domenica 17 settembre 2017

PARIGI VAL BENE UNA MESSA, disse l'Enrico superstite (dei tre)







Il LOUVRE di PARIGI (e il LOUVRE di ABOU DHABI?).


La Venere (Afrodite) di Milo in marmo di Paro, che risalirebbe ad epoca ellenistica  (130 a.C.): meta obbligata per  intuire i canoni di estetica mediterranea
Incontrare al Louvre il Codice di Hammurabi, il re di Babilonia: opera di grande impatto emotivo (in basalto datata 1792-1750 a.C.)



Annunciato dalle forme futuristiche della Piramide di Ieoh Ming Pei, il Louvre origina dal castello-fortezza di Filippo Augusto (1190) che difendeva la riva destra della Senna. Difficile andare a Parigi (più volte) e non passare (ogni volta) dal Louvre perché è un museo difficile da visitare e conoscere: è un museo assai più "tosto" di altri grandissimi e complessi come il Metropolitan di NYC, il British di Londra, il Pergamon di Berlino. Racchiude tanti musei nelle cavità spesso scomode dei volumi architettonici (ove ci si perde facilmente senza una guida). Il Louvre fu fondato nel 1793 dalla rivoluzionaria Repubblica Francese, fu coccolato e nutrito da Napoleone Bonaparte, fu riformato dal grande primo direttore Dominique-Vivant Denon. C'è tutto. Dalle grandi civiltà del bacino mediterraneo sino all'epoca moderna. Ci vorrebbe un mese per visitarlo: ognuno di noi vi dedica in genere una sola giornata, faticosissima. Oltre trentamila pezzi; vanta capolavori assoluti quali la Nike di Samotracia, la Venere di Milo, la Gioconda e la Vergine delle Rocce di Leonardo, e talmente tante opere da indurre subconfusione mentale. E' appurato scientificamente che la nostra attenzione ha cedimenti già ogni ora che trascorre in apprendimento: nella atmosfera frenetica della visita tra gruppi, selfie, camminamenti e pacifici scontri multietnici, non vi è quel relax di fruizione delle opere (come per esempio all' Orangerie, dove ci si può sedere in silenzio a mirare le Ninfee sulle pareti e sembra di stare in un acquario). 
Il 6 Marzo del 2007, il ministro francese della cultura ha firmato un accordo con le autorità degli Emirati Arabi per l’apertura di un nuovo museo ad Abou Dhabi. In realtà, si tratterebbe di una collaborazione in cui i francesi metterebbero a disposizione le loro competenze per la realizzazione e la gestione di un museo che nel giro di trent’anni dovrebbe diventare autonomo. Verrebbero trasferite, per qualche tempo, una serie di opere dai musei francesi e il nome del museo parigino sarebbe una specie di marchio commerciale. Naturalmente le polemiche scaturite da questi accordi sono numerose. 

Un esempio quello del Louvre da replicare in Italia? 




personalmente siamo favorevoli alla diffusione della cultura per dare a tutti i cittadini del mondo di poter fruire dell'arte anche senza possibilità di viaggiare. Inoltre ricavare finanziamenti da dirottare sulla conservazione e restauri dei beni culturali (e istituzioni scolastiche) in periodi in cui siamo costretti spesso a rispondere economicamente ad emergenze di ogni tipo (climatiche, idrogeologiche, terroristiche ecc.) non è male. Da INCULTURA più volte si è suggerito ai politici di introdurre p.e. un visto simbolico di ingresso e uscita ai confini italiani per i visitatori non-UE in quanto tutta l'Italia è un museo di interesse mondiale. In Italia si prevedno per il 2017 oltre 400 milioni di presenze turistiche. 

L'Europa è una delle mete più ambite dal turismo mondiale. Perché non far pagare in Italia un visto "culturale" di pochi euro a milioni di visitatori non-EU per poter foraggiare istituzioni culturali di interesse globale?


Museo etnologico del Quai Branly

A pochi metri dalla Torre Eiffel, immerso in un rigoglioso giardino e in una coinvolgente architettura (questa sì che è "ecocentrica") ad opera di Jean Nouvel, scoprirete il Museo etnologico del Quai Branly, un museo dedicato alle arti primitive e alle civilità "non occidentali". Quattro continenti da esplorare, Africa, Asia, Oceania e Americhe, un museo da non perdere, un'esperienza originale e appassionante che consigliamo a tutti i visitatori, dai grandi conoscitori della capitale francese (da ritornarci anche più volte per assistere a nuove mostre e spettacoli del museo), ma anche a chi visita Parigi al di là dei consueti circuiti turistici. Va detto che il  museo etnologico parigino è all'altezza di quello berlinese (nel quartiere berlinese di Dahlem, fondato nel 1873), il famoso Ethnologisches Museum il quale raccoglie una delle più grandi collezioni al mondo di interesse etnoantropologico (oltre 500.000 pezzi).  

Vi accoglie nella stupenda hall la testa di un moai dell'isola di Pasqua:  il moai "Loti" prende nome da Pierre Lotì, membro della spedizione francese sull'isola (1872) e ne avevamo perduto le tracce in quanto nella memoria di Achille Miglionico il moai troneggiava, negli anni Novanta, nella hall dell'altro grande museo antropologico di Parigi, il Musée de l'Homme, da cui proviene dopo un restauro del 2004. E' stato come rivedere un vecchio amico: piacere e soddisfazione si miscelano alla vista. Il Quai Branly è l’ultimo grande museo realizzato a Parigi e, in pochi anni, è diventato una delle mete imperdibili per i cultori delle arti non occidentali e per i visitatori più attenti della capitale francese. Il museo fu inaugurato il 23 Giugno del 2006 dall’allora presidente Jacques Chirac, che ne era stato il  committente durante il primo mandato presidenziale. Una delle polemiche maggiori legate alla realizzazione di un museo che riunisse le più importanti collezioni relative ad arti e civiltà di tipo non “europeo” fu la scelta del nome da adottare: inizialmente, furono proposti nomi come il museo delle “Arti Prime” o delle “Arti Primitive”, che però provocarono la disapprovazione di coloro che ritenevano tali definizioni riduttive, anzi offensive (ah, il politicamente corretto come paralizza l'Occidente...). Pertanto, si preferì evitare ogni fraintendimento dando al museo un nome che non si riferisse al suo contenuto bensì alla sua localizzazione (!): quai Branly, infatti, è quella parte di lungo-Senna nel punto in cui si trova il museo. Il progetto per la creazione di questo nuovo spazio museale fu affidato all’architetto Jean Nouvel, vincitore del premio Pritzer (una sorta di premio Nobel per l'architettura) il quale dovette affrontare una sfida importante: per esporre opere non occidentali, dovette "creare un edificio con caratteri non  occidentali ma senza cadere nella banalità o nella parodia dell’architettura tribale". Il progetto fu realizzato con grande perizia ed il risultato è un’ariosa opera d’arte contemporanea in cui si coniuga l’uso di materiali diversi e nella quale è perfettamente integrato anche uno spazio verde. All’interno, l’esposizione è organizzata per continente, ognuno con un colore proprio che caratterizza lo spazio espositivo (come a Berlino, il che è molto utile didatticamente). Accanto alle opere, nel museo, sono disseminati una serie di documenti multimediali e un percorso per non vedenti con informazioni in braille. Il museo è inoltre interamente accessibile per i visitatori a mobilità ridotta.



Musée de l'Homme

Nell'ala Passy del Palais de Chaillot, al Trocadero (di fronte alla Torre Eiffel per intendersi)  è ubicato il Museo più antico e noto agli antropologi. 

Il Musée de l'Homme fa parte del Museo nazionale di Storia naturale (MNHN). Fu fondato da Paul Rivet in occasione dell'esposizione internazionale del 1937, per sostituire l'antico Musée d'Ethnographie del Trocadéro e dal quale ha ereditato notevoli raccolte storiche. Tra i suoi direttori figura anche Claude Levy-Strauss.  Il museo custodisce interessanti ed importanti collezioni di antropologia, paletnologia ed etnologia, le quali documentano la storia della scienza, raccontano la storia naturale e culturale dell'uomo. Museo unico in Francia e un punto di riferimento per tutto il mondo, il Musée de l'Homme mostra pezzi unici e di notevole interesse per il loro valore scientifico ed estetico, tra i quali si segnalano: la Venere di Lespugue, una delle prime opere d'arte del Paleolitico; e i fossili originali dell’uomo di Cro Magnon.


Museo d''ORSAY




Qui si va alla  scoperta dei più grandi capolavori del museo impressionista:  seguirete cronologicamente lo sviluppo dell’arte, a partire dall’Accademismo, passando per il Realismo, la Scuola di Barbizon, l’Impressionismo, fino al Postimpressionismo (tra i quali ammirerete le opere di Courbet, Millet, Manet, Monet, Renoir, Degas, Cézanne, Gauguin, Van Gogh, e la scultura d’Auguste Rodin).  In qualche ora il percorso è fattibile e si può piacevolmente sostare nei luoghi di ristorazione, bevendo un "caffè espresso" che nessuno più vi nega nella Parigi di oggi.Curiosità: la stazione d'Orsay disegnata da Victor Laloux e realizzata in soli due anni nel 1900, con il meraviglioso orologio dell'androne centrale, presto fu inadatta alle grandi linee ferroviarie (1939): fu centro di raccolta per prigionieri nel 1945, luogo di lavorazione del Processo di Orson Wells nel 1962 ecc. Voluto da Georges Pompidou dal 1973, fu realizzato nel 1984-1985 da architetti francesi (Renaud Bardon, Pierre Colboc, Jean-Paul Philippon): la architettura degli interni e la sistemazione museale sono della grande italiana Gae Aulenti.





ORANGERIE




ORANGERIE è un museo praticamente monografico incentrato sulla vita di Claude Monet che lo volle prima della morte. Impressionismo e post-impressionismo. E' in piazza della Concordia. Affascinante ed a misura d'uomo, quasi favorente la contemplazione delle Ninfee (1895-1926) e delle Nuvole (1923-1926) di Monet. 
l museo espone opere di: Paul Cézanne, Henri Matisse, Amedeo Modigliani, Pablo Picasso, Pierre-Auguste Renoir, Henri Rousseau, Alfred Sisley, Maurice Utrillo ed Altri.  




Museo Rodin-Paris

Alludiamo alla villa-museo Rodin-Paris, nei pressi dell'Hotel de les Invalides dopo tre anni di ristrutturazione, ha riaperto al pubblico nel 2015 e raccoglie 600 opere di Rodin. Curato in ogni particolare (giardini ed interni del vecchio albergo): sulle pareti il colore della breccia dolomitica byron gray che ben si accorda con bronzi e marmi. Ecco come e perché ritrovare «i movimenti dell’anima attraverso quelli del corpo» di una statua. 



Il Pensatore di Rodin

Ma Parigi vale molto di più di quel poco che abbiamo sommariamente descritto. Cultura che avvolge. Anche camminando nel quartiere latino o in un bistrot. Come in una foto di Robert  Doisneau o una poesia di Jacques Prévert.  (ardito nunzia lucia)

Paris at night (Parigi di notte)


Trois allumettes une à une allumées dans la nuit
La première pour voir ton visage tout entier
La seconde pour voir tes yeux
La dernière pour voir ta bouche
Et l'obscuritè tout entière pour me rappeler tout cela
En te serrant dans mes bras.


Tre fiammiferi uno dopo l'altro accesi nella notte
Il primo per vedere intero il volto tuo
il secondo per vedere gli occhi tuoi
l'ultimo per vedere la tua bocca
e l'oscurità completa per ricordarmi queste immagini
Mentre ti stringo a me tra le mie braccia.

lunedì 11 settembre 2017

“We shall fight on the beaches” La sconfitta-rinascita degli Alleati: Dunkerque-Dunkirk, un grande film



La battaglia di Dunkerque-Dunkirk in un grande film di rievocazione storica che accomuna i giovani di un tempo a quelli di oggi, nello stordimento della guerra e nella ricerca di inquietanti interrogativi. 


Giovani che sono attori non noti, guidati da un superbo Kenneth Branagh e dal pilota Tom Hardy, che rappresenta la storia attraverso il "cielo". Il film, Dunkirk descrive la Storia, e i tanti destini di vita e di morte di  tanti esseri umani intrappolati sulla spiaggia, stretti nella morsa nazista. Ripropone con stile anche documentaristico le vicende di "cielo", di "mare" e "spiaggia" senza enfasi patriottistiche e senza accanimento sui nemici (i tedeschi sono denominati solo come "nemici" e si vedono pochissimo); malgrado i tanti morti non ci sono scene cruente, che piacciono a tanti "macchiaioli" del grande schermo.

«C’è stato un tempo — ha spiegato il regista Christopher Nolan, che sicuramente ha avuto come faro Spielberg — in cui i film di guerra avevano anche un intento propagandistico e non è certo il mio caso. Dunkirk evidenzia l’orrore, la ferocia di tutte le guerre e i miei giovani interpreti, che quasi tutti nulla sapevano della battaglia che andavano interpretando, spesso mi chiedevano il perché delle tante vite perdute, dell’immane tragedia. Cercavo di trovare risposte per loro, per la platea che rivivrà il passato e, forse, avrà voglia, lo spero, di prendere in mano i libri di Storia. Cosa che tutti dovremmo fare, specialmente oggi, tempo di migrazioni e contrasti».

Dunkerque è oggi un comune francese di centomila abitanti situato nel dipartimento del Nord, nella regione degli Hauts-de-France, importante città portuale situata a 10 km dal confine con il Belgio. La operazione di evacuazione delle truppe inglesi e francesi praticamente accerchiate nella offensiva nazista che preludeva alla resa del Belgio e quindi della Francia intera, avvenne tra il 26 Maggio ed il 3 Giugno 1940. Probabilmente Hitler, ossessionato dai fronti che voleva aprire ad Est, sperava in una resa della Gran Bretagna che non ci fu. Anzi.  In effetti i risultati raggiunti dall'evacuazione furono notevolissimi: in nove drammatici giorni le navi britanniche e francesi evacuarono circa 338.000 soldati, di cui 115.000 francesi anche se a costo di gravi perdite nel naviglio e nelle file della RAF, che si impegnò al massimo per sostenere la manovra anche se le truppe a terra lamentarono la presunta assenza delle loro aviazioni in un cielo dominato dalla Luftwaffe
Il film tiene incollato lo spettatore alla poltrona, scosso dalla realtà degli eventi. Che avrei fatto io in questa circostanza assurda e infernale di morte? sembra chiedersi l'uomo qualunque che la Storia trasforma spesso in inconsapevoli eroi o vittime.
Il film racconta del senso di colpa dei sopravvissuti che mai avrebbero pensato di essere sostenuti come eroi e non come sconfitti al rientro in patria. Da lì sarebbe ripartita la lotta contro l'imperialismo nazifascista, dagli sconfitti di "terra" che, dopo la Battaglia di Inghilterra che tolse il predominio alla Lufwaffe e grazie all'ingresso in guerra degli USA, avrebbero rimesso piede in Francia con lo sbarco in Normandia. 

“We shall fight on the beaches” e l'orgoglio britannico. Il discorso di Churchill.


«Andremo avanti fino alla fine. Combatteremo in Francia, combatteremo sui mari e sugli oceani, combatteremo in aria con crescente forza e sicurezza, combatteremo in difesa della nostra isola, qualunque sarà il prezzo che dovremo pagare. Combatteremo sulle spiagge, combatteremo sulle teste di sbarco, combatteremo nei campi e nelle strade, combatteremo sulle colline. E non ci arrenderemo mai»





(a.m. & t.a)

venerdì 25 agosto 2017

Lettera al Direttore: VOLEVO FARE LA HOSTESS



Ci è pervenuta per e-mail la esperienza di una donna plurilingue in cerca di lavoro come hostess. Abbiamo promesso di mantenere l'anonimato. Ci ha sorpreso il contenuto. Si commenta da sé. 

Sono venuta a conoscenza delle assunzioni da parte di Ryanair per il 2017 in un ozioso pomeriggio di giugno,  mentre ero su internet alla disperata ricerca di idee che mi permettessero di cambiare vita.
Decido quindi di compilare il questionario proposto dal sito, allegando anche il mio curriculum.  Nel giro di un'ora ricevo una risposta positiva via mail, venendo invitata a partecipare al cabin crew assessment day, che si sarebbe tenuto il successivo 28 giugno a Bari,  presso l'hotel "Parco dei Principi". Mi sentivo rincuorata e fiduciosa,  pensando che finalmente fosse arrivata la mia occasione. Mi preparo al colloquio,  attenendomi alle indicazioni disposte nella mail, soprattutto quelle relative al dress code imposto dalla compagnia: camicia, gonna al ginocchio e calze color carne. Nella mail di invito al cabin crew assessment day viene più volte ribadito che i tatuaggi sul viso, sul collo, sulle braccia fino ai polsi, sulle mani, e per le donne,  dalle ginocchia fino ai piedi sono severamente vietati, e non è nemmeno consentito coprirli con trucco, bende, cerotti o gioielli.  Io ho un geko tatuato sulla caviglia,  un tratto distintivo penalizzante, che avrebbe potuto precludermi quella che ritenevo fosse una possibilità.  Quindi contatto una make up artist e provvedo a farmi coprire il tatuaggio. Arriva il giorno del colloquio e mi presento puntuale in albergo,  dove mi ritrovo insieme a circa una trentina di candidati,  tra ragazzi e ragazze tirati a lucido e accomunati dalla prospettiva di un lavoro affascinante,  che dia la possibilità di viaggiare,  di avere un contratto decente e di ricevere uno stipendio dignitoso. C'erano studenti del liceo linguistico che si accingevano ad affrontare gli esami di maturità,  e con la chiara intenzione di non proseguire gli studi universitari,  studenti universitari,  e ragazze laureate in lingue già da qualche anno,  e dal curriculum invidiabile,  a cui dò un' occhiata fugace. Decido di non abbattermi perché non è richiesta la laurea in lingue,  ma solo "fluent English,  both written and spoken" , requisito di cui sono in possesso. Siamo in fila, in silenzio,  in attesa, finché si apre la porta della sala congressi,  da cui esce una donna che si presenta,  dicendo di chiamarsi S.,  che non parla italiano,  e che presumo sia inglese o irlandese. Dapprima ci controlla i passaporti,  e avviene una prima scrematura: alcuni dei candidati non ne sono in possesso,  nonostante fosse esplicitamente richiesto al cabin crew assessment day; un ragazzo viene scartato perché troppo alto,  《and you wouldn't be safe on a plane》, gli dice S. Quindi ci fanno accomodare nella sala conferenze,  dove ci sottopongono un English test, che comprendeva domande elementari a risposta multipla,  e una breve produzione scritta. Nonostante non mettessi alla prova il mio inglese da parecchio tempo,  me la sono cavata bene,  tanto da essere ammessa alla fase successiva,  durante la quale è stato proiettato un video: dapprima vi erano le interviste di dipendenti che avevano affrontato il training course, che consentiva di diventare personale di bordo, e che veniva descritto come una delle esperienze più emozionanti della loro vita, in cui si nuota, si spengono gli incendi e si salvano bambolotti avvolti dal fumo. S., durante la proiezione del video,  insiste su come le caratteristiche richieste ai candidati siano flexibility and availability to be relocated in any base.
Successivamente si inizia ad entrare nel dettaglio del salario e dei tempi di lavoro: non esiste un fisso mensile, ma vengono retribuite solo le ore di volo e si percepisce il 10% su ogni prodotto venduto a bordo.  Il salario mensile dovrebbe oscillare tra i 900 e i 1100 euro lordi, in base al luogo in cui si viene ricollocati. Viene poi fatto cenno a un periodo annuale in cui non si lavora e non si ricevono soldi,  che va da uno a 3 mesi. Non si parla di tredicesima e/o quattordicesima,  ma solo di bonus che si ricevono solo il primo anno. Inoltre la divisa costituisce un costo esternalizzato al lavoratore: il primo anno sono 30 euro al mese che vengono scalati direttamente dalla busta paga,  e S. giustifica prontamente i costi aggiuntivi come un incentivo ad avere maggior cura dell'uniforme , 《 because once you have the wings,  you are part of the Ryanair family》, aggiunge. Infine il corso di formazione si rivela essere una spesa enorme,  più che il luna park per la generazione Erasmus che volevano dipingere nel video iniziale. Vi è una registration fee del corso di 500 euro. Vi sono inoltre 2 opzioni di pagamento: la tassa del corso che ammonta a 2999 euro e che può essere detratta dallo stipendio.  Il costo dell'alloggio, pari a 700, deve essere pagato 3 settimane prima dell'inizio dei corsi.  Oppure è possibile pagare un'unica soluzione la tassa del corso pari a 2399 , a cui sono da aggiungere la tassa di registrazione del corso e il costo dell'alloggio. Una volta assunti,  cosa che avviene dopo aver sostenuto con successo l'esame di fine corso, bisogna sobbarcarsi i soldi dell'affitto di una casa nonché i costi dei trasporti per l'aeroporto nel Paese in cui si viene ricollocati. Quindi,  a conti fatti,  quanto resta per vivere? L'iniziale entusiasmo dei candidati,  me compresa, era visibilmente calato, a giudicare dalle espressioni di smarrimento e dalle smorfie di disappunto. Quindi mi sono chiesta se fossi davvero disposta a essere ricollocata in una qualsiasi base Ryanair e a vivere con circa 300 euro al mese. La mia risposta era no. Quindi ho deciso di rivelare a S. di aver coperto il mio tatuaggio con il trucco,  nonostante fosse severamente vietato dalle regole della compagnia.  Sandra mi ha risposto che non avrebbe voluto farmi perdere tempo e soldi e, poiché al corso avrei dovuto sostenere prove di nuoto, il tatuaggio sarebbe stato scoperto,  e sarei stata immediatamente spedita a casa,  perdendo i 500 euro della tassa di registrazione.  Quindi,  date le condizioni di lavoro proposte da Ryanair,  quello stesso tatuaggio che credevo essere un impedimento alla realizzazione di un'occasione,  si è rivelato un'ancora di salvezza. (lettera firmata)

giovedì 24 agosto 2017

BOTERO, Complesso del Vittoriano, Roma



Roma ospita, nel Complesso del Vittoriano, (Ala Brasini) una esauriente mostra sul Maestro Botero che sta andando al di là delle date previste,  per il successo stabile di pubblico: trattasi della prima retrospettiva dedicata all'opera dell'artista 85enne di origini colombiane (anni 1958-2016). La dimensione oniroide, fabulistica (come ci abitua l'arte e la letteratura) travolge nell'estasi nostalgica e nella serenità armoniosa delle forme umane. Ben organizzata ed imperdibile. (am)


"Il problema è determinare la fonte del piacere quando si guarda un dipinto. Per me il piacere viene dall'esaltazione della vita, che esprime la sensualità delle forme. Per questa ragione il mio problema formale è creare sensualità attraverso le forme", scrive Botero.








domenica 13 agosto 2017

Two Hours to Doom ("Due ore al disastro"). Quando dottori STRANAMORE governano il mondo.

Si fermeranno? li fermeranno? Solo il pensiero Adulto ci può salvare dalla impulsività personologica di stampo adolescenziale

Quanti dottori Stranamore circolano nel mondo reale e virtuale? Fermiamoli finché si è in tempo.



Il dottor Stranamore (Red Alert o Two Hours to Doom) è un romanzo di fantapolitica (1958) di Peter George: narrava di una possibile terza guerra mondiale atomica, che al tempo dei due blocchi Est-Ovest contrapposti non era molto probabile (grazie ai delicati equilibri strategici messi in atto dai due blocchi) ma credibile (quanti rifugi antiatomici sono stati costruiti durante la guerra fredda in Paesi NATO e persino nella neutrale Svizzera!)
Dal libro origina il famoso film di culto  di Stanley Kubrick Il dottor Stranamore - Ovvero: come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare la bomba. (1964) . Il romanzo si distacca sensibilmente dal film. 

"L’invenzione di Stanley Kubrick, per Il dottor Stranamore, è l’avere applicato ad un cinema con una finalità politica, latamente e complicatamente politica, il registro del grottesco, del comico, dell’assurdo e dell’impossibile su un plot che nell’ottica politica di quegli anni si sarebbe potuto rivelare assolutamente e terribilmente veritiero, possibile, fantasticamente credibile. Un meccanismo, quello innescato dal film, che si serve della farsa per mettere in scena verità che messe a nudo, spogliate da ogni satira e da ogni orpello spettacolare, restano assolute. Kubrick crea una rutilante macchina di spettacolo che dissemina situazioni esilaranti e paradossali, travisando e infrangendo ogni regola. Soprattutto quella della serietà dell’argomento, in rapporto al registro umoristico del film, della terribile paura della bomba che serpeggiava, a ragion veduta, in quegli anni di tensione politica." (Tonino De Pace, 2014)

Cavalcare missili nucleari è follia

Lo strepitoso Peter Sellers nel film: occhi assetati di potere

Avranno mai visto il film o letto il romanzo certi personaggi politici di rilievo oggi nel panorama nazionale e mondiale? Dovrebbe essere un dovere quanto visitare almeno una volta un campo di sterminio. Abbiamo politici che spesso ignorano storia e geografia, che insieme costituiscono lo spazio-tempo dell'Uomo. 

Ieri

Oggi: anche informatica



Anni fa Gregory Bateson (a lato) descriveva la competitività relazionale in termini di relazione simmetrica e complementare: quando entrambi i membri della comunicazione competono per la posizione di supremazia (one-up) e nessuno dei due accetta, anche transitoriamente, la posizione one-down si stabilisce una instabile quanto pericolosa relazione simmetrica che può arrivare alla ESCALATION SIMMETRICA: tipica e classica fu la escalation che portò alla guerra del Vietnam (1965-1975). Foriera di rovine è ogni escalation storica: guerre in Medio Oriente, il decennale conflitto Iran-Irak, prima e seconda guerra dell'Irak, Siria ecc. 


L'elenco delle escalation appare interminabile, come le guerre che si accendono facilmente e non si esauriscono che lentissimamente. Le escalation si possono interrompere? Sì ed è anche successo nella Storia. 


Kruscev a sin. e Kennedy a dx

La crisi dei missili di Cuba (15-23 Ottobre 1962) fu interrotta da due figure illuminate e non guerrafondaie come John F. Kennedy e Nikita Kruscev. Da un punto di vista analiticotransazionale la escalation, fomentatata dai "falchi" di entrambi i fronti, si attenuò e risolse allorché i contendenti riuscirono a far prevalere il pensiero lungo dell'Adulto, quando cioè comprendi le conseguenze immediate e tardive di ogni comportamento. Si dice che Kennedy vedendo in quei giorni i propri figli piccoli addormentarsi tranquilli nel caos familiare abbia deciso di non procedere oltre nello scontro che avrebbe determinato la fine del genere umano. Probabilmente, al rientro in casa anche a Kruscev capitò qualcosa di simile. Ricordo che in quei giorni di crisi mondiale (palpabile anche in Italia) vedevo i miei genitori più affettuosi e preoccupati: avevano superato indenni la Seconda Guerra Mondiale e sapevano che la Terza, che non si profilava "convenzionale",  si sarebbe risolta in pochi istanti di Apocalisse "nucleare".

Il GN (Genitore Normativo) è quella struttura-funzione dell'Io che quando si negativizza è  a maggior sconfinamento nel terreno dell'ipercriticismo e della persecuzione e combina solo guai e distruzioni sottesi da rabbia. Quando si attiva in noi la componente Genitoriale Affettiva, soprattutto positiva,  nell'egogramma la componente Genitoriale Normativa diminuisce; ciò  consente di uscire da circuiti persecutori serrati G-B ed attiva le funzioni Adulte, le uniche che ci collegano alla realtà, al qui-ed-ora, al problem solving ed all'etica. Insomma siamo più lucidi e previdenti, non più istintivi e aggressivi.


La vista di un bambino inerme che dorme è il miglior antidoto contro la guerra. 


Non è buonismo. E' buon senso. Se siamo in pace con il nostro Bambino, siamo in pace anche con i bambini del mondo circostante, il nostro futuro. Basta vedere esempi di Papi come Giovanni XXIII, Giovanni Paolo II e l'attuale; basta apprendere da Ghandi, Martin Luther King: di gente pacifica e "peacemaker" ce n'è più di quella che crediamo. Non è vero che il non-OK prevale: fa solo più rumore e danni. Forse però ci vorrebbero più bambini nella nostra società per rafforzare la nostra civiltà, che se non la facciamo soffrire di Alzheimer,  può ricordare le recenti atrocità sofferte.  Per non ripeterle. (a.m.)







Appendice

Bibliografia di riferimento



COME MAI IL KENYA SI SMEMBRA IN LOTTE TRIBALI ALLE ELEZIONI

Bidonville di Mathare, a Nairobi, dove è morto un bambino di 9 anni (agenzia Reuters)

Altissima la tensione nel Paese, mentre gli oppositori contestano la vittoria del presidente Uhuru Kenyatta. Più di cento morti, qualcuno dice, tra cui bambini. Stime improbabili ma, ad ogni elezione politica, la Repubblica ricade nel baratro delle divisioni etnotribali  e nella violenza arcaica. 


Luo in azzurro


Chi ci segue da tempo, non ignora che siamo legati alle vicende africane ab initio e particolarmente al Kenya che speriamo di poter presto frequentare in libertà: ne siamo forzosamente lontani, come sanitari volontari aggregati ai missionari della Consolata, in questa perniciosa fase mondiale di qaedisti  somali (Al-Shabaab), fanatici ISI; mancavano solo le tensioni periodiche interne che sfociano in lotte intestine.
Certamente la aggregazione etnica e religiosa è assai più potente delle dinamiche partitiche in Occidente: il collante delle origini non consente ad un Samburu di trasformarsi in Kikuyu, questo è intuibile ed un transformer politico "all'italiana" non avrebbe vita facile. 
Mugabe Were
Il clima di violenza nazionale ricorda quello del 2008, quando gli scontri violenti tra vittoriosi e perdenti (anche allora lo sconfitto era Raila Odinga), causò forse mille morti. Allora fu ucciso nel Gennaio 2008 una persona a noi nota, il deputato Mugabe Were, uomo colto e probo che aveva studiato all'Università di Lecce e che aveva una compagna salentina Maria Palma e tre figli maschi. Era partito dall'Italia appunto per partecipare alla campagna elettorale per il ‘Movimento Democratico Arancione' e fu ucciso da due sicari a Nairobi, nel quartiere residenziale  Westland, davanti al cancello di casa. 
"Questo terrore di Stato è stato perpetrato in seguito ad una meticolosa preparazione", ha denunciato James Orengo, esponente della National Super Alliance (Nasa), in una conferenza stampa a Nairobi. Intanto la Commissione Diritti Umani del Kenya ha detto di aver contato 24 morti nelle proteste scoppiate nelle roccaforti dell'opposizione dopo le elezioni di martedì. Solo a Nairobi, nella bidonville di Mathare, sono morte una decina di persone fra le quali una bambina di 9 anni. In questa stessa zona Medici senza frontiere ha soccorso molti feriti. In tutto il Paese scontri con vittime.


Le accuse di broglio elettorale sono divenute un "tormentone" anche nelle democrazie occidentali, quelle più collaudate, se vogliamo. In Venezuela sono una realtà amara dagli sviluppi imprevedibili. In Kenya le accuse hanno radici storiche "razziste", come altrove. 


Uhuru Kenyatta, un Kikuyu

  

 

Raila Odinga, un Luo




















Noi abbiamo già avuto modo di descrivere su InCultura il caleidoscopio quadro etnico del Kenya. Il Presidente eletto (al secondo mandato) e "contestato" dalle opposizioni è Uhuru Kenyatta, figlio dello "storico" Jomo Kenyatta, il padre della indipendenza del Kenya, morto nel 1978. E' di etnia Kikuyu e il nome Uhuru in swahili significa libertà. Gli si contrappone da sempre Raila Odinga, più anziano, appartenente alla etnia complessa dei Luo, gruppo nilotico-sudanese vicino al Lago Vittoria. 

Follie sociali inutili e cruente. Ci auguriamo che prevalga il buon senso e che crescano le sinergie e la cooperazione tra gruppi etnici diversi, un mix che potrebbe essere una spinta a ruolo di maggiore spicco nel panorama politico africano e internazionale. Ti vogliamo bene, Kenya. E a presto (achille miglionico)



Si veda  ETNIE del KENYA brevi note 


venerdì 12 maggio 2017

Intervista di "Civilitas Contadina" al dr. Achille Miglionico




Riproduciamo, con permesso della fonte, articolo a nome di Nico Di Leo, tratto da Civilitas Contadina.







Intervista al dr. Achille Miglionico (da  Civilitas Contadina )

Incontriamo sulla litoranea di Barletta (in data 4 Maggio 2017) il dr. Achille Miglionico, medico neuropsichiatra perfezionato in antropologia culturale e forense il quale si occupa da anni di etnopsichiatria nella nostra società multietnica. È formatore in counselling e mediazione familiare, psicoterapia presso l’istituto SIEB (Seminari Internazionali Eric Berne, con sede in Italia e in Spagna). Come medico volontario ha svolto l’attività presso i Samburu ed i Kikuyu in Kenya, Africa, presso le missioni della Consolata. 


Da quanti anni si occupa di psichiatria?
Debbo dire la verità? Mi imbarazza far sapere che ho superato i sessanta…Mi occupo di neuropsichiatria da prima di specializzarmi: subito dopo la laurea in Medicina a Bologna cominciai su doppio binario a lavorare sia in ambito psichiatrico, in una struttura residenziale convenzionata sia in ambito ospedaliero in medicina interna. A Bologna l’ex ospedale psichiatrico era a San Luca, quella chiesa che si raggiunge anche a piedi con centinaia di scalini, sui colli. Ricordo che da studente avevo timore di essere contagiato dalla “follia” ed entrai in punta di piedi in quel mondo che mi affascinava, lì dove la mente si ammala, pronto a scappare… Ma, vede, alla fine non sono mai scappato. Un bellissimo lavoro mi attendeva e mi attende tuttora nello studio privato di Trani, ove vivo e opero da anni.
 Come ha visto cambiare la mente e le abitudini della gente in questi anni?
Innanzi tutto dagli anni Ottanta la visione comune delle malattie e del disagio mentale si è modificata alquanto: si sono superati pregiudizi sugli “strizzacervelli” e non ci si vergogna più di rivolgersi ad uno specialista per i motivi più comuni. Anche da un cardiologo non si va solo per un infarto miocardico ma per controlli periodici e di routine. Così ora non si pensa più – come una volta –  che lo psichiatra si occupi solo di schizofrenia e di psicosi ma si sa che si occupa soprattutto di prevenzione e cura: bambini, adolescenti, adulti, coppie, famiglie ed oggi sempre più anziani sono gli utenti di oggi. La fascia geriatrica con i suoi problemi anche psicogeriatrici (demenze ecc.) è sempre più rilevante in una società a crescita zero e così longeva. Dagli anni Novanta lo scenario è poi reso più complesso dai flussi migratori che hanno interessato il Mediterraneo e l’Italia e il quadro psichiatrico si è dovuto aggiornare su tematiche culturali “diverse” da quelle europee ed europocentriche.
 Se dovesse fare delle correlazioni tra le civiltà del passato, prevalentemente contadine, e quelle odierne,  industrializzate e super tecnologiche,  cosa emergerebbe?
Quello che è davanti agli occhi di tutti. Qui per esempio a Barletta vedo che sono scomparsi i “trabucchi” che fino a qualche anno fa ci dicevano come si pescava dalla costa. I mari erano più pescosi e meno sfruttati, meno inquinati. Oggigiorno i cambiamenti climatici ci stanno tropicalizzando il Mare Nostrum. Che dire della industrializzazione disumanizzante e ostile alla conservazione dell’ambiente e della salute pubblica?  (Taranto e le sue vicende ecologiche sono solo un esempio). Che dire della speculazione edilizia dagli anni Sessanta che hanno sconvolto la bellezza dei nostri centri abitati prima testimoni di lavori marinari e/o rurali? Nel corso di una sessantina di anni si è assistito alla trasformazione dei paesaggi e delle menti: da contadine e marinare a menti “urbanizzate” sempre più staccate dalla Natura. Molti bambini non sanno che cosa è un funerale (magari vietati in città)  né hanno mai visto da vicino una mucca, un cavallo murgiano, un asino di Martina Franca, se non in gita scolastica oppure in agriturismo. La tecnologia ha modificato il lavoro rurale: non sappiamo neanche certi attrezzi del passato prossimo a che cosa servissero. Occorrerebbe istituire a fini turistici e identitari più musei etnografici che ricordino le nostre origini rurali e marinare.
In provincia BAT non mi risulta la presenza di musei etnografici atti a preservare la cultura rurale di un tempo. Personalmente ho visitato su appuntamento un museo a Gioia del Colle (a cura dell’appassionato dr. veterinario Vito Santoiemma)…Ho visitato altri piccoli musei, tutti privati. Si parla a Barletta di fare un Museo del Mare: sarebbe bello salvaguardare il versante rurale della nostra storia. Tornando a noi, a quando si possono datare le prime civiltà contadine?
E’ noto che l’Homo sapiens passò dal ruolo storico di cacciatore-raccoglitore (nel Paleolitico) a quello di agricoltore e poi di allevatore. È la grande Rivoluzione del Neolitico a segnare l’iniziale sfruttamento delle risorse ambientali con modalità non più casuali ma attivamente progettuali. Cambiò la nostra dieta e la natura incominciò ad accorgersi che questo supermammifero da lei partorito sarebbe potuto divenire alquanto scomodo ed invadente con il suo supercervello. Il paesaggio si trasformò, si antropizzò gradualmente sino alla formazione di centri protourbani e urbani. Ecco che l’Uomo si allontana sempre di più dall’asse naturale, con tutti i pro ed i contro. Quando chiesero al grande etnografo Alfred Metraux se gli sarebbe piaciuto vivere in un’altra epoca egli rispose: “Oh sì, nel Neolitico…”, poi ci pensò su e disse:”…No, no, non esistevano i dentisti…”
Cosa intende lei per civiltà contadina?
Quello che intendete voi di Civilitas contadina. Tecnicamente si dovrebbe parlare di “cultura” o “subcultura” contadina. Ma io credo che voi abbiate accostato la “civilitas” legata alla urbanizzazione auspicando un recupero della cultura ed economia contadina. Per questo apprezzo il vostro sito e la vostra iniziativa. L’agricoltura ed il turismo sono meno lontani dall’asse naturale e forse ci permetteranno di uscire più puliti ed ecocentrici dalla Crisi mondiale. Ecocentrico è significato opposto a egocentrico: una cultura e politica centrata sull’ambiente e non sull’Ego in espansione dell’Uomo.
Ha dei ricordi particolari della sua vita legati alla civiltà contadina?
Un sacco di ricordi. 
Ricordo che un giorno io e mio padre, cittadini da generazioni, incontrammo per un tratturo un contadino che ci salutò. Rimasi sorpreso – avevo sete-otto anni – che mio padre lo conoscesse. Mio padre disse che non lo conosceva affatto e che in campagna è uso salutarsi quando ci si incontra…Oggigiorno c’è difficoltà ad essere salutati in ascensore dello stesso palazzo. Si perde una fetta di rispetto “civico” paradossalmente proprio nella “civitas”: si finge di non conoscersi anche tra condomini… Ricordo le gite sulle Murge o nella campagna romana (sono nato a Roma): colori, odori e puzze ignote (escrementi, di prodotti caseari, di conserve acri di pomodori); ricordo tavolate di persone accoglienti e discrete, un’alimentazione semplice e saporita fatta di poche proteine ma condita di sorrisi e allegria conviviale. Come in certe pubblicità che si vedono in tv e che sembrano artificiose. La merendina che ci preparava la nonna poteva essere poco “cittadina” ed a base di filoncino di pane e semplice olio di oliva. Stupendo olio pugliese che poteva divenire una punizione quando lo si usava come purgante: un cucchiaione nauseabondo di olio dato da una zia solerte poteva essere un trauma psichico e addominale, sai? 
Meglio una “cialdella” o “pane condito” alla pugliese. Il pane cunzat’  è noto sia in Puglia (a Corato p.e.) sia in Sicilia. Le friselle e crostini con pomodori, olio e sale si usano un po’ dappertutto. Anche in Catalogna sono servite nei ristoranti e nelle case…Mi sto dilungando eh? Non si dovrebbe mai chiedere di ricordare  a chi ha vissuto in tante regioni italiane…    
Come considera lei la Pet Therapy?
Rispondo con un altro ricordo prossimo. Un giorno nell’ambito di una festa organizzata a fini di riabilitazione psicosociale per utenti psichiatrici un nostro fisioterapista decise di montare il proprio cavallo vestito da Babbo Natale: il cavallo attrasse la attenzione di alcuni residenti di origine pugliese e vedemmo un paziente sempre isolato e schivo avvicinarsi all’animale senza timori, con decisione e carezzarlo carezzarlo con un sorriso, come se si fossero riconosciuti dopo anni di lontananza. Fu toccante e mi sembrò di assistere all’incontro di Ulisse con il cane Argo…Si credo nella Pet Therapycome ausilio riabilitativo. Molte persone sole forse non sarebbero così sane senza la presenza familiare di un animale come un cane o un gatto. 
Come immagina il futuro?
Sono fondamentalmente ottimista. Torneremo ad un recupero della dimensione naturale in armonia con le realtà urbane e forse la storia stessa penserà a ridimensionare megalopoli prive di autosufficienza e talora dignità di esistenza. L’agricoltura è il presente ed il futuro.
L’agricoltura, la pesca, l’allevamento, il piccolo artigianato potrebbero essere determinanti riscoperte in un tempo di crisi ?
Certamente. Sia in senso economico sia in senso esistenziale. Purché pesca e allevamento siano rispettosi degli equilibri naturali. 
Fa bene alla mente il contatto con la natura?
Ti cambia. Ti risintonizza con i bioritmi millenari. Ti cura.  Per esempio all’Equatore il sole sorge alle sei e tramonta sempre alle diciotto. In un attimo. Come un interruttore cosmico e cambia flora e fauna africana. Dopo alcuni giorni di permanenza nella savana per esempio ci si sente collegati a qualcosa di profondo e antico e si rientra in questo ciclo nictemerale (luce-buio) come se ti fosse sempre appartenuto smettendo di vivere come in un “termitaio” – come mi disse qualcuno lì… L’Homo sapiens viene da lì dall’Africa, quel bioritmo è in noi, a qualche parte, forse nel patrimonio genetico che ha i suoi “clock” intrinseci… Ma anche alzarsi all’alba sulla spiaggia o sulle Murge ha un che di magico e corroborante…Provare per credere. Oggi i giovani (e non più tali) tendono a vivere contro-natura di notte: sono in aumento disturbi del sonno con i rischi psichiatrici connessi. E’ bello vivere la notte ma ogni tot, non ogni giorno: “scassa” la mente prima o poi, anche senza abuso di sostanze psicoattive che imperversano sul mercato. 
Lei ha svolto del volontariato in Africa. Questa esperienza cosa le ha portato dal punto di vista umano e professionale?
Se mi metto a parlare di questo abbiamo bisogno di un’altra intervista. Lavorare fuori dell’Europa, in realtà antropiche e sanitarie difficili insegna la umiltà ed il recupero della missione medica, spesso smarrita o mai ricercata.
Cosa si sentirebbe di dire ai giovani che al giorno d’oggi si sentono in crisi e smarriti?
Non troverete mai il senso della vita on line. Non vi aspettate che il senso di vita vi venga in eredità o servito a tavola. Ognuno di noi ha bisogno di un senso, come diceva Viktor Frankl, lo psichiatra scampato ai lager nazisti. Quel senso-direzione è una bussola intima da seguire. E non è vero, come recita la pur bella canzone di Vasco Rossi, che “questa vita un senso non ce l’ha”. Ce l’ha se gliela dai tu. Non ha senso se credo nel non-senso, nello sballo, nel vuoto… Poi dico da tempo agli adolescenti: chiedete aiuto quando ne avete bisogno, non dimenticatevi degli adulti ok che vi circondano. Chiedete aiuto e confrontatevi. La vita è bella ed una. Esistono per questo i professionisti di aiuto. 
Che critica farebbe alla società odierna?
Non è una critica. Concordo con la visione sociologica di Zygmunt Bauman sulla società liquida. Un mix di globalizzazione dei mercati e di schizofrenia mediatica sta rendendo i confini societari ed individuali assai liquidi, indistinti.  Sono insorti odi di sapore regressivo e religioso alla ricerca di una identità perduta nella palude consumistica. Siamo dinanzi ad un bivio: o  ci riappropriamo consapevolmente dei confini egoici rispecchiandoci nell’Altro, nel rispetto del diritto e della biosfera che ci ospita oppure finiremo in una medioevalizzazione  societaria dove ognuno è per sé (e Dio per tutti?). Su tutto aleggia il destino incerto di Una Europa che stenta a decollare ma che costituirebbe una sicurezza per noi e il mondo stesso. Ma io ci credo ancora nell’Europa, da quando alle elementari sembrava un miraggio.


PARIGI VAL BENE UNA MESSA, disse l'Enrico superstite (dei tre)

Il LOUVRE di PARIGI (e il LOUVRE di ABOU DHABI?). La Venere (Afrodite) di Milo in marmo di Paro, che risali...