sabato 27 novembre 2021

Strappare lungo i bordi … è impossibile

 Strappare lungo i bordi … è impossibile

Recensione della serie tv Netflix "Strappare lungo i bordi" animata e diretta dal fumettista Zerocalcare.

(Spoiler alert: il presente articolo contiene anticipazioni sulla trama)

Strappare lungo i bordi è la serie animata scritta e diretta dal fumettista Zerocalcare sbarcata su Netflix il 17 novembre. ”Strappare lungo i bordi” è la metafora che pervade tutta la narrazione, tutta la vita di Zero (protagonista della serie e alter ego dell’autore) e dei suoi amici e che poi si scopre essere l’ansia comune a tutta una generazione. “Strappare lungo i bordi” è ciò che è stato insegnato a ogni Millennial, solo per scoprire che strappare lungo i bordi è impossibile.

Ma cosa significa strappare lungo i bordi? È la promessa che è stata fatta a ogni Millennial, è quello che Zero pensa da sempre, è seguire tutti i passi “giusti” nella vita, come una linea tratteggiata appunto, per arrivare ad avere un lavoro, una casa, una famiglia: una promessa di felicità irrealizzabile. I Millennials sono l’ultima generazione nata ed educata in un contesto prettamente novecentesco esattamente quando il Novecento è finito. La precarietà del lavoro, l’instabilità delle relazioni, il mondo che è cambiato più e più volte hanno reso impossibile seguire la strada indicata, quella “giusta”. La perenne incertezza lavorativa e sentimentale diviene precarietà esistenziale proprio in virtù di quella premessa/promessa pedagogica inconsciamente e gentilmente inoculata in Zero come in tutta la sua generazione; una generazione partita con una dotazione “sbagliata” già in partenza. Si pensi ancora alla metafora, che è sviluppata a più riprese lungo la serie. È una metafora cartacea: niente di più “antico”. È sintomo di una vita che è nata con la carta (e non facciamo riferimento solo all’immediata connessione autobiografica con il lavoro di fumettista di Zerocalcare), tanto da dipingere, nell’ultima puntata, ogni vita come un pezzo di carta, che da lontano appare perfetto, cioè tagliato “lungo i bordi”, ma che poi, visto da vicino, è colmo di tutte le incertezze e le fragilità.



L’ansia di strappare lungo i bordi è talmente alta e operante nella vita di Zero che, per un periodo della sua vita, ha pensato bene di non fare nulla, coltivando l’illusione di non arrecare danni, di lasciare intonso il pezzo di carta. Solo per scoprire, però, che se il pezzo di carta resta in mano si accartoccia, si guasta, si riempie di sudore e si sgualcisce ugualmente. È così che poi Zero si accorge che, dopo dieci anni di pia illusione, la ragazzina che lui seguiva per le ripetizioni private è ormai laureata e lavora, mentre lui non ha realizzato nulla nel frattempo, così la frustrazione di sentirsi inutile e incapace si mischia col sentirsi vecchio, altro male di questa generazione.

Insomma, un campione vero della strategia evitante o, come meglio riassunto dall’Armadillo che è la sua coscienza, una “cintura nera a scansare la vita”.

In questa ipermoderna Coscienza di Zero, l’evitamento va sempre a braccetto col dialogo interiore, reso attraverso questo continuo confronto tra Zero e il suo Armadillo, cioè la sua coscienza: cinica, svalutante, oppressiva. Anche se la resa dialogica e la brillantezza delle battute lo rende un personaggio divertente e spassoso («io ti raggiungo col coso... col cazzo») il contenuto verbale è pesante e lo inchioda spesso, come quando, nel bagno di un treno, armato di penna e taccuino, gli chiede se perlomeno è consapevole del perché stia pensando solo al freddo creato nello scompartimento dall’aria condizionata troppo alta: “per non pensare” ammette infine Zero, mentre l’Armadillo annota e sentenzia “Il soggetto è cosciente”, per poi sparire, sigillando la condanna col silenzio e l’assenza.



Zero è quindi un personaggio bloccato, soffocato dalle ansie, dai mille ragionamenti che non portano mai all’azione tanto che deve essere rassicurato due volte, in due momenti molto lontani tra loro, da un’immagine dall’effetto distensivo propostagli dall’amica Sarah: siamo come fili d’erba, il mondo non gira intorno a te. I personaggi con cui Zero interagisce di più propongono infatti modelli di vita possibili. La visione distensiva di Sarah, che abbraccia la molteplicità e la complessità della vita e degli esseri umani, proponendo di vivere in questa inconoscibilità del tutto e delle ragioni profonde, certa della parzialità di ogni punto di vista, di ogni conoscenza, e di una gaddiana inconoscibilità delle relazioni di causa-effetto. È una visione che non propone però di arrendersi di fronte a questa consapevolezza ma di vivere con questa consapevolezza, che può solo donare leggerezza; dall’altra parte c’è la visione menefreghista di Secco, che si guadagna da vivere giocando a poker online, non fa piani per il futuro, mostra totale disinteresse alle pressioni altrui e vive ai limiti dell’apatia proponendo ogni due per tre di andare a prendere il gelato. Infine c’è Alice, che vive tutta la sua vita coltivando un sogno: diventare insegnante. Vive preparandosi a quel sogno, impartisce ripetizioni private non per guadagnare qualcosina (come farà Zero emulandola) ma credendo fermamente nel valore pedagogico della sua azione. Un sogno che è però infranto dalla precarietà del mondo del lavoro, tanto da essere costretta prima a lasciare Roma per tornare a casa dei genitori a Biella, obbligata dunque- per l’impossibilità economica di autosostenersi- a vivere una frustrante regressione nel nido familiare e poi ad accettare lavoretti part time in cui “porta i caffè a gente che non sa nemmeno il suo nome”. Privata della sua realizzazione personale ed economica nel lavoro e nelle relazioni amorose, Alice non può che spegnersi pian piano fino a giungere all’estrema decisione: suicidarsi. Si conclude proprio così la serie, con i tre amici che raggiungono Biella per assistere alla celebrazione del funerale di Alice, che si svolge in una palestra di pugilato, lo sport che l’aveva sostenuta in quei tempi bui e che, come diceva a fronte della scarsa convinzione del padre per la scelta di uno sport violento, “la vita ti dà comunque cazzotti in faccia, tanto vale imparare a incassarli e a darli indietro”, mostrando così- come sottolineato dal discorso funebre dei suoi genitori- la rinuncia ad autoidentificarsi solo e soltanto come vittima.



Le figure genitoriali (quelle di Zero e quelle di Alice) aleggiano sulla vita del protagonista come modelli di vita impossibili, anche se mai rifiutate del tutto: sono pur sempre i fautori dello “strappare lungo i bordi” e perciò sono viste come fonte di “accollo” (il sostantivo romanesco che indica fastidiosa pesantezza: una persona che si accolla è una persona che reclama sempre la tua presenza e responsabilità ed è quindi vissuta come un peso e un fastidio), ma sempre presenti per le emergenze, perché -quasi meravigliosamente- capaci di sbrigare le cose della vita, di gestirla. La madre di Zero, caricaturalmente associata al dittatore jugoslavo Tito, è infatti capace di cambiare la ruota della macchina, di tenere ordinata e pulita la sua casa che, come sostiene la matriarca, è il biglietto da visita (nonché cartina al tornasole, ci vien da dire) della gestione della propria vita. Zero, infatti, racconta di come sia per lui impossibile mantenere il controllo sulla sua casa, trasfigurata come in Game of Thrones, in una costellazione di regni in lotta tra di loro per giungere al dominio dell’ambìto “Divano di spade”, il vero fulcro della casa e della vita di Zero. Il divano, vera ossessione generazionale, in cui si svolge la maggior parte della vita domestica, perché qui si può fare di tutto: mangiare, dormire, pensare, parlare, “appoggiare” oggetti e lavorare. Gli oggetti che riempiono lo casa creando disordine, nella filosofia domestica di Zero, trovano il loro naturale posto sul divano quando non appartengono a nessuna categoria definita: ma buttarli è impossibile dice, il Corona virus ci ha insegnato che tutto può servire (battuta umoristica che sottolinea come la pandemia abbia aggiunto un’ulteriore incertezza  nel sistema di vita). Per tenere pulito, infine ammette, bisogna combattere giorno per giorno e il compito è impossibile (risulta possibile solo ai genitori) perché sarebbe un “accollo”. La paura dell’accollo è una costante che è poi la paura delle responsabilità (esito di un non sentirsi capaci o all’altezza), è la paura di vivere la vita con volontà e pienezza, per rifugiarsi in una piatta ma sicura zona grigia della vita, un placido vivere a metà che ben si comprende attraverso la relazione tra Zero e Alice. Solo al termine della serie, quando Alice non c’è più, Zero scopre dai suoi amici che lei ha mostrato a più riprese interesse nei suoi confronti ma Zero, troppo impegnato a evitare accolli e a schivare la vita, non l’ha mai notato; in particolare, non le ha risposto a un messaggio che, come scoprirà da Secco che ha raccolto poi lo sfogo di Alice, è una richiesta di attenzione dopo la fine di una relazione: l'ennesima relazione tossica in cui si era imbattuta e che era perfino degenerata nella violenza fisica. Il protagonista entra dunque nel suo solito imbuto di autoaccuse e sensi di colpa (anche e soprattutto perché si sente responsabile della vita di Alice) ma è interrotto dall’immagine salvifica proposta da Sarah, che assume qui anche la sfumatura dell’autodeterminazione e del libero arbitrio di ogni individuo. Quel libero arbitrio che, nella prima puntata, è vissuto da Zero come una condanna, per esempio quando deve scegliere una serie su Netflix ma, imbottigliato nel paradosso della scelta e nella sistematica posposizione di film belli in un futuro ipotetico in cui le cose andranno meglio (“quanno me pija bene”), finisce a sfogliare il catalogo fino a notte fonda e non guardare nulla. Una scena che è banale se letta nel semplice rispecchiamento in questa abbondanza capitalistica, divertente per l’autoironica allusione marchettara alla piattaforma che ospita il suo lavoro, potente se letta come metafora contemporanea del blocco individuale di fronte alle varie possibilità della vita, esaminate, selezionate, procrastinate ma alla fine mai colte, per rimanere in un eterno limbo.



La serie si conclude con la morte che è la morte non solo di Alice ma anche di un ciclo di vita di Zero, che, nelle puntate precedenti, sembra aver compreso ed espiato i suoi mali anche grazie alla visione di Sarah: la lagna social, lo schivare la vita, il non cogliere i messaggi di interesse amoroso, la sua condizione di uomo privilegiato che però si lamenta sistematicamente, l'egocentrismo e così via. I tre dunque rimangono soli, sembra che sia qui tutto quello che è rimasto e da cui ripartire. Tuttavia, si ha l’impressione che non sia un morte da cui risorgere una volta per tutte, non sembra giunta, insieme alle varie consapevolezze, una palingenesi individuale e collettiva (Zero conosceva l’immagine dei fili d’erba già dalle scuole medie), ma una morte simbolica e passeggera, nell’eterno ciclo di morti e resurrezioni blande a cui è costretto ogni sistema di vita e di pensiero dei membri di questa generazione.

A fronte di questo, forse si capisce, perché a volte è meglio di niente andare a prendersi un gelato.

 

Claudio Leone


domenica 14 novembre 2021

Verdone l'ha fatto strano: recensione della serie tv "Vita da Carlo"

Verdone l'ha fatto strano: recensione della serie tv "Vita da Carlo"

“Vita da Carlo”, la serie TV con protagonista Carlo Verdone, sbarca su Amazon Prime Video il 5 novembre, dopo mesi di attesa.




Dopo il film "Si vive una volta sola" (2021), trasmesso sulla piattaforma streaming per via dei continui rinvii dell'esordio cinematografico a causa della pandemia, questa volta l'attore romano esordisce con la sua prima serie TV. "Si vive una volta sola" non ha goduto del favore del pubblico e della critica: finale scontato, battute fuori tempo massimo e una certa staticità non hanno reso giustizia a uno dei re della comicità italiana.

Di tutt'altra pasta, però, è "Vita da Carlo", serie TV in dieci puntate, in cui si dipanano le vicende di Carlo in un frangente di quella che dovrebbe essere la sua vita privata.

Naturalmente tutto è frutto di copione e ricorda un esperimento televisivo di Fabio Volo, Untraditional (2016), anche qui una sorta di ripresa dal vivo della vita del protagonista che interpreta se stesso, un “mockumentary”




Carlo vive nella sua casa di Roma, insieme a una bisbetica domestica, sua figlia e il suo fidanzato accampatosi in casa. Tutto comincia così: l’attore romano, spesso in giro col suo amico Max Tortora, al termine da una delle sue frequenti visite in farmacia (allusione alla nota conoscenza medico-farmacologica dell’attore che gli è valsa una laurea honoris causa in Medicina), commenta pubblicamente, con un discorso accorato, la caduta di un motociclista in una delle ormai famose buche di Roma. Parla, auspica una Roma amministrata da qualcuno che sia romano e che ami Roma per davvero: tutto è ripreso dai cellulari e subito diventa virale, attirando le attenzioni del presidente della regione che gli propone la candidatura a sindaco di Roma. La serie quindi affronta le vicende di questa difficile decisione: diventare o no sindaco della sua Roma, mentre, sullo sfondo si presentano delle sottotrame: bisogna affrontare progetti cinematografici (da un lato un ambito film d’autore che lo celebri come regista drammatico e raffinato, dall’altro un remake caciarone dei suoi cult propostogli dal suo produttore) e poi le strane conoscenze propostegli da Max Tortora e sua moglie per trovargli una compagna, l’accasamento abusivo di Chicco, il fidanzato di sua figlia, le perfidie della domestica e la dolce conoscenza della farmacista (Anita Caprioli).




Verdone appare qui lucidissimo, ben consapevole della sua immagine, nel bene e male. La vicenda ha sia connotazione "autoriflessiva" che "politica". Appare ben consapevole che, a sessant'anni, la gente lo ama ancora per i personaggi, che lo resero famoso con i primi sketch di “Non stop” (1977) e coi primi due film “Un sacco bello” (1980) e “Bianco, rosso e Verdone” (1981), tanto che, nella serie, il suo produttore, un romano avido, grasso e ignorante, gli propone con insistenza un remake di tutte le sue scene leggendarie, un "Viaggi di nozze" trent'anni dopo in cui l'iconica frase "O famo strano" è trasformata in "O famo anziano". L’attore romano è senza dubbio uno dei continuatori della grande commedia all’italiana che, dietro al riso, castigava i costumi: Verdone l’ha sempre fatto (senza che i più se ne accorgessero) e qui, seppur in modo blando, continua a farlo, raccontando l’avidità, i sotterfugi politici e la superficialità. Da questo quadro, però, sembrano salvarsi i giovani. Sua figlia è una ricercatrice universitaria (che decide di andare all’estero), suo figlio un giovane avvocato (due Millenials tra lavoro e precariato), ma a colpire sono gli universitari (la generazione Z), da lui incontrati in “campagna elettorale”: informati, scettici e con giudizi personali. Tra l’altro uno di questi sostiene di non vedere i suoi film perché guarda altro, un’allusione forse, all’aver relegato Verdone sempre a una commedia di grasse risate, senza contare esperimenti di commedie corali e con un certo dramma di fondo come “Compagni di scuola” o le raffinate commedie “Maledetto il giorno che t'ho incontrato” (1992)  e “Sono pazzo di Iris Blond” (1996).




In conclusione, “Vita da Carlo” merita di essere vista: è una serie godibile, con un buon ritmo in cui si sorride spesso. È, in fin dei conti, la via espressiva che meglio sembra aderire a Verdone in questo momento, che gli ha permesso di disincagliarsi da alcuni colpi a vuoto dei film precedenti, permettendogli ora e finalmente una narrazione più intima, metafilmica, intelligente e divertente, tra l’europeo e il romano, con il modo più intelligente per citare la grande struttura citazionistica che ha creato nei suoi anni di carriera e con una linfa vitale che potrebbe dar vita anche a nuove stagioni.


Claudio Leone


giovedì 21 ottobre 2021

A Corato i morti ballano sui muri. Intervista all'artista Clelia Catalano #streetart #art #arte #murales #cleliacatalano #versosud #festival #corato

A Corato i morti ballano sui muri. Intervista all'artista Clelia Catalano


Nella cittadina pugliese il festival Verso Sud ha organizzato "Street Art & Santità" che ha chiamato a raccolta diversi artisti che hanno creato dei murales nel centro storico. 

Abbiamo intervistato una di loro, la siciliana Clelia Catalano, che per la sua arte si ispira al motivo della danza macabra.


1. Particolare del murales di Clelia Catalano. Corato, Chiostra d'Onofrio.

D: Ciao Clelia, parlaci un po' del tuo percorso artistico e di come ti è capitato di collaborare col festival Verso Sud.

R: « Ho studiato a Firenze come illustratrice, presso la scuola internazionale di comics. Durante la permanenza nel capoluogo toscano ho iniziato a dipingere. I miei soggetti, che sembrano essere sospesi fra sogno e realtà, hanno catturano l’attenzione del regista Romeo Conte, che mi ha invitato ad esporre le mie opere durante il film festival del Salento. Nel 2017 sono stata costumista per  La compagnia dei giovani del teatro Vascello” di Roma e poi, dal 2019 al 2020, ho collaborato con l’artista Ra Di Martino  sempre come costumista per il video arte “AFTERALL” a cura di Lorenzo Benedetti e per il video arte AAAA!” a cura del Macro - Museo di Roma.  Nel 2019 mi sono avvicina alla video arte animata e ho creato il video clip musicale Mammut” del cantautore romano Gimbo, mentre nel 2021 ho realizzato il video clip musicale di Roots in Heaven.
Quanto alla collaborazione con Verso Sud, sono stata contattata direttamente da uno dei direttori artistici, che aveva notato i miei lavori».

D: Cosa rappresenta il murales che hai deciso di creare a Corato, in Chiostra d'Onofrio e come mai questo interesse per il motivo della danza macabra? Hai altre influenze artistiche?

R: «Il murales che ho dipinto a Corato rappresenta uno scheletro con le ali e l’aureola, fa parte della mia ultima serie pittorica “Morte in vita” che ho iniziato a sviluppare durante il secondo lockdown e viene dopo la mia serie pittorica “LockMouth”, che invece ho dipinto durante il primo lockdown.
L’idea era quella di comporre una trilogia di appunto tre serie pittoriche: nella terza, infatti, andrò a interpretare una “danza macabra” tra umani e scheletri appunto intesi come simbolo della morte.
In “Lockmouth” i protagonisti delle mie illustrazioni -digitali- avevano la bocca scarnificata, come se fosse stata la mascherina a provocarla.
In “Morte in vita” invece i protagonisti sono scheletri, intesi come morte ma anche come rinascita.
Era comune nel Medioevo dipingere la danza macabra sulle pareti dei palazzi, essendoci molte epidemie di peste: i dipinti ricordavano alla gente che la morte sarebbe arrivata per tutti, e per tutte le classi sociali senza differenza alcuna. I dipinti esorcizzavano la figura della morte, sdrammatizzandola.
Durante i mesi in casa mi è venuto spontanea la realizzazione di questi soggetti che poi ho associato al periodo storico che stiamo attraversando.
Per quanto riguarda le altre influenze artistiche non saprei. Ogni giorno è diverso. Ogni cosa che guardo o che leggo mi da sicuramente degli input che nel corso del tempo interiorizzo e poi inconsciamente butto fuori in qualche modo.
Devo dire che il cinema mi ha sempre dato grande ispirazione, in particolare modo i primi film di Tim Burton».

2. Murales di Clelia Catalano. Corato, Chiostra d'Onofrio.



D: Cosa rappresenta per te l'arte pubblica e in che modo si può propagare ancora di più nei paesi?

R: «L’arte pubblica -se ben organizzata- è molto importante per le città. Purché esprima l’essenza del posto e racconti una storia. Secondo me ogni città dovrebbe avere un quartiere in cui la Street Art sia molto presente: soprattutto se fatta in quartieri abbandonati, sarebbe un ottimo modo per riqualificarli e abbellirli. Tra l’altro mi è già capitato, nel 2014, di creare un murales ad Atene nel quartiere di Psyrri, che è totalmente dedicato alla Street Art».

L'artista Clelia Catalano


D: Quali sono le prossime tappe della tua carriera e cosa ti auguri per il futuro?

R: «In questo momento sto finendo di realizzare un video musicale per Roots in Heaven, in cui animo dei miei disegni. E a breve realizzerò un cortometraggio animato in collaborazione con il regista Stefano Lorenzi, intitolato “Spring Walts” che parla di una storia d’amore tra due persone durante la costruzione del muro di Berlino.
Il mio sogno è quello di realizzare cortometraggi e lungometraggi d’animazione che raccontano le storie che ho in testa e partecipare a festival importanti con la speranza di vincerne uno un giorno».


Intervista a cura di Claudio Leone
Tutte le immagini sono di proprietà di Clelia Catalano.


venerdì 8 ottobre 2021

PATRICK ZAKI. A CHE PUNTO È IL CASO? #patrickzaki #patrick #zaki #amnesty #egitto #cittadinanza #italiana #freepatrick#bologna#cittadinanzaonoraria

PATRICK ZAKI. A CHE PUNTO È IL CASO?

Cerchiamo di ricapitolare la vicenda giudiziaria di Patrick Zaki, studente egiziano dell'Università di Bologna, detenuto ormai da mesi in Egitto e in attesa della prossima udienza, fissata per il 7 dicembre.


  1. CHI È PATRICK ZAKI E PERCHÈ È RECLUSO?


Patrick Zaki (1991) è uno studente egiziano che, presso l’Università di Bologna, frequentava il master “GEMMA” in studi di genere e diritti delle donne. L’inizio delle sue vicende giudiziarie risale al 7 febbraio 2020, quando, atterrato all’aeroporto de Il Cairo per far visita ai suoi parenti, è arrestato dagli agenti dei  servizi segreti egiziani. A dare la notizia, il 9 febbraio, è l’associazione per cui lavorava in veste di ricercatore, mentre le autorità egiziane rilasciano un comunicato in cui sostengono che l’arresto dello studente sia avvenuto presso un posto di blocco a Mansura, sua città natale. 


La accuse sono di minaccia alla sicurezza nazionale, incitamento alle proteste illegali, sovversione, diffusione di false notizie.


In particolare si fa riferimento a dei post su Facebook e su articoli sui diritti dei cristiani copti in Egitto, nonché di propaganda per il terrorismo. I mezzi d'informazione legati al governo egiziano rincarano la dose sostenendo che lo studente fosse all'estero per fare una tesi sull'omosessualità e per incitare contro lo stato egiziano.

Il suo avvocato ha parlato subito dopo, dichiarando che il suo assistito ha subito diciassette ore di atroci torture in carcere , che le autorità egiziane , invece, negano, sostenendo che Zaki sia in buona salute. 


Intanto, dopo vari spostamenti viene collocato nel carcere di Tora a Il Cairo, mentre la sua carcerazione preventiva - che in Egitto può durare fino a due anni- diventa sempre più lunga, con continui rinvii dell’udienza. 

Il caso ha ben presto una risonanza nazionale e internazionale: a mobilitarsi troviamo Amnesty International, che attualmente è ancora impegnata con una raccolta firme e con altre attività legate allo studente, una vasta rete di associazioni, comuni e università  italiane con echi anche all’estero (anche la diva di Hollywood Scarlett Johansson ha espresso un accorato appello). 


2. LA VICENDA GIUDIZIARIA



Dal febbraio del 2020 la prima udienza, ritardata a suon di rinvii costanti -motivati anche dalla pandemia- da parte dello stato egiziano, giunge  il 14 settembre 2021. La seconda, brevissima, dura pochi minuti. È il 28 settembre. A chiedere e a ottenere  il rinvio è la stessa difesa di Zaki, che annuncia di non aver avuto una copia degli atti, perché è stato concesso loro di consultarli in fretta. 

La corte annuncia la nuova udienza per il 7 dicembre: una data non neutra, pare, dato che cade nel giorno che segna il ventiduesimo mese di carcerazione preventiva.


Il rinvio “sa di punizione” scrive Amnesty International, che nel frattempo auspica che le autorità italiane usino bene i mesi a disposizione per operare a livello diplomatico con lo stato egiziano. 
Il ricercatore rischia venticinque anni di carcere o perfino l’ergastolo.


In questi mesi la mobilitazione a sostegno di Zaki ha portato a diverse iniziative e alla concessione della cittadinanza onoraria da parte della “sua” Bologna, nonché di altre città italiane, tra cui ricordiamo, nella sola Puglia, Bari, Brindisi e Taranto.

Si attende dunque la data del 7 dicembre e in molti sperano, nel frattempo, che Zaki - “prigioniero di coscienza come è stato definito da Amnesty, perché reo solo di aver espresso idee- possa ottenere, come chiesto da una raccolta firma della stessa organizzazione, la cittadinanza italiana “per meriti speciali”. 

La mozione per concedere la cittadinanza italiana allo studente ha riscosso la maggioranza in Senato e alla Camera e ora si attendono le mosse del Governo. 


Claudio Leone


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https://tg24.sky.it/mondo/approfondimenti/patrick-zaki#13

https://bari.repubblica.it/cronaca/2020/08/05/news/sky_cittadino_onorario_bari_-263814563/

https://www.amnesty.it/campagne/free-patrick-zaki/

https://www.ilrestodelcarlino.it/bologna/cronaca/patrick-zaki-processo-1.6855069

https://www.fanpage.it/esteri/patrick-george-zaky-e-stato-arrestato-e-torturato-in-egitto-per-una-tesi-sullomosessualita/

https://www.fanpage.it/esteri/patrick-george-zaky-e-stato-interrogato-per-17-ore-e-torturato-con-pugni-e-scariche-elettriche/

https://www.lastampa.it/politica/2021/07/07/news/zaki-la-camera-approva-la-mozione-per-conferirgli-cittadinanza-1.40471759




mercoledì 29 settembre 2021

HAI MAI MANGIATO UNA POESIA? LA CAMERIERA DI POESIA È A SERVIZIO IN CITTÀ #poesia#performance#claudiafabris#versosud#parolesottosale#lacamerieradipoesia#corato

 

HAI MAI MANGIATO UNA POESIA?
LA CAMERIERA DI POESIA È A SERVIZIO IN CITTÀ


A Corato, dal 17 settembre al 17 ottobre, in Piazza di Vagno è possibile prenotare gratuitamente il proprio posto per assistere alla performance “La cameriera di poesia” di Claudia Fabris, organizzata nel contesto del festival “Verso Sud”. Ho provato in prima persona la performance e di seguito le mie impressioni su questa esperienza.

CORATO, 23 SETTEMBRE- Avevo prenotato il mio posto per il turno delle 18. Arrivato in piazza, dopo qualche minuto di attesa, compare, dal buio delle scale fino ad affacciarsi in piazza, Claudia Fabris, che ci accoglie, ci saluta e ci porge subito i menù. La performance funziona così: dapprima, si prendono le ordinazioni “poetiche”. Sul pieghevole che ci è stato offerto si possono trovare antipasti, primi piatti, piatti unici, dolci e “parole sotto sale”, il vocabolario che l’artista sta scrivendo dal 2013. La “cameriera” ci spiega che gli antipasti sono poesie molto brevi, i primi piatti sono poesie di media lunghezza, mentre i piatti unici sono poesie più lunghe e se ne ordina una per tutti i partecipanti. I dolci, invece, sono poesie accompagnate da musica, cantate o con doppia voce. Ogni sezione del menù si divide in piatti “della casa”, cioè scritti originali di Claudia Fabris, “classici” e “contemporanei”. «È un pasto comunitario» avverte, quindi ciò che ciascuno ordina sarà “mangiato” anche dall’altro.

Una volta prese le ordinazioni si scende in questo locale sotterraneo tutto di pietra. Decorato e accogliente, pieno di lucine che offrono punti di luce ambrata e calda, libri, piccole candele, lettini e sedie a sdraio. Al centro vi è una grande libreria che fa il paio con quelle poste alle pareti laterali, mentre a un lato c’è un piccolo banco, con mixer e microfono, che è la postazione della “cameriera”.


Ci porge delle cuffie: ecco spiegato come avverrà la performance. Claudia Fabris ci leggerà le poesie da noi ordinate, mentre noi staremo tutto il tempo accomodati sul letto o sulla sdraio, liberi di goderci il momento come preferiamo.

L’atmosfera è molto rilassata, è evidente la cura, materiale e immateriale, dell’artista nel metterci a nostro agio, così mi siedo sul letto. Accendo la cuffia e la performance comincia. La voce calda e ammaliante di Claudia ci introduce al servizio con “pane” e “coperto”. La voce si accompagna a dei suoni naturali e registrazioni di voci di altri poeti.

Poco dopo prendo coraggio e sprofondo nel letto, ho gli occhi chiusi ma forzatamente, il corpo è rigido, mentre nelle mie orecchie le parole incalzano.


Poi, pian piano qualcosa succede: il corpo è morbido, gli occhi- che prima serravo e poi riaprivo- si chiudono spontaneamente, con grazia e dolcezza.

Le immagini della poesia iniziano a crearsi dentro di me, le vedo. Senza che io lo voglia, visualizzo le immagini suggerite dai vari componimenti. Tutto accade in modo immediato e senza il coinvolgimento della mia coscienza. Lo sciabordio dell'acqua che sento in cuffia crea l’acqua: vedo l'acqua, sono nell'acqua, e la sento. Sento la freschezza delle onde marine sul corpo e poi vedo il blu delle profondità nelle quali sono immerso.

Poi vedo un pesce. Poi una frattura nella terra e poi una donna. Le parole che ascolto, man mano che le poesie si avvicendano, generano immagini. Se si parla di acqua vedo acqua e così via. 


Sento di sprofondare in uno stato di coscienza alterato, come se stessi scavando più in profondità, perché ora inizio a vedere soltanto colori e forme che si muovono e si intersecano tra di loro e quando si uniscono mutano ancora forma e colore

È ormai solo pura forma e puro colore e questi cambiano di continuo. Solo verde, giallo, rosso, blu in cerchi, quadrati e cascate di forme geometriche. Sono come le immagini che vedi quando stai per addormentarti: le illusioni ipnagogiche.


Mi ero quindi addormentato? Non lo so. Non so davvero dire cosa sia successo, l'unica cosa sicura è che ero in uno stato di coscienza alterato, diverso, non nella veglia. Se torno indietro con la memoria non ho neanche coscienza precisa di cosa sia successo e cosa io abbia fatto in quei momenti (quanto lunghi, non so). Ho fatto esperienza di cose che non sapevo, ho visto cose che non immaginavo. Ero io e non ero io allo stesso tempo. Claudia ha toccato forse parti più profonde e sepolte della mia psiche


A proposito di Claudia Fabris. Mi chiedo quale sia il suo ruolo nella performance, a che archetipo ricondurla. 

Questo pensiero mi si presenta di tanto in tanto mentre, steso, ascolto la sua voce meravigliosa. Sì è presentata come una cameriera di poesia, poi ho iniziato a vederla come una psicoterapeuta che innesca e partecipa a un processo col suo gruppo di terapia, sempre mantenendo però il suo ruolo. Pian piano, però, inizio a vederla come una maga: le sue parole sembrano incantarmi. Lei sta creando dei mondi con la parola, il suo abracadabra poetico forgia e nel frattempo ammalia, ci fa sprofondare in un sopore magico, profondo e innaturale. Qualcosa di ricco e strano, mi vien da dire. 


Mi ridesto un poco, Claudia parla di Pino Sciola1, artista sardo che faceva “cantare” le pietre. Il suo proposito artistico era di dimostrare che la pietra era cosa viva, perché capace di cantare. 

Quindi, applicava dei tagli alle pietre che, una volta sfiorate, emettevano dei suoni simili a un canto. Ascoltiamo questo canto. Sento il bisogno di allungare la mano e toccare la parete di pietra che è accanto a me. La sento bagnata, morbida. Come se fosse viva e mi stesse sorridendo divertita. Claudia ci anticipa che il prossimo suono ha provato anche lei a produrlo da quella stessa pietra e non poteva collegare il suono che sentiva a quello che vedeva, non riusciva proprio a crederci. Sembra una sinfonia, un qualcosa di corale. E qui accade che il mio sguardo è come se acquisisse una seconda vista. Stavo guardando già da molti minuti la volta di pietra sopra di me, ma sembra che solo ora la stia guardando per davvero. Così con lo sguardo e la testa comincio a muovermi continuamente da destra a sinistra e poi ancora e di nuovo, a coprire interamente l’arco. È come se vedessi la pietra illuminarsi e viva risuonare e cantare come in una sinfonia.


Ho riacquisito un po' di lucidità, cerco di seguire il testo, di visualizzarlo ma ben presto sprofondo di nuovo in questo strano stato della coscienza.

La mia intelligenza fatica, si aggrappa ma non ci sta dietro. Prima di abbandonarmi realizzo che la poesia è primariamente voce, mentre noi ci fermiamo solo al testo, nelle analisi linguistiche e nelle strutture metriche. La natura sacra della poesia, il rapimento estatico che comporta, non sono solo cose scritte sui libri o anticaglie del passato. Sento come di aver sbagliato tutto nell’interpretare la poesia, ma non ho tempo per giudicarmi: sono già nuovamente ammaliato.

È arrivato il momento dei dolci, recitati ritmati, cantati o con doppia voce, accompagnati dalla musica. Claudia Fabris sta eseguendo Nature Boy di David Bowie, la mia scelta. Canta un verso in inglese e poi si ascolta la sua traduzione in italiano e così via ancora. L'effetto è quello di una magia ritardata o di una magia cosciente. La parte inglese incanta, quella in italiano si offre alla coscienza.

Poi, «come in ogni ristorante che si rispetti», caffè amaro, macchiato, brandy, vodka, sake, liquore africano e mille erbe. La nazionalità di ogni autore e l’effetto della sua poesia generano questa ripartizione alcolica. Un colpo poetico dietro l'altro, poesie brevissime che mirano al centro e fanno colpo. Sono emozionato. Risorge in me l'idea che l'uomo è una cosa piccola, che deve prendersi cura di sé e dell'altro e che deve vedere il bello anche nelle difficoltà.

Siamo giunti al termine, forse l'ho capito con un po' di ritardo. Non si sente più nulla nella mia cuffia. Claudia è andata via. Penso che sia un qualcosa di maieutico o una ritirata della maga, quand’ecco che ritorna con una grande borsa stretta a due mani e la porge davanti a ciascuno di noi, invitandoci a pescare qualcosa da dentro. Sono le sue “parole sotto sale”, titolo anche del suo libro, un “piccolo dizionario poetico” in cui ciascun componimento offre l’etimologia poetica di una parola2.

Pesco la mia, è “Formazione”. Per una serie di motivi personali (e quasi tutti relativi alla sola giornata di oggi) sembra la parola giusta per me. Sembra, ancora una volta, un’incursione magica e profonda nei miei pensieri più celati. 

Mi guardo intorno e sollevo il busto. Sono, siamo tutti intontiti. Ma paghi, soddisfatti. Io mi sento sazio, nutrito, ristorato. Dentro di me ribolle la voglia di dire “grazie”.

E qui ho un'illuminazione. Mi sento esattamente come dopo una bella mangiata. Ed ecco che trova soluzione e compimento un rovello, uno dei tanti fili che ha attraversato la mia mente in quella che mi è sembrata una vita a parte più che un'esperienza. Lei non è stata né la maga, né la cuoca, né la psicoterapeuta.

È stata esattamente quello che ci ha detto essere sin dal principio: una cameriera di poesia che ci ha servito e ristorato, attenta ai nostri bisogni e premurosa di farci tornare a casa più che sazi e accuditi. Abbiamo timidamente ripreso a parlare, a mezza voce le dico "grazie", ma non credo mi abbia sentito.

Non fa niente, basta così. Il conto, grazie.

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mercoledì 22 settembre 2021

#22SETTEMBRE: due eventi storici

 







Nessun giorno è uguale all’altro, il che vale anche per la Storia. 



Apprendiamo da RaiStoria - canale autorevolissimo di cultura “dialogata” e non calata dall’alto - che il 22 Settembre presenta almeno due finestre di riflessione:




1. L’Eccidio di Cefalonia (1943) che fa seguito al più famoso 8 Settembre. Un crimine di guerra perpetrato dalla Whermacht tedesca che uccise migliaia di prigionieri e feriti italiani INERMI dopo la resistenza in combattimento attuata dalla Divisione Acqui (e altri contingenti della Regia Marina e dei Carabinieri). Un fatto orribile che rappresenta insieme un martirio e il primo atto della Resistenza armata al nazifascismo. L’orrore aumenta se si pensa che recentemente un tribunale tedesco ha archiviato il caso a carico di un sopravvissuto ufficiale tedesco in quanto gli italiani si erano comportati da “traditori” (!). Chiamare i feriti tra i cadaveri, promettendo loro la prigionia, e sparare loro con un colpo di pistola alle tempie CHE COSA E? Non è neanche un atto deprecabile di guerra.



2. Nel 1949 - sempre il 22 Settembre - si passava alla atrocità più subdola della Guerra Fredda in quanto l’URSS (la Russia sovietica per i più giovani) faceva esplodere la prima atomica inaugurando quella stagione (mai finita realmente) di deterrenza reciproca. In realtà il primo "esperimento" sovietico di bomba a fissione nucleare era del 29 Agosto ma la semiufficialità della notizia è di Settembre (non fu mai ammessa dal Cremlino dalle bocche cucite dal regime). 

Di disarmo nucleare reale (e non di trattati di non-proliferazione delle armi nucleari), si cominciò a dibattere nei fatti solo dopo la Caduta del Muro di Berlino (1989) ed il crollo geopolitico dell'URSS. Forse ne parleremo in via definitiva solo nel 2022 (a pandemia COVID conclusa speriamo).


La Guerra Fredda, cominciata quindi nel 1949, ebbe un acme visibile con la Crisi dei missili di Cuba (16 - 28 ottobre 1962 ), quando il mondo sfiorò il primo grande abissodi una guerra nucleare.
La Guerra Fredda continuò nel mondo per anni (ma è mai cessata?): a tratti la "fredda" si trasformava in "calda", cioè in conflitti delocalizzati di tipo convenzionale: guerra di Corea poi Vietnam. Qui nascono i primi veri e organizzati movimenti pacifisti: possiamo dire che dal 1965 con l'escalation bellica del Vietnam. Da tali movimenti per lo più giovanili emergerà la contestazione ed i fatti del 1968. Ma questa è un'altra Storia. (am)









lunedì 13 settembre 2021

Indimenticato e indimenticabile Vittorio Gassman



"Sono Gassman!", pellicola di grande impatto emotivo diretta dalla straordinaria sensibilità del regista Fabrizio Corallo, presentata a Trani presso Palazzo Beltrani.


Intervista del critico Lorenzo Procacci Leone al regista Fabrizio Corallo

 


Trani, 10 settembre 2021- Nel cuore del borgo antico della città di Trani, a vent’anni dalla scomparsa e a un anno dalle prossime celebrazioni del centenario dalla sua nascita, è alla corte en plain air del Davide Santorsola di palazzo Beltrani che si è ospitato il documentario “Sono Gassman! Vittorio re della commedia”, film biografico interamente dedicato al “mattatore” della commedia all’italiana.

Pellicola di grande impatto emotivo diretta dalla straordinaria sensibilità del regista Fabrizio Corallo, già vincitore del Nastro d’argento e del premio Flaiano, intervistato per l’occasione dal critico Lorenzo Procacci Leone.




Atmosfere soffuse, proiezioni murali, tratte dai cimeli del palazzo ormai riconosciuto polo di storia dell’arte, un tavolino da bar al margine, acqua, bicchieri, sedie, il critico ed il regista conversano, emergono aneddoti, “luci ed ombre” – dirà Fabrizio – dell’uomo Vittorio nel personaggio Gassman, “Gassman con una n” come soleva sottolineare l’eclettico artista dalla fama immensa e imperitura.

Qualcosa in questa ouverture che anticipa la visione della pellicola – ben novanta minuti di visione su quindici ore di riprese – richiama alla memoria quello stile e quel modo di conversare che fu della dolce vita e l’intervista avvicina tanto gli estimatori quanto i giovanissimi visitatori a nomi del jet-set internazionale (attori, registi, incontri professionali, personali e familiari) che hanno animato la carriera dell’attore-regista-sceneggiatore-conduttore televisivo e scrittore Vittorio Gassman ma che, soprattutto, ce lo riconsegnano in un’immagine del tutto nuova, pubblica ma anche tanto privata, intima, fragile, così in contrasto con il noto sarcasmo, la voce profonda e lo sguardo magnetico ma a tratti truce che ben lo rappresentava.

La pellicola è di per sé un capolavoro di memoria cinematografica resa ancora più preziosa dalla prossemica vicinanza di Fabrizio Corallo all’attore e alla famiglia.



Fa da filo conduttore alla narrazione il figlio, e noto attore egli stesso, Alessandro Gassman con racconti sul padre e ricordi dei viaggi in tournée (Vittorio amava macchine veloci e motori potenti, pur avendo una pessima guida, ragion per cui lasciava assai volentieri il volante al figlio, racconterà lo stesso Alessandro).

Fu la madre, genitore imponente, a volerlo fortemente avviare alla carriera artistica e a volerlo allievo dell’Accademia di arte drammatica Silvio d’Amico, indirizzandolo così verso un lavoro che lui -fondamentalmente timido- non scelse, ma nel quale eccelse, favorito da quella particolare memoria che fu definita prodigiosa, e dal suo fisico aitante, che gli valsero da subito degli ingaggi, sebbene in ruoli non troppo popolari. 


Fu la chiamata del regista Mario Monicelli nel 1958, che lo volle nel capolavoro “I soliti ignoti”, a definirne quel carattere comico che lo consacrerà- insieme ad Alberto Sordi, Ugo Tognazzi, Nino Manfredi e Marcello Mastroianni- come uno dei mostri sacri della commedia all’italiana.



La pellicola di Corallo lo ricorda nelle scene tratte da “Il sorpasso”,  negli episodi de “I nuovi mostri”, ne “L’armata Brancaleone”, in “C’eravamo tanto amati”, “Profumo di donna” e attraverso frammenti di interviste a Carlo Verdone, Stefania Sandrelli, Paolo Villaggio, Maurizio Costanzo, Paola Cortellesi, o, ancora, nelle sue frequentazioni internazionali, nei suoi monologhi,  nelle premiazioni  che ne hanno consacrato la carriera: ben 130 sono stati i film ai quali ha preso parte tra il 1943 e il 2000.

Versatile, magnetico, professionale, amò immensamente il teatro al quale tornò in ogni circostanza in cui gli fu possibile, riversandovi un’energia straordinaria.


Per Vittorio Gassman l’attore aveva, non a torto, il privilegio di poter rimanere per sempre un bambino.


Ma se su di un palco e davanti a una cinepresa improvvisazione scenica e copione sono lì a guidare la rappresentazione, i dialoghi e le battute che lo hanno reso popolare al grande pubblico, nel privato hanno assai probabilmente soffocato la naturale timidezza. Quell’ombrosità e quella sensibilità che lo hanno reso adulto versatile ma anche marito e padre più volte e troppo presto per poterne prendere da subito e appieno coscienza.

Nei periodi in cui la sua più intima natura si fece ombra e lo allontanò dalle scene e dallo spettacolo, emerse -già in un’intervista del 1989 con Corrado Augias- quel che i suoi figli trovarono tra le volontà testamentarie, “non fu mai impallato”,  quale glorioso epitaffio con cui ha scelto essere ricordato.

 

Resta per noi indimenticato e indimenticabile.

 

 

Lidia M. Ratti

  

 

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