mercoledì 15 agosto 2018

#CROLLO #PONTE #GENOVA UNA VOLTA L'ITALIA ERA UNITA DINANZI ALLE TRAGEDIE...


Prima di tutto un plauso ed un ringraziamento  ai professionisti e no che lavorano da ieri ininterrottamente per salvare il salvabile tra le macerie. Come nella Firenze del 1966. Come in altre tragedie italiane.


Ora riflettiamo. Nella stessa giornata abbiamo ieri avuto un attacco terroristico a Londra, una scossa di terremoto "seria" e - a ponte - il crollo del Morandi a Genova. Quante vittime ignare e innocenti. Sulla stampa inglese, si pensi, il crollo del ponte ha avuto eco in prima pagina, prima dell'attentato. Il mondo è sgomento.

2018 d.C.

Ponte Milvio nella piena del 2012

Noi, gli eredi storici dei più grandi costruttori di strade e ponti dell'antichità, assistiamo ad uno strano fenomeno per cui Ponte Milvio resiste e strutture di cinquanta anni fa "cedono" o possono cedere. Interrogarsi e studiare è d'obbligo. Perché non accada più (questo avremmo voluto sentire dai membri del Governo)

Questa è la sfida lanciata agli ingegneri e agli specialisti di tecnologia delle costruzioni (non solo italiani). Cerchiamo di capire come possa succedere tutto questo, per "migliorarci" non solo per cercare responsabilità civili e penali (a quelle ci pensa la magistratura).

Basta a giocare a "E' TUTTA COLPA TUA (VOSTRA)". Ci viene posto un grave problem solving e come tale dobbiamo affrontarlo.


La politica è una cosa seria. Il nostro è un appello a ritrovare tutti  serietà operativa e senso di Unità: è essenziale  in uno scenario  in cui sembrano prevalere la improvvisazione politica,  il pensiero di "pancia",  petardi e contropetardi ideologici 
La "serietà" sembra essersi dileguata nell'Italia degli ultimi tempi. Si può parlare per parlare in un bar o a casa ma non è possibile ascoltare discorsi-slogan politici improvvisati e adolescenziali anche quando si tratta di temi di fondamentale importanza (confondendo tifo calcistico e politica). Non si può concepire come atto politico solo una eterna campagna elettorale (una "campagna" ha di per sé un inizio ed una fine).

Soprattutto torniamo ad essere "seri" e "civili" (da civis ) dinanzi alle tante tragedie che funestano  la vita dell'Italia e del mondo.

Ttragedie originate dalla violenza e intolleranza, tragedie dovute alla crisi morale, tragedie dovute al dissesto geologico-ambientale, tragedie da terremoti, tragedie dovute anche alle inevitabili casualità della natura, ove l'uomo non appare così centrale e "potente" come crede.

E il pensiero corre agli "Angeli del fango",  giovani che accorsero da ogni parte d'Italia e che, pur nelle diversità ideologiche, contribuirono a far rinascere la città di Firenze e le sue opere dopo la tragica Alluvione del 1966. 


(am)

lunedì 25 giugno 2018

FAME DI POTERE, POLITICA SUBADULTA e "petardi" di idee. Elogio della Follia n. 33.




Adesso BASTA. Stavolta faccio un discorso serio e non faceto.

La politica è una cosa seria. La serietà è essenziale ritrovarla in uno scenario  in cui sembra prevalere la improvvisazione politica e il pensiero di "pancia" 


La "serietà" sembra essersi dileguata nell'Italia degli ultimi tempi. Si può parlare per parlare in un bar o a casa ma non è possibile ascoltare discorsi-slogan politici improvvisati e adolescenziali anche quando si tratta di temi di fondamentale importanza (confondendo tifo calcistico e politica). Non si può concepire come atto politico solo una eterna campagna elettorale (una "campagna" ha di per sé un inizio ed una fine).

Esistono politiche "sbagliate" ma usciamo dall'equivoco che la la politica sia "sbagliata-in-sé" e che vada combattuta con irrazionalità populistica. 


Il titolo va spiegato. La fame di potere è narcisistica, egocentrica e si traduce in quel gioco berniano di Lotta per il Potere (Struggle for Power) che affligge coppie litigiose, famiglie dai ruoli confusi, gruppi di umani, aziende e la POLITICA...
Il termine "subadulto" lo abbiamo rubato alla antropologia forense per designare condotte non-Adulte (in senso analitico-transazionale).
E i PETARDI ? si gettano petardi di idee piuttosto che idee organizzate in opinioni  politiche (sempre da rispettare se sono costituzionali). I petardi fanno BUM!, spaventano, colpiscono e divertono solo chi li lancia (fino a quando non rimangono amputati di un paio di dita).

La svolta destrorsa in Italia e in Europa è un factum vichiano,  da accettare (speriamo non passivamente) 


L'evoluzione biologica e quella culturale hanno necessità di forze conservatrici e riformistiche - si dice in epistemologia scientifica che i processi stocastici come la evoluzione biologica e la evoluzione culturale hanno vettori di conservazione, detti "convergenti" (mantenere per esempio il codice genetico invariato per trasmettere info corrette alla discendenza) ma anche vettori di "novità", detti "divergenti" fondamentali per l'adattamento alle mutate condizioni ambientali (alludiamo più che alle "lente" mutazioni genetiche alla interazione epigenetica. Insomma abbiamo bisogno di conservare e riformare, come ogni organismo e sistema adattativo:

abbiamo bisogno storicamente di una Destra e di una Sinistra (con un centro integrante e dialogante) 


- come in tanti Paesi "evoluti" dal punto di vista democratico. Abbiamo bisogno di governi e di opposizione in equilibrio dialettico, non di soggetti politici che cavalcano litigiosamente emozioni parassite proprie ed altrui in un progetto destruente e solo apparentemente rivoluzionario. In un osso sano la pars destruens (osteoclasti) è asservita alla pars construens (osteoblasti): insomma si distrugge per costruire in un progetto sano e se accade il contrario l'osso si indebolisce o si ammala gravemente.

Siamo mediaticamente immersi un mondo global-digitalico, sempre più "liquido",  che appare a-ideologico - (cioè senza ideologie) se si intende per ideologia un sistema coerente di pensiero che intende tradursi in azione (alla Mazzini) -, un mondo impregnato di ideologismi e opinioni schizofreniche sparate attraverso i media imperanti.

I populismi emergono nei vuoti di democrazia attiva, nelle gravi crisi economiche e/o per eventi storici inattesi (flussi migratori/xenofobia vanno a braccetto per es.). Ma si cibano sempre di ignoranza e rabbia sociale

Le migrazioni sono eventi inattesi e di portata storica. Oggi tocca all'Europa ricevere, una Europa che ha caratteristiche di apparente opulenza (malgrado le crisi), in presenza di un decremento demografico e di un invecchiamento della popolazione che non ha eguali nella storia. Nei prossimi cinque anni verranno a mancare figure professionali insostituibili come medici e personale parasanitario. Grazie ai progressi della medicina e della ricerca, la popolazione mondiale con più di 60 anni raddoppierà entro il 2050, passando dai 900 milioni di oggi a quasi 2 miliardi, e supererà il numero dei bambini di età inferiore a 5 anni entro il 2020. E l'Italia? Grazie ad alcuni fattori chiave "si attesta al secondo posto per popolazione più anziana al mondo: il 21,4% dei cittadini è over 65 e il 6,4% è over 80, seconda solo al Giappone e medaglia d’oro d’Europa"

Chi si occuperà (da caregivers) di questo stuolo di anziani nel 2050? Un problema serio. Mancheranno risorse umane (europee ed extraeuropee) e risorse economiche per i longevi, dicono gli esperti.

Eppure la xenofobia aumenta nel Bel Paese che ha visto tanti italiani migrare altrove. La xenofobia è addirittura una carta vincente in mano ai demagoghi. Allora come è che, nel calcio, molti europei non si preoccupano se a livello di squadre di club ci sono tanti "stranieri"? se nelle competizioni calcistiche le varie Nazionali sono "coloratissime"? 

Negli sport integriamo tutti, nel quotidiano vediamo nemici dappertutto. 

E la Sinistra italiana - una volta sicuro baluardo contro razzismo, improvvisazione politica e rigurgiti totalitari - ora langue: quando non è occupata a farsi del male da sola, vegeta in una paralizzante palude di interrogativi nostalgici ed individualismi. 

Più che opposizione oggi va attuata una neo-Resistenza al Nulla, e agli aspiranti Erdogan. Sinistra Unita.

Ve lo sareste aspettato da me? Non mi sono mai sentito così "rivoluzionario". Parola di Erasmo da Rotterdam. 


sabato 5 maggio 2018

Che cosa è un CPIA -PES per la cultura italiana? STORIE DI TRASFORMAZIONE E MIGRAZIONI. (2)


Narrarsi e narrare. All'articolo (1) fa seguito il concreto: narrare esempi di vita che sono romanzi o potenziali script per un film. 

   

La storia di R.è quella di un giovane uomo di 28 anni, nato in Togo. 

Il Togo è un piccolo stato affacciato sul Golfo di Guinea, stretto tra il Ghana ed il Benin; ha una fascia costiera pianeggiante, famosa per le sue spiagge orlate di palme e per i villaggi collinari; è popolato da vari gruppi etnici (una quarantina); tra la popolazione è fortemente radicata la pratica di riti animisti tradizionali (più della metà dei suoi abitanti), mentre il resto dei togolesi si dividono tra il cristianesimo e l’islamismo.
R. nasce in una bella famiglia: mamma, papà ed una sorella minore; poi ci sono i nonni, gli zii, i cugini: vivono tutti vicini, all’interno di casette adiacenti, in un piccolo villaggio. Purtroppo, quando R. è ancora un ragazzino e sua sorella una bambina, la sua mamma muore per una grave malattia. Da quel momento suo padre comincia ad occuparsi più da vicino dei propri figli che ama incondizionatamente: ogni giorno va a lavorare ma, non appena, a sera, è di ritorno a casa, stringe a sé i due ragazzini bisognosi delle cure e delle attenzioni del genitore. Suo padre è davvero in gamba: in poco tempo riesce ad organizzare le sue giornate in modo che i suoi figli stiano insieme a lui il più possibile - è una bella persona, è davvero generoso ed i suoi figli lo sanno, lo sentono, lo vedono.
Da quando la mamma è morta, però, anche il resto della famiglia s’è stretta ancor più intorno a questo vedovo con due ragazzini al seguito: oltre ai nonni che, come possono, offrono il loro aiuto a tutti, c’è uno zio, sposato e con tre figli, che vive nella casa a fianco a quella di R. Ogni giorno fa visita al padre di R., si dichiara disponibile ad aiutarlo col sorriso sulle labbra, carezza le guance di R. e della sua sorellina e li consola, ricorda loro di non piangere mai perché lo spirito della mamma li protegge. Il padre di R. e la sua defunta moglie sono gli unici nella loro famiglia allargata ad essere musulmani: il resto dei familiari sono animisti, in modo particolare lo zio che tutti i giorni fa visita ai due ragazzini ed al loro papà. Passano i giorni, passano due anni… 
Lo zio di R. è sempre più presente nella loro famiglia, tanto che una mattina, un giorno di festa, invita il padre di R. a bere qualcosa al bar: insolita, eccessiva, morbosa la sua attenzione per quell’uomo quella maledetta mattina. Il padre di R. accoglie il suo invito, fiducioso, come sempre, col sorriso sulle labbra. Dopo un paio d’ore torna a casa dai suoi figli: comincia a star male. Ha forti crampi all’addome: urla, si contorce. Viene portato all’ospedale: non c’è più nulla da fare. Avvelenato. E’ stato ucciso da suo cognato quella mattina, nel bar, con la complicità di altre persone. A sera muore in ospedale. R. e sua sorella sono disperati.
Dopo i funerali e la sua sepoltura, a casa dei due fratelli si presenta lo zio – R. è ancora minorenne. Con disprezzo, con orribile arroganza pretende che i due ragazzi si convertano immediatamente al culto voodoo. R. si oppone fieramente, ricordando a suo zio di essere musulmano come suo padre, sua madre e sua sorella. Lo zio allora lo afferra per un braccio e dà inizio ad una serie di violenze e di soprusi ai suoi danni e ai danni di sua sorella. Lo rinchiude in una stanza e lo lascia per una settimana senza cibo né acqua, tanto che R. è costretto, per sopravvivere, a bere la sua stessa urina. R. non riesce in alcun modo a scappare da quella prigione che avverte ancor più greve ed angosciante a causa del vincolo di parentela tra lui e suo zio (il fratello della sua dolcissima madre) ed anche a causa del vuoto che sente intorno a sé: quando suo padre è morto, in ospedale, con un filo di voce gli ha fatto giurare che avrebbe avuto per sempre cura di sua sorella minore. R. è una persona seria, come suo padre: mai verrebbe meno ad un giuramento, a maggior ragione di suo padre, ucciso da suo zio, e in punto di morte.
La sorella di R. viene nel frattempo “coccolata” dallo zio: costui le promette la realizzazione di ogni suo desiderio, comprese le bambole che ha sempre immaginato di possedere ma che non è riuscita mai neanche a vedere da vicino. Lei non ne sostiene mai lo sguardo: è terrorizzata. Intanto, però, la sfrutta: lei deve svolgere tutte le faccende di casa, in modo che sua moglie possa riposare e lei possa riflettere bene sull’urgenza di convertirsi ai riti voodoo. Un pomeriggio, mentre la ragazzina stava stirando degli abiti non suoi, avendo appoggiato il ferro rovente sul tavolo da stiro, improvvisamente, alle sue spalle lo zio afferra il ferro e lo avvicina alla sua spalla nuda. La giovane urla disperata: nessuno la soccorre, eccetto suo fratello R. che accorre da casa sua, invano: la furia di suo zio si scatena su di lui che viene violentemente pestato di botte. Nella confusione la ragazza riesce a fuggire. 
R. sta male: ha tre costole fratturate, una spalla slogata, ha delle ustioni a causa dello stesso ferro da stiro che suo zio ha usato anche contro di lui. Nonostante tutto riesce ad uscire di casa alla ricerca della sorella: corre al centro del villaggio, al mercato, a casa di alcuni amici: niente. Nessuno l’ha vista, nessuno sa dove sia. Resiste: ha imparato da suo padre che, anche quando credi di non farcela più non devi mollare, devi andare avanti. Lui ha giurato a suo padre di starle sempre vicino e non verrà mai meno a questo giuramento. I giorni passano uno dietro l’altro, uno più disperato dell’altro: nulla, più nulla, di sua sorella neanche l’ombra. Intanto viene a sapere da alcuni amici che suo zio gli ha messo alle calcagna qualcuno che lo sta seguendo e che vuol farlo fuori.
Nella piazza del mercato del suo villaggio, una sera, disperato, R. decide di partire: davanti a sé ha la morte; dietro di sé l’immagine di sogno dei suoi genitori e di sua sorella che non sa più se è ancora viva o se è morta. Non ha soldi con sé, non ha nulla. Sale su un autobus. Si imbarcherà molti mesi dopo, attraversando la Libia, e, superando mille altri pericoli, giungerà a Lampedusa senza neanche rendersene conto. R. sta cercando ancora sua sorella.




La storia di S.comincia in Costa d’Avorio, Paese nel quale nasce 32 anni fa. 


L’Africa è quella occidentale; lo stato è affiancato dal Ghana e dalla Liberia ed è bagnato dall’Oceano Atlantico, affacciandosi sul Golfo di Guinea; ex colonia francese, acquisisce l’indipendenza dalla Francia nel 1960. Vi sono presenti decine di etnie diverse; il clima è tipicamente equatoriale nella fascia costiera e consente la presenza di una fitta foresta pluviale litoranea. S. nasce proprio qui. L’infanzia trascorsa a correre tra gli alberi, insieme a tanti amici. 
Nel 2002 scoppia la guerra civile tra Nord e Sud: la maggior parte dei francesi residenti scappa, chiudendo improvvisamente svariate attività commerciali e finanziarie e provocando così una grave crisi ed una forte disoccupazione. Fuggono anche gli immigrati dai Paesi saheliani, i ghanesi, i maliani: d’un tratto il Paese si ritrova poverissimo, in guerra e con milioni di abitanti in meno. Se S. fosse nato almeno vent’anni prima, avrebbe vissuto in una nazione caratterizzata da notevole stabilità economico-politica, ma ciò non gli è stato dato. Ha soltanto assistito al culmine della crescita esponenziale della popolazione della capitale storica e culturale del Paese, Abidjan, che dal 1934 al 2003 è passata da 34 mila a più di 3,5 milioni di abitanti. Ricorda ancora quando suo padre, suo nonno gli raccontavano com’erano le cose prima che lui nascesse: tutto funzionava diversamente, soprattutto quando c’erano i francesi.
S. trascorre la sua adolescenza e la sua giovinezza nel pieno della guerra interetnica. Le piantagioni rappresentano ancora la maggiore risorsa del Paese ed S. comincia a lavorare in una piantagione di cacao (la Costa d’Avorio è il primo produttore al mondo di cacao), ma la liberalizzazione del commercio, che ha tolto ai produttori la garanzia di prezzi remunerativi, e la comparsa delle multinazionali che si impossessano della produzione, hanno comportato un drastico abbassamento dei prezzi ai produttori. 
S. sogna di farsi una sua famiglia: nonostante tutto, a dispetto della povertà, degli odi, delle rivalse, degli scontri, delle bombe, delle armi, dei morti, delle macerie, un giorno, al mattino presto, ha visto una ragazza bellissima che si reca al lavoro. I capelli nerissimi divisi in tante treccine, legati dietro il capo, un semplice abito a fiori dai colori della gioia; alta, slanciata, un portamento elegantissimo. Sarà lei la sua compagna di vita, sarà con lei che condividerà ogni cosa; non importa se ci saranno delle difficoltà – S. sa bene quanto la vita possa essere dura: insieme supereranno qualsiasi cosa.
E’ un amore folle, uno di quegli amori che toglie il respiro ma che al contempo dona energia nuova, nuova vita. E’ un amore che non sa attendere, che ti chiama ogni giorno ad essere completamente presente a te stesso per trarre sempre il meglio di te, perché è solo questo che si può fare in questi casi. I suoi frutti sono sogni e desideri che vanno alimentati e mai spenti.
La compagna di S. genererà una nuova vita. Come sarà? A chi sarà simile? Il loro legame è così forte e saldo che entrambi sono certi che la loro figlia assomiglierà ad entrambi: non può essere diversamente, quando due si amano così. La piccola nasce tra le braccia del papà. E’ deliziosa: ha gli occhioni neri, la boccuccia color miele, le manine paffute, i capelli inanellati, le gambette agili. Tanta bellezza si scontra con la distruzione tutto intorno. Loro tre insieme rasentano la perfezione ma la realtà è la morte: nessuna prospettiva di cambiamento a voler restare lì in quella terra che tanto i due giovani genitori hanno amato ma che non offre più nulla a quella piccola, graziosa creatura.
Dopo sei mesi decidono di partire: il loro amore, la loro promessa reciproca e, soprattutto, la loro piccola bambina non possono, non devono più un solo istante restare lì a soffrire e poi a morire. Una mattina, dopo aver messo insieme tutto il pochissimo denaro che avevano, grazie all’aiuto di alcuni cugini, lasciano il Paese.
Su un camion, poi su un altro, poi su un altro ancora. Quante volte sono saliti e scesi? Quante volte avranno mangiato S. e sua moglie? L’importante è dare da mangiare alla piccola. Per mesi soffrono la fame, la sete, il caldo, il freddo, mesi di viaggio per riuscire a giungere alla tappa che li condurrà sul mare, il Mediterraneo, che bagna la libertà, la vita nuova, il futuro.
Viaggiano su un camion stipati come gli animali: più di cento persone su un camion di quelli della frutta. Durante il giorno, ogni volta che l’autista fa la sosta per mangiare, tutti e cento restano chiusi sotto il sole, compresa la piccola che resta incollata alla mamma. Dorme. Chissà cosa sogna… S. guarda sua figlia e continua a sperare anche quando è impossibile, anche quando è così debole da non riuscire neanche a tenere gli occhi aperti un solo istante.
Giungono in Libia allo stremo delle forze. Quando le porte del camion si aprono, l’aria che improvvisamente entra nel veicolo sembra essere profumata di fiori. Ad attenderli trovano dei libici armati. Chi saranno? Indossano delle tute mimetiche, imbracciano mitragliette cariche, hanno cinturoni pieni di munizioni. Cominciano a strattonare tutti coloro che, con grandi difficoltà perché le gambe non li reggono più, cercano di scendere dal camion. Vengono contati e ricontati e divisi a quattro a quattro.
La moglie di S. impallidisce. Si piega sulle ginocchia come a volersi inchinare davanti al mare che si intravede in lontananza, il mare che porta al futuro, cade su se stessa curvandosi come una bambina. S. riesce ad afferrare la sua piccola che sta dormendo. La sua compagna muore così, come una piccola creatura tra le braccia di sua madre, la Terra. Un istante. Non una parola, non uno sguardo: non è riuscita a ripetere all’infinito quanto amasse S. e la loro tenera bambina. E’ finita.
S. soffoca un lungourlo, disperato, tragico, profondo. In quell’attimo sua figlia apre gli occhi e fissa suo padre. Due braccia gli strappano la piccina dal cuore. Non è possibile… Un uomo con la mimetica corre a più non posso con la bimba tra le braccia. La sua bambina non c’è più. S. non si regge in piedi, non ha la forza di correre, non ha la forza di urlare. Un uomo gli punta un mitra sulla testa e lo spinge ad entrare in un capannone. Quanto tempo è passato? Secondi, giorni, mesi, anni?
S. attraversa quel mare che conduce alla nuova vita, non sa con chi né come. Sa solo che adesso è morto dentro ma gli viene chiesto di vivere ancora, di vivere per quella figlia che non sa dove sia, se è viva o morta, per la sua compagna che nutriva le stesse sue speranze di cambiamento, per tanti altri uomini, donne e bambini che ogni giorno, nel mondo, sono alla ricerca di una vita migliore. 

(prof.ssa Rosa Maria Ciritella, docente di Lettere e di Italiano L2 presso il CPIA BAT - PES di Trani)

Che cosa è un CPIA -PES per la cultura italiana? STORIE DI TRASFORMAZIONE E MIGRAZIONI. (1)



   La Storia è storia di migrazioni e di lingue, di incontri e talora scontri. Raccontare di CPIA BAT (Centro Provinciale Istruzione Adulti), sarebbe stato impensabile pochi decenni fa: parlare di queste nuove realtà, equivale a parlare di trasformazioni, del divenire, e di migrazioni. 

Il CPIA (Centro Provinciale Istruzione Adulti). Il Centro  nasce ufficialmente, nella provincia  BAT,  così come è strutturato oggi, il 1° settembre 2015; precedentemente esistevano i CTP (Centri Territoriali Permanenti), che facevano capo alle scuole secondarie di I grado, oltre ai corsi serali, organizzati dagli istituti tecnici e professionali. Le sedi operative sono i PES, ovvero Punti di Erogazione del Servizio, esistenti presso i comuni di Andria, Barletta, Bisceglie, Canosa, Trani (Trani prevede anche la sede carceraria maschile e femminile) e, dal prossimo anno scolastico, anche presso le sedi di Trinitapoli e Spinazzola. Abbiamo mosso i primi passi nella nuova istituzione autonoma tutti insieme, dal dirigente scolastico ai docenti ed ai collaboratori, anche se molti di noi avevano già molta esperienza nel campo dell’insegnamento agli adulti, quindi conoscevano bene questa realtà fatta di storie di vita, di cambiamenti improvvisi, di nuove speranze, di sogni e di progetti per il futuro. 

   La azione dei PES si svolge a vantaggio di coloro che, una volta compiuto il sedicesimo anno d’età, non avendo avuto la possibilità di portare a termine il corso di studi che consente di assolvere all’obbligo scolastico, non sono riusciti a conseguire la Licenza Media, non hanno frequentato il biennio della scuola secondaria di II grado o, provenendo da altri Paesi, necessitano di conseguire almeno il livello A2 di conoscenza della lingua italiana. Qui si offre la nostra cultura quale premessa di integrazione. 


Si offre a tutti costoro un’altra possibilità, un mutamento di prospettiva. Così le nostre sedi sono colme di giovani italiani e migranti che anelano un’altra vita: costoro giungono da noi conseguentemente ad un’interruzione, ad uno stop, ad un no, ad un trauma, ad un blocco, ad una scelta errata; insieme a loro ci sono gli adulti, anch’essi resi inermi dagli eventi della vita che sa certo essere sorprendente, tante volte, ma che non manca di dispensare brutte incursioni, alle volte. 

"Siamo uno spaccato del nostro mondo variegato, fatto di bellezza ed insieme di storture, di ingiustizia sociale e di volontariato, di cura e di indifferenza. Abbiamo il compito di trarre nuova energia da ciascuno, soprattutto da chi ha completamente perso la fiducia più importante, quella nell’uomo, quella in se stessi".

   L’elemento che caratterizza ed accomuna tutti gli studenti è il grande coraggio e l’intensa passione che li contraddistingue dagli altri che frequentano i restanti ordini e gradi di scuola: quando non sei riuscito ad andare a scuola perché la tua famiglia era troppo povera per potersi permettere un figlio impegnato a istruirsi o quando il tuo percorso di vita è stato deviato da qualche evento accidentale che ha distrutto i tuoi sogni, fosse anche per una tua scelta sbagliata, oppure quando vivi in un Paese in guerra e sei solo e disperato e davanti a te vedi solo la morte nel tuo futuro o sei vittima di tratta e di violenze, venire a scuola tutti i pomeriggi dal lunedì al venerdì, farsi carico del lavoro scolastico è connotato da una forte motivazione e da grande amore per il sapere, da un’estrema curiosità e dalla voglia di approfondire tutte le proposte didattiche fatte dai docenti. 
   E’ ben noto che ogni azione pedagogica prende le mosse da una relazione affettiva tra docente e discente e che quindi i valori vengono riconosciuti come tali solo qualora si riconosce autorevolezza, calibro, spessore alla figura di chi quei valori vuole trasmettere: ebbene tra  docenti del CPIA e studenti si crea gradualmente una alleanza didattica, una relazione positiva di cui non sono soltanto i corsisti ad avvantaggiarsi ma anche i docenti e collaboratori: ogni singolo individuo apporta nuova linfa alle nostre vite con la sua storia di vita, con le sue esperienze, con la sua peculiare ed unica personalità. Ogni anno si avvicendano nuovi volti, nuove storie, si fanno nuovi incontri, ci si rimette in gioco con forza, con vigore, con determinazione e umiltà. 

"Siamo una piccola comunità multietnica - ci dice la docente - 

da noi avviene un incontro costante, una conoscenza senza la quale si ingenera la paura che fa da muro, che serra le porte all’altro. Chi non vede questo nostro incontro, chi si rifiuta di accettare che la storia dell’umanità intera è storia di migrazioni non è in grado di penetrare la nostra realtà, fatta di accoglienza, di confronto, di condivisione, di collaborazione. Così accade anche che diventiamo bersaglio di costoro che guardano, miopi, la realtà distorta, credendo che innalzare barriere possa proteggere da attacchi che, ad osservar bene, provengono soprattutto dalle viscere della nostra società, dalla “pancia” che tutto ingurgita e ogni cosa divora, senza chiedersi nulla. Solo la conoscenza ci salva dall’ignoranza, ossia dalla paura: tutte le nostre angosce più profonde prendono forma se non razionalizzate". 
   Ogni PES del CPIA BAT collabora con varie case d’accoglienza, enti ed associazioni che si occupano di migranti, adulti o minori, e che gestiscono progetti nazionali di inclusione sociale ed inserimento lavorativo, rivolti a richiedenti asilo, rifugiati politici o minori non accompagnati. Giorno dopo giorno entriamo in contatto e facciamo conoscenza con persone di varia nazionalità e con svariate storie di vita alle spalle, alcune delle quali estremamente pesanti, complicate, quasi impossibili da sopportare. 

Qui non c’è spazio per il pregiudizio o per la diffidenza: qualora qualcuno, dall’esterno, mostrasse di non comprendere (dall’etimologia del termine, “prendere con sé”), il nostro compito diventa anche quello di spiegare, di chiarire, di fare luce sulle tenebre della paura. 

E’ proprio questo il compito: narrare serve a rendere intelligibile, a spianare la strada ad una mediazione, ad evitare inutili, sterili, nefasti conflitti.

(Rosa Maria Ciritella, docente di Lettere e di Italiano L2 presso il CPIA BAT - PES di Trani)



venerdì 27 aprile 2018

#Trani #Bisceglie Festa rurale di #Giano 2018: un crescente flusso di visitatori


















La secolare Festa rurale di Giano, tra Bisceglie e Trani, cade tradizionalmente due domeniche dopo la Pasqua e occupa la intera domenica con messe, processione, mercato ed un numero crescente di persone interessate e curiose. 

Da qualche anno la Festa è stata condizionata dal maltempo che imperversa in ogni stagione. Quest'anno il cielo si è contenuto mantenendo solo un incombente grigiore e ciò ha consentito l'afflusso di tanti cittadini e turisti. Le abitazioni rurali ed i trulli si sono animati e molte famiglie hanno approntato grigliate di carne e pasta al forno (nella infinita varietà pugliese). Quando la campagna si vitalizza rende energia al triplo. Non sempre però la partecipazione delle persone è consapevole (anche sotto il Colosseo).


Accade che molti non sappiano neanche di che cosa si tratti e non conoscano assolutamente nulla del locus.


Dal mare, oggi come un tempo, arrivava la vita e la morte. Merci, alimenti ma anche predoni che razziavano e uccidevano. Non tutti gli agglomerati urbani disponevano di mura. Durante l’età tardo-antica cominciarono a formarsi sul territorio attuale di Bisceglie dei piccoli villaggi, chiamati appunto casali. E la gente si rifugiava nei casali. Essi erano costituiti da un casamento fortificato e cinto di mura, da un cortile centrale e da una chiesa con cimitero adiacente. Secondo la tradizione i casali dell’agro biscegliese furono nove. Nella seconda metà dell’XI secolo, quando mutarono le condizioni politiche ed economiche della regione, si formarono lungo la costa ulteriori agglomerati urbani e piccole Diocesi per impulso dei Bizantini e dei Normanni. Pertanto, gli abitanti dei casali abbandonarono le proprie case per trasferirsi nelle sicure mura cittadine e dedicarsi a più redditizi mestieri. Tra i tradizionali nove casali presenti nell’agro biscegliese si distingue per la vitalità secolare uno in particolare: il Casale di Santa Maria di Giano.

Il Casale di S. Maria di Giano con Chiesetta del Casale di S. Maria di Giano ed attiguo "Tempio di Giano" è situato a 4 km da Bisceglie, sulla SP Bisceglie-Andria. Il tempio fu fatto restaurare nel 1724 dal vescovo Antonio Pacecco. Il riferimento al casale di Giano compare per la prima volta in un documento, datato al 965 e contenuto nel Codex diplomaticus cavensis.


  • La chiesa del casale di Santa Maria di Giano esteriormente ha un aspetto settecentesco: è ad un’unica navata con volta a botte lunettata, con pilastri addossati sulle pareti laterali e collegati da archi. Tuttavia, conserva non molti anche se evidenti resti di un precedente impianto. All’esterno sono visibili i resti di un arco falcato, mentre all’interno la stonacatura della parete di fondo tra le nicchie, ha messo in evidenza una muratura molto antica, copiosamente affrescata. Ed è proprio il ricco corredo iconografico l’elemento più interessante di questa chiesa. L’autore è un ignoto frescante che opera nella zona nella seconda metà del XIII sec. e che presenta spiccate analogie con le due grandi tavole di legno raffiguranti le storie di Santa Margherita e le storie di San Nicola, un tempo conservate nella chiesa di Santa Margherita e attualmente esposte nella Pinacoteca provinciale di Bari. Presenti anche dei cicli pittorici dedicati a San Nicola Pellegrino e a San Giacomo. all'interno del quale è possibile ammirare la chiesa del casale con gli affreschi della Dormitio Mariae, di S. Donato e S. Felice, S. Nicola Pellegrino, S. Giacomo Apostolo, S. Paolo e S. Caterina d'Alessandria.  La datazione degli affreschi (seconda metà del XIII sec.) ed i rifacimenti settecenteschi della chiesa dimostrano che il casale non è stato abbandonato dopo l’inurbamento dei casalini. Ancora oggi nella chiesa di proprietà della parrocchia di S. Domenico, una volta l’anno, la seconda Domenica dopo Pasqua, vi si officia una messa in occasione della sagra rurale e della processione propiziatoria. La processione, con la esposizione della Madonna verso i punti cardinali, mirava a propiziare le piogge. Invece all'interno della chiesetta si riversavano bambini e fedeli soprattutto da quando si invocava un miracolo su di un bambino con ernia inguinale (e altro), piccolo che risultò guarito dopo tre giri intorno all'altare. 

Tuttora si usa compiere con una candela accesa un giro intorno all'altare della chiesetta al fine di proteggere i bambini.






  • A poche decine di metri sorge, in terreno privato, un altro gioiello dimenticato, il Tempio di Giano, chiesa protoromanica censita come “Santa Maria di Giano” (il che ingenera confusione con la Chiesa del Casale di Santa Maria di Giano).



Tempio di Giano (territorio di Trani): abside

















A 250 metri di distanza dalla Chiesa del Casale di S. Maria di Giano, in direzione Ovest, vi è un’altra chiesa, più piccola, detta comunemente “Tempio di Giano”, molto simile a S. Angelo di Pacciano (v.sotto), tanto per la dislocazione planimetrica, quanto per tipologia e architettura.




Il Tempio di Giano è ubicato nell’agro di Trani ed è da tempo acquisito dal Comune di Trani. il Tempio protoromantico di Giano, risalente all'XI secolo, è praticamente situato al confine tra Trani e Bisceglie, sulla provinciale Bisceglie-Andria.
La chiesa rurale, comunemente indicata come “tempio di Giano”, collocata in posizione eccentrica rispetto al casale, è ad aula unica con cupola centrale e pianta a croce contratta, ossia con transetto costituito da due nicchie ricavate nelle murature laterali, coperte da arconi. Le chiese appartenenti al X-XII sec. sono prevalentemente caratterizzate da un’aula unica a croce contratta, con una cupola in asse. Si tratta di una struttura monocellulare che troverà successive modifiche sino a giungere ad organismi bi- e tri-cellulari. Il Tempio di Giano ha l’abside semicircolare, copertura a piramide su base quadrata sull’aula centrale, e conica sull’abside, realizzata con chiancarelle. Nella zona absidale sono presenti piccole nicchie con archetti; vi sono due accessi: quello frontale, con arco falcato e timpano semicircolare e quello laterale a nord con ricchi capitelli all’imposta. In base alla tecnica costruttiva e alle caratteristiche tipologiche si data intorno al XII sec.


pianta del Tempio di Giano


Il Comune di Trani provvide molti anni fa a restaurare l'antico tempio creando anche un vialetto di accesso per i visitatori. La vegetazione spontanea può, in assenza di cure, minare la struttura soprattutto a livello della copertura a cupola centrale. Si deve provvedere. Lo diciamo da anni. (a.m.)



domenica 25 febbraio 2018

CI HA LASCIATI FOLCO QUILICI, un ULISSE imperituro




Folco Quilici è stato un documentarista, esploratore e scrittore italiano, attivo nella divulgazione naturalistica fin dagli anni Cinquanta del XX secolo. E' stato per l'Italia quello che è stato Jacques-Yves Cousteau per la Francia.


"Tutta la vita ho viaggiato per dimenticare il mio inconscio - aveva detto in una intervista a Repubblica - Certo, non è la stessa cosa immergersi in una vasca da bagno e in un mare infestato dagli squali. Se l'ho fatto è stato esclusivamente per dare un'emozione a chi quelle cose le ha sempre sognate senza averle mai viste. Parlo degli anni Cinquanta e Sessanta. Oggi ci interessa meno il meraviglioso, l'inedito, l'irraggiungibile. Pretendiamo però di salvare il pianeta. Comodamente seduti in poltrona!" .



Il Ministro Franceschini: «Sempre avanti rispetto ad altri» 


«Con Folco Quilici se ne va una delle figure più importanti del giornalismo, del documentarismo e della cultura italiana. Un pioniere in tutti i progetti che ha avviato, sempre anni avanti rispetto agli altri, un italiano innamorato del proprio paese e un ferrarese innamorato della propria terra in cui era l’erede della grande tradizione giornalistica del padre Nello». Così il ministro dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, Dario Franceschini, ricorda il documentarista e scrittore morto oggi. «Ci mancherà - sottolinea Franceschini - ma i suoi lavori resteranno per sempre come guida e insegnamento per le giovani generazioni». 
Verissimo. 

Ci mancherà molto. Ha influenzato le nostre vite giovani e non più giovani.

Di lui conserviamo documentari di grande interesse etnografico, la biografia ineccepibile, le sue Opere,  il suo sapere "eco-centrico". Non dimenticheremo  il suo sorriso, sempre sereno tra qualche ruga. Come quello grato dell'amerindio che  cavalca la Natura e ringrazia ogni giorno il Grande Spirito.(am)

Faber navalis di Maurizio Borriello: esiste ancora il maestro d’ascia



Costruire una imbarcazione è una sfida millenaria per l’uomo. 


Ricordo che anni fa, nel 2008 forse, cominciai un seminario di etnoantropologia per il SIEB mostrando un documentario presente tra gli extra di un film poco noto del 2006:  “10 canoe”. Affascinato dalla cultura degli aborigeni (Australia), Rolf de Heer (già regista del più famoso “The Tracker”) si  spinse oltre con il film  “10 canoe”, co-prodotto dalla italiana Fandango, mettendo in scena una storia arcaica, concepita in collaborazione col popolo di Ramingining e interpretata esclusivamente da nativi australiani. Tanto ma tanto tempo fa, in un territorio del Nord dell'Australia. la Terra di Arnhem.  
Feci visionare il lungo lavoro (a tratti noioso) occorrente per costruire una semplice canoa, tratta da un pezzo unico di legno. Tanto tempo e pazienza: serpeggiava la irrequietezza tra gli studenti, abituati ai tempi convulsi degli script cinematografici americani. Riuscii nell’intento di far comprendere come i ritmi di natura e delle popolazioni allo stato di natura (oggi ben poche) siano ben diversi dalla visione del mondo industrializzato che riteniamo l'unica possibile.




Dall’albero alla canoa. Dalla canoa alla barca.


Tutto mi è ritornato alla mente visionando il documentario Faber navalis (2016) di un italiano che si è trasformato da etnoantropologo in un maestro d’ascia assai peculiare, che ha studiato tecniche di costruzione in tutto il mondo. Parliamo del campano Maurizio Borriello. Il filmato di trenta minuti è presente su You Tube e consigliamo di visionarlo in silenzio, senza fretta superficiale  da “social”. 
Il titolo del mio film Faber Navalis  spiega l’A. - significa in latino Costruttore Navale: parole in una lingua antica per pronunciare una dichiarazione d'amore pubblica per un mestiere antico.
Ho realizzato questo film nella speranza di stimolare una discussione sull'importanza della preservazione dei saperi tecnologici delle tradizioni marinare e delle imbarcazioni in legno (classiche, da lavoro, storiche, ecc.). Sento come dovere morale mobilitarmi per il recupero e la salvaguardia del patrimonio marittimo mondiale e quello della nostra penisola. La Cultura, la Storia, la Geografia dell'Italia è il mare che la circonda!”

 
(foto di Sergio De Riccardis)


Maurizio Borriello nasce a Napoli nel 1974. È laureato in Lingue e Civiltà dell'Oceano Indiano. Parla indonesiano-malese, hindi ma anche swahili, il che gli ha fornito nei lunghi soggiorni in Asia e Africa Orientale "accesso ai saperi del mare" (come ha ben scritto Carla Pagani su Nautica di Febbraio 2018). Dopo aver condotto diverse ricerche di etnoantropologia in Indonesia, Africa Orientale e India si trasferisce in Indonesia dove insegna presso la National University of Jakarta. Dal 2005 al 2006 lavora come volontario alla ricostruzioni delle imbarcazioni di pescatori distrutte dallo tsunami. Negli ultimi sette anni vive in Scandinavia di cui gli ultimi quattro in Norvegia dove restaura barche di interesse storico presso il museo marittimo. Ha imparato dappertutto, ha nella borsa degli attrezzi strumenti di tecnologie e culture lontane che non si conoscono ma sono accomunate dal lavoro sul mare. 

"Per capire davvero bisogna iniziare a fare"


Da quest’anno nelle scuole italiane si dedica l’11 Aprile alla Giornata del Mare. Maurizio Borriello saprebbe coinvolgere le platee di studenti più con il fare che con il dire. E’  pragmatico oltre che uno studioso. Ricorda la concezione dell’architetto  della definizione vitruviana:  l’architetto doveva essere istruito nelle lettere, nel disegno, nella geometria, doveva conoscere la storia, avere studiato la filosofia, intendersi di musica e anche avere qualche nozione di medicina, di giurisprudenza e di astronomia (Vitr., De arch., I, I). Tale concezione dell'architettura come di una scientia implicante alti e complessi studi, che deriva in Vitruvio dall'alto livello culturale dei grandi a. ingegneri del mondo ellenistico, è probabilmente utopistica per il mondo romano, pur non essendo teoricamente nuova (così docet la Treccani). Un sapere articolato e complesso che si traduce nel mondo romano in un fare sapiente.  
Architectus, dal greco ἀρχιτέκτων, capocostruttore, è parola introdotta in Roma dalla Grecia e che leggiamo per la prima volta in Plauto. In epoca tarda il termine architetto sembra degradarsi quasi a significare anche capomastro. L’ Architectus navalis può essere sia l'architetto di opere portuarie (cfr. Cic., De orat., i, 14), sia il progettista e costruttore di navi (C.I.L., XII, 723; X, 5371), forse direttore di quei  fabri navales, il cui spirito aleggia nell'opera sincretica  di Borriello.
Faber Navalis  è stato proiettato in festival di tutto il mondo riscuotendo consensi e premi:
Napolifilmfestival, Festival Troia teatro, Focus festival NY, Tieff ecc Tra i premi ricordiamo:
       San Francisco International Ocean Film Festival (USA) – (WINNER: IOFF 2017 MARITIME AWARD)
       IntimateLens – Festival of Visual Ethnography (Italy) (Special Mention)
       Open Art Short Film Festival (Germany) (2nd prize for Best Director of Photography and 2nd prize for Best Fine Art Film).


Il fascino di questo documentario origina dalla concretezza della passione secolare;  deriva dal fatto che il film non mira a raccontare come tecnicamente sia costruita la barca (di tali documenti è piena la Rete), ma descrive uno stato mentale, un’esperienza creativa che trasuda sensorialità. Il maestro d’ascia amplia la propria coscienza, percepisce ed è percepito dal legno, ascolta e carezza, tocca ed è toccato in un tutto unico, un set sistemico che trasmette serenità e compiutezza del Sé. Forse dopo l'Arco Zen di Eugen Herrigel, la Motocicletta Zen di Robert Pirsig ci mancava una Barca Zen. Ora l'abbiamo. (achille miglionico)













giovedì 8 febbraio 2018

L’ALBERO DELL’OLIVO E IL SUO FRUTTO : TRA MITO E STORIA, TRA ANTICHITA’ E PRESENTE


La Dea Atena, in gara con il dio del mare Poseidone per il dominio dell’Attica, portò la pianta dell’olivo, sull’Acropoli. Dal legno dell’olivo venivano intagliate figure divine, care agli Dei. Dal boschetto di alberi d’olivo sacro in Olimpia ai rami o corone di olivo offerte ai vincitori dei giochi olimpici, mentre a Roma il ramo di olivo era anzitutto il simbolo della Dea della Pace, ma anche nei cortei trionfali dei soldati vittoriosi, corone di rami d’olivo offerti alla Dea Atena (lat. Minerva), che era anche Dea della guerra. Gli ambasciatori imploranti pace e protezione  portavano spesso in mano rami d’olivo e bende di lana. Tanti i riferimenti biblici: dalla colomba di Noé (dopo il Diluvio)  che recava col becco, nel segno di una ritrovata pace con la divinità, un ramo d’olivo, all’uso sacro e simbolico, in riti e cerimonie sacre, con unzioni battesimali e/o trattamenti terapeutici, dell’ olio.  
‘ …. Quando l’olio viene ben governato, dà l’atteso frutto della pace. Così quando un regno viene piantato bene, la pace si diffonde in ogni classe. ‘ 
Misterioso e affascinante il Mito, altrettanto avvolgente e incredibile la sua Storia, ancor più indietro negli anni. Infatti in  numerosi scavi archeologici, per quanto riguarda l’Italia, la presenza di noccioli di oliva ritrovati, fanno risalire la presenza dell’Olivo al Mesolitico (era Preistorica). Ciò attesta la sua presenza, e non una sua, conseguenziale, coltivazione e sfruttamento agricolo del prodotto. Di sicuro, tale passaggio avrà richiesto un lungo periodo. Si è appurato che popoli mesopotamici e gli Egizi conoscevano e ne apprezzavano i frutti. 
Recenti studi e scavi permettono di affermare che già, fra l’ VIII e il VII sec. a.C. non solo la coltivazione era diffusamente praticata, ma esistevano colture organizzate.  I Greci conoscevano infatti diverse varietà di olivi selvatici (es.: Agrielaia, Kotinos, Phulia), mentre i Romani usavano denominarle tutte sotto il nome di Oleaster, che poi è il termine di derivazione moderna.
La trasformazione dell’Oleaster in olivo domestico probabilmente avviene ad opera dei Siriani. In breve tempo il coltivare l’olivo si diffuse dall’Asia Minore in tutte le isole dell’arcipelago e quindi in Grecia. Particolarmente ricca di oliveti era l’Attica ed in particolar modo, la pianura Ateniese. L’olio Attico era considerato tra i migliori, ma tante erano  le qualità presenti (es.: oli di Cipro, di Sarno, di Cirene, dell’Eubea, etc). Ricca di oliveti era la pianura di Delfi, sacra ad Apollo. Della Magna Grecia , le zone piu’ floride in cui si coltivava l’olivo, erano la piana di Sibari e Taranto.
Largo uso dell’olio se ne faceva per i fini più diversi, non solo per uso alimentare, ma anche a sancire con riti l’apertura dei Giochi, di funerali, nei bagni pubblici, e nella vita quotidiana, il cui impiego divenne necessario, e a seconda dell’uso, si raccoglievano in periodi diversi.  Acerbe (olive albae o acerbae), non del tutto mature (olive variae o fuscae), mature (olive nigrae). Si staccavano dagli alberi con le mani, una ad una, o con lunghi bastoni flessibili, per quelle poste in alto, che venivano poi raccolte da terra da aiutanti. Procedure giunte fino ai giorni nostri, prima dell’avvento delle macchine scuotitrici.
Nell’ambito alimentare è stato sempre, fin dall’antichità classica, uno dei principali prodotti usati, sia per cucinare, che per condire insalate o cibi. Per tale uso, ovviamente, veniva usato l’olio migliore. Gli storici:  Plinio, Strabone, Orazio, Marrone nei loro scritti ne rimarcarono le proprietà, tessendone gli elogi. L’olio, non essendo raffinato, veniva salato, per salvaguardarlo e non renderlo, di conseguenza, particolarmente rancido. Pertanto era necessario coglierle ancora verdi sull’albero e riporle sott’olio. Marziale nei suoi scritti elogia le olive, affermando che in epoca imperiale si servivano in tutte le cene, e venivano gustate durante l’intero pasto, come antipasto o finito di mangiare, quando ci si intratteneva a bere.
Di solito, venivano conservate in salamoia, ben coperte dal liquido, per poi usarle per i vari usi: marinate in aceto, per le conserve, quelle più pregiate e più grosse o quelle nere, o semplicemente sotto sale con bacche e semi di finocchio. Columella, Plinio e Catone, ed ogni scrittore latino che trattava di olio ed olive hanno lasciato numerosi scritti, sia sulla coltivazione dell’olivo sia sulla sua produzione: raccolta, lavorazione ed usi.

Gli olivi quasi non richiedono cura; non aspettano
La falce ricurva e i tenaci rastrelli una volta
Che si sono abbarbicati alla terra e levati all’aria;
lo stesso terreno, se scisso da un dente adunco, fornisce
umore bastevole, e lavorato dal vomere pesanti frutti.
Nutri perciò il pingue olivo gradito alla Pace

Virgilio, Georgiche, libro II, (420-25)

L’olio si otteneva dalla torchiatura. Ne usciva piuttosto denso, e per farlo diventare più fluido, si riscaldava l’ambiente, per evitare che si rapprendesse.
Gli autori antichi attraverso i loro scritti, completi spesso di splendide incisioni in rame, descrivevano in ogni aspetto ed uso, le macchine usate dai Greci e dai Romani per la torchiatura delle olive. Il Columella (I sec. d.C.) descrive minuziosamente il frantoio romano, molto simile a quelli usati in età moderna, costituiti da:
-       Base in muratura
-       Sottomola
-       Disco della mola
-       Stanga con finimenti, per imbrigliare l’asino sottoposto alla mola.
Dopo la frangitura, le olive venivano pressate tramite presse a trave. Si usava tale pressa per frangere grandi quantità di olive, quando si trattava di quantità limitate invece,  si usavano altri metodi come la pressa a vite.
L’olio raccolto veniva messo a decantare in vasche prima di procedere alla raccolta finale del prodotto.
A Creta (nel periodo minoico: 1880 – 1500 a.C) appartengono i resti più antichi emersi dagli scavi di una pressa a trave e di un bacino per schiacciare le olive. Nelle isole Cicladi  (periodo elladico: 1600 – 1250 a.C.) altro ritrovamento di pressa a trave. Dopo il 1000 a.C. più frequente è l’uso delle presse e i relativi ritrovamenti.
Ai tempi nostri, nel solo Mediterraneo, vi sono più di mille tipi genetici  di olivo. Nella sola Italia  circa 500 tipi genetici.
Adesso come allora, il ruolo dell’ albero dell’Olivo e dei suoi frutti ha un ruolo centrale nell’alimentazione, nell’economia e nella cultura di un Paese, e nella nostra Puglia, duramente provata in questi ultimi anni dal batterio della Xylella, ha un ruolo determinante, anche di relazione tra popoli e culture e tradizioni diverse.

“ E la vita  è così forte che attraversa i muri per farsi vedere. La vita è così vera, che sembra impossibile doverla lasciare. La vita è così grande, che quando sarai sul punto di morire, pianterai un ulivo convinto ancora di vederlo fiorire “. (Roberto Vecchioni)



Dileo Nicola



#CROLLO #PONTE #GENOVA UNA VOLTA L'ITALIA ERA UNITA DINANZI ALLE TRAGEDIE...

Prima di tutto un plauso ed un ringraziamento  ai professionisti e no che lavorano da ieri ininterrottamente per salvare il salvabile ...