sabato 28 marzo 2020

#iorestoincasa #coronavirus ITALIA IN ROSSO aggiornamento











ZONA ROSSA ESTESA A TUTTA L'ITALIA

E' l'appello di tanti ma va ripetuto ai sordastri. Ora bisogna stare a casa e non uscire se non per motivi indispensabili e previsti dall'ultimo modulo DPCM.  Bisogna informarsi e rispettare le regole. Dobbiamo farlo per il nostro Paese e anche per aiutare gli operatori della sanità che sono in trincea da settimane a lottare per la nostra vita e per la nostra salute. Ora è il momento della responsabilità civile e dell'unità, per essere utili gli uni agli altri 




martedì 3 marzo 2020

RIFLESSIONI SULLA GINESTRA LEOPARDIANA




LA GINESTRA O LA PIETÀ  PER LA SOFFERENZA

Appassionata fruitrice dell’Opera leopardiana, altrettanto veemente, impetuosa divulgatrice della sua Arte, sento la necessità indifferibile di scriverne, in un momento storico critico, contrassegnato da squilibri, diseguaglianze, divisioni, paure, intolleranze, ossia da quanto di più lontano esiste dalla chiara conoscenza e dalla serena interpretazione del reale.




LA GINESTRA O IL FIORE DEL DESERTO

La lirica fu composta da Leopardi nel 1836 nella villa Ferrigni di Torre del Greco (davanti all’abitazione si ergeva il Vesuvio) e apparve postuma nell’edizione dei Canti del 1845, pubblicata da Ranieri a Firenze.
La sua forma metrica è composta da sette strofe libere con 183 endecasillabi e 134 settenari variamente alternati; ciascuna strofa è chiusa da rima e da verso endecasillabo.
La prima strofa si apre con la descrizione di un paesaggio desolato, quello del Vesuvio: qui cresce la Ginestra con i suoi fiori profumati. Il poeta ricorda che anche tra le rovine dell’antica Roma è possibile sentire l’odore di questa pianta; egli invita gli ottimisti, ossia coloro che di solito esaltano la condizione degli uomini, a visitare questo paesaggio desolato per capire come la natura non si curi degli uomini.
Nella seconda strofa il poeta accusa il XIX secolo di aver abbandonato il razionalismo dell’Illuminismo per tornare, invece, a credenze religiose ed irrazionali che portano l’uomo verso un gravissimo regresso culturale. 
Nella terza strofa Leopardi invita gli uomini a prendere atto della triste condizione di infelicità in cui si trovano e soprattutto esalta la solidarietà tra loro: occorre infatti stringersi insieme in una <<social catena>> (v. 149). 
La quarta strofa si apre con la contemplazione della volta celeste: guardando questi spazi immensi, ci si accorge di quanto l’uomo sbagli a credersi al centro dell’universo. Egli polemizza quindi anche con la religione (vv. 190-195) che ha creato delle illusioni perché ha spinto l’uomo a pensare che esso sia al centro dell’universo.
La quinta strofa comincia con una similitudine: il poeta paragona la distruzione ad opera del vulcano con una mela caduta da un albero che uccide un intero popolo di formiche in un solo istante; in tal modo simboleggia l’assoluto disinteresse della natura nei confronti dello stato umano.
Nella sesta strofa viene descritta l’eruzione del Vesuvio di notte con particolari cupi, proprio per dimostrare che la vita dell’uomo è molto breve mentre la natura è eterna e minacciosa.
La settima ed ultima strofa è dedicata alla Ginestra. Il fiore viene esaltato perché è capace di sottostare al proprio destino senza alzare il capo, quindi è capace di diventare superbo, senza supplicare il vulcano di risparmiarla. Gli uomini dovrebbero quindi evitare sia la viltà che l’orgoglio e diventare umili ma tenaci come la Ginestra per continuare a vivere la loro esistenza in maniera degna.
La Ginestra è il simbolo della pietà verso la sofferenza: c’è un’analogia tra la Ginestra, compagna consolatrice, ed il poeta e la poesia. Leopardi dà l’incipit al suo componimento citando il Vangelo di Giovanni: <<E gli uomini vollero piuttosto le tenebre che la luce>> (Giovanni, III, 19). Le tenebre rappresentano le concezioni spiritualistiche ed ottimistiche della società contemporanea; la luce è la verità sul destino umano: Leopardi polemizza contro la religione, al fine di ricercare il vero. Sulle pendici desolate del Vesuvio, sterminatore, sorge, solitaria, la Ginestra. Nai primi versi ci sono toni sublimi ed orridi; paesaggi idillici, richiamati a contrasto per descrivere ciò che non è idillico: il monte, le strade, le ceneri, la lava. Le terre vicino Napoli, coperte dalla cenere del Vesuvio, furono un tempo fertili campagne, ameni giardini, magnifici palazzi, città famose: il terribile vulcano travolse poi tutto. Emerge così il sentimento del tempo e della natura che tutto consuma, che suscita il sentimento della vanità della vita e degli sforzi umani.
Nei primi versi Leopardi ricorda che su queste terre, ricoperte di lava, sterili, ormai, sorge la Ginestra che dà profumo, abbellisce le strade desolate che un tempo attraversavano le città. Contrappone il paesaggio brullo, che si è creato in seguito all’eruzione del vulcano, ai luoghi che un tempo erano cosparsi di lussuose ville ed attraversati da persone illustri; personifica il Vesuvio come un possente gigante con la bocca di fuoco. La Ginestra, questo fiore gentile che sembra avere pietà, commiserazione delle sofferenze degli altri e che inonda la terra col suo profumo dolcissimo che arriva sino al cielo, consola il deserto. La Ginestra è la pietà verso la sofferenza umana ma è anche la Poesia ed il poeta stesso che nella sua acuta sensibilità si fa voce di chi soffre e riesce con le parole a consolare ed a far giungere al cielo il suo grido di dolore. Leopardi, con tono ironico, condanna la cultura del suo tempo, troppo ottimistica perché esalta la forza dell’uomo, mentre la quotidianità dimostra la vanità della forza umana rispetto alla forza della natura che in un attimo può distruggere tutto, proprio quando l’uomo si sente più sicuro.
Il poeta proietta nel cielo le immagini di desolazione e morte che vede intorno a sé: sottolinea l’incommensurabile distanza tra la Terra e le altre costellazioni che paiono granelli di sabbia, punti luminosi nel vuoto: assurda è la presunzione dell’uomo di considerare se stesso re dell’universo, visto che i colpi della sorte sono sconosciuti. Fa riferimento ai miti religiosi, secondo cui gli dei diedero all’uomo il potere sulla Terra: questi miti furono già derisi dalla filosofia illuministica per poi essere trascurati dagli intellettuali del suo tempo. Il suolo che l’uomo calpesta è segno della sua condizione umile e passeggera; l’età  contemporanea è cresciuta riprendendo gli antichi miti ed è perciò regredita. 
Descrive un quadro di vita quotidiana: ricorda le persone semplici che faticano ogni giorno per costruirsi una casa, un nido, un luogo degli affetti che dia calore e sicurezza. In un attimo tutto questo può essere distrutto: quando si sente tremare la terra e si vede il vulcano riprendere la sua attività, la gente si raduna, afferra ciò che può e fugge per scampare la morte. A distanza di tempo dall’eruzione, le città tornano a fiorire ed a popolarsi; ciò che rimane dalla distruzione diventa oggetto di studio per gli scienziati. La natura non si occupa né si preoccupa di tutto ciò: prosegue secondo i suoi ritmi e le sue leggi, è cieca ed ineluttabile: cambiano i regni, passano le genti, cambiano le lingue, ma la natura non vede, non si preoccuopa di nulla, mentre l’uomo si arroga il vanto dell’eternità, crede di essere il depositario della verità, della forza.
La Ginestra, a differenza delle azioni umane e di quelle distruttrici della natura, ha un moto lento. Essa è la Poesia che si sottrae al ritmo frenetico della vita per coglierne il senso. Certo anche la Ginestra, libera, profumata, pura, consolatoria come la Poesia, è destinata a perire perché sottoposta alla natura, ma morirà con dignità perché non si leverà insensata, presuntuosa verso le stelle, ostentando una forza che non ha; non supplicherà le stelle, la natura o gli dei per risparmiarla e nemmeno morirà nel deserto, nonostante sia un fiore solitario: sarà colta e spargerà il suo profumo tra l’umanità. Essa è il simbolo della nobiltà dell’uomo che non deve essere né ottuso a rincorrere le <<superbe fole>>, intese come religioni, né vantarsi di essere forte come non è e nemmeno essere vile e piangere e disperarsi, perché non serve a nulla: non gli viene risparmiato per questo il suo destino di morte. L’uomo deve accettare con dignità la verità sulla sua esistenza: può solo stringersi con gli altri simili per dare aiuto e lanciare la sfida alla natura, affidata alla Ginestra, ossia alla Poesia.
Questa è la nuova Poesia del vero, perché l’Io è immerso in una realtà scabra; Leopardi non si sente un Titano che sfida il mondo: la sua non è una fuga dal mondo, non è ribellione sociale, ma è raccoglimento interiore che gli consente di calarsi nella cultura del suo tempo e di farsi portavoce della realtà del dolore umano: ha un anelito all’azione. Egli dichiara che non morirà con la vergogna di essersi asservito ad una cultura vacua, sterile; mostra tutta la sua fierezza di volersi dissociare dagli altri intellettuali e l’intenzione di denunciare le storture del presente, anche a rischio di essere dimenticato, nella consapevolezza che anche il presente è destinato all’oblio.
La grandezza dell’uomo sta, per Leopardi, nel riconoscere ed accettare la verità: questo è ciò che insegna La Ginestra. L’uomo non può cambiare il suo destino di morte, ma può accettare questa verità, tenendosi unito agli altri esseri umani, lanciando la sua sfida contro la natura, unico e vero male. Il messaggio positivo che da qui emerge è la <<social catena>>, l’importanza dell’essere uniti tra gli uomini, evitando di farsi guerra, perché in questo modo si aggraverebbe la situazione, l’uomo si procurerebbe altro male. Solo la solidarietà è il conforto ed insieme il tentativo di ribellarsi contro la natura selvaggia. L’uomo nobile è chi, pur essendo nato in miseria o essendo malato, non si nasconde dietro false maschere, ma è chi ha un animo retto e rifiuta di mostrarsi come non è, mentendo a se stesso ed agli altri. (Rosa Maria Ciritella)


LA VITA. Giacomo Leopardi nacque dal conte Monaldo e da Adelaide dei marchesi Antici a Recanati, nell’allora Stato Pontificio, il 29 giugno 1798. Primo di cinque figli, crebbe in un ambiente chiuso e bigotto, in compagnia dei fratelli Carlo e Paolina; dotato di una notevole intelligenza, si formò una vastissima cultura, sotto la guida di suo padre e di istruttori privati: imparò Latino, Greco, Ebraico e si dedicò giovanissimo a lavori filologici ed eruditi. Dal 1815 si impegnò nello studio dei classici, Orazio, Dante, Virgilio ma anche dei moderni, Rousseau, Alfieri, Foscolo, Goethe. L’amicizia con Pietro Giordani, sin dal 1817, contribuì all’apertura culturale di questo periodo.
Nel 1819 attraversò un periodo di grave crisi: il suo fallito tentativo di fuggire dalla casa paterna ed il peggioramento della malattia agli occhi lo gettarono in un profondo sconforto. Nasce in questo anno L’Infinito e successivamente gli Idilli, le Canzoni e lo Zibaldone, un diario intellettuale nel quale c’è la summa di tutto il suo pensiero.
Nel 1822 riuscì finalmente a recarsi a Roma dallo zio Carlo Antici, ma subì una forte delusione rispetto all’idea che si era fatto della città e dei suoi ambienti culturali.
Nel 1823 tornò a Recanati e cominciò la composizione delle Operette Morali, abbandonando la poesia e dedicandosi alla prosa. 
Nel 1825 sottoscrisse un contratto con l’editore Stella di Milano, dove si trasferì, rasserenandosi molto e motivandosi ulteriormente a continuare nella sua incessante opera di scrittura.
Nel settembre del 1826 si trasferì a Bologna, sempre stipendiato da Stella; dal novembre 1826 all'aprile 1827 fu a Recanati; quindi passò di nuovo a Bologna. Nel giugno del 1827 fu a Firenze e nell’inverno 1827-28 a Pisa: qui cominciò una nuova stagione creativa, compone A Silvia e la serie dei Grandi Idilli.
Nel novembre del 1828  problemi di natura economica e di salute lo indussero a tornare a Recanati, dove trascorse, come scrisse, <<sedici mesi di notte orribile>>.
Nel maggio del 1830, grazie agli aiuti economici di Pietro Colletta e di altri collaboratori dell'Antologia di G. P. Viesseux, tornò a Firenze, dove entrò nel vivo del dibattito culturale e dove visse anche l’amore deluso per Fanny Targioni Tozzetti. Qui conobbe Antonio Ranieri, con il quale, dal dicembre 1830, decise di vivere insieme e di mettere in comune le proprie risorse - dal luglio 1831 riuscì a ottenere dalla famiglia un modesto assegno mensile. In questo periodo scrisse una serie di componimenti, il Ciclo di Aspasia.
Nel 1833 si trasferì insieme all’amico Antonio Ranieri a Napoli, allietato dalla sua amicizia: qui trovò un ambiente bigotto, dominato da tendenze idealistiche e spiritualistiche; la sua polemica con questo ambiente si espresse ne La Ginestra o il fiore del deserto, composta nel 1836, un anno prima della sua morte, avvenuta il 14 giugno 1837 a Napoli per <<idropisia>> (pericardite) e per una conseguente crisi asmatica, dopo essere scampato ad un’epidemia di colera. 

BIBLIOGRAFIA: 
Francesco de Sanctis, Leopardi (1885), a cura di Carlo Muscetta e Antonia Perna, Torino, Einaudi, 1960
Federico De Roberto, Giacomo Leopardi, Milano, Treves, 1898; prefazione di Nino Borsellino, Roma, Lucarini, 1987
Benedetto Croce, Leopardi, in Poesia e non poesia, Bari, Laterza, 1923
Sergio Solmi, Studi leopardiani (1967-74), Milano, Adelphi «Opere II», 1987
Walter Binni, La protesta di Leopardi, Firenze: Sansoni, 1973, 1982
Natalino Sapegno, Leopardi, in Storia della letteratura italiana, a cura di Emilio Cecchi e N. Sapegno, vol. L'Ottocento, Milano, Garzanti, 1988
Giorgio Ficara, Il punto di vista della natura. Saggio su Leopardi, Genova, Il melangolo, 1996
Franco Cassano, Oltre il nulla. Saggio su Giacomo Leopardi, Roma-Bari, Laterza, 2003
Gaspare Polizzi, Giacomo Leopardi: la concezione dell'umano tra utopia e disincanto, Mimesis, Milano-Udine, 2011
Giovanni Nencioni, Giacomo Leopardi lessicologo e lessicografo (1981), in Tra grammatica e retorica. Da Dante a Pirandello, Torino, Einaudi, 1983

venerdì 28 febbraio 2020

Il figlio di Gea a 110 anni dalla nascita: JACQUES-YVES COUSTEAU






Calypso-Nikkor
Oceanografo e regista francese, nato a Saint-André de Cubzac l'11 giugno 1910 e morto a Parigi nel 1997. Diplomato all'Ecole Navale nel 1930, ha intrapreso la carriera militare in Marina, conclusa poi nel 1957. Quando era  al comando della base navale di Shangai, vi sperimentò un primo equipaggiamento subacqueo: anni dopo, da civile, assieme ad Emile Gagnan, ideò e realizzò il primo tipo di equipaggiamento per lo scuba diving, l'Aqua-lung, il famoso erogatore monostadio Cousteau-Gagnan "Mistral" il quale aprirà le porte del mondo sommerso a migliaia di appassionati. Nel 1963, assieme a Jean de Wouters, Cousteau sviluppò una macchina fotografica subacquea chiamata "Calypso-Phot", che venne in seguito brevettata dalla Nikon diventando la "Calypso-Nikkor" e quindi la gloriosa "Nikonos".
Nikonos

Prima di lui l’oceano era solo una distesa immensa di acqua. Nulla si sapeva del mondo subacqueo e di come esplorarlo  

L'impresa del batiscafo Trieste che raggiunse la Fossa delle Marianne, nel Pacifico si deve a Jacques Piccard nel 1960 e sollevò clamore internazionale. Cousteau, già da ufficiale di marina, nel 1944 creò il gruppo di ricerche sottomarine della marina militare francese, e dopo un incidente stradale che ne precluse la carriera di pilota aereo della marina, si dedicò anima e corpo al Mare e agli Oceani, con la nave Calypso un ex-dragamine ceduto dal proprietario per una cifra irrisoria e simbolica; diresse campagne talassografiche nel Mar Rosso, lungo le coste occidentali dell'Atlantico e nel Mediterraneo. Come cineasta - lanciato dalle TV importanti ed emergenti - realizzò numerosi film sottomarini (Le monde du silence, 1956 che gli è valso l'Oscar nel 1957; Le monde sans soleil, 1964, Oscar 1965; Le voyage au bout du monde, 1976) e pubblicò opere sulle sue ricerche e campagne oceanografiche. Ebbe a dirigere anche il Museo oceanografico di Monaco (1957-87). Divenne Membro dell'Académie française (1989).




Il figlio Jean-Michel  Cousteau, oceanografo, anch'egli, è il figlio di cotanto genitore.  Al padre e alla sua missione ecologista ha dedicato nel 2011 il film biografico Jacques Cousteau : mio padre, il capitano con interviste a chi da lui è stato influenzato:  il regista James Cameron, lo statista russo Michail Sergeevič Gorbačëv, il fotografo Bob Talbot, e tanti altri grandi personaggi. Si pensi che  Tim Tabron lasciò la avviata tipografia per seguire come un apostolo il Capitano nelle sue missioni intorno al mondo. Tanti ragazzini hanno visionato i documentari di Cousteau con lo stesso interesse mostrato per le imprese astronautiche. Anche il nostro Cousteau italiano, il grande Folco Quilici fu abbagliato dal sorriso di questo minuto comandante francese con il copricapo rosso. Anche io sono stato irrimediabilmente influenzato dal basco rosso e da quel sorriso disarmante. Dalla passione marinara e dalla pesca con fiocina passò a diventare il primo ambientalista ante litteram anche su spinta, inizialmente contrastata,  del figlio Philippe, morto giovane nel 1979 in incidente di volo, durante le riprese di un documentario. La capacità di superare dolori, fallimenti e successi consentì al comandante di dire: 


“Non ho ancora finito il mio lavoro Dobbiamo salvare il pianeta”


Non voleva morire perché c'era ancora tanto da fare, diceva al nipote cardiologo. Ci voleva proteggere. La gente protegge ciò che ama e non possiamo amare ciò che non comprendiamo, diceva. Scienza e passione procedono alla luce della insaziabile curiosità dell'Uomo e nello spirito di dover difendere la biosfera minacciata. Inquinamento ambientale, sovrapesca, distruzioni, test nucleari divennero l'argomento preferito nella sua incessante lotta contro la stoltezza. Allora le alterazioni climatiche erano solo una ipotesi. A 110 anni dalla nascita ancora oggi ci risuona come un mantra 



“Non esiste vita senza acqua” 


Nel 2016 è stato girato da Jerome Salle un film biografico dal nome L'Odissea . Un bel film sulla grandezza e solitudine degli uomini che fanno mestieri più grandi dell'umano. 




Lo scomparso Folco Quilici, il Cousteau italiano. 

Un motivo di più per ricordare quanti hanno lavorato e lavorano nel Suo solco senza saperlo ma che lavorano ed operano per il futuro dei nostri figli e nipoti. (achille miglionico)


Si legga precedente articolo:




domenica 16 febbraio 2020

L’animale più longevo: l’incredibile squalo della Groenlandia ( Greenland shark )




Il parassita che rende quasi cieco lo squalo della Groenlandia: Ommatokoita elongata. E' un copepode parassita bianco-rosato lungo 30 mm, attaccato alle cornee dello squalo della Groenlandia e dello squalo dormiente del Pacifico.Altro parassita è un piccolo crostaceo giallo Aega arctica che pullula nelle pieghe ventrali. 
"Mi ammalo continuamente di Gea. Ho sostituito il mal d'Africa con il mal d'Islanda & paraggi." 


Avere 400 anni di vita non è da tutti: lo squalo della Groenlandia (Somniosus microcephalus) è il vertebrato più longevo del pianeta. Uno studio pubblicato nel 2016 di Julius Nielsen e Coll. su Science e condotto su 28 esemplari femmine ha stabilito che i pesci delle fredde acque del Nord Atlantico, raggiungono i 5 m di lunghezza, crescono appena 1 cm all'anno e raggiungono la maturità sessuale soltanto a 150 anni di età; l'esemplare più grande, sempre femmina, si è calcolato avesse 392 più o meno 120 anni. Insomma potrebbe essere nato tra il 1508 e il 1748. Proprio la lenta crescita sarebbe uno dei fattori del loro successo evoluzionistico: l'esemplare più longevo di quelli studiati - la maggior parte dei quali finita per sbaglio in reti da pesca - era nato magari nel 1600 ed ha nuotato sotto le carene di alcuni esploratori del tempo. Le analisi sono state effettuate datando al radiocarbonio il cristallino degli animali, formato da proteine che non si rinnovano, e che conservava traccia di eventi radioattivi come i test nucleari degli anni '60. Il precedente vertebrato più longevo sino ad ora era la balena artica.

Nielsen J., Hedeholm R.B. et Al., Eye Lens Radiocarbon reveals centuries of longevity in the Greenland shark (Somniosus microcephalus, Science, 12 Agosto 2016, cool. 353, 6300, pp. 702-704. 



Lo squalo della Groenlandia (Somniosus microcephalus) - Eqalussaq per gli Inuit che lo pescano per olio del fegato ecc. - ha quindi una lunghezza da tre a cinque metri, pesa circa seicento chili, ha il muso corto e tondeggiante, corpo sigariforme, pinne relativamente piccole. Partorisce progenie viva. Le acque fredde sono congeniali, quindi le acque del Nord anche superficiali oppure le acque profonde. Ne sono stati avvistati tra mille e duemila metri di profondità. La vista è scarsa ma l'olfatto e finissimo.  
Anche il lemargo (Somniosus pacificus) del Pacifico è uno squalo della famiglia dei Somniosidae. Dato che vive in acque profonde, dove le temperature sono molto basse, l'olio all'interno del suo fegato non contiene squalene, poiché esso potrebbe solidificarsi dando origine a una densa massa non galleggiante. Al posto dello squalene vi si trovano vari composti a bassa densità, come diacilgliceroli (DAG) e triacilgliceroli (TAG, cioè i nostri trigliceridi), i quali mantengono la loro fluidità anche a temperature bassissime. Inoltre, il lemargo (così come il nostro e molti altri squali di acque profonde) non immagazzina molta urea nella pelle, ma elevate concentrazioni di ossido di trimetilammina (un prodotto di scarto azotato, una neurotossina). Questo aiuta il lemargo a stabilizzare le proteine che compongono i muscoli atti al nuoto e gli ormoni digestivi e riproduttivi contro le elevate pressioni e il freddo intenso delle profondità marine. La presenza di neurotossina rende le carni pericolose e disgustose se non trattate (puzzano di urina) e provoca la sbronza da squalo con allucinazioni, atassia, eloquio incomprensibile, comportamenti bizzarri. Gli islandesi utilizzano lo squalo (hakarl) dopo averlo trattato con bolliture seriate (gettando e rinnovando acqua), essiccazione e persino sotterrandolo per far fermentare le carni. Durante la Prima Guerra Mondiale gli islandesi ne fecero uso per la fame, nella Seconda Guerra invece l'isola divenne base intermedia degli Alleati per l'Europa nella morsa nazista e non si soffrì la fame. 
Noto agli Inuit, l'animale è noto anche ai Lapponi (Sami) del mare (che non sembra lo abbiano mai pescato) ed un promontorio del Finnmark si chiama "dello squalo di Groenlandia (Akkolagnjarga).


LO SQUALO DI GROENLANDIA NELLA LETTERATURA: 

Morten Strøksnes



Nel 2015 esce un libro particolare saggio e romanzo: "Il Libro del Mare o come andare a pesca di uno squalo gigante con un piccolo gommone in un vasto mare" (in originale Havboka, Shark) a firma di Morten Strøksnes 

Nato a Kirkenes in Norvegia nel 1965, è scrittore, storico, giornalista e fotografo. Dopo gli studi a Oslo e a Cambridge ha intrapreso la carriera giornalistica. Ha scritto reportage, saggi, ritratti, recensioni per i principali giornali norvegesi. Morten Strøksnes ha pubblicato quattro libri acclamati dalla critica di reportage letterario e di saggistica narrativa, tra cui Un omicidio in Congo. Il suo lavoro Il libro del mare è stato un caso editoriale per il successo  alla Fiera di Francoforte 2015 ed è in corso di pubblicazione in più di 20 paesi.






"Nelle profondità del mare intorno alle isole Lofoten vive il grande squalo della Groenlandia, un predatore ancestrale nonché il vertebrato più longevo del pianeta, tanto che oggi potremmo imbatterci in un esemplare nato prima che Copernico scoprisse che era la terra a girare intorno al sole. Il libro del mare è la storia vera di due amici, Morten Strøksnes e un eccentrico artista-pescatore, Hugo, che con un piccolo gommone e quattrocento metri di lenza partono alla caccia di questo temuto abitante dei fiordi. Un’avventura sulla scia di Melville e Jules Verne che diventa un caleidoscopico compendio di scienze, storia e poesia dell’universo marino: dalle antiche leggende dei marinai alla vita naturale degli abissi, dalla biologia alla geologia e alle grandi esplorazioni oceaniche, dal Leviatano e i mostri acquatici ritratti da Olao Magno nel ’500 alle specie incredibilmente reali di meduse a trecento stomaci, draghi di mare e calamari «lampeggianti». Un viaggio attraverso il Paleocene e gli odierni allarmi ecologici, che spazia dal Libro di Giona al "Maelström" di Edgar Allan Poe, raccontandoci un mondo che ci rimane in gran parte oscuro e che con i suoi misteri custodisce l’origine della vita. Ma Il libro del mare è anche una riflessione sulla storia naturale dell’uomo, che è arrivato a mappare l’intero globo e a navigare tra le stelle, eppure sembra conservare un’ossessione per il mito del mostro, forse per un atavico istinto predatorio, o per la paura dell’ignoto che ancora oggi il mare ci risveglia." 

Un libro scritto da marinai del Nord che imparano a navigare e pescare sin dalla tenera età, come spesso è accaduto anche nel Mar Mediterraneo. Un pescatore di Trani di sessanta anni mi ha raccontato che all'età di nove anni era sulla barchetta a pescare - da solo - quando il mare montò sotto un grecale-levante poderoso e rientrò remando per diverse ore, stremato. Un bambino. Dal porto nessuno si mosse fuori. Riuscì ad approdare (come?) e quando il padre burbero e violento lo vide, lo rimproverò: "Solo ora ti ritiri?", si limitò a dire. Naturalmente non tutti i genitori sono così nefasti ma in tutti i racconti, belli e buoni,  la conclusione la trae solo il mare, padrone di tante vite. E così apprendiamo di quel vasto gorgo causato da scontro di correnti e maree che è il Maelstrom. IL Moskstraumen  è il più famoso dei maelstrom, quello reso famoso da Poe e Verne. Il Saltstraumen è nei pressi di Bodo, Norland. Lo Storsjott di Vestfjorden è simile, legato alle maree sigiziali. Il Vestfjorden di cui si parla nel libro sarebbe il west fjord, tra l'arcipelago delle Lofoten ed il distretto di Salten. Un tributo di tante barche, tanti orfani e vedove, scrive l'A. Ma anche paesaggi solenni dove non riusciamo ancora a turbare
la natura neanche con rumorosi potenti fuoribordo che sembrano ronzii nel solcare le acque. Lì il mare sembra anche tranquillo per l'aspetto oleoso in quanto "l'acqua si muove densa e pigra, come gelatina galleggiante", "come un bianco metallo liquido". Ma ecco profilarsi all'orizzonte una linea arcuata, magari una onda anomala, magari è lo     Storsjott che creerà scontri tra correnti e valanghe di massa acquosa.  Ci vuole esperienza di anni e fortuna perché, come dice Hugo "le barche sembrano amabili, capaci, solerti, belle - oppure difficili, attaccabrighe, sì, addirittura sleali". Come dice il mio amico Sergio: "al mare si da del Lei...". (achille miglionico)





"La notte dormo con la finestra aperta. C'è solo una brezza leggera nell'aria e il tenue sciabordio del mare contro gli scogli filtra attraverso la membrana del sonno. Sul lato esterno delle Vesteralen hanno una parola tutta loro per indicare il suono del mare che arriva dalla finestra della camera da letto in una mite notte d'estate, lambendo dolcemente la battigia: sjybardurn. " (pag 83)

domenica 19 gennaio 2020

Mattarella al Teatro Regio. Parma, capitale italiana della Cultura per il 2020





 "La cultura definisce il segno distintivo di ogni comunità ed è tutt'altro che una condizione statica e inerte, perché si nutre di creatività e confronto ed è più ricca quando si apre alla conoscenza e al rispetto delle differenze", ha aggiunto Mattarella. E poi: "Parma sarà vetrina dell'Italia e questo impegno la porterà a sentirsi sempre più città europea". (redazione)



lunedì 14 ottobre 2019

#BARCOLANA 2019. IL SUCCESSO DELLA REGATA PIU' GRANDE DEL MONDO



Oggi barche e barche in acqua

 2015 le barche partecipanti alla 51/a edizione di Barcolana, Barcolana 51: vince "Way of life"


TRIESTE. 13 Ottobre 2019. La barca 'Way of Life' di Gasper Vincenc ha vinto la Barcolana 50+1 su un percorso ridotto alla seconda boa per via della quasi totale mancanza di vento. L'imbarcazione di quasi 27 metri è la “Reloaded Edition” di Maxi Iena e il suo armatore è lo sloveno Gašper Vincec, olimpionico di Finn (Atene 2004 e Pechino 2008). La regata più attesa e amata del mondo ha visto in gara  ben 2015 barche ed ha avuto inizio in perfetto orario intorno alle 10.30 a Trieste, dopo il tradizionale colpo di cannone. Le condizioni meteo erano di bonaccia, situazione rimasta sostanzialmente invariata.  Erano  quattro le barche favorite per la vittoria: 'Cqs Tempus Fugit by Portopiccolo', 'Arca sgr Wild Thing', 'Golfo di Trieste'. Gli eventi " a terra" organizzati intorno all'evento sono tanti : dal 3 al 20 Ottobre il Festival letterario Barcolana, Un mare di racconti dal 2 al 6 ottobre, palazzo San Giusto; la mostra Scart, la Barcolana Chef  un percorso enogastronomico e tante frequentazioni "colte" possibili. La libreria Saba che il poeta triestino  Umberto Saba gestì sino al 1919 è meta obbligata; il museo dedicato a Italo Svevo ed al suo amico James Joyce che a Trieste visse per anni scrivendo opere di rilievo internazionale. Per non parlare dei caffè storici.
La prima edizione della Barcolana risale al 1969. Alla 50^ edizione l'orologio del Castello di Miramare restaurato ad hoc ripartì dopo anni, proprio all’inizio della regata
record: la più grande regata del mondo fu certificata nel 2019 dal Guinnes dei primati con 2689 barche. Una folla di vele come si vede nelle foto. Ma il successo è anche economico per la Città: nel 2018 il guadagno è stato di 71,5 milioni di euro a fronte di 340mila euro di investimento (dati della Università Bocconi di MI). Un motivo in più per continuare a ben organizzare negli anni a venire. Il fascino di vele al vento che si unisce all'utile.

Il passato, il presente ed il futura della vela.


Tra l'altro la regata rimane un classico di vela dinanzi alle novità per esempio della COPPA AMERICA che con gli avveniristici AC75 si avvia a divenire una gara ove le barche con foil e flap più che navigare volano all'interfaccia acqua-aria.  Il foil, dicono, è il futuro di tutta la vela: probabilmente è vero, anche per i materiali di altissima tecnologia ora a disposizione dei progettisti.  Il foil non è proprio una novità in quanto è stato inventato negli anni ’60 prima di essere abbandonato. La ragione principale per cui ora il concetto è stato recuperato sta nelle possibilità che i nuovi materiali come il carbonio danno agli ingegneri che ora sono in grado di produrre appendici leggerissime e resistenti, con una serie di pinne dalle dimensioni studiate per ogni tipo di scafo e di vento. Un concetto molto semplice: l’imbarcazione si appoggia alle pinne orizzontali del foil (che disegnano una sorta di T al contrario) appena sotto il pelo dell’acqua e la barca per effetto del vento si alza e va più veloce perché la minore superficie di contatto provoca minore attrito. Ora una barca che non tocca l'acqua con la chiglia rimane una barca o è qualcos'altro? Chissà. Ma questo è altro di fantascientifico su cui tornare. (achille miglionico)

Il futuro?


martedì 20 agosto 2019

IL DOCUMENTARISTA JAMES JONES A CORATO


On the President's Orders is an unflinching exploration of President Duterte's brutal ‘drug war’ and its devastating impact on thousands of mostly poor Filipinos.”

-Carlos Conde, Researcher, Asia Division, Human Rights Watch


Domenica 18 agosto us Corato Open Space If in Apulia hanno ospitato il regista James Jones, documentarista noto alle scene internazionali e vincitore di due Emmy Awards e vari premi in tutto il mondo, il quale ha presentato in anteprima nazionale il suo ultimo lavoro "On the president's orders", reportage del massacro di pusher e spacciatori nelle Filippine.
Il regista e produttore inglese è autore di documentari distribuiti a livello internazionale e collabora con BBC, Channel 4 e PBS Frontline. Nei suoi lavori affronta tematiche di bruciante attualità, anche attraverso investigazioni sotto copertura, unendo un forte taglio giornalistico a uno stile filmico, con grande attenzione alla fotografia. Cifra evidente soprattutto nel documentario presentato.
"On the president's orders" (2019) indaga sulla campagna mossa dal presidente filippino Duterte contro spacciatori e consumatori di droga, ideologicamente equiparati. La propaganda messa in atto giustifica tacitamente il pugno duro delle forze di polizia, che spesso giunge all’omicidio di pusher e consumatori, senza alcun processo. La situazione nel paese è, quindi, sconvolta dalle continue sparatorie e da un clima torbido di illazioni, che ha portato alla creazione di una watch list di sospettati consumatori, marcati stretto dalle forze armate. Tale documentario è il primo a offrire la testimonianza di entrambe le parti coinvolte. Dapprima, si seguono da vicino gli addestramenti e le azioni della polizia del distretto di Caloocan a Manila, per poi spostarsi nella baraccopoli, dove si concentrano le vittime esclusive della “guerra”, queste le parole di Duterte, alla droga. 
L’evento, tenutosi a Corato presso il “Centro aperto diamoci una mano”, ha raccolto una folta e attenta partecipazione di pubblico, che ha seguito con interesse il film e la conversazione finale col regista, presentata da Federica Buonsante, dottore di ricerca in “Belle Arti” a Shanghai. 
Si è realizzata così una serata di cultura e di interrogazione sull’attualità di respiro internazionale, offerta gratuitamente al pubblico, grazie all’impegno dei volontari del Corato Open Space, che hanno tradotto e sottotitolato l’intero film. 
La stagione di eventi culturali del Corato Open Space entrerà, quindi, nel vivo a partire da metà settembre e proporrà presentazioni di libri, proiezioni di film, laboratori culturali, corsi di lingua straniera, workshops, spettacoli teatrali e musicali. Pertanto, si consiglia di consultare la pagina Facebook “Corato Open Space” e l'account Instagram @corato_open_space. (claudio leone)

#iorestoincasa #coronavirus ITALIA IN ROSSO aggiornamento

ZONA ROSSA ESTESA A TUTTA L'ITALIA E' l'appello di tanti ma va ripetuto ai sordastri. Ora bisogn...