato ucciso da suo cognato quella mattina, nel bar, con la complicità di altre persone. A sera muore in ospedale. R. e sua sorella sono disperati.
Dopo i funerali e la sua sepoltura, a casa dei due fratelli si presenta lo zio – R. è ancora minorenne. Con disprezzo, con orribile arroganza pretende che i due ragazzi si convertano immediatamente al culto voodoo. R. si oppone fieramente, ricordando a suo zio di essere musulmano come suo padre, sua madre e sua sorella. Lo zio allora lo afferra per un braccio e dà inizio ad una serie di violenze e di soprusi ai suoi danni e ai danni di sua sorella. Lo rinchiude in una stanza e lo lascia per una settimana senza cibo né acqua, tanto che R. è costretto, per sopravvivere, a bere la sua stessa urina. R. non riesce in alcun modo a scappare da quella prigione che avverte ancor più greve ed angosciante a causa del vincolo di parentela tra lui e suo zio (il fratello della sua dolcissima madre) ed anche a causa del vuoto che sente intorno a sé: quando suo padre è morto, in ospedale, con un filo di voce gli ha fatto giurare che avrebbe avuto per sempre cura di sua sorella minore. R. è una persona seria, come suo padre: mai verrebbe meno ad un giuramento, a maggior ragione di suo padre, ucciso da suo zio, e in punto di morte.
La sorella di R. viene nel frattempo “coccolata” dallo zio: costui le promette la realizzazione di ogni suo desiderio, comprese le bambole che ha sempre immaginato di possedere ma che non è riuscita mai neanche a vedere da vicino. Lei non ne sostiene mai lo sguardo: è terrorizzata. Intanto, però, la sfrutta: lei deve svolgere tutte le faccende di casa, in modo che sua moglie possa riposare e lei possa riflettere bene sull’urgenza di convertirsi ai riti voodoo. Un pomeriggio, mentre la ragazzina stava stirando degli abiti non suoi, avendo appoggiato il ferro rovente sul tavolo da stiro, improvvisamente, alle sue spalle lo zio afferra il ferro e lo avvicina alla sua spalla nuda. La giovane urla disperata: nessuno la soccorre, eccetto suo fratello R. che accorre da casa sua, invano: la furia di suo zio si scatena su di lui che viene violentemente pestato di botte. Nella confusione la ragazza riesce a fuggire. 
R. sta male: ha tre costole fratturate, una spalla slogata, ha delle ustioni a causa dello stesso ferro da stiro che suo zio ha usato anche contro di lui. Nonostante tutto riesce ad uscire di casa alla ricerca della sorella: corre al centro del villaggio, al mercato, a casa di alcuni amici: niente. Nessuno l’ha vista, nessuno sa dove sia. Resiste: ha imparato da suo padre che, anche quando credi di non farcela più non devi mollare, devi andare avanti. Lui ha giurato a suo padre di starle sempre vicino e non verrà mai meno a questo giuramento. I giorni passano uno dietro l’altro, uno più disperato dell’altro: nulla, più nulla, di sua sorella neanche l’ombra. Intanto viene a sapere da alcuni amici che suo zio gli ha messo alle calcagna qualcuno che lo sta seguendo e che vuol farlo fuori.
Nella piazza del mercato del suo villaggio, una sera, disperato, R. decide di partire: davanti a sé ha la morte; dietro di sé l’immagine di sogno dei suoi genitori e di sua sorella che non sa più se è ancora viva o se è morta. Non ha soldi con sé, non ha nulla. Sale su un autobus. Si imbarcherà molti mesi dopo, attraversando la Libia, e, superando mille altri pericoli, giungerà a Lampedusa senza neanche rendersene conto. R. sta cercando ancora sua sorella.




La storia di S.comincia in Costa d’Avorio, Paese nel quale nasce 32 anni fa. 


L’Africa è quella occidentale; lo stato è affiancato dal Ghana e dalla Liberia ed è bagnato dall’Oceano Atlantico, affacciandosi sul Golfo di Guinea; ex colonia francese, acquisisce l’indipendenza dalla Francia nel 1960. Vi sono presenti decine di etnie diverse; il clima è tipicamente equatoriale nella fascia costiera e consente la presenza di una fitta foresta pluviale litoranea. S. nasce proprio qui. L’infanzia trascorsa a correre tra gli alberi, insieme a tanti amici. 
Nel 2002 scoppia la guerra civile tra Nord e Sud: la maggior parte dei francesi residenti scappa, chiudendo improvvisamente svariate attività commerciali e finanziarie e provocando così una grave crisi ed una forte disoccupazione. Fuggono anche gli immigrati dai Paesi saheliani, i ghanesi, i maliani: d’un tratto il Paese si ritrova poverissimo, in guerra e con milioni di abitanti in meno. Se S. fosse nato almeno vent’anni prima, avrebbe vissuto in una nazione caratterizzata da notevole stabilità economico-politica, ma ciò non gli è stato dato. Ha soltanto assistito al culmine della crescita esponenziale della popolazione della capitale storica e culturale del Paese, Abidjan, che dal 1934 al 2003 è passata da 34 mila a più di 3,5 milioni di abitanti. Ricorda ancora quando suo padre, suo nonno gli raccontavano com’erano le cose prima che lui nascesse: tutto funzionava diversamente, soprattutto quando c’erano i francesi.
S. trascorre la sua adolescenza e la sua giovinezza nel pieno della guerra interetnica. Le piantagioni rappresentano ancora la maggiore risorsa del Paese ed S. comincia a lavorare in una piantagione di cacao (la Costa d’Avorio è il primo produttore al mondo di cacao), ma la liberalizzazione del commercio, che ha tolto ai produttori la garanzia di prezzi remunerativi, e la comparsa delle multinazionali che si impossessano della produzione, hanno comportato un drastico abbassamento dei prezzi ai produttori. 
S. sogna di farsi una sua famiglia: nonostante tutto, a dispetto della povertà, degli odi, delle rivalse, degli scontri, delle bombe, delle armi, dei morti, delle macerie, un giorno, al mattino presto, ha visto una ragazza bellissima che si reca al lavoro. I capelli nerissimi divisi in tante treccine, legati dietro il capo, un semplice abito a fiori dai colori della gioia; alta, slanciata, un portamento elegantissimo. Sarà lei la sua compagna di vita, sarà con lei che condividerà ogni cosa; non importa se ci saranno delle difficoltà – S. sa bene quanto la vita possa essere dura: insieme supereranno qualsiasi cosa.
E’ un amore folle, uno di quegli amori che toglie il respiro ma che al contempo dona energia nuova, nuova vita. E’ un amore che non sa attendere, che ti chiama ogni giorno ad essere completamente presente a te stesso per trarre sempre il meglio di te, perché è solo questo che si può fare in questi casi. I suoi frutti sono sogni e desideri che vanno alimentati e mai spenti.
La compagna di S. genererà una nuova vita. Come sarà? A chi sarà simile? Il loro legame è così forte e saldo che entrambi sono certi che la loro figlia assomiglierà ad entrambi: non può essere diversamente, quando due si amano così. La piccola nasce tra le braccia del papà. E’ deliziosa: ha gli occhioni neri, la boccuccia color miele, le manine paffute, i capelli inanellati, le gambette agili. Tanta bellezza si scontra con la distruzione tutto intorno. Loro tre insieme rasentano la perfezione ma la realtà è la morte: nessuna prospettiva di cambiamento a voler restare lì in quella terra che tanto i due giovani genitori hanno amato ma che non offre più nulla a quella piccola, graziosa creatura.
Dopo sei mesi decidono di partire: il loro amore, la loro promessa reciproca e, soprattutto, la loro piccola bambina non possono, non devono più un solo istante restare lì a soffrire e poi a morire. Una mattina, dopo aver messo insieme tutto il pochissimo denaro che avevano, grazie all’aiuto di alcuni cugini, lasciano il Paese.
Su un camion, poi su un altro, poi su un altro ancora. Quante volte sono saliti e scesi? Quante volte avranno mangiato S. e sua moglie? L’importante è dare da mangiare alla piccola. Per mesi soffrono la fame, la sete, il caldo, il freddo, mesi di viaggio per riuscire a giungere alla tappa che li condurrà sul mare, il Mediterraneo, che bagna la libertà, la vita nuova, il futuro.
Viaggiano su un camion stipati come gli animali: più di cento persone su un camion di quelli della frutta. Durante il giorno, ogni volta che l’autista fa la sosta per mangiare, tutti e cento restano chiusi sotto il sole, compresa la piccola che resta incollata alla mamma. Dorme. Chissà cosa sogna… S. guarda sua figlia e continua a sperare anche quando è impossibile, anche quando è così debole da non riuscire neanche a tenere gli occhi aperti un solo istante.
Giungono in Libia allo stremo delle forze. Quando le porte del camion si aprono, l’aria che improvvisamente entra nel veicolo sembra essere profumata di fiori. Ad attenderli trovano dei libici armati. Chi saranno? Indossano delle tute mimetiche, imbracciano mitragliette cariche, hanno cinturoni pieni di munizioni. Cominciano a strattonare tutti coloro che, con grandi difficoltà perché le gambe non li reggono più, cercano di scendere dal camion. Vengono contati e ricontati e divisi a quattro a quattro.
La moglie di S. impallidisce. Si piega sulle ginocchia come a volersi inchinare davanti al mare che si intravede in lontananza, il mare che porta al futuro, cade su se stessa curvandosi come una bambina. S. riesce ad afferrare la sua piccola che sta dormendo. La sua compagna muore così, come una piccola creatura tra le braccia di sua madre, la Terra. Un istante. Non una parola, non uno sguardo: non è riuscita a ripetere all’infinito quanto amasse S. e la loro tenera bambina. E’ finita.
S. soffoca un lungourlo, disperato, tragico, profondo. In quell’attimo sua figlia apre gli occhi e fissa suo padre. Due braccia gli strappano la piccina dal cuore. Non è possibile… Un uomo con la mimetica corre a più non posso con la bimba tra le braccia. La sua bambina non c’è più. S. non si regge in piedi, non ha la forza di correre, non ha la forza di urlare. Un uomo gli punta un mitra sulla testa e lo spinge ad entrare in un capannone. Quanto tempo è passato? Secondi, giorni, mesi, anni?
S. attraversa quel mare che conduce alla nuova vita, non sa con chi né come. Sa solo che adesso è morto dentro ma gli viene chiesto di vivere ancora, di vivere per quella figlia che non sa dove sia, se è viva o morta, per la sua compagna che nutriva le stesse sue speranze di cambiamento, per tanti altri uomini, donne e bambini che ogni giorno, nel mondo, sono alla ricerca di una vita migliore. 

(prof.ssa Rosa Maria Ciritella, docente di Lettere e di Italiano L2 presso il CPIA BAT - PES di Trani)

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