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lunedì 31 marzo 2025

Uno Sguardo Antropologico: società liquida tra sacralità e consumismo dell’ "usa e getta".

 


 

 Uno Sguardo Antropologico: società liquida tra sacralità e consumismo dell’"usa e getta.  La mercificazione del sacro. Come si è trasformato un rito religioso in vetrina narcisistica ad uso dei social.









(GettyImages)


La Prima Comunione, per la Chiesa Cattolica, rappresenta un momento di profonda sacralità, la commemorazione del sacrificio di Cristo e l'incontro intimo con l'Eucaristia. Un rito di passaggio spirituale, carico di significato religioso e comunitario. Tuttavia, per molti bambini e le loro famiglie che si affacciano a questo sacramento, l'esperienza rischia di essere oscurata da una deriva consumistica e da una mentalità "usa e getta" che permea la società contemporanea.


Ci troviamo di fronte a un paradosso stridente in una società liquida: un evento intrinsecamente spirituale trasformato in una vetrina di sfarzo e consumismo. 

La celebrazione della Prima Comunione si è trasformata, per molti, in un evento sociale sfarzoso, caratterizzato da ricevimenti in ristoranti di lusso, con menù elaborati, molteplici cambi d'abito per il bambino protagonista e, persino, bomboniere personalizzate e differenziate per bambini e adulti.
Questa tendenza solleva una profonda contraddizione con il significato intrinseco del sacramento. Mentre la Comunione è un atto di umiltà, di semplicità e di profonda spiritualità, lo sfarzo e l'ostentazione rimandano a valori materiali ed esteriori, spesso distanti dal messaggio evangelico. L'attenzione si sposta dal dono spirituale ricevuto al dispendio economico, dalla gioia interiore per l'incontro con Cristo alla preoccupazione per l'organizzazione di una festa "perfetta" e appariscente.


La differenziazione delle bomboniere tra bambini e adulti, ad esempio, introduce una logica di distinzione e di gerarchia che mal si concilia con l'uguaglianza fondamentale di tutti i fedeli di fronte a Dio. Il messaggio che rischia di passare è che l'importanza dell'evento risieda nella quantità e nel valore dei doni ricevuti, piuttosto che nella grazia spirituale accolta.
È importante riflettere sul messaggio che stiamo trasmettendo ai nostri figli. Vogliamo educarli al valore profondo dei doni spirituali, o vogliamo indurli a considerare la Prima Comunione come un'occasione per ricevere regali e vivere un'esperienza di lusso effimero? 
Certo, celebrare un evento importante come la Prima Comunione è naturale e auspicabile. Condividere la gioia con la famiglia e gli amici è un aspetto bello della vita comunitaria. Tuttavia, è fondamentale mantenere un equilibrio, evitando che l'aspetto esteriore e materiale prenda il sopravvento sul significato spirituale.
 Un modo per preservare il vero valore del sacramento potrebbe essere quello di riscoprire la semplicità e l'autenticità. Organizzare un momento conviviale sobrio e significativo, magari privilegiando un pranzo in famiglia o un piccolo rinfresco dopo la cerimonia. I bambini, spesso inconsapevoli della profondità del gesto religioso, diventano protagonisti di un'ostentazione che li vede indossare abiti costosi, ricevere regali sontuosi e collezionare bomboniere personalizzate. La celebrazione si tinge di dinamiche economiche locali, con un "mercato" di regali e denaro che alimenta un'aspettativa di "tutto è dovuto".
 

Questa trasformazione riflette la "società liquida" descritta da Zygmunt Bauman, dove la fluidità, la precarietà e la superficialità sembrano plasmare ogni aspetto dell'esistenza, inclusi i riti tradizionalmente ancorati a valori più solidi. Anche le relazioni, in questo contesto, rischiano di diventare "amori liquidi", effimeri e orientati al soddisfacimento immediato, in linea con la logica dell'"usa e getta".
 

Da un punto di vista antropologico, questa deriva consumistica nella celebrazione di un sacramento può essere interpretata come una manifestazione di diverse dinamiche profonde:


- La mercificazione del sacro: L'ansia e l'incertezza esistenziale tipiche della società contemporanea possono portare a una ricerca di rassicurazione attraverso oggetti e apparenze. Il rituale religioso, privato della sua autenticità spirituale, viene riempito di orpelli materiali, quasi a voler esorcizzare la fragilità della condizione umana attraverso il possesso e l'ostentazione.


- La performance identitaria: In una società dove l'immagine ha un peso sempre maggiore, la Prima Comunione diventa un'occasione per "performare" uno status sociale, sia per il bambino che per la famiglia. L'abito firmato, la bomboniera ricercata, il regalo costoso diventano simboli di appartenenza e di successo, oscurando il significato intrinseco del sacramento.


- La cultura dell'oggetto transazionale: La mentalità dell'"usa e getta" si insinua anche nelle relazioni interpersonali, come evidenziato dal concetto di "amori liquidi". L'altro rischia di essere percepito come un oggetto da consumare e scartare una volta esaurita la sua "utilità". Questo si riflette anche nella superficialità con cui spesso vengono vissuti eventi come la Prima Comunione, ridotti a un mero evento sociale da "consumare" e archiviare rapidamente.


-Dinamiche narcisistiche: L'esasperazione dell'individualismo e la centralità dell' "io" nella società contemporanea possono alimentare dinamiche narcisistiche. 

La celebrazione della Prima Comunione o di qualunque cerimonia religiosa o laica  rischia di diventare un'occasione per autocelebrazione e per la ricerca di validazione esterna attraverso l'ammirazione degli altri per lo sfarzo messo in scena.
 

In questo scenario, l’ antropologia può offrire un "riparo", un percorso di consapevolezza e di riappropriazione di significati più autentici. Attraverso l'esplorazione del proprio mondo interiore, delle proprie paure e dei propri desideri, l'individuo può iniziare a decostruire le dinamiche consumistiche e narcisistiche che influenzano le proprie relazioni e la propria percezione degli eventi significativi della vita.
 

L’ approccio psicosociale può aiutare a:

- Riconoscere e comprendere le radici dell'ansia e del bisogno di compensazione materiale.
- Elaborare le ferite narcisistiche e sviluppare una più sana autostima, indipendente dalla validazione esterna.


-Riscoprire il valore intrinseco delle relazioni umane, al di là della logica dell'"usa e getta".


- Riconnettersi con la dimensione spirituale e simbolica di eventi , sottraendoli alla logica puramente consumistica.


In conclusione, la deriva consumistica che spesso avvolge la celebrazione della Prima Comunione rappresenta una sfida alla sua autenticità spirituale e riflette dinamiche più ampie della società contemporanea. L’ approccio psicosociale, con la sua attenzione alla profondità dell'animo umano e alle dinamiche relazionali, può offrire un prezioso strumento per aiutare individui e famiglie a ritrovare un senso più autentico e significativo in questi momenti importanti, sottraendoli alla superficialità e alla transitorietà di una cultura "usa e getta". È un invito a riscoprire il valore del "non usa e getta": relazioni autentiche, valori spirituali profondi e una connessione significativa con il sacro. (Sabina Pistillo)

martedì 19 luglio 2022

La sacralità del tempo #tempo #sacro #cristodelladomenica #pordenone


Una riflessione sul tempo, sulla sua regolamentazione e sacralità a partire da un piccolo affresco.


A Pordenone, nella chiesa di Santa Maria agli Angeli (conosciuta da tutti come “Chiesa di Cristo Re”), sulla parete sinistra c’è un piccolo affresco noto come “Il Cristo della Domenica”. Rappresenta Gesù Cristo, a petto nudo di fronte allo spettatore. Ci guarda col volto sorridente mentre il suo corpo è pervaso di punti rossi dai quali sprizza sangue, rappresentato con una semplicissima linea rossa. La miriade di traiettorie ematiche trova, alla sua estremità finale, un oggetto, un ferro del mestiere: coltelli, asce, martelli…

Vi è insomma rappresentata, in questa popolana sineddoche, tutto il cosmo dei mestieri. 

L’immagine è di una ingenuità commovente, banale ai limiti del pianto di commozione. È un tipico esempio di immagine devozionale che ammaestra il popolo, ai tempi dell’analfabetismo di massa ma anche dell’immagine ancora sacra, non scaduta al rango di pornografia né cannibalizzata da un cervellotico logocentrismo. 

Il messaggio riportato da questa iconografia, assai diffusa nel Nord Italia e in altri stati europei (1) tra secoli  XIV e XVI, è semplice: non lavorare di domenica; se impugni un attrezzo nel giorno del Signore fai sanguinare Cristo. 

Non ci imbatteremo nelle questioni più strettamente storico-artistiche legate a questa diffusa iconografia (per questo rimandiamo alla sintetica bibliografia indicata nelle note a fine articolo) ma a delle riflessioni più laterali che si possono sviluppare intorno a questo tema. 

Questo messaggio “se fai X succede Y” ha dietro sé un mondo infinito di significato e da solo basterebbe a spiegare un’intera civiltà. 




Le mie riflessioni personali da molto tempo girano intorno al tempo, perciò mi è parso istantaneo che quella immagine così semplice contenesse in sé non solo una regolamentazione del tempo ma un modo intero di stare al mondo, corredato da un incrollabile e inscalfibile senso di significato dello stare al mondo, che, a noi uomini moderni e laici (e che abbiamo smarrito un senso profondo della vita e dello stare al mondo) non può che commuovere fino al desiderio, che è quasi invidia, verso questa fede, nel suo senso etimologico di fides ossia fiducia, nel Significato.


Torniamo al Tempo. Non un concetto di poco conto se si guarda non solo ai grandi nomi del pensiero occidentale che si sono occupati dell’argomento (Seneca, Agostino, Petrarca solo per citare alcuni nomi) ma a una frase dello psichiatra americano Eric Berne, fondatore dell’Analisi Transazionale, il quale sosteneva che «l’eterno problema umano è la strutturazione delle ore di veglia» (2).

Per Berne, dicendola in soldoni, è proprio questa “fame di struttura” che ci fa compiere tutte quelle azioni che ci lanciano nello sconforto e nel malessere. La gestione del tempo, dunque, regola la nostra vita. Ora si pensi, per un attimo e di nuovo, al nostro “Cristo della Domenica”.

Non si lavora di domenica. Che punto fermo. Che meravigliosa strutturazione del tempo in azione e inazione. 

Ma c’è di più, la mia azione, che oggi ritengo banalissima e insignificante, era in contatto diretto con la divinità, al punto tale che se impugnassi uno strumento di lavoro, potrei far sanguinare il Cristo. 

Il sacro viveva dunque, per davvero, nel quotidiano e la vita del singolo era davvero importante. 


Arrivati a questo punto verrebbe naturale sia sentire dentro di sé il rammarico del paradiso perduto sia la voglia di tornare alle origini, la fantasia a occhi aperti di cancellare la nostra civiltà tecnologica e chiedersi come mai l’uomo sia stato così sciocco da cancellare tutto ciò.

Forse perché dietro la Regola c’è sempre l'Oppressione e la Repressione (anche questa iconografia, storicamente, nasce come imposizione: "quasi un’enciclopedia del divieto" (3), che, tra l'altro, proibiva feste, balli e attività sessuali anche tra coniugi(4)) .


E qui si giunge sempre al nodo finale di chi, in una certa qual maniera si occupa di cose umane: ciascuna direzione porta con sé un estremo e ciascuna scelta porta con sé, insieme a delle conquiste, delle inevitabili perdite. E l’equilibrio e il compromesso sono più miraggi che altro. 

O è semplicemente il senso del nostro tempo che, chiuso in una razionalità cervellotica, si arresta poi al bivio delle decisioni e s’incanta poi, di tanto in tanto, di fronte alla sacra ingenuità degli antichi.

O forse ancora, siamo solo chiamati in questi tempi a decidere per noi, all’obbligo di costruirci le nostre regole e i nostri valori, in un cammino senz’altro faticoso, ma che ci permette di essere liberi. 


Claudio Leone


NOTE


(1) M. FERRERO, Il Cristo della Domenica: un’iconografia tra arte e religione. Un esempio vicentino, in «Progetto restauro. Trimestrale per la tutela dei Beni Culturali», 42, 2007, pp. 33-37: «Le testimonianze artistiche di tale precisa volontà espressa dalla Chiesa –note sotto il nome di

Cristo della Domenica–sono oggi poco più di una sessantina, ubicate prevalentemente nelle aree a ridosso dell'arco alpino centro-orientale: Austria,Germania, Italia settentrionale e Svizzera oltre a Repubblica Ceca e Istria, quasi si fosse trattato in maniera specifica di un ambito culturale concentrato tra le popolazioni abituate a convivere con climi difficili e minori possibilità di diluire il proprio lavoro nell’arco di un periodo di maggiore respiro. Al di fuori di siffatto contesto geografico compatto e sostanzialmente omogeneo, l’immagine del Cristo  

sofferente e trafitto dagli oggetti della quotidianità ha trovato ampio spazio in Inghiterra, particolarmente nell'area meridionale incluso il Galles».



(2) E. BERNE, A che gioco giochiamo, traduzione di V. Di Giuro, Einaudi, Milano 2013 (prima edizione 1964), p. 17.


(3)  M. FERRERO, op. cit. p. 35.


(4) G. BRECCOLA,  Il" Cristo della Domenica" nella basilica di S. Flaviano a Montefiascone, in «Rivista storica del Lazio», 2002, 16, pp. 4-44: «Questo Cristo aveva quindi, secondo l’antica tradizione pittorica popolare, finalità didattiche e catechetiche per meglio far comprendere il male compiuto lavorando nei giorni festivi. Immagini quindi con funzione di sermone didattico popolare, di predica ad alto contenuto apocalittico e terrifico: l'autorità religiosa chiedeva ai contadini e agli artigiani di tornare a santificare il settimo giorno, di lasciare per qualche ora il lavoro, di non frequentare l’osteria e neppure il letto coniugale. Diventano allora comprensibili il dolore del Cristo,trafitto dagli strumenti di lavoro e di divertimento, e il riferimento alla domenica». 





lunedì 17 giugno 2019

PERCHE' SI DONA? Un viaggio sul DONO e FARE RETE




Un viaggio sul dono a servizio dell’ uomo per FARE RETE
sommario
La riflessione storica qui presente pone l’accento sul concetto di dono, nell’ accezione arcaica e olistica. Tale concetto è stato approfondito da Malinowski,  Mauss, Levi-Strauss. Il contributo di tali autori ha fornito uno spunto interessante per la osservazione delle società cosiddette fredde  dove il dono è dentro l’economia, società contrapposte a quelle calde, dove vige una logica di profitto senza relazioni.

Malinowski alle isole Trobriand (Papua, Nuova Guinea)


Mwali, uno uno dei due 
principali oggetti nel Kula ring, fotografati da Malinowski)


L’antropologia nasce nel XVIII secolo come apparato scientifico giustificativo dell’impresa coloniale sviluppandosi nel tempo attraverso la costante tensione tra l’osservatore, generalmente l’europeo, e l’osservato, il cosiddetto "selvaggio", l'abitante delle terre colonizzate. L’economia primitiva di tipo olistico di cd "selvaggi" era davvero meno innovativa dell’uomo contemporaneo? 
Il dono inteso come  scambio utilitaristico, si avvicina al pensiero moderno?  La scoperta del principio di reciprocità, nella individuazione delle relazioni sociali che inducono e forzano il donare e il contraccambiare al dono, pone la socialità del dono all’interno della nozione di utile? 
L’antropologo polacco (naturalizzato britannico) Bronislaw Kasper Malinowski (1884-1942) dimostra come il dono nel passato non fosse gratuito e disinteressato come l’accezione contemporanea vuole fare credere: il donare è nell’interesse del donatore, cosi come il contraccambiare è nell’interesse del donatario per favorire un’economia rudimentale.  L’individuo che non dona viene posto ai margini della società, cosi come il donatario che non accetta, o che non corrisponde al dono offende e incrina i legami con la famiglia del donatore.  In sintesi, chi non partecipa alla socialità del dono  subisce l’emarginazione. Il fondamento economico del dono delle società arcaiche è però nettamente differente dalla opinione economica moderna che scinde abissalmente gli aspetti materiali-produttivi  da quelli etici-affettivi. Gli uomini primitivi avevano una visione olistica in cui il dono aveva spazio nell’ economico, mentre l’uomo moderno ha come primato il profitto e la gratuità viene posta all’attenzione p.e. della Chiesa o  di organizzazioni no profit. Infatti come nota Marco Aime<<..il dono, come viene concepito nella sua accezione contemporanea moderna, è il prodotto di un’idealizzazione portata avanti dal cristianesimo, per cui si parla di dono solo quando questo è assolutamente gratuito, unilaterale, senza aspettativa di ricambio, in poche parole, disinteressato>>. 
Il dono descritto invece da  Malinowski nelle società primitive non è quindi gratuito e disinteressato, instaura un ricircolo dei benicui tutti hanno interesse nel farne parte. Non solo, il dono  determina anche  una forma di rudimentale credito, una aspettativa di ricambio al dono, <<un potere>> del donatore nei confronti del donatario.Lo studioso segue uno schema interpretativo, olistico e sistemico, che fa di lui uno dei padri del funzionalismo antropologico.  La sua è una rivoluzione teorico-metodologica che si costruisce nella pratica della ricerca etnografica e nella sua definizione concettuale. Se infatti lo studioso polacco non è certo il primo a svolgere lunghi periodi di ricerca a contatto diretto con popolazioni “indigene” (negli Stati Uniti Morgan lo aveva fatto con gli Irochesi, Frank Cushing con gli Zuni), è indubbiamente il primo a costruire una intera nuova disciplina intorno alla, e a partire dalla, scelta consapevolmente dichiarata del metodo osservazione partecipante
Con Malinowski l’evoluzionismo viene smontato nella concreta pratica di ricerca (quei “selvaggi” dei quali gli evoluzionisti parlavano attraverso fonti indirette divengono esseri umani specifici, colti nella loro concreta vita quotidiana con i quali l’antropologo dichiara essere necessario stabilire relazioni di reciproco scambi affettivo ed emozionale interessate a cogliere i nessi tra dimensioni diverse della vita sociale: tecnologia e mito, cosmologia e navigazione, relazioni di parentela, sessualità e concezioni del sé. Nella sua ricerca alle Trobriand Malinowski si interessa in prima istanza del kula, un complesso circuito di scambi cerimoniali che coinvolge centinaia di persone che vivono in isole tra loro molto distanti. Per studiare e interpretare il kula ring (il circuito del kula) Malinowski deve mettere in campo un’interpretazione <<totale>> della società indigena visto che un fenomeno di tale portata mette in relazione tra loro le dimensioni le più varie della vita sociale nativa. Anche nell’analisi degli altri aspetti (la magia degli orti, la vita familiare e sessuale, l’organizzazione della parentela). L’originalità dello studio sul Kula, di Malinowski sta nell’ aver fatto emergere l’esistenza di una rete di rapporti tra individui , gruppi sociali, tribù, basati sul principio di reciprocità.  Parafrasando il pensiero dello studioso lo scopo delle conchiglie donate ripetutamente a più riceventi non era solo quello di essere possedute, ma di circolare, al fine di rinsaldare appartenenza, amicizia e  alleanza. Pertanto Malinowski attribuisce al Kula anche un valore di tipo economico. Spostarsi per questi selvaggi, avere contatti, stringere alleanze e  relazioni significative portava un notevole sviluppo, progresso socio-economico sia per la tribù ospitante che per l’ospite.  Questo principio viene ampiamente descritto nel  libro dello studioso  Diritto e costume nella società primitiva. La pratica del Kula fu osservata e documentata da Malinowski ed esposta nel saggio Argonauti del Pacifico Occidentale.
Il Kula è praticato tra gli abitanti delle isole Trobriand nel Pacifico, e la pratica consiste in un apparentemente semplice scambio di collane di conchiglie rosse in senso orario (soulava), per effettuare questi scambi gli abitanti delle isole Trobriand si imbarcavano in lunghi e pericolosi viaggi in canoa che permettevano loro di giungere in villaggi distanti molti chilometri, senza alcuna garanzia di ritorno o che il loro dono sarebbe stato ricambiato. Oltre alle collane circolavano anche braccialetti di conchiglie bianche, chiamati mwali questi ultimi circolavano in direzione opposta. (2) Gli oggetti che circolavano dovevono essere donati e contraccambiati con le stesse categorie. Le osservazioni dello studioso offrono uno spunto interessante, quei cd "selvaggi" avevano compreso che scambiando oggetti potevano ricevere informazioni importanti sulla cultura, tradizioni per apportare un contributo all’economia dei villaggi come coltivare ad esempio un orto e favorire l’agricoltura locale. 
Questa accezione arcaica e olistica sul dono risulta più innovativa di quella odierna.  Un altro studioso che ha abbracciato il pensiero economico di Malinowski è stato l’antropologo Marcel  Mauss (1872 - 1950), nipote di Emile Durkheim e suo allievo, con il suo testo Essai sur le don del 1925 ha costituito per la scienza antropologica una riflessione sul dono molto significativa.In questo saggio Mauss, rifacendosi agli studi di Franz Boas (1858-1942) sul rituale del potlàc (1) e di Bronislaw Malinowski sul kula, descrive la socialità del dono nelle società arcaiche e primitive. Da Questa ricerca Mauss ricava alcune tesi fondamentali sulla natura del dono: 1) il dono è socialità obbligatoria; 2) il dono non è quindi pratica disinteressata; 3) il dono crea, rafforza e conserva i legami sociali e comunitari; 4) il dono, <<come prestazione totale>>, unisce gli aspetti sociali ed economici, ed è perciò rudimento economico, cioè è parte di una economia primitiva indissolubilmente legata alla socialità e alla vita. Mauss individua tre caratteristiche fondamentali del dono:  <<dare, ricevere, ricambiare>> e mostra come i tre fondamenti del dono fossero essenzialmente obbligatori all’interno delle comunità primitive da lui studiate. Si deve <<dare>> per mostrare la propria potenza, la propria ricchezza; si è nell’obbligo di <<ricevere>>, cioè non si può rifiutare il dono, pena  la scomunica della comunità ed il disonore; si deve <<ricambiare>>, cioè restituire alla pari o accrescendo ciò che si è ricevuto: restituire meno  di ciò che si è ricevuto è un’offesa al donatore.  Per questo studioso fare un dono, anche materiale è comunicare qualche cosadella propria forza vitale. E per chi lo riceve è tenuto a restituire questo pezzo di vita al mondo vivente.All’interno di questa interpretazione del dono come economia rudimentale, possiamo anche dire che questo “obbligo della reciprocità”, al corrispondere sempre più di quanto si sia ricevuto, si presenti come una spinta, come una  fonte di dinamismo di questa “economia primitiva e premoderna”. Il donatario, costretto al ricambio del dono pena la scomunica sociale, si vede nella necessità di reperire, produrre e possedere una quantità crescente di oggetti, aumentando cosi la quantità di beni circolante.  Il dono rientra in quello che Mauss definisce il “sistema delle prestazioni totali”, quel sistema che coinvolgendo, oltre che tutte le classi sociali, anche tutte le forme della vita comunitaria, è sistema sociale ed economico nel contempo.
Il dono quindi occupa tutti gli aspetti della vita della comunità, sia quelli economici che quelli sociali. La dimostrazione che nelle società arcaiche non vige la separazione tipica del moderno, tra sfera economica e  sfera sociale-affettiva, è un importante lascito dell’antropologia culturale proposta da Mauss.  Coerente con la dimostrazione della ricerca dell’interesse e dell’utile come fondamento di tutte le socialità basate sul dono, nelle conclusioni del Saggio sul dono, Marcel Mauss deriva un’ interessante interpretazione dell’Homo oeconomicus. Il carattere distintivo dell’Homo oeconomicus moderno, la differenza di esso se rapportato all’uomo arcaico, non consterebbe appunto nella ricerca dell’utile e dell’interesse, che già era presente nelle società primitive (e nel dono), ma nella razionalizzazione e tecnicizzazione di questa ricerca. 
IL nostro viaggio sul dono, quindi con la sua dimensione di gratuità sconvolge la logica dell’ economia intesa come profitto e  le rigide leggi sul mercato. Per dirla con Lèvi –Strauss  l’opposizione tra cultura e natura  porta le società calde, come quelle occidentali e moderne rispetto alle società fredde  ad una perdita,  poiché hanno in sé squilibri interni- sociali i quali contribuiscono a  creare anche quelli esterni- naturali, giungendo alla manipolazione e ad una frantumazione di valori . IL vero economico, come valore aggiunto  deve presupporre la gratuità del dono. Ciò richiede una riformulazione dei sistemi economici attuali, dal primato del profitto  al primato dell’ uomo, e dunque a un’economia in cui si è a  servizio dell’ uomo tipiche delle società arcaiche dove  si ritrova uno spazio dentro l’economico. (sabina pistillo)



(1). Il "potlàc",  in uso tra le tribù amerindie del Nord-ovest, era una vera e propria gara tra esponenti di varie tribù che si sostanziava nell'offrire ai rappresentanti degli altri gruppi cibi pregiati e oggetti di valore, ostentando una generosità senza limiti, allo scopo di affermare il proprio prestigio sociale e stabilire una graduatoria nella distribuzione del potere politico e sociale fra i vari lignaggi. Il potlàc, secondo Mauss, rientrava tra le "prestazioni totali di tipo agonistico" (NdR)

(2) Tra le isole partecipanti al "kula" circolavano due tipi di oggetti: collane di conchiglie rosse e braccialetti di conchiglie bianche. Le prime circolavano solo in senso orario, i secondi solo in senso contrario. Ne seguiva che gli oggtti appartenenti ad una categoria potevano essere scambiati solo con oggetti dell'altra categoria. Gli oggetti circolavano in continuazione, restando nelle mani del loro possessore solo per un periodo limitato di tempo. Gli oggetti venivano barattati nel corso di visite che gli abitanti delle isole si scambiavano periodicamente. Sia i preparativi per la partenza che le trattative e gli scambi avvenivano secondo rituali precisi. Il dono era un atto dovuto, così come dovuto era quello di accettarlo, e, in un tempo successivo prestabilito, quello di restituirlo, in una proporzione almeno eguale a quella del dono ricevuto. (NdR)



Bibliografia

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