lunedì 5 aprile 2021

#Dantedi - I PAESAGGI DELL' INFERNO DANTESCO Riflessioni e ricerche di Claudio Leone



 

I PAESAGGI DELL' INFERNO DANTESCO
Riflessioni e ricerche di Claudio Leone



La Divina Commedia è tra le opere più note e studiate di tutti i tempi, che vanta una bibliografia sterminata, al cui interno -con metodi e approcci differenti- trovano posto i più svariati aspetti del Poema. Un aspetto meno studiato della Commedia, tuttavia, riguarda i paesaggi oltremondani che sono lì costruiti e, più in generale, l’aspetto visivo del Poema, che riguarda i luoghi, le modalità di esplorazione e i movimenti nello spazio. Di tale aspetto ci si è occupati in altri lavori  (tesi magistrale in “Filologia e critica dantesca” e altrove). Durante le ricerche, ci si è focalizzati su tali aspetti e si sono sondate le fonti utilizzate - che in Dante sono sempre plurime, stratificate e condensate - per la costruzione di tutti i paesaggi della prima cantica. 

Nel presente articolo si fornisce un breve e parziale riassunto che parte, metodologicamente, dalla voce “paesaggio” dell' Enciclopedia Dantesca, nella quale si sottolinea come sotto questo nome si trovano sia i paesaggi che forniscono la struttura e gli scenari del Poema sia i tanti ricordi geografici rammentati nell’opera: benché i due aspetti siano estremamente legati tra di loro, si è deciso di occuparsi solo dei primi, nominandoli “paesaggi strutturali”. La definizione di paesaggio utilizzata, quale «insieme organizzato di tutte le fattezze sensibili di una località, nel loro aspetto statico e nel loro dinamismo», è evidentemente una nozione moderna, sconosciuta al Medioevo, ma che fornisce una specola critica ulteriore, che include aspetti sensoriali oltre alla vista, ossia l’olfatto e l'udito, che pur sono presenti nell’opera dantesca. 

Il concetto di paesaggio, che nasce nel Quattrocento, è quindi ignoto a Dante, il quale però intuisce perlopiù un “sentimento di paesaggio” e crea una geografia letteraria oltremondana in cui l’aspetto “geomorfologico” (afferente al “senso letterale”) dei paesaggi ben si concilia con gli aspetti allegorici, tipici della sensibilità del tempo. La geografia medievale, inoltre, non va considerata negli aspetti epistemologici a noi noti, dacché essa si struttura come tale nell’Ottocento in pieno clima positivista, ma nel suo essere da un lato disciplina non strutturata, spesso ancillare alla storiografia, e non “canonizzata” nelle “arti liberali” e, dall’altro, composta di fonti scritte e orali (racconti di mercanti, pellegrini e viaggiatori) di cui poco ci è giunto, che presentano una forte presenza di elementi fantasiosi. Inoltre, l’uomo del Medioevo guarda al mondo e alla natura con occhi cristiani, gli è aliena la contemplazione degli elementi sensibili in sé, ma li percepisce come figura di Dio, tracce moriture della Creazione e, pertanto, foriere di messaggi da decriptare. La cultura del Poeta ci impone anche la ricognizione delle fonti libresche utilizzate per la creazione dei paesaggi, quindi- in primis- i classici latini e la Bibbia, ma anche la presenza di fonti “geografiche” (scritte oppure orali e, pertanto, frutto di congettura); è necessario perlustrare anche l'azione del ricordo di luoghi visitati (Firenze e le varie sedi dell’esilio) fino ad allargare il campo all’immaginario legato ai luoghi, ai simboli e alle percezioni coeve. L’intento principale della ricerca, dunque, mira a sondare con particolare attenzione l'influsso di ciò che Dante ha effettivamente visto e non solo di ciò che ha letto.

Sulla base di tali premesse si rende evidente come la selva oscura con cui si apre il poema sia figlia dell'immaginario del tempo, di un’Europa ben più ricca di foreste, spesso relegate al di fuori dalle mura: come la selva oscura, quale periferia dell'inferno vero e proprio. 

Il pellegrino, dopo l'ostile incontro con le tre fiere, scorge un'ombra, che si scoprirà essere Virgilio, e scrive «vidi costui nel gran diserto». L'affermazione stupisce, dal momento che l'incontro avviene nella selva, ma, probabilmente, non stupiva i contemporanei di Dante. Era infatti consueta ai tempi la sovrapposizione tra selva/ foresta e il deserto. Come ricorda lo storico medievista Jacques Le Goff, tale sovrapposizione si produce per ragioni storiche, quando il fenomeno del monachesimo, inizialmente orientale, dalle distese desertiche muove verso l’Occidente, sicché i monaci occidentali trovano la necessaria lontananza dal mondo - paradossalmente - nel suo opposto geografico: in mancanza di deserti, la foresta diventa essa stessa il deserto. 


If. I, 1-6; 58-66


Nel mezzo del cammin di nostra vita

mi ritrovai per una selva oscura,

ché la diritta via era smarrita.                                           


Ahi quanto a dir qual era è cosa dura

esta selva selvaggia e aspra e forte

che nel pensier rinova la paura!    


[…]    


tal mi fece la bestia sanza pace [la lupa],

che venendomi ’ncontro a poco a poco

mi ripigneva là dove ’l sol tace.                                      


Mentre ch’i’ rovinava in basso loco,

dinanzi agli occhi mi si fu offerto

chi per lungo silenzio parea fioco.                                  


Quando vidi costui nel gran diserto,

«Miserere di me,» gridai a lui,

«qual che tu sii, od ombra od omo certo!» 




 

 FIG. 1. Gustave Doré, "Dante nella Selva Oscura", 1861 - Illustrazione per la Divina Commedia di Dante Alighieri.


L'itinerario prosegue varcando la porta infernale e i due pellegrini sono subito colpiti dalle grida di dolore dei dannati: «Quivi sospiri, pianti e alti guai». Si badi che questa è la prima percezione dell’inferno, tutta uditiva. Attraverso il ricorso a un’altra nozione moderna, quella di “paesaggio sonoro”, con cui si intende  «l’ambiente dei suoni. Tecnicamente, qualsiasi parte dell’ambiente dei suoni considerata come campo di studio e di ricerca [e che] può applicarsi tanto ad ambienti reali, quanto a costruzioni astratte», è possibile tracciare, già dai prodromi del vestibolo, il “paesaggio sonoro” dell'inferno, che presenta solo il rumore, il pianto, l’urlo di disperazione e la bestemmia, squalificando ogni possibilità di musica, a differenza delle altre due cantiche.


If. III, 22-30


Quivi sospiri, pianti e alti guai 

risonavan per l’aere sanza stelle, 

per ch’io al cominciar ne lagrimai.                                 


Diverse lingue, orribili favelle, 

parole di dolore, accenti d’ira, 

voci alte e fioche, e suon di man con elle                     


facevano un tumulto, il qual s’aggira 

sempre in quell’aura sanza tempo tinta, 

come la rena quando turbo spira.             


Il viaggio prosegue con l’approdo al primo cerchio, il limbo, che - paesaggisticamente- presenta una divisione in due regioni, che rispecchia la differenza morale dei suoi  abitatori. Una prima sezione indistinta, priva di descrizioni, percorsa solo da lamentazioni e una seconda, invece, ben particolareggiata, nella quale meglio si evidenzia la cifra allegorica che pervade tutti i paesaggi della Commedia. Un'evidenza già notata dai primi e più antichi commentatori dell’opera, che ci ricorda la già citata sovrapposizione tra piano letterale e piano simbolico, costitutiva di tutti i paesaggi dell’opera. In questa seconda regione del Limbo, Dante e Virgilio sono accolti e scortati dai più grandi poeti dell'Antichità: Omero, Orazio, Ovidio e Lucano. La “sesta compagnia” oltrepassa un fiumicello senza difficoltà («come terra battuta») per poi passare attraverso sette porte di altrettante mura concentriche. La cifra allegorica, celata dietro i vari elementi del paesaggio, è tuttora oggetto di dibattito: a titolo di esempio, il fiumicello come  dote dell' eloquenza, perché oltrepassata senza alcun problema dei Poeti, le sette mura come le sette parti della filosofia o le sette virtù morali.  La compagnia, quindi, s'inerpica verso una collinetta, che ospita, alla sua sommità, un «nobile castello» dimora degli “Spiriti Magni”, i magnanimi di tutti i tempi, pagani o non cristiani. L’intento allegorico del castello, dai più inteso come monumento all’intelligenza umana, poggia su un immaginario visivo schiettamente medievale, che prevede la presenza di elementi difesa (naturali come il fiume e la collina, artificiali come le mura) a protezione del castello, pur in totale assenza di nemici da cui difendersi: l’apparato di conoscenza visive rende impossibile al Poeta di “costruire” diversamente un castello. 







IG. 2 Il nobile castello. Miniatura del ms. Egerton 943 (f. 9v), conservato presso la British Library.

Infine, si fornisce un ultimo esempio di paesaggio, la città di Dite, che costituisce l’ottavo cerchio, dimora ultraterrena degli eretici.  La presenza di una città nell’inferno è una evidente spia di un immaginario cittadino (come quello di Dante), che opera anche attraverso gli occhi nella costruzione letteraria di scenari e che, nella più vasta panoramica della storia delle rappresentazioni infernali, segna una frattura importante, che si può qualificare, con la felice espressione di Camporesi, come una «urbanizzazione dell’inferno».


If. VIII, 67-78



Lo buon maestro disse: «Omai, figliuolo, 

s’appressa la città c’ha nome Dite, 

coi gravi cittadin, col grande stuolo».                             


E io: «Maestro, già le sue meschite 

là entro certe ne la valle cerno, 

vermiglie come se di foco uscite                                    


fossero». Ed ei mi disse: «Il foco etterno 

ch’entro l’affoca le dimostra rosse, 

come tu vedi in questo basso inferno».                        


Noi pur giugnemmo dentro a l’alte fosse 

che vallan quella terra sconsolata: 

le mura mi parean che ferro fosse.                                



Anche in questo caso la rappresentazione dell’esterno della città risente delle conoscenze visive del Poeta, dal momento che essa è costruita secondo i modelli coevi: un ostacolo naturale (la palude Stigia), un vallo, mura, torri di guardia (con l’intromissione di «meschite», elementi architettonici islamici) e una grande porta sbarrata da un cancello. Insomma, tutto lascia presagire l’ingresso in una città, ma, una volta sbarrate le porte della città- ad accogliere i cittadini non vi è una via principalis, ma uno stretto sentiero che costeggia le mura. I due pellegrini si muovono «a man destra»- fatto di per sé significativo, perché il movimento nell’inferno è sempre verso sinistra- attraverso il sentiero e guardano non una varia umanità (tipica delle città medievali) ma una distesa di bare: la città di Dite è un cimitero, è una città di morti. Le bare infuocate -  gli «avelli»- ospitano gli eretici, quanti non hanno creduto nella vita eterna, tra i quali si ricordano Farinata degli Uberti e Cavalcante dei Cavalcanti, padre di Guido, poeta e (un tempo) amico di Dante. 

Nel canto X dell’Inferno si legge che le tombe non sono dissimili da quelle di Arles e Pola, due antiche necropoli molto famose ai tempi. Da un lato, la cittadina provenzale di Arles, antica Arli, era nota attraverso leggende per l’antico cimitero romano di Alyscamps, tuttora esistente, dall’altro Pola, in Istria, nella quale era presente una necropoli forse visitata da Dante: la presenza del Poeta in questi due luoghi sembra più frutto di leggenda, tuttavia il loro impiego in similitudine, toccava le corde dell’orrore, il sentimento suscitato da queste favoleggiate località. Nel testo si legge che le tombe rendono «tutto ‘l loco varo», interpretato dalla maggior parte dei commentatori (antichi e moderni) come “vario”, sicché le tombe avrebbero disposizione irregolare. A tale interpretazione si sottrae il Boccaccio, che interpreta l’aggettivo come “incamerellato”, ossia “diviso in vani”, e adduce la similitudine con la pelliccia di vaio, che presenta- grossomodo- una divisione geometrica in chiazze bianche e nere. Se così fosse, applicando questa immagine alla città di Dite- risulterebbe un disegno geometrico simile alla cosiddetta “pianta ippodamea”, che presenta la disposizione geometrica, ad angoli retti, degli edifici di una città. Un particolare interessante, giacché la pianta ippodamea era la pianta urbanistica di Firenze ai tempi di Dante, che si unisce al clima fiorentino già introdotto dagli eminenti abitatori della città (i già citati Farinata e Cavalcante), e che ci induce a scorgere, tra gli angoli retti delle tombe infuocate- l’amara città che ha cacciato il poeta. 





FIG. 3 “cartolina” di Corinto Corinti (anni Venti del Novecento): ricostruzione delle 36 chiese fiorentine nell’anno 1000, in cui si apprezza la pianta ippodamica (“a scacchiera”).












FIG. 4 Cimitero di Alyscamps ad Arles in Provenz





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FIG.5 Pelliccia di vaio



1 C. LEONE, «Per conoscer lo loco dov’ io fossi». Paesaggi dell’Inferno, in press.

2 C. LEONE, Note sui paesaggi danteschi. l’Inferno, in press.

3 Cfr. G. DI PINO, s.v. paesaggio, in Enciclopedia Dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana,

vol. IV, Roma 1970, pp. 248-251.

4 P. ROSSI, Lineamenti geomorfologici dei paesaggi italiani, Cacucci, Bari 2012, pp. 11-12.

5 Per le conoscenze geografiche di Dante e lo statuto della geografia ai suoi tempi: Cfr.

M. AZZARI, Natura e paesaggio nella Divina Commedia, Phasar, Firenze 2012, pp.7-13.

6 If. I, 64.

7 J. LE GOFF, Il deserto-foresta nell’Occidente medievale in ID., Il meraviglioso e il quotidiano

nell’Occidente medievale, a cura di F. Maiello, Laterza, Bari 1983, pp. 27-44.n

8 If. III, 22.

9 R. MURRAY SCHAFER, Il paesaggio sonoro, traduzione di N. Ala, Ricordi-Lim, Milano-Lucca 1985, p. 372.

10 P. CAMPORESI, La casa dell’eternità, Garzanti, Milano 1987, p. 24.

11 If. IX, 132.

12 If. IX, 115.

13 La pianta ippodamica o ippodamea, risalente all’urbanista greco Ippodamo di Mileto, vissuto ad Atene nel V secolo a.C, era applicata alle città in pianura. Tale pianta fu poi utilizzata anche dai Romani ed «era impostata su due assi principali: il cardo maximus e il decumanus maximus. Il primo si identificava come via principalis, l’altro come via praetoria»: P. ROSSI, Lineamenti geomorfologici dei paesaggi italiani, Cacucci, Bari 2012, p. 16.

martedì 23 febbraio 2021

#CONGO: Riapriamo gli occhi sull’Africa

 





Congo:  questa polveriera dell'Africa centrale è stata definita anche scandalo geologico per le enormi ricchezze minerarie


Oggi ci sono due Congo ma il protagonista delle ultime vicende tragiche è la Repubblica Democratica del Congo (detta anche Congo, Congo-Kinshasa o ex Congo belga) ed è un vasto Stato dell'Africa centrale. Tra il 1960 e il 1964 era denominata Repubblica del Congo e dal 1971 al 1997 Zaire. Il fatto di aver avuto tante denominazioni la dice lunga sulla instabilità di questo Paese, pervenuto alla indipendenza nel 1960.


Lo scandalo geologico: la columbite-tantalite (minerale più famoso come coltan),  diamanti ecc tutte risorse minerarie che fanno il Congo ricchissimo (e ambito) nel sottosuolo ma da sempre povero in superficie. La sabbia di coltan è divorata dalla industria elettronica (anche la Cina ne è interessata) e viene utilizzata per la fabbricazione di telecamere, cellulari e molti altri apparecchi elettronici, il coltan ottimizza il consumo della corrente elettrica nei chip di nuova generazione ecc. 


Le guerre dimenticate del Novecento ricadono oggi


Non ci sono sicuri eserciti regolari ma una moltitudine di fazioni e gruppi armati che passano con disinvoltura da un ruolo all'altro, spesso antitetici, con disinvoltura "salviniana"; inoltre a complicare il quadro geopolitico non si può sottacere la infiltrazione jihadista a nordest, presso il lago di Kivu,  nei pressi del quale è avvenuta il mortale agguato agli italiani. In questa  area anche i laghi sono pericolosi per  il sottosuolo. Pensate che il 21 agosto 1986 lungo le coste del lago Nyos, in Camerun, 1.746 persone persero la vita nel giro di un minuto per una esplosione  limnica, ovvero una repentina emissione di anidride carbonica dal fondale del lago, asfissiante per animali e esseri umani. Furono rilasciate tra le 100 e le 300mila tonnellate di CO2, proveniente da emissioni di gas vulcanici sotterranei e dalla decomposizione di materiale organico. Di esplosioni limniche ne sono state registrate poche. Tuttavia, un simile destino incombe anche  sul grande lago Kivu, al confine tra Ruanda e Repubblica Democratica del Congo, una delle aree più abitate del continente africano e risorsa d’acqua per agricoltura e settore minerario. 

Nella regione milioni di persone hanno perso la vita nei massacri tra hutu e tutsi del 1994. Il genocidio dei tutsi del Ruanda è stato uno dei più sanguinosi episodi della storia dell'umanità del secolo scorso.  Secondo le stime di Human Rights Watch, dal 6 aprile alla metà di luglio del 1994 in circa 100 giorni, in Ruanda furono massacrate sistematicamente (anche con a colpi di machete) almeno 500.000 persone; ma  le stime successive hanno portato il numero di vittime a forse  1.000.000 di persone di tutsi. 

Hotel Rwanda è un toccante film del 2004, diretto da Terry George. Il film è ambientato nel 1994, in Ruanda, all’epoca del genocidio. La vicenda è basata sulla storia vera di Paul Rusesabagina e il film fu girato dieci anni dopo gli avvenimenti narrati. Gli esterni del film sono stati girati a Kigali in Ruanda, mentre gli interni, comprese le scene ambientate nell’hotel, sono stati realizzati a Johannesburg, in Sud Africa. Il vero Paul Rusesabagina ha partecipato alle riprese in qualità di consulente. Il personaggio del colonnello Oliver si ispira alla figura di Romeo Dallaire, ufficiale canadese delle Nazioni Unite.


L'altruismo e l'impegno sociale di tali personaggi storici salva-vite non può che farci piangere ancora di più la perdita dell'ambasciatore Luca Attanasio, del carabiniere Vittorio Iacovacci e del loro autista congolese, Mustapha Milambo, uccisi nell' agguato nel Nord Kivu.



Una guerra convenzionale è stata poi combattuta dal 1996  al 2002, tra nazioni africane: la c.d. grande guerra africana, la più grande guerra della storia recente dell'Africa, che ha coinvolto 8 nazioni af.icane e circa 25 gruppi armati. 


La regione non conosce pace dall'alba dei suoi giorni.

Guerre e genocidi.

Ha conosciuto dittatori feroci come Mobutu che salì al potere dopo il democratico Lumumba. 

Vicino all'Ebola River nella Repubblica Democratica del Congo è scoppiato il primo focolaio di Ebolavirus che si è poi propagato in altri paesi africani. Una polveriera antropica ma  anche biologica ed ecologica


La ex colonia belga rappresenta l’aspetto più vergognoso del colonialismo europeo tra Ottocento e Novecento?


Sì. La Conferenza di Berlino del 1884-85, detta anche Conferenza dell'Africa Occidentale o Conferenza sul Congo (in tedesco: Kongokonferenz), regolò il commercio europeo in Africa centro-occidentale nelle aree dei fiumi Congo e Niger e sancì la nascita dello Stato Libero del Congo che in realtà era - cosa più unica che rara - un possedimento privato del re  Leopoldo II del Belgio! Infinite nefandezze hanno costellato la storia della regione. 

Forse - con la  consapevolezza storica di oggi e nella tragedia che ha colpito l'Italia - dobbiamo riconsiderare i popoli vicini che abitano sotto l'Europa. (am) 



lunedì 30 novembre 2020

Scomparso Vittorio CATANI, scrittore pugliese di SF







Ci ha lasciati il 23 novembre 2020, lo  scrittore pugliese  Vittorio Catani (Lecce, 17 luglio 1940 – Bari, 23 novembre 2020).

Nato a Lecce nel 1940 e vissuto a Bari, è stato una vera e propria colonna portante della fantascienza italiana. Ha vinto numerosi premi,: il primo Premio Urania e diciassette Premi Italia per la fantascienza.

Prolifico autore di racconti, raccolti nel 2007 nel volume “L’essenza del futuro”,  dei suoi romanzi si ricorda Il Quinto principio (Supplemento n. 39 a Urania n. 1533), e “Gli universi di Moras”, quello che gli valse il Premio Urania nell’ormai lontano 1990. Una ricaduta importante della vittoria al Premio Urania fu la sua lunga collaborazione al quotidiano La Gazzetta del Mezzogiorno, per il quale, oltre ad articoli di futurologia, curò una rubrica di costume, “Accadde… domani”, in cui si sbizzarriva a sviluppare le derive più originali della scienza, della società e del comportamento collettivo.

sabato 24 ottobre 2020

FINCHE’ C’E’ VELA C’E’ SPERANZA








FINCHE’ C’E’ VELA C’E’ SPERANZA  racconta di un futuro possibile





Finché c'è vela c'è speranza - Achille Miglionico

pubblicato su Bolina n°: 389, pagina 105.

Rubrica: Sapore di Mare



In tanti non  lo avevano previsto né se lo erano immaginato neanche nell’anticamera del cervello, per usare una terminologia di mio nonno;  oppure avevano rimosso.   Qualcuno se lo aspettava e aveva tradotto la fantasia in sceneggiature per serie televisive che parlavano di scenari catastrofici, una volta di moda, ma quando una cosa la trasformi in SF o fantascienza c’è sempre chi arriccia il naso e può dirsi “non accadrà mai”. Invece la fantasia si fece Storia.

Qualcuno, a dirla tutta, lo aveva formulato solide ipotesi scientifiche ma era forte il rischio di essere linciato mediaticamente, come una Cassandra o un uccello del malaugurio. 

Per migliaia di anni - così insegniamo a scuola - l’uomo ha cercato di piegare la natura, ha sfruttato la natura, non più solo attraversandola attraverso la marcia incessante e gli spostamenti continui per procacciarsi cibo e sostegno: già nel passaggio dal Paleolitico al Neolitico, appena fermò il piede e divenne più stanziale l’Homo sapiens diede vita all’agricoltura ed all’allevamento e sorsero i primi aggregati semimobili o fissi di individui. Ecco che lo sfruttamento delle risorse naturali cominciò a essere più serio e sistematico: raccogliere legna da ardere per riscaldarsi e cuocere, lavorare legname per edificare ripari artificiali, bruciare tratti di foresta per farne colture, costruire attrezzi per cacciare, pescare, difendere, attaccare, lavorare la terra e cucire le pelli. Da subito l’Uomo preistorico fu scomodo per la Natura. Un esempio storico? Gli antichi romani si spostavano con le legioni costruendo castra e abitati abbattendo ampie aree boschive. La Natura sembrava inesauribile nelle risorse che metteva a disposizione di questo mammifero troppo evoluto e capace di autocoscienza. Come identità divina o divinizzata, la Natura avrebbe potuto ammirare questa curiosa creatura quasi con sorpresa (ed orgoglio?) visto che le popolazioni umane sembravano avere non solo attenzione al sacro con rituali gruppali sempre più complessi ma anche una particolare capacità di risolvere problemi tanto da superare vertiginosamente qualsiasi altro mammifero o essere vivente di Gea, la Madre-Terra. Sì certo la natura borbottava e si agitava di tanto in tanto: ora sussultava quasi indifferente con un sisma, ora con una megaeruzione, ora generando uno tsunami o diffondendo animaletti microscopici e microrganismi che facevano morire precocemente ed in tanti; per non parlare di inondazioni e  periodici cicloni, giusto per ricordare a chiunque chi avesse il coltello dalla parte del manico. Eppure quel primate intelligente, malgrado il prezzo pagato con innumerevoli vittime e perdite, spesso inspiegabili, era sempre lì alle pendici frementi di montagne che fumavano ed eruttavano fuoco, in quanto quel suolo era particolarmente fertile; erano sempre lì vicini alle acque del mare dei laghi e dei fiumi e sapevano superare pestilenze, carestie e siccità come nessun mammifero. Cadevano ma si rialzavano. Una iattura per la biosfera. 

Se dovesse capitare, tra le Operette Morali di un dimenticato poeta italiano, Giacomo Leopardi, di leggere il Dialogo della Natura e di un Islandese,  si rimarrebbe un poco male tra le varie battute del dialogo e il finale tragico; sembra di poco precedere il detto sulla la natura che  ha i denti sporchi di sangue di un certo Darwin che avrebbe scoperto la evoluzione biologica anni dopo, sempre nell’Ottocento. Poi la rivoluzione industriale con il vapore, i motori endotermici, la elettrificazione, la conquista atomica e  aerospaziale, e di seguito la rivoluzione informatica hanno fatto il resto. 

Insomma il fatto fu subitaneo pur non essendo inatteso.

La maggior parte delle fonti di energia elettrica si ridussero drasticamente sino al blocco totale dei macchinari. Uno storico avanzò l’ipotesi che fosse avvenuto - questo era stato previsto parzialmente - prima che si esaurissero realmente i combustibili fossili; prima che si contaminassero di sale le acque degli acquedotti sotto l’implacabile innalzamento del livello dei mari. L’acqua di mare infatti prese a salire con velocità centuplicata e saliva saliva ricoprendo coste, affogando la vita terricola, mangiando terra e città costiere, mordendo a grossi bocconi estuari, aggredendo fiumi che si ritrovarono invasi e accartocciati negli alvei: tutto con la maledetta decrescita dei ghiacciai. Come dopo le ere glaciali. Solo che questa volta non c’entrava la “Natura matrigna” leopardiana ma era esclusiva responsabilità dell’Uomo che aveva alterato in poco più di un secolo il clima attraverso il riscaldamento globale (da tanti, ahinoi, negato con pervicacia fino alla fine). Un processo che inaspettatamente durò pochi anni, non secoli come qualcuno aveva creduto o sperato.   Sulla terra si moltiplicarono siccità e pompe di estrazione e dissalatori per scongiurare la perdita rilevante di oro bianco. L’agricoltura, è noto, non ama l’acqua dissalata che va bene per tanti usi ma limita i cultivar. Gli insediamenti umani, affamati e assetati, arretrarono dappertutto, scomparvero paesi, villaggi costieri sino a intere città come Venezia; scomparvero sotto le acque isole come l’isola di Pasqua ed altri atolli polinesiani. Il turismo subacqueo di oggi fa intravvedere la bellezza dei reperti archeologici che una volta respiravano l’aria come noi. Si arginò, non senza atroci conflitti e difficoltà geopolitiche, il l’istinto di sopravvivenza e di prevaricazione del Decennio Buio (un medioevo oscuro e violento, privo di regole) ricostituendo una convivenza essenziale. Anche stavolta ce la facemmo, pur tra perdite personali e collettive degne di una Terza Guerra Mondiale che non è mai scoppiata: forse si capì, per la prima volta, che l’uno ha bisogno dell’altro e che assieme ce la si fa, disuniti si perisce. 

L’acqua fu equidistribuita per evitare scontri sanguinosi e conflitti ove non ci sarebbero stati che perdenti. Con l’uso razionato di  energia fotovoltaica (la Terra dall’alto appariva multispeculare come gli ommatidi di un insetto, tutti disponevano di sistemi fissi e mobili di fotovoltaico); con l’incremento di energia eolica e da maree si rimise in moto una economia più  locale. Sulla energia nucleare qualcuno aveva fatto o tentato di fare il furbo ma il mondo era scottato dall’ecocidio pregresso; nessuno voleva più il nucleare se non sui libri di fisica. Anche perché con la Crisi elettrica insorta e con la carenza di acqua da raffreddamento, molte centrali nucleari andarono in tilt e furono solo con difficoltà spente prima di contaminare il globo. Un mondo da adattare in fretta, troppo in fretta persino per le capacità del multiforme Homo sapiens. Un mondo che era cambiato nel corso di una vita, cioè in tempi biologici e non in tempi geologici, era troppo difficile da tollerare. Per almeno un decennio la causa di morte imperante fu il suicidio. Poi le cose migliorarono in fretta come erano peggiorate in fretta. Si ripristinarono le reti informatiche ma anche desueti sistemi di comunicazione che avevano consentito di sopravvivere in assenza e poi carenza di energia elettrica. 


E, con il risparmio energetico e con la ottimizzazione delle risorse operato dai poteri centralizzati dell’ONU, il trasporto terrestre, aereo e marino mutò per sempre. Sul mare si moltiplicarono le vele da uno, due, quattro alberi. Vele oceaniche per trasportare, per viaggiare, per migrare altrove, per esplorare. Se ne vedevano di tutti i tipi sulle acque: le suggestive vele latine, triangolari con la tipica antenna di sghembo; auriche con tanto di pennoni e boma; le classiche bermudiane; le particolari come i cutter, ketch, le catboat, le nuove agili golette. Come non parlare delle velocissime, quasi dei bolidi, come catfoiling, canting monofoil e altre? Quelle che non sembrano più barche in quanto volano sull’acqua staccandosi da essa grazie ai foil: nate per la competizione e difficili  da condurre,  ricordavano quegli strani insetti che non saltano da un punto all’altro a pelo d’acqua ma ci camminano come dei cristi oppure come dei ragni che corrono sul pelo dell’acqua, senza affondare. Si erano molto sviluppati, a mo’ di utilitarie dell’acqua, gli armamenti nautici semplificati  quelli dipodici: due alberi legati a U rovesciato. Senza strambate era più tranquillo navigare per gente non di mare e per le famiglie. E guardare mari e laghi pieni di fazzoletti di ogni colore lasciava sperare ed era uno spettacolo bello, in sintonia con la natura ferita: comunque ti dimenticavi che in assenza di vento alcuni oligarchi possedevano motori elettrici per le loro vetture e barche. I motori elettrici, assai perfezionati, erano appannaggio di pochi e comunque delle linee di trasporto marittimo e delle forze armate, insostituibili per vigilare i mari infestati nuovamente di pirati senza scrupoli. Anche la criminalità deve adeguarsi ai tempi. 

I più si ritrovavano ai tempi in cui vi era il Portum dell’antica Roma con le sue navi onerarie che trasportavano merci dalla periferia imperiale alla Caput Mundi che contava un milione di abitanti (più della popolazione attuale di Roma costiera di oggi  che non è un gran porto). Si procedeva a remi ed a vela per lo più e si navigava soprattutto nelle stagioni giuste, rimanendo talora bloccati nei nuovi approdi e porti che costellavano la nuova geografia delle nazioni. Un tempo per vedere tante vele assieme bisognava partecipare ai grandi raduni annuali che si organizzavano per diporto, come la antica “Barcolana” di quella che un tempo era una città costiera come Trieste (un quotidiano di informazione ne aveva ripreso una foto antica assai nostalgica).

Buon vento a tutti ed a te, in particolare, nipotina mia.




martedì 14 aprile 2020

"Siamo tutti Alberto Sordi?" il docufilm di Fabrizio Corallo su SkyArte e su Sky Cinema Comedy



"Siamo tutti Alberto Sordi?"Il docufilm di Fabrizio Corallo, fortunatamente presentato in epoca pre-pandemia, è andato in onda domenica 12 aprile su Sky Arte e su Sky Cinema Comedy. 


"Siamo tutti Alberto Sordi?" aspira a celebrare in occasione del centenario della nascita il talento unico e la personalità segreta del grande attore e regista romano scomparso 17 anni fa, mettendone in rilievo non solo la leggendaria vicenda artistica ma soprattutto le sue doti spesso profetiche di interprete/autore capace. C'è davvero tutto Sordi, in questa "enciclopedia visuale", il pubblico e il privato, le amicizie fraterne con Fellini con cui divise gli anni della fame iniziali, con Scola, e poi con Risi, Monicelli, De Sica "complice perfetto" come racconta Christian, il sodalizio con l'alter ego sceneggiatore Rodolfo Sonego e con il musicista Piero Piccioni, la stima per Monica Vitti. 

Questo 2020 difficile - con la pandemia in corso che tutto sta triturando come un evento bellico -  prevedeva e prevede diversi appuntamenti culturali qualcuno rinviato qualcuno sopravvissuto grazie ai media. 


Così la Mostra  Il centenario. Alberto Sordi 1920-2020 a Roma nella villa dell’attore in piazzale Numa Pompilio è stata rinviata: contattare info@centenarioalbertosordi.it). 
Il biopic Permette? Alberto Sordi diretto da Luca Manfredi, con Edoardo Pesce nei panni dell’attore, è andato in onda il 24 marzo su Rai1 ma non è riuscito a catturare al di là di un lavoro corale apprezzabile.
Il docufilm di Fabrizio Corallo si beve tutto d'un fiato per la snellezza e bravura del regista-sceneggiatore che sta consolidando la sua fama e bravura nel confezionare docufilm: dopo il grande successo di Sono Gassman!, del 2018, andato in onda nel gennaio 2019 su Sky Arte, ha anche collaborato come sceneggiatore con Carolina, la figlia di Franco Rosi,  al documentario Citizen Rosi diretto da Didi Gnocchi e Carolina Rosi (2019): lo abbiamo visto ed è veramente bello e istruttivo. 
"Siamotutti Alberto Sordi?" prodotto da Surf Film e Dean Film in collaborazione con LA7, Sky Arte, Istituto Luce Cinecittà e 3D Produzioni segue Sordi nell'arco della sua formazione e del consolidarsi della sua carriera raccontandolo attraverso le sequenze di alcuni tra i più significativi dei  film da lui interpretati; filmati tratti dalle sue tante apparizioni televisive e pubbliche e interviste appositamente realizzate a compagni di lavoro, esponenti di punta del cinema recente, storici e critici, tutti chiamati a raccontarne i vari aspetti della poliedrica personalità tra riflessioni, aneddoti, ricordi e curiosità. 




Tra gli intervistati gli attori Carlo Verdone, Giovanna Ralli, Pierfrancesco Favino, Claudio Amendola, Anna Foglietta, Riccardo Rossi; intervengono  i critici Goffredo Fofi, Valerio Caprara e Masolino D'Amico. Non potevano mancare esperti osservatori del costume nazionale come Renzo Arbore, Vincenzo Mollica, Maurizio Costanzo e altri ancora; amici e collaboratori come il presidente onorario della Fondazione Museo Alberto Sordi, Walter Veltroni; il consulente artistico Fondazione Museo Alberto Sordi, Luca Verdone;  lo sceneggiatore Enrico Vanzina; il presidente Anica  Francesco Rutelli; il regista Marco Risi; le scrittrici Gigliola Scola e Chiara Rapaccini; la giornalista Gloria Satta. Il Presidente onorario del Campus Biomedico di Roma,  Professor Paolo Arullani ci rivela che il suolo dell'intera opera sia stato donato da Sordi.

Una godibile carrellata di emozioni e rivelazioni più o meno intime che donano luce ad aspetti esistenziali e professionali del grande Albertone:  persino sulla sua presunta avarizia, che non ha impedito all'Artista in vita e dopo la morte di fare beneficenza a tanti, per esempio al Campus Biomedico e ad istituti per anziani.


Ora passiamo ad intervistare Fabrizio Corallo.

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Fabrizio Corallo







- E' il suo momento più maturo e proficuo, dal punto di vista artistico, Fabrizio Corallo. Lei è regista-sceneggiatore molto ricercato per i docufilm. Un riconoscimento alla capacità di lavoro e cultura, bisogna ammetterlo, malgrado la sua naturale ritrosia.  Già dal titolo scelto e dal punto interrogativo si comprende come descrivere gli italiani non è impresa semplice. Sordi ci è riuscito?

- Dagli anni '50 in poi e sino alla fine dei suoi giorni Alberto Sordi esprimendosi quasi sempre in felice sintonia con registi e sceneggiatori come lui in stato di grazia ha mostrato con le sue denunce del malcostume italiano, in forma di satira, quello che siamo e che forse avremmo preferito non essere.

- Ideologicamente come era Albertone?

- Conservatore, moderato e cattolico convinto ma anche osservatore implacabile di vizi e storture e profondo conoscitore dei meccanismi psicologici...Sordi ha dato vita nelle sue commedie a tanti ruoli di uomini immaturi, opportunisti, servili e incapaci di solidarietà e altruismo. Nel suo cinema riecheggiano certe costanti nazionali come la furbizia, il cinismo, il familismo amorale, la mancanza di senso civico, considerati troppo spesso dagli italiani quasi come una dote, un patrimonio, un'autodifesa allarmata e quasi gelosa della proprio "particulare" (per dirla alla Guicciardini). 

- Non tutto può essere folklore. C'è dell'autocompiacimento mi dice.

- Al di là degli occasionali e divertiti autocompiacimenti i personaggi "scomodi" di Sordi sono però rappresentati sempre criticamente ed esortano lo spettatore a riflettere su difetti e colpe di un'umanità priva di coscienza etica.

- C'è il rischio identificatorio se non si è dotati di capacità riflessive. 


- I livelli di lettura sono tanti. Sordi ha portato in scena tanti "mostri" del suo tempo nei loro aspetti divertenti con l'intento esplicito di condannarli e fustigarli anche se troppo spesso il suo pubblico ha finito con l'identificarsi in lui senza farsi troppe domande, nutrendosi passivamente degli splendori e delle miserie rappresentate nel glorioso genere della commedia all'italiana. Però secondo Ettore Scola - che prima di dirigerlo in film memorabili lo aveva conosciuto bene nei primi anni 50 come autore dei suoi programmi radiofonici e sceneggiatore di tante commedie - "il  pubblico di Alberto non è mai stato “ricattato” dalla sua simpatia e dalla sua bontà, piuttosto è stato ammaliato e colpito dalla sua grandezza come attore e come uomo. Il suo merito principale è stato quello di non aver camuffato le bassezze con un'ipocrita rispettabilità: non era un ritrattista ma un inventore di caratteri. Era soprattutto un disturbatore ed un dissacratore, è andato sempre contro i luoghi comuni, contro le convenienze".

- Convincente  la nota sulla dissacrazione. Tra il ridere e sorridere sui fatti umani è vero che dopo un film di Sordi - anche quelli tragici - si prova un misto di vergogna e compenetrazione. Ci si chiede "ma io mi comporto mai come lui?", che poi è il sottotitolo del docufilm.

- Certo. Secondo il critico Maurizio Liverani "Sordi con il suo umorismo sarcastico e beffardo non ha rappresentato soltanto l'arrivismo e la faciloneria: la sua più che una storia degli italiani è una loro imitazione allucinata e iperrealista che diventa disturbante".

-Di Gassman lei era frequentatore e amico di famiglia. Quali difficoltà hai incontrato nell’affrontare la vita di Albertone che non conosceva alla pari di Vittorio?

- Molte e poche. E' stata una esperienza unica farsi accompagnare da Carlo Verdone nella villa di Sordi che lui sì frequentava. Tra le tante interviste e tra i tanti materiali di repertorio sempre suggestivi da rivedere, alcune sono proprio chicche inedite. Come i materiali che De Laurentiis mi ha concesso per il film e che appartengono agli anni dell'accordo che Dino firmò con Sordi per alcuni film memorabili, molti dei quali con Silvana Mangano di cui Alberto era platonicamente innamorato. Una splendida esperienza fare un docufilm sentito.

- Hasta la próxima allora.


(a.m.)


Biografia. Fabrizio Corallo è nato il 29 Aprile 1957 a Bari, città in cui si è in seguito laureato in Giurisprudenza nell' Università degli Studi oggi intitolata ad Aldo Moro. Si occupa di cinema e di spettacolo dal 1979: è stato assistente alla regia di diversi film diretti tra gli altri da Renzo Arbore ("Il Pap'occhio", 1980), Pupi Avati ("Le strelle nel fosso" e gli sceneggiati Rai "Jazz band" e "Cinema!"), Stelvio Massi ("Il conto è chiuso") Sergio Martino ("Sabato, domenica e venerdì"). Vive e opera a Roma dal 1980 ove ha lavorato come redattore, consulente ed esperto di cinema e di spettacolo per vari programmi tv di Rai 2 (tra cui "Blitz" di Gianni Minà e "Mixer" di Giovanni Minoli) e di Rai 3, rete con cui ha collaborato fino al 2015 come autore di testi e consulente per l'ufficio stampa.
Fin dal 1980 ha iniziato a scrivere articoli ed inchieste dedicati al cinema e allo spettacolo per varie testate: La Gazzetta del Mezzogiorno, Panorama, L'Espresso, Il Messaggero, Il Venerdi di Repubblica, La Domenica del Corriere, L'Unità, Film Tv, Cinecittànews, Quotidiani Associati, Il Quotidiano di Lecce, L'Ora.
Giornalista pubblicista dal 1982, ha scritto dal 1981 al 2000 per La Gazzetta del Mezzogiorno; ha iniziato a collaborare fin dal 1990 con Il Mattino di Napoli ed è stato titolare per oltre 10 anni di una rubrica mensile del magazine di cinema "Ciak". Nel 1987 ha firmato con Puopi Avati la sceneggiatura del film ad episodi "Sposi" Ha collaborato e collabora con molte reti televisive, non solo la RAI.
E' stato coautore con Valerio Caprara del volume sul regista Dino Risi "Maestro per caso" (Gremese, 1993) e ha firmato con altri autori volumi di cinema sugli attori Ugo Tognazzi, Michele Placido, Margherita Buy e Carlo Verdone pubblicati in occasione di diverse edizione del Festival del Cinema Europeo di Lecce. Nel 2006 è stato l'autore di Una bella vacanza, un documentario incentrato sulla vita e i film di Dino Risi trasmesso da Rai 3 in occasione del 90esimo compleanno del regista, premiato con una Menzione Speciale ai Nastri d'argento del 2007 e presentato in varie manifestazioni internazionali, tra cui una rassegna del 2009 al MoMA di New York .

Collabora da tempo all'organizzazione ed alla promozione di festival e manifestazioni dedicati al cinema e con varie case di distribuzione per cui scrive interviste a registi e attori per i pressbook utilizzati in fase di uscita dei film e per i contenuti extra da associare al lancio nel mercato Home Video. Nel 2010 è stato l'autore dello special "Quel Pap'occhio di 30 anni fa" con Renzo Arbore, Isabella Rossellini e Mariangela Melato, pubblicato in home video da 01 distribution insieme al film Il Pap'occhio di Renzo Arbore in occasione del trentennale della sua uscita in sala. E' stato a lungo consulente di vari canali Rai (Rai 3, Rai Movie Rai Premium, Rai 1, Rai Educational) realizzando interviste e testi per vari programmi e occupandosi di pubbliche relazioni e rapporti con gli ospiti. Dal 2013 scrive sulle pagine di cultura e spettacoli de "Il Fatto Quotidiano" e continua a collaborare con "Il Mattino di Napoli".

Nel 2014 ha ideato e diretto il programma tv con Renzo Arbore e Raffaele La Capria "Napoli Signora" realizzato da 3D produzioni e in onda su Rai Storia dopo un'anteprima al Prix Italia di Torino. Nel 2015 è stato l'autore di "Quando la radio..", un programma tv sulla storia della radiofonia con Renzo Arbore e Marco Presta realizzato da 3D produzioni e in onda su Rai Storia.

Nel 2016 ha ideato e diretto il documentario "Dino Risi Forever-Cento anni ma non li dimostra", presentato alla Festa del Cinema di Roma e in una rassegna del MoMA di New York in occasione dei centenario della nascita del regista e premiato con un Nastro d'Argento Speciale.

Sempre nel 2016 è stato l'autore di"..Le chiamavano jazz band", un programma tv con Renzo Arbore e Pupi Avati realizzato da 3D Produzioni in onda su Rai Storia. Ha poi proseguito la sua attività di giornalista conducendo una serie di talk show con attori e registi organizzati in Puglia dalla Apulia Film Commission.

Nel 2017 è stato l'autore di "Mariangela!", un programma tv con Renzo Arbore e Lella Costa dedicato all'attrice Mariangela Melato realizzato in 4 puntate da 3D Produzioni per Rai Storia e Rai Tre e premiato con una Menzione Speciale ai Nastri d'Argento 2018; sempre nel 2017 è stato uno degli autori de "Il nostro Totò", un programma di Rai 2 di Renzo Arbore realizzato in occasione del cinquantenario della scomparsa del grande comico. Ha condotto inoltre una nuova serie di talk show con attori e registi della Apulia Film Commission e ha proseguito la sua attività di giornalista per varie testate, tv e manifestazioni di cinema, teatro e letteratura. Nel 2018 ha scritto e diretto "Sono Gassman! Vittorio re della commedia", un docufilm sulla vita e la carriera di Vittorio Gassman presentato alla Festa del Cinema di Roma e vincitore del Nastro d'Argento per il miglior documentario di spettacolo del 2019.



venerdì 10 aprile 2020

Lettera a tutti gli Sciacalli in epoca di #pandemia da #Coronavirus #Covid19


Lettera a tutti gli Sciacalli (Trasgressori, Untori, Sabotatori, Irosi , Trimalchioni ) e agli Sciacalli elettronici senza volto


Voi Sciacalli siete eroi di niente e lavorate per distruggere. Non avete capito che stiamo cercando di salvare anche voi sciacalli accomunati dal  "cerebrum non habet" di Fedro.

Questa è una guerra contro il genere umano. Ma la faremo finire. Assieme.


Nessuna pandemia elimina interamente una specie vivente: non sopravviverebbe lo stesso agente patogeno, il microrganismo. Sappiatelo, è legge di Natura. Ma la pandemia, fino a non scompare, stermina senza distinzione di età, genere, classe, nazionalità, etnie, cultura. Come il quarto cavaliere dell’Apocalisse (Morte-Pestilenza), stermina a caso: come il nazista che spara dalla finestra nel film di Spielberg “Schindler's List” (1993). Vengono meno nonni, genitori, figli, medici e infermieri, cassiere, operai, volontari, tutori dell’ordine, criminali, guardie e ladri ecc. Che brutto scrivere “ecc.”, eh? Quello dei TG è un bollettino di guerra cui stiamo facendo l'abitudine. Si tratta di tantissime persone e storie irripetibili, quelle storie che rendono la vita comunque una bella sfida da affrontare. Come tutte le guerre, anche questa è scoppiata troppo all’improvviso, sul filo del bicchiere di spumante con cui ci siamo augurati un anno migliore. Per concludere il conflitto anche negli esiti catastrofici, ci vorrà tanto sacrificio e dolore, e verrà il  dopo-guerra, quando potremo cantare che ce l’abbiamo fatta senza chiederci troppo come risollevarci. 

Homo sapiens è così, cade e si rialza. 


Ma come tutte le guerre anche questa prevede gli Sciacalli di ogni tipo, antichi e moderni.  Inutile chiedersi perché esistano sciacalli in frangenti così dolorosi di per sé. Sappiamo solo come agiscono. 
Concittadino caro, se non sei uno Sciacallo lascia perdere, puoi anche non leggere oltre. Sei un bravo Cittadino che sa collaborare con lo Stato, sai già che lo Stato siamo noi e sai come comportarti (come per le piccole cose come la raccolta differenziata che riguarda immondizie). Voglio rivolgermi a quelli che probabilmente non leggeranno  oltre, dicendo “Ah, il solito buonista che predica bene e razzola male”; quelli che sanno solo offendere, vittime anch’esse della propria ira. Pazienza. In democrazia ( e fuori) non ci possono mettere a tacere.

Cari Sciacalli, 


in periodi storici così difficili, vi preghiamo di non contribuire a diffondere messaggi disfattistici, destabilizzanti, protestatari,  e collerici.  Nessun governo avrebbe potuto fare qualcosa di diverso in una emergenza simile tant’è che ogni governo democratico del mondo, di qualunque colore politico, ha promulgato misure sovrapponibili a quelle italiane e noi con la nostra gloriosa Protezione Civile e con tutti le forze messe in campo, siamo modello per gli altri (anche per quelli che ci avevano deriso per il clamore  e che ora contano morti più di noi). 

Pensate che la SARS del 2002-04 (da SARS-CoV-1) fece in tutto novecento morti tra cui il medico microbiologo italiano che la identificò per primo:  Carlo Urbani (1956-2003). 


Quel sacrificio è simbolo di tutti gli Operatori Sanitari caduti “sul campo” ed è faro per i viventi. Con il virus SARS-Cov-2, l’attuale,  contiamo ogni giorno migliaia di caduti e dappertutto! È una guerra (anche alla nostra presunta e presuntuosa onnipotenza ) e  bisogna imparare ad attendere, difendersi con il cervello, essere pazienti perché non finirà presto.

 Bisogna prima sopravvivere al virus con le restrizioni libertarie e poi sopravvivere economicamente 


Chi ha di più deve dare e chi ha di meno o nulla deve ricevere. Lo Stato siamo anche noi E lo Stato come Ente centrale lavora incessantemente per la salvaguardia personale e sociale; sta diramando aiuti enormi grazie all’aiuto della BCE che aiuta gli Stati membri (non sempre riconoscenti). 

E' notizia di oggi che la Bulgaria chiede di accedere alla Eurozona per accedere agli aiuti: dunque gli aiuti della UE sono già imponenti se vengono reclamati da Paesi estranei. Dobbiamo fare di più al di là della solidarietà europea già espressa. Dobbiamo condividere la ri-nascita.


In effetti sia la copertura delle spese straordinarie sia cospicue “iniezioni” di danaro vengono dall'Europa. In questi giorni ci si gioca anche l’idea di una Europa Unita per la mentalità rigida di alcune nazioni: senza pensare alle difficoltà immense che attendono il Regno Unito (per quanto?) che stoltamente non ne fa più parte. Brexit equivale ad essere soli.

Si assiste  anche una crescente solidarietà (internazionale e privata) che lascia ben sperare in una pax sociale.


La burocrazia italiana, talora seconda solo all'apparato russo, va semplificata nell'emergenza, in quanto tende a  rallentare l’accesso ai fondi stanziati. Si deve fare di più e meglio. In questo clima comunque a rallentare ci si mettono anche gli Sciacalli, sotto forma di hacker che attaccano i siti di pubblico servizio. Possibile che ci facciamo la guerra tra “poveri”? Onestamente, senza essere complottisti, io credo che si tratti di centri informatici pagati per destabilizzare l’Europa libera. Assurdo? 

Hacker-Sciacalli sono una realtà. Conosciamo già la esistenza di "Bestie" che a livello informatico dividono e catturano attraverso la rabbia sociale. 


E quanti “cattivi” incontriamo anche nelle file del supermarket o alla banca che con sorriso diabolico non indossano la mascherina, malgrado i più li invitino a farlo? Tutto in spregio delle misure di sicurezza interpersonale.
Io preferisco gli esempi civici e, quando mi decido a parlare è solo dopo aver ascoltato, dopo aver verificato a livello culturale, e dopo aver ponderato le parole. “Ma come? - obietterà qualcuno - dai dello Sciacallo agli altri che la pensano diversamente e pretendi di essere rispettato?”. Scusatemi se vi ho offeso più di quanto facciate voi con voi stessi, amo la dialettica ed accetto critiche. Lezioni di etica no, non le accetto dagli Sciacalli. 
E' in arrivo una strana Pasqua con coprifuoco. 

Vi auguro una buona Pesach (dall'ebraico: "passaggio") perché siamo di passaggio e in passaggio.


In tema pasquale, da laico, voglio fare una citazione da Paolo di Tarso:
10 Vi esorto pertanto, fratelli, per il nome del Signore nostro Gesù Cristo, a essere tutti unanimi nel parlare, perché non vi siano divisioni tra voi, ma siate in perfetta unione di pensiero e di sentire. 11 Infatti a vostro riguardo, fratelli, mi è stato segnalato dai familiari di Cloe che tra voi vi sono discordie. 12 Mi riferisco al fatto che ciascuno di voi dice: «Io sono di Paolo», «Io invece sono di Apollo», «Io invece di Cefa», «E io di Cristo». 13 È forse diviso il Cristo? 

[Dalla Prima lettera (autentica) ai Corinzi]




(achille miglionico)

  • Da leggere: "Quando mio marito Carlo Urbani fermò il virus" articolo su:  
  • http://www.vita.it/it/article/2020/03/22/quando-mio-marito-carlo-urbani-fermo-il-virus/154564/


NOTE: 

  • “Sciacallo” (da Dizionario TRECCANI)): 2. “fig. Persona che approfitta delle altrui sventure per rubare; in partic., chi, in occasione di cataclismi o eventi bellici, saccheggia case e luoghi abbandonati, deruba cadaveri o persone indifese; anche chi, nei sequestri di persona, si inserisce con false promesse nelle trattative per trarne profitto; talvolta, più genericam., persona avida, profittatrice….”
  • “Hacker” (da Dizionario TRECCANI): “…..In relazione agli scopi perseguiti,  si distinguono tre differentidi h.: white hat hacker, il cui operato corrisponde a un rigoroso rispetto dell’etica h.; black hat hacker, chi violi illegalmente sistemi informatici con o senza vantaggi personali; grey hat hacker, l’h. cui non siano applicabili queste distinzioni o che passi facilmente dall’una all'altra categoria.” Scegliete voi.


sabato 28 marzo 2020

#iorestoincasa #coronavirus ITALIA IN ROSSO aggiornamento











ZONA ROSSA ESTESA A TUTTA L'ITALIA

E' l'appello di tanti ma va ripetuto ai sordastri. Ora bisogna stare a casa e non uscire se non per motivi indispensabili e previsti dall'ultimo modulo DPCM.  Bisogna informarsi e rispettare le regole. Dobbiamo farlo per il nostro Paese e anche per aiutare gli operatori della sanità che sono in trincea da settimane a lottare per la nostra vita e per la nostra salute. Ora è il momento della responsabilità civile e dell'unità, per essere utili gli uni agli altri 




#Dantedi - I PAESAGGI DELL' INFERNO DANTESCO Riflessioni e ricerche di Claudio Leone

  I PAESAGGI DELL' INFERNO DANTESCO Riflessioni e ricerche di Claudio Leone La Divina Commedia è tra le opere più note e studiate di tu...