martedì 5 febbraio 2019

SAAMI: CULTURA ARTICA EUROPEA (1)

  • Famiglia Sami tra 1890 e 1900: i  lavvu sono ripari a tenda simili ai  tipi degli amerindi del Nord.
  •  Digital ID: (digital file from original) ppmsc 06257 http://hdl.loc.gov/loc.pnp/ppmsc.06257 
  • Reproduction Number: LC-DIG-ppmsc-06257 (digital file from original)
  • Repository: Library of Congress Prints and Photographs Division Washington, D.C. 20540 USA http://hdl.loc.gov/loc.pnp/pp.print
Famiglia Sami dinanzi ad altro ricovero chiamato goahti (1870 circa)
stampa ad albume 21,7x17 cm (AndreasPraefcke/Gallery)


Allevamenti di renne sia intensivi sia estensivi: si mangia la carne dei maschi (macellati in autunno, dopo la stagione degli accoppiamenti) mentre le femmine sono destinate alla riproduzione


Noi li chiamavamo Lapponi e Lapponia è la regione: ora si dice Saami e Sapmi

Johan Turi (1854-1936), un norvegese Sami, scrisse la "Vita del Lappone" [Muittalus sámiid birra], tradotto in danese dalla etnologa  Emilie Demant  e comparso in edizione bilingue nel 1910. Una opera preziosa, tradotta anche in italiano, che risale ai tempi in cui i Sami erano una etnia perseguitata e l'autore faceva l'allevatore di renne.

Ma chi sono i Lapponi? 


Nella periferia artica dell'Europa una popolazione europoide, da noi prima conosciuta come quella dei Lapponi (Lapps in inglese)  ma che si autodenomina come SAMI o SAAMI, si divide tra quattro nazioni europee: Norvegia, Svezia, Finlandia dell'estremo Nord e la penisola di Kola (Russia). La popolazione, di lingua uralica, arriva oggi a 70.000 cittadini afferenti a quattro nazioni. La Lapponia, o Sápmi, in lingua sami, è una regione dell’Europa settentrionale, situata al di là del circolo polare artico, quindi non è uno Stato. 

Costituendo in dette regioni da loro abitate (e a loro pertinenti da oltre 10.000 anni) una piccola minoranza, sia la etnia sia i tratti biologici Saami sono da tempo mescolati a tratti delle maggioranze viciniori. Con la risalita pressante di genti scandinave i Saami si spostarono dalle coste della Norvegia più "temperate" (si fa per dire, comunque le ultime ramificazioni della Corrente del Golfo rendono abitabili Islanda e coste Norvegesi) verso l'interno a clima artico e cominciarono ad allevare renne dal XVI secolo, trasformandosi da cacciatori-raccoglitori a pastori seminomadi. Oggi sopravvivono con il turismo ma circa il 25 per cento del territorio dei Sami è «disturbato» da strade, centri urbani, attività estrattive di idrocarburi e minerali: infatti, secondo l' Atlante Geopolitico Treccani (Treccani ed., 2017)

la Norvegia è il maggior fornitore di petrolio e gas della UE

La Svezia, come altre nazioni, ha perseguitato culturalmente i Sami. Le interferenze, al limite della persecuzione, sulla etnia sono state storicamente pesanti: come gli Inuit (una volta detti Esquimesi, di razza mongolide) della Groenlandia e Canada, le popolazioni hanno dovuto attendere la fine del Novecento per vedersi riconosciute autonomie locali, come la elezione di un parlamento (a parere comunque consultivo). Il film SAMI BLOOD (2017) di Amanda Kernell racconta i pregiudizi razziali che ebbero a subire i Lapponi sino agli anni Trenta del secolo scorso: la pellicola non è semplicemente un dramma semi-autobiografico, né un film di mera denuncia sociale. Descrive un dramma antropico di interesse antropologico allorché due culture si incontrano nella Storia ed una delle due possiede dalla sua una tecnologia più avanzata. Così fu quando Haiti-Hispaniola fu raggiunta da Cristoforo Colombo nel 1492 (si veda la ricerca del 1992 di Roberta Pieraccioli); così fu quando l'epopea western classica negli USA vide contrapporsi un mondo "selvaggio" alla "civiltà" bianca delle ferrovie. Beninteso non è solo un problema di colonizzazione di territori nuovi, non è solo un problema di identità culturale da imporre e salvaguardare con la supremazia ma è il dilemma-dramma che si ripropone all'uomo ogni qual volta  vi sia  "l’incontro con l’Altro e con l’Altrove". Tra l'altro non è qualcosa che riguarda unicamente la storia degli europei in espansione-migrazione mondiale. Gli Incas e altri popoli precolombiani si imponevano facendo schiavi i sottomessi. Gli amerindi del Nord parlavano con disprezzo degli Inuit chiamandoli "esquimesi" cioè "mangiatori di carni crude" (il termine proveniva dagli indiani Algonchini e fu ripreso dagli europei inglesi e francesi). Ma il bello della antropologia è scoprire -  nella infinita relatività culturale - che poi Inuit (singolare Inuk) in fondo significa "uomini" (gli Inuit indicano se stessi come uomini) ed anche Sami (=gente) indica appartenenza alla umanità. L'uomo in fondo riconosce solo se stesso e non riconosce l'uomo-Altro (o fa finta). Io sono uomo, tu no. Io sono ok, tu no.


Peccato che alla umanità intesa come appartenenza alla specie Homo sapiens non corrisponda poi una vera humanitas.


Nel film, Elle Marja è una ragazzina innocente della comunità Sami, i “nativi” dell’estremo nord svedese. Esposta ai pregiudizi e vessazioni razziali degli anni Trenta,  è sottoposta a scuola alla certificazione della razza (i sanitari la fotografano e misurano quasi fosse una forma esobiologica). Lei si ribella, sogna una vita diversa in cui poter appartenere al gruppo dominante senza vergogna. Per questo inizia ad allontanarsi dalla sua famiglia di origine, parlare correttamente svedese e si fa chiamare Christina. Intende diventare un’altra persona. Senza mai riuscirci appieno.
Nemici delle renne sono linci e ghiottoni, ci diceva un Sami

Buona la zuppa di renna, soprattutto in un goahti, al fuoco che asciuga e illumina le lunghe notti polari



"Un tempo vittime di persecuzione a sfondo razziale. Oggi, grande attrazione turistica. I Sami, nella loro terra della Scandinavia, possono dire di averle viste tutte: inclusa la nascita di Babbo Natale" (scrive argutamente nel 2017 Noa Agnete Metz, giornalista danese, che vive a Roma). Al di là del circolo polare artico non c'è solo Babbo Natale. Oggi, con il turismo, le persecuzioni sono terminate, i pregiudizi forse pure. I Sami sono stati riconosciuti. Vivono, lavorano liberamente e cercano di recuperare la propria cultura resa decadente. Come tanti popoli usciti dalla emarginazione e sfruttamento (i Mapuche-Araucanos sudamericani, gli indios delle foreste brasiliane, i Masai e Samburu dell'Africa orientale ecc. ecc.)


I Joik (anche joige )


I Sami sono famosi per i cosiddetti Joik, gli antichi canti, accompagnati dal suono del tamburo dello sciamano (ora consentito a fini turistici, prima vietato dalle autorità locali per secoli). O, meglio, una versione moderna, dato che quasi tutti i tamburi originali, si possono ammirare nei musei da quando i Sami sono stati ufficialmente cristianizzati. Una composizione joik è in genere ispirata emozionalmente ad un luogo o a una persona (in un nostro caso a uno zio defunto). Non significa che è dedicata a loro, ma che il cantante di turno cerca di trasferire l' "essenza" di un certo luogo o di una persona significativa attraverso il canto ritmato. La composizione ha in genere un testo molto ridotto se non del tutto assente, mentre la musica, quando c'è,  ricorda molto quella delle popolazioni amerindie del Nord. L'improvvisazione è possibile, il coinvolgimento degli astanti è gradito. Un quid da condividere, importante quanto il cibo e la ospitalità; è un dono all'Altro. Il film Sami Blood nei titoli di coda intona un esempio struggente.








Nella contea di Troms, dal 23 novembre al 18 gennaio compresi, il Sole non sorge al di sopra dell'orizzonte: tutte le foto sono scattate in luce crepuscolare o al buio.








Zuppa cremosa di renna


Tromsø (in sami Romsa) è una città della Norvegia settentrionale situata nella contea di Troms: è un ottimo punto di partenza (69° 40' N, 18° 58' E) per chi va a caccia fotografica di aurore boreali, per chi vuole avvicinare la cultura Sami. 


achille miglionico













PER APPROFONDIRE

  • Cattaneo C, Grandi M, Antropologia e Odontostomatologia Forense, Monduzzi Ed., BO, 2004.
  • Ember CR & Ember M, Antropologia culturale, Il Mulino, 2004.
  • Pieraccioli R, Hispaniola 1492, cronaca di un etnocidio, Ed. Cultura della Pace, FI, 1992.
  • Turi J, Vita del lappone [Muittalus sámiid birra], a cura di Emilie Demant, traduzione di Bruno Berni, Adelphi, Milano, 1991.
  • Whitaker I, Social Relations in a Nomadic Lappish Community, Utgitt av Norsk Folksmuseum, Oslo, 1955.

  •  film SAMI BLOOD (2017) di Amanda KernellElle Marja,14 anni, è figlia di allevatori di renne della comunità Sami nell'estremo nord svedese, e, in quanto tale, è vittima di razzismo da parte della società degli anni '30 in cui vive. Viene sottoposta alla certificazione della razza per frequentare una scuola riservata ai Sami, ma sogna di poter avere una vita diversa e scegliere il suo destino.    BLOOD TRAILER ITALIANO SUB ITA               

domenica 27 gennaio 2019

FIGLI DI N.N. - I COGNOMI DEI TROVATELLI NELL‘800


Ruota degli esposti dello Spedale di Santa Maria degli Innocenti di Firenze


I COGNOMI. Il cognome, o nome di famiglia: quando si è formato? In base a quali esigenze?









l cognome, o nome di famiglia: quando si è formato? In base a quali esigenze? Su questi interrogativi si sono cimentati specialisti di diverse discipline, dai linguisti agli storici e agli antropologi ai giuristi e storici del diritto, ai demografi, agli esperti di statistica e di genetica. Gli studiosi Monique Bourin e Gregorio Salinero hanno ripensato i processi di cognominazione alla luce dei fenomeni migratori e hanno messo fortemente in discussione l’idea di una sostanziale stabilità antroponimica nel corso del tempo, al contrario di quanto si pensava in passato. Vi è stata una spiccata indeterminatezza del processo di diffusione e fissazione del cognome e anche di una profonda frattura tra l’Italia Settentrionale e quella Centrale. Nel Mezzogiorno, nonostante la ricerca in questo caso non disponga ancora di dati sufficienti, l’avvento del cognome sembra che abbia seguito una periodizzazione più in linea con quella riscontrata al Nord. Le diversità regionali appaiono quindi piuttosto marcate, con una precocità della fissazione ereditaria a Venezia, nelle aree urbane della Lombardia padana e anche in Piemonte dove la generalizzazione dell’uso del cognome pare aver preso le mosse già nel XIII secolo, per affermarsi completamente agli inizi del XVII, mentre in Toscana, Marche, Romagna, Abruzzo non si era ancora avviato questo cambiamento antroponimico. Al centro della Penisola nelle aree rurali permangono, per gran parte dell’Età Moderna, forme d’identificazione alternative, ottenute affiancando al nome di battesimo specificazioni patronimiche, toponomastiche, soprannomi, indicazioni di mestieri e appellativi diversi, che in alcuni casi possono assolvere la stessa funzione del cognome e designare il lignaggio d’appartenenza, in altri non sono però ancora divenute delle designazioni stabili e ereditarie. La spiegazione di questo “ritardo” pare che debba essere ricondotta ad un concorso di cause: prassi amministrativa, più omogenea e uniforme al Nord; l’uso di favorire forme di auto-rappresentazione dell’individuo più appropriate al contesto. In realtà il cognome è solo uno dei molti elementi connotativi del nome, più utile per alcune funzioni civili, e molto meno per altre.

Il cognome è stato quindi suscettibile di modificazioni nel corso del tempo: queste variazioni non vanno addebitate alla negligenza e trascuratezza degli ufficiali, ecclesiastici o secolari, preposti all’identificazione.


Il nome di famiglia cambia forma in ogni momento, se esaminato in una prospettiva cronologica di lungo periodo.



Ciò che fa variare il cognome possono essere, ad esempio, fattori economico-sociali (ripartizioni delle proprietà e loro trasmissione ereditaria); tipi di insediamento; migrazioni. Questo è accaduto soprattutto in Italia centrale, di meno in Italia settentrionale. In alcuni casi si è deciso di non avvalersi affatto del proprio cognome, pur possedendone uno, preferendogli altre designazioni, più consone ad un contesto comunitario, come ad esempio un patronimico, un’appartenenza di mestiere, un soprannome. Perciò l’odierno sistema cognominale non è il prodotto del retaggio genetico delle famiglie e delle parentele, ma il frutto invece di un faticoso processo iniziato nel Medioevo e protrattosi per buona parte dell’Età Moderna nel corso della quale, poi, furono le istituzioni ad imprimere finalmente una fissità burocratica all’uso delle designazioni familiari. Altro nodo da sciogliere è legato alle anagrafi sacramentali che registravano battesimi, matrimoni e sepolture: esse non fotografano fedelmente una realtà, e risentono della personalità del registrante, il quale può interpretare il suo ruolo in maniera più o meno aderente all’istituzione che rappresenta. Questo modo di operare è particolarmente marcato tra i ministri del culto almeno fino al Settecento inoltrato. Il parroco è, certo, il rappresentante della Chiesa, ma è contemporaneamente espressione della sua comunità d’appartenenza, perciò, a seconda del caso e del momento, fa prevalere ora l’uno, ora l’altro suo ruolo e, per conseguenza, mescola linguaggi e logiche onomastiche differenti. La volontà razionalizzatrice delle burocrazie statali dell’800, con il suo rigore poliziesco, riduce l’arbitrarietà precedente con i suoi formulari a stampa, imprimendo regolarità agli atti amministrativi.


I COGNOMI INVENTATI e gli "infanti abbandonati"





Capitolo a parte è costituito dai cosiddetti cognomi “inventati”, pur in considerazione della circostanza per cui tutti i cognomi sono stati originati da un atto creativo collettivo: di certi cognomi è possibile conoscere in effetti la data di nascita e le case della loro origine. Il primo di questi casi di cognomi creati “ad arte” è quello degli infanti abbandonati a partire dai primi dell’800; il secondo è quello dei cognomi modificati coattivamente nel periodo tra le due guerre (cognomi di minoranze alloglotte inserite all’interno dei confini italiani); il terzo è invece quello di chi ha voluto deliberatamente cambiare il proprio cognome, considerandolo disdicevole. In realtà esiste un quarto caso di cognomi creati ex novo: quelli dei convertiti al cristianesimo, provenienti dall’Islam o anche ebrei, già ridotti in schiavitù tra gli inizi del ’600 e la fine del ’700. Essi venivano cognominati secondo i desideri dei loro padrini, ecclesiastici o laici appartenenti a famiglie aristocratiche: molti di loro diedero ai neofiti i loro cognomi o gli anagrammi di questi. In alcuni casi diedero cognomi legati alla Vergine o a santi: spesso il santo era il patrono della Chiesa in cui avveniva il battesimo o il santo che si celebrava il giorno del battesimo. In altri casi il cognome assegnato traeva spunto dalla provenienza geografica dei convertiti al cristianesimo. Tra i musulmani battezzati troviamo molti Barberini, Colonna, Orsini, Patrizi, Zuccari, Spada, Corsini, Santacroce, Corradini, Albani, Savelli.






L’INFANZIA ABBANDONATA A FINE ‘800

La questione dell'infanzia abbandonata in Italia nell'ultimo quarantennio dell’800 è densa di implicazioni sociali: 150mila bambini, in genere al di sotto dei dieci anni, assistiti annualmente dai brefotrofi e dalle amministrazioni locali; circa 40mila neonati abbandonati ogni anno alla “carità” pubblica e privata. Le cause di questo fenomeno sociale erano varie e spesso difficilmente individuabili: spesso il movente era costituito dalle misere condizioni delle famiglie d’origine. Informazioni sulle madri di questi bambini sono scarse, poiché era fatto divieto dal Codice civile di ricercare sulla maternità naturale. Un esempio ci è comunque fornito dalla relazione sull'Ospizio provinciale degli Esposti di Como, redatta dal suo direttore, per gli anni 1876-78, da cui si evince che delle 163 donne ricoverate nel «comparto ostetrico» durante il triennio (comprese 5 esistenti al 31 dicembre 1875), 66 erano contadine, 51 «setaiole», 23 «serventi», 5 sarte, 4 «cucitrici», 2 «girovaghe», 7 «crestaie, negozianti o civili» e 5 senza alcuna professione. Probabilmente le due donne classificate come girovaghe e le cinque senza alcuna occupazione erano delle prostitute. Un altro fattore che probabilmente contribuiva a mantenere alto il numero delle esposizioni era la mentalità dell'epoca che non ammetteva la procreazione fuori dal matrimonio. Indubbiamente era positivo, sia dal punto di vista psicologico che da quello sanitario, il fatto che nella seconda metà dell'Ottocento la maggior parte dei trovatelli vivesse presso “tenutari” esterni piuttosto che all'interno degli istituti; tuttavia si deve tener presente che le famiglie ritiravano dai brefotrofi questi bambini quasi unicamente perché li ritenevano un buon “investimento”: una volta cresciuti, questi bambini avrebbero potuto diventare nuova forza-lavoro o nuove fonti di entrate. Un altro aspetto del problema dell'infanzia abbandonata si collega alle scarse condizioni igienico-sanitarie dei brefotrofi del Regno, tanto che davvero alta fu la mortalità infantile all’interno di queste istituzioni. Emerge una diversità di organizzazione dell'assistenza agli esposti tra le regioni italiane, sia per i salari percepiti dalle balie e dagli allevatori, sia per il limite d'età fino a cui i bambini rimanevano a carico delle amministrazioni locali, sia per i metodi di raccolta dei trovatelli, diversi soprattutto tra Centro-Nord e Sud: in meridione, soprattutto in Sicilia, alla fine dell'Ottocento esistevano ancora moltissime ruote, mentre esse erano state quasi tutte abolite negli altri comuni del Regno.

Dal 1861 al 1900 non fu promulgata in Italia nessuna legge che regolasse in modo uniforme il servizio degli esposti. I brefotrofi del Regno, che nel 1881 erano 102 e nel 1894 raggiungevano la cifra di 121; erano quasi tutti enti autonomi, regolati da ordinamenti speciali. Alcuni si limitavano a ricevere i bambini per affidarli subito a balie esterne o ad istituti centrali, altri li tenevano per un periodo più o meno lungo, talvolta permanentemente. I bambini venivano in ogni caso accolti senza alcun controllo e così illegittimi, legittimi, figli di ricchi o di povera gente entravano a far parte della “categoria” degli esposti, i figli di “N.N.” (Nomen Nescio) o di “M. IGNOTA” (da cui il termine dispregiativo “mignotta”). Spesso si sapeva chi era la madre del trovatello, perché aveva partorito nel «reparto ostetrico» annesso al brefotrofio, tuttavia il neonato veniva registrato come figlio di ignoti. Se la madre era benestante, pagava una certa somma, se era povera si prestava come balia all'interno dell'istituto per un certo periodo. Molti bambini venivano lasciati nelle ruote con qualche segno particolare: una medaglia, l'immagine di un santo, un foglio con una frase qualsiasi, in cui si avvertiva che erano già stati battezzati e si precisava il nome che era stato loro imposto. Le amministrazioni dei brefotrofi o gli incaricati comunali che si occupavano degli esposti annotavano scrupolosamente, accanto al numero d'ordine con cui i bambini venivano registrati negli «atti d'ingresso», tutti questi potenziali elementi di riconoscimento; si riteneva infatti che indicassero la volontà, da parte delle madri, di rintracciare un giorno i propri figli. Con ogni probabilità buona parte dei trovatelli che recavano questi segni particolari erano legittimi: questo metodo veniva adottato da parecchie madri legittime che poi si presentavano agli istituti come nutrici mercenarie per ottenere i figlioletti a baliatico esterno (le balie avevano la libertà di sceglier l’infante da nutrire). Una volta che l'istituto aveva ricevuto l'esposto, era tenuto tempestivamente a provvedere, dopo averlo convenientemente nutrito, a portarlo all'ufficiale incaricato dello Stato civile (vi erano degli atti di nascita appositi per loro) e poi dal parroco per il battesimo, se non ricevuto, con iscrizione in analogo registro. Il brefotrofio certamente mirava all'adozione; la nuova disciplina napoleonica, peraltro, incentivava gli affidi: anche il comune o la pia commissione istituita nel comune poteva provvedervi, rivolgendosi, però, ad una figura specifica, quella della levatrice, che riceveva una sorta di "stipendio". Le balie si impegnavano ad allevare il bambino per un anno; generalmente però, una volta preso in consegna il piccolo, lo tenevano presso di sé sempre divenendo «tenutarie»; se dopo lo svezzamento lo riconsegnavano al brefotrofio, si cercava di collocare subito l'esposto presso altri «allevatori campagnoli



CRITERI DI SCELTA DEI COGNOMI


I trovatelli in Italia sono stati per secoli nominati assegnando loro solamente il nome di battesimo a cui si aggiungeva un cognome eguale per tutti indicante la loro comune esperienza di brefotrofio. Ad esempio a Firenze ed in Toscana, dove l’istituzione per l’infanzia abbandonata fu per secoli lo Spedale di Santa Mariadegli Innocenti, gli esposti ebbero tutti il cognome di Innocentinelle sue varianti di Innocente, Degli Innocentio Nocentida cui i derivati Nocentini, Nocentino. A Milano, invece, l’istituto che si occupava dell’infanzia abbandonata era l’ospizio di Santa Caterina della Ruota, annesso all’antico complesso dell’ospedale sforzesco, che aveva come simbolo una colomba, perciò qui i trovatelli vennero cognominati molto frequentemente come Colomboe Colombini. Per lo stesso motivo a Pavia, ad esempio, gli esposti vennero chiamati spesso Giorgi, mentre a Siena Della Scala: si rafforzava così il legame filiale che legava il bambino abbandonato all’istituto che l’aveva accolto. Ancor più spesso, però, gli abbandonati venivano chiamati con cognomi che riportavano chiaramente alla mente la loro condizione di abbandono: Esposto, Esposti, Orfano, Proietti, Sposito, Spositi, Trovatelli, Trovato, Ventura, Venturelli, Venturini. Altro modo di definirli era fare riferimento alla loro nascita illegittima: Bastardo, Bastardi, Dell’Incerti, D’Ignoto, D’Ignoti, D’Incerti, D’Incerto, D’Incertopadre, Ignoto, Ignoti, Incerto, Incerti, Incertopadre, Parentignoti, Spurio, Spuri. Si usava anche cognominarli riferentesi alla pietà pubblica e/o religiosa: Cadei, Casadei, Casadidio, Casagrande, Di Dio, Diotallevi, Diotiguardi. In ogni caso, non tutti i cognomi summenzionati possono ricondursi all’infanzia abbandonata: per averne la certezza, occorre sempre svolgere ricerche d’archivio.

All’inizio del XIX secolo questa esplicita trasparenza dei cognomi dei trovatelli cessò in seguito ad una nuova sensibilità di ordine etico, al fine di non far gravare più sul trovatello l’umiliazione derivante da una facile rintracciabilità del suo passato di bambino abbandonato. Nel 1811 Gioacchino Murat abolì con un decreto l’antico uso del Regno di Napoli di chiamare quasi tutti i trovatelli Espositoo Proiettie decise che gli amministratori degli istituti di accoglienza dovessero stabilire i cognomi degli abbandonati. Nel 1813 un analogo provvedimento di Giuseppe Beauharnais impose l’obbligo del cognome a tutti gli abitanti del Regno d’Italia. Con una successiva circolare imperiale del 29 novembre 1825 venne imposta la regola secondo cui ogni trovatello avrebbe dovuto ricevere un cognome individualizzato. Da questo momento per le istituzioni finalizzate all’accoglimento dei trovatelli si pose un nuovo problema: quello di inventare per ognuno di loro un cognome di fantasia. Così il cognome inventato fu non solo il prodotto della creatività del singolo amministratore dell’istituto di accoglienza, ma anche il riflesso dell’immaginario, della mentalità e delle vicende dell’epoca della sua attribuzione. Molte, perciò, furono le variabili: l’estro del momento; un richiamo all’aspetto fisico del bambino o alle sue origini sociali o geografiche; una prefigurazione di un destino possibile; un richiamo a fatti storici o di cronaca del momento. Occorreva in ogni caso trovare un cognome che nessun altro avesse, per evitare che un domani l'esposto si presentasse davanti a qualcuno che portava quel cognome chiedendogli conto di una paternità rifiutata: ciò diventava fondamentale nel caso di figli illegittimi.

Tra i vari modi di operare, lo Spedale degli innocenti di Firenze dal 1812 attribuì un cognome distinto per ogni trovatello. Qui i cognomi scelti terminavano con la lettera “i” al fine di armonizzarli con la prevalente terminazione vocalica dei cognomi più diffusi in Toscana e si scelsero per determinati periodi cognomi che iniziavano con la stessa lettera. Altra impostazione usata fu quella di segnalare, nel nome e cognome, la data particolare di accoglienza (ad esempio Prima Gennai). Il 30 giugno 1875 fu l’ultimo giorno di funzionamento della ruota degli esposti di questo ricovero fiorentino, perciò i bambini nominati in quel frangente furono una Laudata Chiusuried un Ultimo Lasciati.

Le fonti d’ispirazione nella ricerca dei cognomi possibili furono molte: oggetti correnti (Mestoli, Quaderni,Inchiostri, Tetti, Valigi); piante (Pioppi, Peri, Susini, Limoni); fiori (Rosai, Gelsomini, Gerani); mestieri (Artisti,Osti, Tintori, Merciai); nomi (Adeli, Angeli, Alberti, Teodori); personaggi storici (Benvenuto Napoleoni, MariaStuarda); geografici (Mantovani, Romani, Senesi, Tamigi, Sassarini, Asiatici, Tirolesi); alcuni cognomi illustri, anche se vietati (Levi, Peruzzi, Tornabuoni); un richiamo all’abbandono (Portati, Venuti, Abbandonati,Soccorsi, Lasciati, Trovetti, Bastardi, Bastardini, Incerti, Ignoti); il mese in cui il bambino fu abbandonato (Gennari, Marzi, Maggi, Maggini); il giorno del mese (Tredici, Sedici, Quattordici); il santo del giorno o la specifica ricorrenza religiosa (Natale, Carnevali, Quaresimini); un augurio (Fortunati, Benarrivati, Bonaventuri); una difficoltà (Cascai, Borbotti, Scacciamondi); dati morali e comportamentali (Ridenti, Giusti, Pietosi, Placidi). A volte venivano modificati cognomi già esistenti o le vocali di un cognome già attribuito (Aschi/Eschi; Ameri/Amiri); o le consonanti (Faci/Fami, Fadi/ Fapi/Fasi) oppure si riprendeva nel cognome il nome (Anna Annetti).

A Lucca si cominciò a cognominare gli esposti solo dal il 1848, dopo l’annessione del Ducato lucchese al Granducato di Toscana: qui si usarono i nomi delle località e delle città di provenienza dei trovatelli (Lucchesi,Carraia, Carmigliano, Farneta, Camaiore, Nocchi).

A Pavia a fine 1825 si smise l’uso di chiamare i trovatelli Giorgi e si decise di scegliere per ogni anno una lettera con cui avrebbero dovuto iniziare i cognomi, attinti da un elenco sufficientemente lungo.

A Palermo il Conservatorio di Santo Spiritoseguì lo stesso sistema alfabetico di Pavia (qui una lettera durava alcuni mesi per poi essere sostituita da un’altra). Qui, come all’Annunziatadi Napoli, vennero usati cognomi detoponimici, tratti cioè da toponimi della più varia natura (nomi di città, regioni, nazioni, fiumi).

Anche a Crema si usò un analogo sistema alfabetico, ma qui una lettera iniziale poteva essere usata per anni. Fino al 1839, si ricorse a cognomi spesso quasi impronunciabili derivati dalle denominazioni scientifiche delle piante, per poi decidere di usare anagrammi e giochi di parole che potevano rifarsi o alle caratteristiche fisiche e caratteriali dei trovatelli (Accampoloni= “mano piccola”) o ad azioni compiute dall’infante (Aberlacusi= “se baci urla”) o ad atteggiamenti dei genitori (Decorcipo= “cedi corpo”) o ad azioni compiute dall’inventore del cognome (Cittastore= “te riscatto”).

In Italia si è avuto anche il caso di cognomi inventati dagli istituti di accoglienza tra il 1885 ed il 1896 legati a località, personaggi e fatti connessi con la prima colonizzazione italiana; essi sono disseminati in tutta la Penisola: Adua, Alagi, Ambalagi, Asmara, Dogali, Eritreo, Macallè.

Moltissimi di questi cognomi sono rimasti in archivio, data l’alta mortalità infantile in quel periodo; i cognomi femminili, ovviamente, si sono estinti, in seguito ai matrimoni; una parte è scomparsa in seguito alle adozioni. In ogni caso sono molti ancora quelli che sussistono ancor oggi. (Rosa Maria Ciritella)




BIBLIOGRAFIA:

· M. G. Gorni ‑L. Pellegrini, Un problema di storia sociale. L’infanzia abbandonata in Italia nel secolo XIX

· Firenze, La Nuova Italia, 1974

· E. Caffarelli, C. Marcato, I cognomi d’Italia. Dizionario storico ed etimologico, Torino, UTET, 2008, 2 voll.

· G. Di Bello, L’identità inventata. Cognomi e nomi dei bambini abbandonati a Firenze nell’Ottocento, Firenze, Centro Editoriale Toscano, 1993.

· E. De Felice, Dizionario dei cognomi italiani, Mondadori, Milano, 1978

· Pasi, Dentro e fuori l’ospizio: l’infanzia abbandonata nella Pavia ottocentesca, in Trovatelli e balie in Italiasecc. XVI-XIX, a cura G. Da Molin, Bari, Cacucci, 1994

· Marcato, Nomi di persona, nomi di luogo. Introduzione all’onomastica italiana, Bologna, il Mulino, 2009

· Finocchiaro, I cognomi dei bambini proietti del Conservatorio di Santo Spirito di Palermo, in “Rivista italiana di Onomastica”, XIII (2007), 1

· Id., I cognomi dei fanciulli esposti di Crema nella prima metà dell’Ottocento, in “Rivista italiana di

· Onomastica”, XV (2009), 1

· Id., Cognomi italiani di origine coloniale, in “Rivista italiana di Onomastica”, XIII (2007), 1

· AA.VV., Si consegna questo figlio, Milano, Skira, 2008

· R. Salvemini, A caccia di bambini. Gli esposti nelle AGP del Regno di Napoli in età moderna, inAssistenza, previdenza e mutualità nel Mezzogiorno moderno e contemporaneo, Franco Angeli, Torino, 2006.








AGLI ULTRAS DI TUTTO IL MONDO DICIAMO "NON CI STO"




"Non ci sto". Mentre portavo, da cittadino,  i rifiuti casalinghi  al centro di raccolta municipale, oggi ho avvertito un profondo sentimento di rabbia e tristezza ascoltando il giornale-radio nazionale. Alla radio si parlava del fattaccio accaduto al Parlamento della Baviera e si commentavano altri insulti rivolti - in manifestazioni o nel quotidiano - a cittadini ritenuti "diversi", inferiori, non degni  di credibilità  di dignità. Un neorazzismo decerebrato,  alimentato dagli hate speech dei nuovi influencer, che lavorano nel marketing ideologico in Rete e tv. Non si può più parlare neanche di opinion leader: le idee sembrano essere oggetto di mercato e non riescono ad organizzarsi neanche in ideologie. Quando la intolleranza travalica il dire e si traduce in hate crime"bisogna dire "Non ci sto": non solo in Gennaio, quando si celebra in tutto il mondo (civile) la Giornata della Memoria. "Non ci sto". E basta.

La ultradestra AfD ha lasciato il Parlamento della Baviera durante l’intervento sulla Shoah di Charlotte Knobloch, una  sopravvissuta

Charlotte Knobloch con la Merkel

I deputati della destra populista di AfD ( indagata dall'intelligence tedesca per essere filonazista) hanno abbandonato in gruppo la cerimonia commemorativa in ricordo delle vittime dell’Olocausto e sono tornati in aula solo al termine dell’evento. I deputati degli altri partiti, invece, si sono alzati e hanno risposto con un applauso.
La destra populista dell’ Alternative für Deutschland richiama la attenzione mediatica con un gesto a dir poco platealmente negazionista. In perfetto stile nazi. È accaduto il 23 Gennaio us  nel parlamento regionale della Baviera, in occasione della tradizionale seduta dei deputati per la Giornata della Memoria in onore delle vittime della Shoah.
La Knobloch aveva criticato "le posizioni negazioniste assunte da diversi esponenti del partito, la loro minimizzazione dei crimini commessi dalla Germania di Adolf Hitler, le loro visite organizzate all'interno dei campi nazisti, nel corso delle quali diversi deputati dell'AfD hanno messo in discussione l'esistenza stessa delle camere a gas" e ha detto di ritenere la democrazia in pericolo per l'avvento dell'ultradestra. Un problema non solo tedesco.
Comunque come ha commentato qualcuno sui social (purtroppo in anonimato, come in uso oggi): 

“La vergogna non è quella che siano usciti dal Parlamento . La vergogna è aver permesso che entrassero”  


Come dare torto? Ma colpisce ancor di più l'assalto di commentatori sempre anonimi (vigliacchi) che difendono le posizioni di AfD ritenendoli solo sovranisti: in tanti citano a sproposito eventi storici, negando evidenze storiche che hanno lasciato una piaga insanabile nella etica dell’Europa. Se si pensa che anni fa sorridevamo (preoccupati) dei convegni negazionisti organizzati in Iran dell’Ayatollah Khomeini (e nell’Irak di Saddam Hussein). Il negazionismo è stato anche sostenuto dal marxismo totalitarista notoriamente antisemita. Qualcuno nei commenti ha obiettato un “ma se siete democratici non dovete condannare un gesto libero di persone che la pensano diversamente da voi”. Sì caro signore ma se tu predichi odio razziale, avvalli etnocidi, e domani mi propaganderai il “cannibalismo” come atto di libertà, noi dobbiamo fermarti in qualche modo. 

caro Seminatore di Odio IO NON CI STO. Così disse il Presidente Sandro Pertini

Non so se ricordi o se lo sai ma Sandro Pertini, come Enrico De Nicola (presidente della Camera, del Senato e della Repubblica dal 1º gennaio all'11 maggio 1948), ha ricoperto tutte e tre le più alte cariche dello Stato: è infatti stato (un grande) Presidente della Repubblica, Presidente della Camera, e Presidente del Senato. Voglio ricordare che come partigiano fu condannato a morte, patì il carcere a Ventotene, ha partecipato alla costituzione della Repubblica italiana. Non è famoso solo per aver esultato fuori di protocollo alla vittoria dell'Italia al campionato del mondo del 1982.



Le cellule cancerose il corpo le elimina immediatamente, di continuo: il corpo  e la Natura difettano di democrazia (altrimenti, sono guai). Un democratico invece per definizione lascia e deve lasciar parlare: talora troppo? 
Naturalmente qualche lettore, ex amico, qualche  "fascista travestito" (così li chiamavamo al liceo) dirà - come ha detto e scritto - che io sono "ossessionato dal fascismo", che "il nazifascismo è morto" o è "cosa di altri tempi" ecc ecc….Ma se è morto il fascismo perché mi etichetti ancora come comunista? non dicevi che era morto anche il comunismo con il nazifascismo? Forse dici una mezza verità perché ti conviene mistificare. E poi perché  ti ostini a offendermi appena dissento da te? La tua libertà non finisce dove comincia la mia? La realtà storica è che periscono tante persone per le ideologie totalitarie ma la smania di potere e le ideologie maligne non periscono mai. 

La senatrice Liliana Segre, reduce dell'Olocausto, insiste sul fatto che è la INDIFFERENZA il peggior nemico. 

Liliana Segre con il Presidente Mattarella

La indifferenza chiama alla correità. Se continuiamo nella indifferenza il cancro della democrazia sarà troppo avanzato per farci qualcosa: le metastasi ora sono mediatiche e dunque troppo veloci per contrastarle. Ci rimane almeno - per ora - la penna e sostenerci nel pensiero libero. Non sono Gad Lerner, non sono che un cittadino. Come cittadino chiamo alla penna: carta e social network, non importa. L’impianto della legge 205/1993  (cd Mancino) avversa  I crimini generati dall'odio o più semplicemente i crimini dell'odio, dall'inglese “hate crimes”. E nella difficoltà di equilibrarsi tra diritto alla libera espressione e fomentare odio, lasciamo ai giuristi il compito di frenare lingue e la deriva antidemocratica. Nel frattempo trovo conforto nei pensatori del Novecento. Jean-Paul Sartre polemizzando contro gli antisemiti, sottolineava che "In nome delle istituzioni democratiche, in nome della libertà d'opinione, l'antisemita reclama il diritto di predicare ovunque la crociata antiebraica", e dopo aver definito tendenziosa tale pretesa, ebbe a scrivere: 

"Ammetterei a rigore che si abbia un'opinione sulla politica vinicola del governo [...]. Ma mi rifiuto di chiamare opinione una dottrina che prende di mira espressamente persone determinate, che tende a sopprimere i loro diritti e a sterminarle".


A dire il vero tanti non giovani e giovani italiani hanno saputo dire di no a soluzioni estremistiche oppure hanno gridato “basta!” anche negli Anni di Piombo, mai smarrendo la fede di Pertini nella democrazia. Ammetto che oggi non mi sono sentito molto sicuro “storicamente”. Poi ho riascoltato Pertini: diceva in una intervista alla Oriana Fallaci nel 1973 che il vero baluardo della democrazia sono i sindacati “compatti”. Forse oggi qualcosa si sta muovendo: importante la svolta recente della CGIL che mira alla unità sindacale. Come predisse Pertini. (achille miglionico)


“Alla più perfetta delle dittature preferirò sempre la più imperfetta delle democrazie.”(Messaggio agli Italiani, S. Pertini, 1979)



PER APPROFONDIRE





venerdì 11 gennaio 2019

#MATERA ''CAPITALE'' : CI SIAMO





       Sì, ci siamo, solo qualche giorno al fatidico atteso 19 gennaio 2019  per la cerimonia d'investitura: MATERA ''Capitale Europea della Cultura per il 2019 ''.
La cronaca degli eventi culturali va immaginata come scritta a due mani, la nostra e quella dei tanti turisti che, affascinati dalla Città e dagli eventi programmati, affluiranno. Sicuramente il loro stupore e la loro risposta gratificheranno lo sforzo di  quanti, materani e no, dall'interno della organizzazione, hanno lavorato, talora sofferto e maldigerito il comesi è proceduto; qualcuno rimuginerà su quanto non si è fatto (c’è sempre un incompiuto) nel percorso verso il 2019.  Comunque non si può  negare, comunque,che il riconoscimento ''ha cambiato le cose'', ha tasformato il volto della Città.   Per cominciare dalle note favorevoli, si ricorda  per esempio che, riguardo ai “titoli di merito” per essere stati compresi fra le finaliste dell'ottobre 2014, una ragione pregnante sia stata la capacità della Città di ''recuperare il tempo perduto'': eppure le altre aspiranti  come Lecce, Cagliari, Perugia, Siena e Ravenna, non sono sicuramente da meno in quanto a storia e cultura. Il riconoscimento e il percorso verso il 2019 hanno attraversato e attraversano territori, li uniscono, li modificano, in una ''presa d'atto'' utile a rimuovere i confini delle relazioni e ripensare quel che si dava per scontato. Questo si  proponeva e si propone l'Europa nel designare una città/campione che sostenga nuovi modelli di sviluppo globale.
      In un momento storico generale colmo di conflitti, dove tutto sembra messo in discussione, l'afflato e il contributo umano sottesi al cambiamento in fierinel nostro contesto territoriale, sdrammatizzano il presente gravido di minacce e ''riavviano l'utopia'' e la fiducia nel futuro. Come in ogni organizzazione di grandi eventi,  l’iter dall'ottobre 2014 è stato talora condizionato da difficoltà contingenti, da tensioni politiche tra  amministrazioni cittadine e regionali, sì che il ''fare'' si è rallentato. Il passaggio dal vecchio ''copione di città vituperata'' a quella ''rigenerata' appare non ancora completato, ma la consapevolezza della popolazione cresce. E’innegabile il fermento suscitato dalla presenza numerosa di visitatori attratti dagli eventi suggestivi già realizzati. E ci attendono numerosi e prestigiosi gli eventi in questo 2019.
    Potremmo azzardare una definizione di cultura, ma sappiamo che la cultura medesima ''viene negata nell'atto di definirla''.Lasciamo allora aperte la definizione e  l'interpretazione alle ''proiezioni'' di ciascuno di noi fruitori, sia d’Italia sia d’Europa in modo da aprire orizzonti.
       Percorrendo il processo che ci conduce alla prossima l'inaugurazione, si apprende dai dettagli giornalistici, con un certo stupore, che le cose sono andate così, nel 2014: Matera è stata votata, nella valutazione finale, da sette commissari tutti europei; gli altri sei, italiani, hanno votato per Siena.Quindi la vittoria è stata ottenuta per un solo voto, e si  è trattato di un successo palesemente ''europeo'' . Come commentare? I valori della città, con la storia, i vissuti e la sua ''resilienza'sono balzati agli occhi dell'Europa, superando ogni concorrenza. D'altronde questa lettura del risultato è stata palesemente suffragata dall'esigenza successiva del governo italiano di istituire anche il titolo di ''Capitale italianadella Cultura'', che difatti si assegna da qualche anno.
      Ma non posso esimermi in ultimo, dal riportare l'ipotesi sottesa ma non tanto, del riconoscimento a ''Capitale'',  pensato e voluto dalla politica,  come contrappeso al 
problema scottante e annoso delle contaminazioni deleterie dovute alle estrazioni petrolifere in Basilicata.  
     Ora, attendiamo il  ''Presidente di tutti'',  Mattarella, a ben augurare l'inizio del 2019 a ''Capitale''. Auspichiamo che egli sappia ''spegnere il fuoco''se ciò sia sufficiente ainfondere fiducia,esappia ricucire passato e presente oltre che ''stigma'' e orgoglio. 
    L'ormai noto discorso di De Gasperi nei nostri ''Sassi'', risalente a circa a settant'anni fa, è definitivamente archiviato: il ''disonore'' del degrado ha lasciato il posto agli ''onori di tutto il mondo'', non solo dell’Europa.(Italo  Zagaria)







Notizie utili.
·      Interessante la mostra dedicata a Salvator Dalì, già inaugurata a dicembre 2018, che ''apre le danze'' ad una serie di eventi ''prelibatissimi'', che accompagneranno l'intero anno 2019.
·      ll cosiddetto ''passaporto per Matera 2019'', per partecipare ai suddetti eventi,  si acquista al prezzo di 19 euro ( 12 x i residenti).
·      L' inaugurazione pubblica del 19 p.v. (Presidente della Repubblica, diretta Raiuno), sarà presentata dell'attore Gigi Proietti. Altre manifestazioni a seguire il 20 e il 21 successivi.

·      Il programma 2019 + inaugurazione reperibile  su FB   ''Fondazione Matera-Basilicata 2019'' 

giovedì 20 dicembre 2018

AUGURI


AUGURI A TUTTI 
DA PARTE DELL'ISTITUTO SIEB 
E DELLA REDAZIONE DI INCULTURA


Gentile da Fabriano, Adorazione del Magi, Galleria degli Uffizi, FI.

lunedì 17 dicembre 2018

IL NUOVO MONDO DEGLI ITALIANI: EMIGRAZIONE ITALIANA TRA XIX E XX SECOLO





Cristofiru Culumbu, chi facisti?


La megghiu giuvintù tu rruvinasti.



Ed eu chi vinni mi passu lu mari



Cu chiddu lignu niru di vapuri.



L’America ch’è ricca di danari



È girata di paddi e cannuni,



e li mugghieri de li “mericanni”



chianginu forti chi rristaru suli.

(canto dei contadini calabresi raccolto sul numero dell’Avanti!del 25 dicembre 1908)





L’EMIGRAZIONE ITALIANA TRA XIX E XX SECOLO

Un proverbio del XV secolo recita: <<Passeri e fiorentini son per tutto il mondo>>: l’emigrazione italiana è un fenomeno antico, anche se il grande esodo è avvenuto negli ultimi tre decenni dell’800, quando l’Italia fu colpita da una grave crisi in agricoltura. Dall’Italia sono partiti 5,5 milioni di persone per gli USA, 4,5 per la Francia, 4 per la Svizzera, 3 per l’Argentina, 2,5 per la Germania, 1,5 per il Brasile, 600mila per il Canada, 500mila per l’Australia, 300mila per il Venezuela.


Oggi 110 milioni di persone nel mondo portano un cognome italiano




La mortalità infantile tra gli italiani era molto alta: nell’ultimo trentennio dell’800 era intorno ai 6,5 anni (dati Istat). <<La morte di quelli che sono impotenti o poco adatti al lavoro […] è un fatto che cagiona molte volte minor dolore della morte […] di una semplice pecora>> relaziona il medico Luigi Alpago Novello a fine XIX secolo (in Monografia agraria dei distretti di Conegliano, Oderzo e Vittorio).




Molte erano le malattie che affliggevano la popolazione italiana: il gozzo, dovuto all’assenza di iodio nella dieta quotidiana; gastroenterite; tubercolosi; pellagra, al Nord, causata dalla continua assunzione di polenta, spesso fatta da farine di mais di scarto. Il vino veniva usato per integrare la scarsa dieta di ogni giorno: frequentemente al Nord si usava far fare la colazione ai propri figli, già da bambini, con una scodella di vino e di polenta vecchia, così l’alcolismo e le sue conseguenze su tutti gli organi diventava un’altra delle piaghe che affliggevano la popolazione.

L’Italia era un Paese molto violento: solo nel 1880 gli omicidi furono 5.418, 12 volte più di oggi. Dal Sud sino alla Romagna, grave era il problema del brigantaggio: la delinquenza comune si associava al rifiuto della piemontesizzazione – d’altro canto la repressione fu durissima. Molti dei nostri emigranti fuggivano da questa società violenta.

Tra il 1876 ed il 1900 espatriano 5.257.830 persone, soprattutto dal Veneto, dalla Venezia Giulia, dal Piemonte, dalla Campania, dalla Campania e dalla Lombardia; tra il 1901 ed il 1915 invece espatriano 8.768.680 italiani in primis dalla Sicilia, seguita dalla Campania, dal Veneto, dal Piemonte, dalla Lombardia, dalla Calabria e dalla Venezia Giulia; tra il 1916 e il 1942 emigrano 4.355.240 persone in modo particolare dal Piemonte, dalla Lombardia, dalla Sicilia, dal Veneto, dalla Calabria, dalla Venezia Giulia, dalla Campania e dalla Toscana; tra il 1946 ed il 1961 gli italiani che espatriano sono soprattutto veneti, campani, siciliani, calabresi, pugliesi, abruzzesi e friulani, per un totale di 4.452.200 persone (fonte Istat).

Il tasso di analfabetismo in Italia tra il 1861 ed il 1991 era pari al 78% nel 1861; 72,96% nel 1871; 67,26% nel 1881; 56% nel 1901; 46,2% nel 1911; 35,8% nel 1921; 21% nel 1931; 12,9% nel 1951; 8,3% nel 1961; 5,2% nel 1971; 3,1% nel 1981; 2,1% nel 1991 (fonte: Genovesi, Storia della scuola in Italia dal Settecento ad oggi, Laterza; M. Dei, La scuola in Italia, ed. Il Mulino).

L’età media della morte dal 1861 al 1955 si è così accresciuta: tra il 1861 ed il 1870 era pari a 6,58 anni; tra il 1871 ed il 1880 5,5 anni; tra il 1881 ed il 1890 6,44; tra il 1891 ed il 1900 14,64; tra il 1901 ed il 1910 24,99; tra il 1911 ed il 1920 30,06; tra il 1921 ed il 1930 43,59; tra il 1931 ed il 1940 57,84; tra il 1941 ed il 1950 58,56; tra il 1951 ed il 1955 68,69 (fonte: Sommario statistiche storiche italiane, 1861-1955, Roma, 1958).

Il numero di omicidi per abitante in Italia nel 1881 è uno ogni 5.959 abitanti; nel 1891 ogni 7.857; nel 1901 ogni 10.466; nel 1911 ogni 11.734; nel 1921 ogni 6.787; nel 1931 ogni 18.509; nel 1941 ogni 23.875; nel 1951 ogni 19.983; nel 1961 ogni 31.443; nel 1971 ogni 36.163; nel 1981 ogni 23.056; nel 2001 ogni 75.024 (fonte Istat – nel 1941, dalle cifre ufficialmente dichiarate dal regime fascista, risultava un omicidio ogni 48.767).








L’EMIGRAZIONE DAL SUD


L’emigrazione dal Sud Italia è stata un vero e proprio dissanguamento: tra il 1901 ed il 1910 espatriano ogni anno, su mille abitanti, 33,4 abruzzesi e molisani, 31,6 calabresi, 29,7 lucani, 29,5 veneti e friulani, 21,6 campani, 21,5 siciliani, 20,6 marchigiani; senza di loro si svuotano campagne, città e paesi. Fame, crisi agraria, carestie, siccità, alluvioni, terremoti, bassi salari, uniti al desiderio di diventare piccoli proprietari generano la spinta ad abbandonare la propria terra di nascita. Di contro i grandi proprietari terrieri restano senza quei braccianti che consentivano loro di condurre una vita agiata: i “signori” maledicono i “cafoni” che osano desiderare di mangiare il pane bianco, di far studiare i propri figli e di far vestire le loro mogli come le “signore”. Così l’immagine del meridionale-tipo, apatico, povero, affamato e scalzo, si trasforma agli occhi del mondo in quella di chi si impegna per vivere un’esistenza diversa e più decorosa: quella “razza maledetta” trova il modo per risorgere.





DAL MONDO NUOVO AL NUOVO MONDO


Il “mondo nuovo” era un apparecchio ottico attraverso il quale i nostri avi hanno cominciato a scoprire le bellezze del Nuovo Mondo: Goldoni ne parla nell’omonima commedia come di <<un’industriosa macchinetta che mostra all’occhio meraviglie tante ed in virtù degli ottici cristalli anche le mosche fa parer cavalli>>. Molti erano gli sfruttatori che, oltre a vendere biglietti di viaggio, vendevano i lavoratori stessi a quei Paesi che richiedevano manodopera. Venne organizzata una vera e propria campagna pubblicitaria: alcuni venditori, vestiti come saltimbanchi, giravano su carrozze per le campagne italiane, nei mercati, sui sagrati delle chiese, per reclamizzare le ricchezze che avrebbero guadagnato quanti si fossero imbarcati per l’America. Chi avesse deciso di emigrare avrebbe trovato a sua disposizione per il viaggio navi pulite, ordinate, colorate, e, dopo un po’ di tempo, sarebbe giunto a destinazione, certo di una fortunata svolta della sua grigia esistenza in Italia. Chiunque decideva perciò di partire, dopo aver venduto tutti i suoi averi per il biglietto o dopo aver chiesto denaro in prestito per pagarsi il viaggio, avrebbe trovato le strade americane completamente lastricate d’oro. Per un certo periodo il viaggio verso il Brasile fu addirittura gratuito in cambio di essere inviati là dove voleva il governo, ossia a sostituire gli schiavi liberati in zone malsane e selvagge.

Il viaggio della nave a vapore India fu quello più lungo e sventurato: il marchese francese Charles Breil de Rays aveva fatto affiggere in tutta Europa 500mila manifesti per magnificare la Nouvelle France, una colonia fertilissima e cattolicissima che si trovava oltre il Borneo. Così 300 trevisani partirono clandestinamente il 4 aprile 1880 per raggiungere prima Marsiglia, poi Barcellona e da lì proseguire fino alla meta. Il viaggio fu disastroso: decine furono i morti, soprattutto fra i bambini. Una volta giunti a destinazione, i sopravvissuti si resero conto dell’enorme truffa organizzata ai loro danni: invece degli splendidi hotel e delle chiese e delle campagne provenzali, si trovarono di fronte ad un’impenetrabile giungla da cui sbucò un uomo nudo che, con un forte accento genovese, disse loro di essere l’unico superstite della spedizione precedente, decimata dalle malattie e dalla morte inflitta dai tagliatori di teste. Costoro non si arresero di fronte a tutto questo: cercarono caparbiamente di fondare una colonia, non riuscendovi, però, ed essendo ulteriormente falcidiati da nuove morti; così decisero di sequestrare la nave alla fonda e di farsi portare in Nuova Caledonia e poi a Sydeny, dove giunsero, stremati dalla fame e dai parassiti il 7 aprile 1881. Al loro arrivo vennero, però, separati l’uno dall’altro dalle autorità australiane al fine di imparare bene la lingua inglese; si ritrovarono un anno dopo e fondarono Cea Venessia, cioè Piccola Venezia.



LO SFRUTTAMENTO


A fine XIX secolo non era raro osservare nei porti <<centinaia di famiglie sdraiate promiscuamente sull’umido pavimento, o sui sacchi, o sulle panche, in lunghi stanzoni, in sotterranei, o soffitte miserabili, senz’aria e senza luce, non solo di notte ma anche di giorno>> (padre Pietro Maldotti in Relazione sul porto di Genova) o anche, come da un verbale sanitario del 1903, <<nei fondi di detto esercizio in due ambienti privi d’aria, sporchi, umidi e puzzolenti dormivano 50 emigranti la maggior parte per terra>>. Basta leggere il testo teatrale di Raffaele Viviani, Scalo marittimo, del 1918, nel quale narra la storia di Colantuono, un emigrante che intona uno straziato inno alla patria contro chi vuole a tutti i costi rubargli i soldi che ha mentre si trova sul molo napoletano dell’Immacolatella:

<<E io lasso ‘a casa mia, lasso ‘o paese,

e me ne vaco ‘n America a zappare.

Pe’ fa’ furtuna parto, e sto nu mese

Senza vede cchiù terra, cielo e mare.

E lasso ‘a casa mia, l’Italia bella,

pe’ ghi luntano assaie, ‘n terra straniera.

E sotto a n’atu cielo e n’ata stella

Trasporto li guaglioni e la mugliera.

E là accummencia la malincunia penzanno

a la campagna addò so’ nato;

a chella vecchia santa ‘e mamma mia,

e a tutt’ ‘e ccose care d’’o passato...>>


La scoperta della verità per un emigrante era sempre traumatica: nel momento in cui si imbarcava, prendeva contatto diretto con l’amara realtà. Scrive alla Voce cattolica di Trento nel 1887 un emigrante partito nello stesso anno da Genova: <<Quel bastimento aveva servito a condurre dall’America del carbon fossile e, pensando che noi emigranti fossimo roba da poco conto, i marinai non si erano pigliati la briga di ripulirlo. Al primo salirvi noi lo abbiamo trovato sì lurido che ci veniva schifo e già da molti di noi si alzava lamenti contro l’ingaggiatore che ci cacciava in mezzo a tanta sozzura>>.

Non era diverso il viaggio per colori i quali sceglievano Paesi europei o per quelli che, invece di imbarcarsi direttamente in Italia, scelsero di imbarcarsi dalla Francia, ad esempio: scrive dall’America nel 1898 Regina Favretti alla sorella Clotilde che <<da Basilea ad Havre ci si fece viaggiare in treni orribili, pigiati come le acciughe, e ci facevano sfilare in processione da un luogo all’altro in mezzo ad un migliaio di emigranti di tutte le razze e di tutti i colori, cacciati con la frusta come tanti maiali>>.

Scrive il colonnello medico Teodorico Rosati in L’assistenza sanitaria degli emigranti e dei marinai, 1910: <<la distribuzione del cibo era fatta in maniera umiliante, senza l’osservanza delle elementari norme igieniche. Accovacciati sulla coperta, presso le scale, col piatto fra le gambe ed il pezzo di pane tra i piedi, i nostri emigranti mangiano come i poverelli alle porte dei conventi. E’ un avvilimento del lato morale e un pericolo da quello igienico, perché ognuno può immaginarsi cosa sia la coperta di un piroscafo sballottato dal mare, sul quale si rovesciano le immondizie volontarie ed involontarie di quelle popolazioni viaggianti>>. Diversamente la 1^ classe delle navi era dotata di tutti i comfort: il viaggio qui era una crociera con balli, tornei di carte, giochi in coperta. Rosati descrive anche i dormitori degli emigranti: <<l’emigrante si sdraia vestito e calzato sul letto, ne fa deposito di fagotti e valigie, i bambini vi lasciano orine e feci, i più vi vomitano: tutti in una maniera o nell’altra l’hanno ridotto dopo qualche giorno ad una cuccia da cane. A viaggio compiuto, quando non lo si cambia, ciò che accade spesso, è lì come fu lasciato, con sudiciume ed insetti, pronto a ricevere un nuovo partente>>.

Leggiamo in un Rapporto del medico della White Star Line: <<la temperatura non è il solo fattore che rende nei dormitori l’atmosfera irrespirabile. Vi concorre il vapore acqueo e l’acido carbonico della respirazione, i prodotti volatili che salgono dalla secrezione dei corpi, dagli indumenti dei bambini e degli adulti, che per tema o per pigrizia non esitano a emettere urine e feci negli angoli del locale. La puzza è tale che il personale si rifiuta spesso di entrare per lavare i pavimenti>>.



LA BANDIERA GIALLA


Caricate all’inverosimile, queste sgangherate carrette del mare erano esposte a svariate epidemie. Talvolta le imbarcazioni erano le stesse che erano servite per la tratta degli schiavi con una velocità di 8 miglia e meno di 2 metri cubi di aria per ogni migrante. Molte furono le navi respinte dai porti del Sudamerica perché infestate da epidemie. Spesso il viaggio era la fine della vita dei più piccoli a bordo: molte furono le epidemie di morbillo e varicella e molti furono i corpicini di bambini gettati in mare. Colera, tifo, morbillo, varicella, asfissia (quando le camerate erano vicino ai motori), fame le cause di morte sulle navi.




IL TERRORE


L’oceano era terrificante: i santuari erano colmi di ex-voto di chi aveva concluso il viaggio. Molti furono anche i piroscafi che affondarono, pieni di migranti. Il bastimento inglese Utopia era partito da Trieste ed aveva fatto tappa a Napoli: portava 3 passeggeri di 1^ classe, 3 clandestini, 59 membri dell’equipaggio e 813 emigranti, quasi tutti italiani: la sera del 17 marzo 1891 sbagliò manovra e colò a picco in pochissimo tempo, andando a sbattere contro il rostro di una corazzata e portando alla morte 576 italiani del Sud.

Il Bourgogne, un piroscafo francese, carico di migranti italiani, affondò il 4 luglio 1898, dopo una collisione con un veliero inglese: 549 furono i morti.

Il 25 giugno 1901 si schiantò contro una scogliera nelle acque di Terranova il piroscafo Lusitania e il 7 maggio 1915 venne affondato da un sottomarino un secondo piroscafo con lo stesso nome, mentre navigava da New York verso l’Europa: i morti furono 1.198, quasi tutti lavoratori europei che rientravano in patria.

Il 4 agosto 1906 si inabissò il piroscafo Sirio, in una splendida giornata di sole, davanti alla costa spagnola di Cartagena; una parte dell’equipaggio calò in acqua una scialuppa e se ne andò, lasciando in acqua i viaggiatori, tutti contadini e montanari che non avevano la più pallida idea di come comportarsi: costoro, terrorizzati, si gettavano in mare o si rovesciavano addosso le scialuppe di salvataggio. La nave affondò dopo 16 giorni; morirono circa 500 persone.

L’Ancona era un piroscafo modernissimo: costruito nel 1908, era dotato di due eliche e la 3^ classe poteva ospitare 2.500 passeggeri. Il 7 novembre 1915 la nave fu sorpresa da un sottomarino austriaco mentre era diretta a New York: 206 furono i morti, tutti emigranti.

Anche tra i 1.523 morti del Titanic, affondato la notte del 14 aprile 1912, c’erano degli italiani.

La nave Principessa Mafalda nel 1927 perse l’asse di un’elica: le notizie ufficiali minimizzarono l’incidente, parlando di poche decine di vittime, ma in realtà i morti furono 314 (a Buenos Aires ne furono denunciate circa il doppio, 657).

Sull’Arandora Star furono caricati 700 immigrati italiani, per ordine di Churchill, dopo l’entrata in guerra dell’Italia, con l’accusa di essere spie del regime fascista: erano stati destinati ad un campo di prigionia in Canada. Molti di loro in realtà erano indifferenti alla politica o vivevano in Inghilterra da decenni o erano addirittura antifascisti o ebrei fuggiti dall’Italia dopo le Leggi razziali del’38. Sulla nave erano stati fatti salire anche 500 prigionieri tedeschi. Il 2 luglio 1940 la nave fu intercettata da un sottomarino tedesco e silurata ed affondata: morirono 446 italiani ma sui giornali dell’epoca non si menzionò minimamente l’accaduto.



I CLANDESTINI – WOP


Negli USA WOP è uno dei soprannomi più comuni e più offensivi rivolti agli italiani. Pronunciato uapp - suona come guappo- WOP è l’acronimo di “without passport”, senza passaporto, ossia clandestino. Il boss Albert Anastasia dichiarò che la mafia in pochi anni era riuscita a far entrare 60mila nostri emigrati solo a New York; gli italiani “WOP” in più di un secolo sono stati circa 4 milioni.



L’ARRIVO


Tutti i migranti, una volta sbarcati in America, venivano accolti nell’isoletta di Ellis Island, l’isola delle ostriche, di fronte a New York. Ellis Island era un filtro a maglia strettissima: qui venivano effettuate le visite mediche, i test attitudinali umilianti e vessatori. Gli italiani venivano descritti come affetti da molte malattie, deformi, ciechi, zoppi. Gli USA con la Legge del 26 febbraio 1891 vietò l’ingresso a ciechi, zoppi, sordi, sordomuti, mutilati o deformi, alle donne sole con bambini, alle donne sole incinte. Il 20 febbraio 1907 questa legge venne ulteriormente inasprita, vietando l’ingresso a persone fisicamente e intellettualmente difettose (uno dei test a cui sottoponevano gli immigrati era la conta in ordine decrescente). Molti venivano rimpatriati e, in questi casi, gli americani non si facevano scrupolo di separare definitivamente le famiglie, i figli dalle madri, i mariti dalle mogli.



LE CASE DEGLI IMMIGRATI


Nel 1898, come si legge nel libro di Jacob Riis, Come vive l’altra metà, in un solo isolato di caseggiati vi erano 132 stanze nelle quali vivevano 1.324 immigrati italiani, che spesso cadevano dalle finestre dei solai, dormendo su letti a castello vicino alle finestre (se ne trovavano almeno 10 per stanza); in effetti costoro in patria vivevano in condizioni assai peggiori.





COMM’È AMARO STU PANE


I mestieri più umili erano svolti da immigrati italiani: operai addetti alla costruzione di ferrovie, musicanti ambulanti, balie, arrotini, braccianti nelle piantagioni di canna da zucchero. Nei periodi di crisi erano in concorrenza con i cittadini americani poiché accettavano paghe più basse e orari più pesanti, “rubando” loro il lavoro, come accade in tutti i processi migratori: ciò attirò le ire dei locali.



LO SFRUTTAMENTO DEI BAMBINI


Fra XIX e XX secolo vennero venduti decine di migliaia di bambini a sfruttatori che li facevano lavorare nei cantieri svizzeri o nelle miniere americane, nelle vetrerie francesi o ai musicanti in America: costavano 100 £ l’uno, metà del prezzo di una macchina da cucire. Nelle vetrerie, ad esempio, i turni di lavoro erano massacranti: lavoravano seminudi per 16 ore al giorno e dormono dai tre ai cinque bambini per letto (un pagliericcio gettato per terra). Mangiano minestre cucinate con gli scarti degli ortaggi del mercato dalle mogli degli incettatori e del pane. La metà di questi moriva di stenti e di fatica.



MORIRE SUL LAVORO


Molte furono le morti di italiani sul lavoro. Il 25 marzo 1911, a causa di un incendio divampato agli ultimi piani di un palazzo in cui lavoravano, in una camiceria, con la porta sbarrata, 500 donne, 146 furono le vittime, di cui 39 italiane.

Nel luglio 1913, a Calumet, in Michigan, i minatori cominciarono uno sciopero che durò mesi; a Natale fecero una festa per i loro figlioletti nell’Italian Hall: i proprietari delle miniere si vendicarono dei disordini dei mesi precedenti, inviando alcuni dei loro guardiaspalle che urlarono “Al fuoco!” all’interno dell’Italian Hall, creando il panico tra i presenti. Le porte vennero sbarrate e, nel tentativo di uscire dalla hall, morirono calpestate 73 persone, tra cui molti bambini.

Un’altra protesta sedata col sangue fu quella dei minatori greci ed italiani di Ludlow, in Colorado, nel 1914: John Rockfeller fece radere al suolo con l’uso di mitragliatrici la tendopoli che i minatori avevano realizzato in mesi di protesta, uccidendo così 66 persone.



GLI ANARCHICI


Gli americani hanno nutrito per molto tempo il terrore per gli anarchici: il caso emblematico è quello di Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, il primo pugliese ed il secondo piemontese, che il 5 maggio 1920 furono arrestati con l’accusa di aver commesso una sanguinosa rapina. Prove a loro carico non ve n’erano: si scatenò la reazione del mondo intero – si riuscì a raccogliere in loro favore 10 milioni di firme, inutilmente. Furono giustiziati il 23 agosto 1927 - saranno riabilitati soltanto cinquant’anni dopo, nel 1977.



I SOPRANNOMI INFAMANTI


Oltre al nomignolo WOP in senso dispregiativo, affibbiato ai “clandestini”, cioè coloro che erano privi di passaporto, anche altri erano i soprannomi che designavano gli italiani in America: BAT (pipistrello), negli USA veniva usato per gli italiani ad indicare la mescolanza di bianco e di nero, allo stesso modo del pipistrello, che è un po’ topo ed un po’ uccello; DAGO, da dagger, pugnale, individuandoli come “accoltellatori”; GUINEA, cioè “negro”; MACARONI o SPAGHETTI, deridendo l’uso italiano di mangiare la pasta. Gli immigrati italiani in Brasile, poi, venivano detti CARCAMANO, sottolineando l’abilità truffaldina di calcare la mano sul piatto della bilancia mentre si pesa della merce; gli italiani in Argentina li si definiva PAPOLITANI, un misto di “pappone” e “napoletano”; in Svizzera tedesca venivano chiamati CINCALI, ossia “cinquaioli”, nel senso di giocatori di morra; in Francia BABIS, rospi.

Secondo il Dizionario delle razze del 1911, prodotto dalla Commissione per l’immigrazione, in Italia c’erano due razze: “ariana”, al Nord, e “mediterranea” in tutto il resto della Penisola (Genova compresa!); il confine tra il Nord ariano ed il Sud mediterraneo era segnato indiscutibilmente dal 45° Parallelo Nord, cioè a metà tra il Polo Nord e l’Equatore.





XENOFOBIA ANTI-ITALIANA


Negli USA gl’italiani sono stati per lungo tempo al secondo posto, insieme con i cinesi e subito dopo i neri, nella “lista nera” dei linciaggi. Nel 1899 a Tallulah, in Louisiana, 5 italiani (tre fratelli e due amici) vennero trucidati dopo una banale lite per una capra perché erano stati troppo gentili con i neri. Nel 1910 altri due italiani, Angelo Ficarotta e Costanzo Albano, furono linciati dagli operai di una fabbrica di tabacchi per non aver partecipato ad uno sciopero insieme a loro.

In Francia, l’11 agosto 1893, avvenne un massacro ad Aigues Mortes: secondo le fonti ufficiali vennero uccise 11 persone (nel processo gli operai francesi che accusarono gli italiani di rubare loro il lavoro e poi li assassinarono furono tutti assolti), ma da altre stime e da altre fonti pare che siano stati molti di più, almeno una cinquantina, i cui corpi vennero inghiottiti dalle paludi (furono massacrati da una folla inferocita al grido di “Dagli all’orso!” perché in Francia gli italiani venivano associati agli “orsanti”, ossia coloro che giravano per le fiere con orsi e cammelli).

In Svizzera a Göschenen nel 1875, durante una protesta per le durissime condizioni di lavoro nella costruzione della galleria del San Gottardo (erano morte 144 persone a causa delle fughe di gas e dei conseguenti crolli), 5 italiani furono uccisi nella repressione ad opera della milizia armata. A Zurigo, invece, nel 1896, si organizzarono treni speciali per portare in salvo gli italiani che rischiavano di essere massacrati da una caccia all’uomo. Sempre in Svizzera, l’ultimo dei tanti omicidi per motivi di odio razziale nei confronti degli italiani, commesso nel 1971 ai danni di Alfredo Zardini, fu punito con soli 18 mesi di reclusione, nonostante l’assassino avesse già a suo carico più di 150 denunce per violenza di vario genere.


MEDITATE GENTE, si diceva in tv

(Rosa Maria Ciritella)







LACREME NAPULETANE (Francesco Buongiovanni, Libero Bovio, 1925)


Mia cara madre,
sta pe' trasí Natale,
e a stá luntano cchiù mme sape amaro.
Comme vurría allummá duje o tre biangale,
comme vurría sentí nu zampugnaro.


Mia cara madre,
sta per arrivare Natale,
e stare lontano ha un gusto più amaro.
Come vorrei accendere due o tre bengala.
come vorrei sentire uno zampognaro.



A 'e ninne mieje facitele 'o presebbio
e a tavula mettite 'o piatto mio.
Facite, quann'è 'a sera d' 'a Vigilia,
comme si 'mmiez'a vuje stesse pur'io.


Ai miei bambini fate il presepe
ed a tavola mettete il mio piatto.
Fate, la sera della Vigilia,
come se tra voi ci fossi anch'io.



E nce ne costa lacreme st'America
a nuje Napulitane.
Pe' nuje ca ce chiagnimmo 'o cielo 'e Napule,
comm'è amaro stu ppane.


E ce ne costa lacrime quest'America
a noi Napoletani.
Per noi che piangiamo il cielo di Napoli,
come è amaro questo pane.



Mia cara madre,
che só', che só' 'e denare?
Pe' chi se chiagne 'a Patria, nun só' niente.
Mo tengo quacche dollaro, e mme pare
ca nun só' stato maje tanto pezzente.


Mia cara madre,
cosa sono, cosa sono i soldi?
Per chi piange la Patria, non sono niente.
Ora ho qualche dollaro, e mi sembra
che non sono mai stato così povero.



Mme sonno tutt' 'e nnotte 'a casa mia
e d' 'e ccriature meje ne sento 'a voce,
ma a vuje ve sonno comm'a na "Maria"
cu 'e spade 'mpietto, 'nnanz'ô figlio 'ncroce.


Mi sogno tutte le notti casa mia
e dei miei figli sento la voce,
ma a voi vi sogno come una "Maria"
con le spade in petto, davanti al figlio in croce.



E nce ne costa lacreme st'America.


E ce ne costa lacrime quest'America.



Mm'avite scritto
ch'Assuntulella chiamma
chi ll'ha lassata e sta luntana ancora.
Che v'aggi' 'a dí? Si 'e figlie vònno 'a mamma,
facítela turná chella "signora".


Mi avete scritto
che Assuntina chiama
chi l'ha lasciata ed è ancora lontano.
Cosa vi devo dire? Se i figli vogliono la mamma,
fatela tornare quella "signora".



Io no, nun torno, mme ne resto fore
e resto a faticá pe' tuttuquante.
I', ch'aggio perzo patria, casa e onore,
i' só' carne 'e maciello, só' emigrante.


Io no, non torno, resto fuori
e resto a lavorare per tutti.
Io che ho perso Patria, casa e onore,
io sono carne da macello, sono emigrante.



E nce ne costa lacreme st'America.

E ce ne costa lacrime quest'America.














































BIBLIOGRAFIA:

AA.VV: Racconti dal mondo. Scrivere le migrazioni. Antologia di narrazioni 1990-2007, Roma, FILEF, 2007

Luigi Botta, Figli, non tornate! (1915-1918) Lettere agli emigrati nel Nord America, prefazione di Gian Antonio Stella, Torino, Nino Aragno Editore, 2016

Renata Broggini (a cura di), Eugenio Balzan, L'emigrazione in Canada nell'inchiesta del «Corriere» 1901, Fondazione Corriere della Sera, Milano 2009

Martino Marazzi, Misteri di Little Italy. Storie e testi della letteratura italoamericana, Milano, F.Angeli, 2003

Mario Puzo, Mamma Lucia, Milano, Mondadori, 1988

Teodorico Rosati, L’assistenza sanitaria degli emigranti e dei marinai, 1910

Jacob Riis, Come vive l’altra metà, Edizioni Associate, 1890

Pamela Reeves, Ellis Island, Gataway to American Dream, New York, Barnles-Noble Books, 2002

Marco Santillo, Le migrazioni interne e il Mezzogiorno (PDF), Università degli Studi di Napoli Federico II, 2009

Patrizia Salvetti, Corda e sapone, Roma, Donzelli Editore, 2003

Ercole Sori, L'emigrazione italiana dall'Unità alla seconda guerra mondiale, Bologna, Il Mulino, 1979

Gian Antonio Stella, L'orda (quando gli albanesi eravamo noi), Milano, Rizzoli, 2002



SITOGRAFIA:

https://www.aise.it/modulo-pi%C3%B9-letti/rapporto-istat-2018-le-emigrazioni-degli-italiani/113617/2

http://www.mantovaninelmondo.eu/banche-dati-emigrati-italiani.html

https://www.alinari.it/it/esplora-immagini/immagini?q=EMIGRAZIONE+ITALIANA

https://libertyellisfoundation.org/immigration-museum

http://www.aiha-wrc.org/

http://www.asei.eu/

http://cedei.univ-paris1.fr/

http://www.museostorico.it/

http://www.rapportoitalianinelmondo.it/

http://www.terzaclasse.it/

http://www.italianinelmondo.ws/archivio-storia-emigrazione/135-le-navi-degli-emigranti-italiani.html



















SAAMI: CULTURA ARTICA EUROPEA (1)

Famiglia Sami tra 1890 e 1900: i   lavvu sono ripari a tenda simili ai   tipi degli amerindi del Nord.   Digital ID:  (digital file fro...