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martedì 3 marzo 2026

Bruce Springsteen in His Own Words. Come liberarsi di vissuti abbandonici e imparare a chiedere aiuto

 


 
Bruce Sprigsteen: in his own words è avvincente docufilm del 2017 tratto dalla autobiografia Born to run (come la canzone). Non è l'unico film a lui dedicato ma è quello in cui emergono temi esistenziali più intimi, problemi psichici su cui soffermarsi. 
Vi sono le origini oscure,  i vissuti abbandonici che ne avvilupparono l'anima di cantore (più che cantante), la sofferta ispirazione poetica e la scelta di creare una famiglia nuova con la sua band. Infatti Springsteen fu lasciato dai suoi genitori che si chiusero la porta dietro, come in una fiaba nordica. Il padre ambivalente lavorava come autista di bus ma era affetto da un  grave quadro psicotico che ne avrebbe condizionato tutta la esistenza: il figlio, dopo la pacificazione, lo definisce sul letto di morte come “il suo nemico ed eroe”. In un raro momento di lucidità mentale è stato il padre a presentarsi dopo anni bussando alla porta, pronto a chiedergli scusa: tu sei stato un bravo figlio, io non sono stato un bravo padre, gli confessa. La madre italoamericana Adele Zerilli rimane una figura sbiadita e appare in qualche foto stampata in B/N: morirà con la demenza di Alzheimer. 
Per anni continuò a tornare nella città dell'infanzia vagando in auto intorno alla casa che aveva abitato. Finalmente Bruce decise di chiedere aiuto e andò da uno psichiatra-psicoterapeuta. Gli chiese subito perchè, anche da star famosa, tornasse sempre lì senza mai fermarsi, quasi in trance autorflessiva. Il perchè gli fu rimbalzato: "Dimmelo tu perchè lo fai", rispose il professionista e lui si lamentò: pago la seduta per saperlo.
Forse, disse l'analista, vi è qualcosa di incompiuto che hai lasciato lì: vai e ri-vai per qualcosa che hai da chiudere nella tua mente. 
Era vero. Effettivamente Bruce lotta da tempo contro la depressione: finché è sul palco e "vive" concerti, la "adrenalina" fluisce e lo tiene su, iperattivo; quando si chiude un concerto o un tour ecco che le ombre del passato lo riportano maledettamente giù, in down. Come in una montagna russa, su e giù. Nato per correre, non per stare fermo, quando il silenzio dà voce alla psiche e i ricordi divengono assordanti. Ha molti lutti da elaborare e lo fa esprimendosi attraverso la musica e le parole struggenti delle canzoni. Non è ancora sublimazione però che acquieta. La sua famiglia vera dai diciotto anni è la sua band, la E Street Band che talora Bruce guida con estrema direttività, lo ammette egli stesso, ma il legame della band dura in maniera subcontinua tutta la vita artistica ed oltre. L'amicizia con il sassofonista nero Clarence Clemons la si palpa sul palco dagli sguardi affettuosi e dai duetti. 
 
Quando il sassofonista muore prematuramente il dolore lo pervade di nuovo. Grazie alla forza della natura che è Little Stevens Van Zandt, detto anche Miami Steve in quanto freddoloso, Bruce sa di poter contare sull'amico anche quando si allontana dalla band per i suoi progetti politici contro la apartheid del Sudafrica ma anche Little Steven può sempre contare su Bruce e lo infila sistematicamente nelle sue lotte filantropiche condotte a ritmo di rock.
Poi finalamente lo spigoloso Bruce incontra l'amore di colei che diverrà la sua seconda moglie e raggiunge il successo affettivo con la nascita del primo figlio che gli cambia la vita. Patty Scialpa è chitarrista della band e da lei avrà tre figli. 
 
Ora il suo copione di vita passa dall'oscurità alla luce ove fa bene anche la penombra. E può anche narrarsi, come qualunque Odisseo nella terra dei Feaci quando si svela al re Alcinoo. (achille m)
 





 



 

venerdì 4 luglio 2025

RECENSIONE SPOILER: JURASSIC WORLD - RINASCITA

 

La pellicola è il sequel stand-alone di Jurassic World - Il dominio (2022) e il settimo film del franchise di Jurassic Park.

 

  JURASSIC WORLD - RINASCITA 

 

Con Jurassic World: Il Dominio si era ufficialmente chiuso il cerchio di una saga cinematografica iniziata nel lontano ‘93 con il rivoluzionario Jurassic Park di Steven Spielberg. Sembrava la fine definitiva dell’epopea dei dinosauri sul grande schermo. Ma poi, ecco arrivare Jurassic World: Rinascita, un nuovo capitolo che riapre le porte di un mondo preistorico dove l’uomo e le creature più temibili della storia continuano a incrociare i propri destini.


REGIA E SVILUPPATORI :
A dirigere questo film è Gareth Edwards, regista di successo già noto al grande schermo per aver diretto Godzilla (2014) e Rogue One: A Star Wars Story (2016). La sceneggiatura è di David Koepp, sceneggiatore dei primi due Jurassic Park, inoltre è presente Steven Spielberg come produttore esecutivo del film. 
CAST PRINCIPALE:
Scarlett Johansson – interpreta Zora Bennett, esperta di operazioni segrete. Due volte candidata all’Oscar (Jojo Rabbit, Marriage Story) e nota per il ruolo di Vedova Nera nel MCU 
Jonathan Bailey – è Dr. Henry Loomis, noto sul palco e schermo per Bridgerton, Wicked, vincitore di un Laurence Olivier e candidato Emmy 
Mahershala Ali – interpreta Duncan Kincaid, leader del team navale. 2 Oscar come miglior attore non protagonista (Moonlight, Green Book) 
Rupert Friend, Manuel Garcia‑Rulfo, Ed Skrein, Luna Blaise e altri completano il cast


LA TRAMA IN BREVE:
Il film si apre con una sequenza flashback sull’isola proibita di Saint-Hubert, nell’Atlantico, la InGen ha creato dinosauri transgenici, tra cui il pericoloso Distortus rex, un T-Rex mutante a sei arti che riesce a fuggire a causa di un malfunzionamento, costringendo la struttura all’abbandono.
Diciassette anni dopo, nel 2027, la Terra è diventata ostile per i dinosauri sopravvissuti, ormai rifugiati in aree isolate. Zora Bennett, agente sotto copertura, viene ingaggiata da Martin Krebs della ParkerGenix per una missione segreta: prelevare sangue da grandi esemplari di dinosauri sull’isola, utile a sviluppare un farmaco contro le malattie cardiovascolari.
Zora, il paleontologo Dr. Henry Loomis e il capo squadra Duncan Kincaid ottengono un primo campione da un Mosasaurus. Durante il tragitto, il team salva la famiglia naufragata di  Reuben Delgado, che stavano intraprendendo un avventura in mare, ma un attacco di Spinosaurus e Mosasaurus causa la morte di due membri della squadra e separa i Delgado dal gruppo.
Il team riesce poi a prelevare campioni da un Titanosaurus e da un uovo di Quetzalcoatlus, perdendo però un altro membro, Leclerc, durante un attacco. Nel frattempo i Delgado incontrano un piccolo Aquilops, battezzato Dolores, e sfuggono a un T-Rex grazie a un gommone.
I gruppi si riuniscono nel laboratorio abbandonato, dove vengono assaliti dai Mutadon, ibridi tra raptor e pterosauri. Il Distortus rex distrugge l’elicottero di salvataggio e uccide Martin Krebs. Il gruppo trova infine una barca collegata alla struttura tramite una pista sotterranea e riesce a fuggire dal D-rex, precedentemente distratto dal sacrificio di Duncan, poi rivelatosi vivo. Con i campioni in salvo, Zora e Henry decidono di distribuire il nuovo farmaco senza brevetto, rendendolo accessibile a chiunque ne abbia bisogno.


 
LE SCENE DI AZIONE E I DINOSAURI IN CGI:
Se c’è un elemento che Jurassic World: Rinascita riesce a portare in scena con grandissima efficacia, sono proprio le sequenze d’azione. Edwards da alla luce un film che vibra di tensione e spettacolarità, ma senza mai dimenticare la dimensione umana e la suspense tipica dei primi  Jurassic Park. 
Fin dai primi minuti, il film mette in chiaro le sue intenzioni: ci troviamo davanti a una storia che vuole farci sentire piccoli e vulnerabili di fronte a creature gigantesche e incontrollabili. E questo si traduce in scene mozzafiato, spesso girati con uno stile più fisico e “sporco”, molto vicino alla macchina a mano, che restituisce una sensazione di realismo e pericolo immediato. 
Nelle scene più spaventose, Edwards gioca sapientemente con le luci (neon, bagliori improvvisi, riflessi metallici) per creare un ambiente quasi horror, dove il pubblico è sempre sul filo del terrore. Tutte queste sequenze mostrano la capacità del regista di fondere azione pura e tensione thriller, senza mai scadere nel caos gratuito.
La CGI di Jurassic World: Rinascita è uno dei punti di forza del film. Edwards ha scelto di usarla con misura, integrandola spesso con animatronics e scenografie reali. Questo approccio dona ai dinosauri una presenza fisica più convincente, soprattutto nelle scene ravvicinate, dove pelle, occhi e movimenti appaiono straordinariamente realistici.


RIFERIMENTI, I CAMEO E LA NOSTALGIA:
Nel film ci sono moltissimi riferimenti ai precedenti Jurassic Park, disseminati come piccoli easter egg per gli appassionati della saga. Innanzitutto, troviamo il pullman con la scritta “Crichton Middle School”, un chiaro omaggio a Michael Crichton, l’autore dei romanzi originali da cui tutto ha avuto inizio.
L’arrivo su Saint-Hubert richiama moltissimo quello sull’isola del primo film, ricreando quell’atmosfera di meraviglia e mistero. Allo stesso modo, la sequenza dell’attacco degli Spinosauri è un evidente riferimento al terzo capitolo della saga. C’è poi la scena dei Titanosauri, in cui il paleontologo Henry Loomis si commuove fino alle lacrime: è un momento che ricorda molto da vicino la famosa scena di Grant accanto al triceratopo malato nel primo film, dove scienza ed emozione si intrecciano profondamente.
Un riferimento davvero interessante riguarda la scena dell’inseguimento del gommone da parte del T-rex. Questa sequenza, infatti, compare già nel primo romanzo di Crichton e inizialmente era stata concepita per essere inserita anche nel primo film. Tuttavia, venne scartata per motivi di budget e per le difficoltà tecniche dell’epoca.
 L’attacco dei Mutadon, invece, è un chiaro richiamo alla scena dei raptor in Il Mondo Perduto, mentre la fuga di Krebs verso il porto con i campioni ricorda molto da vicino quella di Dennis Nedry nel primo film.
Infine, anche la scena conclusiva con la visione dei delfini sembra un omaggio diretto a Jurassic Park, chiudendo il cerchio dei riferimenti e regalando agli spettatori un senso di continuità con la saga originale.
Molte di queste scene sono inoltre accompagnate dalla mitica colonna sonora di John Williams, trasferendo al film quella magia dei primi film che si è andata sempre più spegnendo con la trilogia World.
Ma perché tutto questo? Il regista Gareth Edwards ha dichiarato apertamente che questo film è una lettera d’amore a Steven Spielberg e ai primi  Jurassic Park. Sottolinea come il progetto sia nato dal desiderio di far rivivere la meraviglia e la paura sperimentate guardando il film originale del 1993—quel mix di avventura e suspense che ha segnato un’epoca . Ha voluto riprendere non solo lo spirito ma anche l’estetica, optando per la pellicola Kodak e un approccio visivo più "organico", con una scelta di camera e lente che richiamano i glow e la profondità della saga classica.


L’IMPORTANTE MESSAGGIO DEL FILM:
Il film ribadisce con forza il tema che da sempre contraddistingue la saga: la manipolazione della realtà, la presunzione di onnipotenza umana, e il desiderio di giocare a fare Dio. Ma stavolta il discorso va oltre: il finale, con la decisione di distribuire il farmaco genetico senza brevetto, suggerisce un monito morale: se riprendiamo il potere di alterare la natura, dobbiamo assumercene la responsabilità, e restituire alla collettività ciò che è stato sottratto.
In sostanza, Jurassic World: Rinascita non si limita a ripetere il monito contro le presunzioni umane, ma ci spinge a domandarci: come usiamo la conoscenza che abbiamo? È giusto farlo per il bene comune, o solo per profitto? 

Parafrasando Spielberg: non basta lasciare il cinema affamato, serve anche lasciare il pubblico speranzoso.

(giuseppe paparella) 

mercoledì 12 febbraio 2025

AL REGISTA FABRIZIO CORALLO IL NASTRO D'ARGENTO PER IL DOCUMENTARIO DELL'ANNO 2025 "CIAO MARCELLO - MASTROIANNI L'ANTIDIVO"

 

AL REGISTA FABRIZIO CORALLO IL NASTRO D'ARGENTO PER IL DOCUMENTARIO DELL'ANNO 2025 "CIAO MARCELLO - MASTROIANNI L'ANTIDIVO"

 

Abbiamo incontrato a Trani presso la sede del SIEB il regista e lo abbiamo costretto ad amichevole intervista: il video è sulle nostre pagine FB e  Incultura X.



 

martedì 10 settembre 2024

Incontro con Alessandro Preziosi IL TALK dell'8 Settembre a Trani

 

 

 


 

Incontro con Alessandro Preziosi
IL TALK
Tuffarsi come metafora del vivere

A destra e sinistra Alessandro Preziosi tra il pubblico, al centro Alessandro Preziosi è con Francesco Donato

Corte Davide Santorsola, Palazzo delle Arti Beltrani, perno del polo culturale tranese, ha ospitato per la serata dell’8 settembre il talk-intervista dedicato all’attore Alessandro Preziosi.
L’attore volto di spicco del cinema, del teatro e della tv italiani ha all’attivo 25 anni di carriera che racconta non lesinando tra i ricordi, le preferenze e le motivazioni che lo hanno introdotto e spronato nel corso della sua affermazione professionale.

L’attore pluripremiato ha all’attivo diversi Telegatto, il Premio Gassman, il Premio Alberto Sordi e il Premio Giffoni Festival Award, e sono alcuni tra i tanti premi e riconoscimenti ottenuti; Alessandro Preziosi vanta infatti una carriera di tutto rispetto: versatile, curioso e convincente in moltissimi dei ruoli affidati nella molte fiction e miniserie televisive di successo (Elisa di Rivombrosa, Il Capitano, La Bella e la bestia, I Medici) nelle interpretazioni cinematografiche (I Vicerè, Mine vaganti, Mio fratello mia sorella, Sant’Agostino) e sui palcoscenici dei teatri (Cyrano di Bergerac, Amleto, Re Lear, Vincent Van Gogh) solo per citarne alcuni

Intervistatore a sorpresa, Francesco Donato, volto già noto di TeleSveva, ha sostituito in extremis con grande professionalità l’atteso e amato regista Fabrizio Corallo - autore di docufilm e intervistatore raffinato, di cui il Giornale si è interessato in tanti successi di carriera - assente quest’ultimo e suo malgrado per un ritardo dei voli da Venezia.
Per molti di noi il Talk con Alessandro Preziosi ha ricalcato aspetti della vita personale dell’attore già noti ma anche tanti altri insospettabili retroscena.


Eccellente studente, burlone e napoletano – qualità che ama sottolineare – giovanissimo lascia la promettente carriera di avvocato e si cimenta nella recitazione entrando nell’Accademia dei Filodrammatici di Milano.
Prima ancora di terminare l’Accademia viene scritturato per il ruolo di Laerte nell’Amleto con Kim Rossi Stuart, per la regia di Antonio Calenda e da lì a seguire una carriera in ascesa tra ruoli impegnativi e altri più leggeri.
Sempre favorito dalla critica ama il cinema che vive come luogo in cui potersi meglio “psicoanalizzare”.
Col palco ha un legame che ritiene sacro poiché in scena sa di poter realizzare sempre il meglio e il peggio di se stesso e la finzione che è nel copione recitato rappresenta la possibilità di accogliere sempre nuovi stimoli.
Si occupa anche di regia teatrale, ha inciso un disco di musica sudamericana e uno di musica house, sta attualmente preparando il testo dell’incontro tra Eleonora Duse e Gabriele D’Annunzio al Vittoriale.

La recitazione, con le diverse regole, nei differenti modi e tempi comunicativi che tv, cinema e palco richiedono, lo ha messo di fronte a quella che ritiene la più grande possibilità per un essere umano: usare pienamente e totalmente tutte le potenzialità del proprio corpo e della propria voce.

Ama cogliere del suo vissuto quella serie di coincidenze che lo hanno indotto a compiere scelte e realizzare incontri determinanti.

Coerente col proprio sentire, ritiene che il suo desiderio nel cassetto che immagina aperto sia proprio quello di continuare ad imparare a sentire.
In questo racconto a cuore aperto torna costantemente sul valore comunicativo della recitazione, sulla paternità e su di una metafora che ama particolarmente:

TUFFARSI COME METAFORA DEL VIVERE


Quando ci si tuffa da uno scoglio così come nelle proprie scelte non vi è alcuna possibilità di ripensamento e nessun passo indietro è possibile, l’azione non può in alcun modo essere interrotta.

Padre di Andrea Eduardo (nato nel 1995 dalla relazione con Rossella Zito) ed Elena (nata nel 2006 dalla storia d’amore con Vittoria Puccini) confessa di essere messo male con l’uso dei social – potremmo definirlo un po' boomer – a metà tra l’incapacità e la volontà di comprendere pienamente l’uso e abuso dei social e la necessità attivare la limitazione dell’uso dei social proprio come faremmo con i nostri figli più piccoli attraverso il parent control.

A tratti il talk ha rivelato un Alessandro Preziosi del tutto inedito e inaspettato, giocoso e timido insieme, esempio costante di attenzione per l’ascoltatore. Serata piacevole e colta.







Lidia M. Ratti, UX writing





venerdì 6 settembre 2024

Breve Storia degli Effetti Speciali nel Cinema: Dalle Origini a George Lucas e Oltre

 


 

 

Breve Storia degli Effetti Speciali nel Cinema: Dalle Origini a George Lucas e Oltre

 

Gli effetti speciali (SFX) hanno avuto un ruolo fondamentale nella storia del cinema, trasformando il modo in cui vengono raccontate le storie sul grande schermo. Dalla magia degli albori ai moderni effetti digitali, il percorso degli SFX è lungo e affascinante. Un momento cruciale in questa storia è rappresentato dal contributo di George Lucas con la saga di Star Wars, che ha segnato un punto di svolta nell'evoluzione degli effetti speciali.


Le Origini: L'Età della Meraviglia (1895-1920)

 

I primi effetti speciali nacquero con il cinema stesso. Georges Méliès, uno dei pionieri, utilizzò tecniche come la sovrimpressione e il fermo-immagine per creare scene fantastiche. Il suo film "Le Voyage dans la Lune" (1902) è uno dei primi esempi di come il cinema possa trasportare gli spettatori in mondi immaginari, anticipando la direzione che il medium avrebbe preso nel futuro.


Il Periodo Classico: Miniature e Matte Painting (1920-1960)

Negli anni '20 e '30, l'industria cinematografica iniziò a svilupparsi, e con essa anche le tecniche degli effetti speciali. Le miniature e il matte painting divennero strumenti essenziali per rappresentare mondi impossibili. "Metropolis" (1927) di Fritz Lang, con le sue futuristiche città in miniatura, e "Via col vento" (1939), con i suoi maestosi paesaggi dipinti, sono esempi significativi di questa era.
 

L'Era d'Oro degli Effetti Pratici: Stop-Motion e Animatronica (1960-1980)

 


Il periodo tra gli anni '60 e '70 vide l'ascesa di tecniche avanzate come la stop-motion e l'animatronica. Tuttavia, la vera rivoluzione arrivò nel 1977 con l'uscita di "Star Wars: Episodio IV - Una Nuova Speranza". George Lucas, insoddisfatto delle tecnologie esistenti, fondò addirittura la Industrial Light & Magic (ILM), un'azienda che avrebbe ridefinito in una rapida evoluzione tecnologica gli effetti speciali cinematografici, rendnedoli reali più del reale.



Lucas e il team di ILM combinarono tecniche tradizionali con innovazioni radicali. Utilizzarono modellini dettagliati, motion control per riprese precise e compositing ottico per creare battaglie spaziali mozzafiato. L'uso pionieristico del matte painting e delle creature animatroniche, come i droidi e le marionette, rese "Star Wars" un'esperienza visiva senza precedenti.


La Rivoluzione Digitale: CGI e Oltre (1990-oggi)

Il lavoro di George Lucas ha aperto la strada alla rivoluzione digitale. Negli anni '90, la Computer-Generated Imagery (CGI) iniziò a dominare gli effetti speciali. Lucas tornò a spingere oltre i limiti della tecnologia con la trilogia prequel di Star Wars (1999-2005), che utilizzò estensivamente la CGI per creare ambienti e personaggi complessi, come il celebre Yoda digitale.
Questa rivoluzione culminò con film come "Jurassic Park" (1993) e "Il Signore degli Anelli" (2001-2003), dove la CGI era integrata perfettamente con effetti pratici, rendendo indistinguibili i confini tra realtà e finzione. Film come "Avatar" (2009) di James Cameron portarono ulteriormente avanti questa eredità, sfruttando la CGI per costruire interi mondi digitali.


Il Futuro degli Effetti Speciali: AI, VR e Nuove Tecnologie

 

Oggi, gli effetti speciali continuano a evolversi. L'intelligenza artificiale, la realtà aumentata e la realtà virtuale stanno trasformando non solo la post-produzione, ma anche il modo in cui i film vengono creati. La saga di Star Wars rimane un esempio di come l'innovazione negli effetti speciali possa ridefinire il cinema, ispirando registi e tecnici a esplorare nuove frontiere.
Conclusione
La storia degli effetti speciali è una storia di innovazione, creatività e audacia. Dalle prime sperimentazioni di Georges Méliès agli straordinari risultati ottenuti da George Lucas e oltre, gli SFX hanno continuamente spinto i confini del possibile, trasformando il cinema in un'arte capace di far sognare. Con la tecnologia che continua a evolversi, il futuro degli effetti speciali sembra promettere ancora più meraviglia e stupore. (Giuseppe Paparella)


George Lucas



https://www.ilm.com

lunedì 19 agosto 2024

#THE ACOLYTE FINALE DI SERIE #disney +: PRIME IMPRESSIONI

 







The Acolyte - La seguace (Star Wars: The Acolyte) è una serie televisiva USA ideata da Leslye Headland e prodotta da Lucasfilm. Distribuita sulla piattaforma streaming Disney+ (dal 5 giugno 2024), la serie, di cui si è conclusa la prima stagione, ha avuto successo e molta eco tra i fan dell'universo - illimitato quanto quello vero - di Guerre Stellari ed ha sollevato naturalmente anche tanti malumori in una epoca digitale in cui le opinioni personali contano forse troppo e non rimangono più confinate in un bar, tra amici o in famiglia ma si moltiplicano sui più svariati argomenti. In Rete è forte la tendenza tuttologica per cui ci si sente all'occorrenza critici cinematografici, geopolitici, medici, virologi, astrofisici, esperti di alimentazione ecc. 
Seguo quando posso serie televisive (non pluriennali) di vario tipo, amo da ragazzo e adulto la SF cui mi hanno introdotto grandi AA. - come Isaac Asimov e Carl Sagan, entrambi scienziati prima che scrittori, o Arthur Clarke che era un inventore . 
Mi affascinò da subito il vasto sapere  di Lucas nell'ideare la prima pellicola  della saga: infatti si è ispirato al pensiero del noto antropologo statunitense Joseph Campbell. George Lucas è stato il primo regista di Hollywood a subire l'influenza di Campbell. Lucas stesso ammise nel 1977 che la sua storia era stata ispirata, in parte, all'  L'eroe dai mille volti e altre opere di Campbell. 
A me la serie The Acolyte - La seguace è piaciuta senza si e senza ma, anche perché non è finita che la prima stagione: essa è  legata ad un mondo che ho visto crescere con gli occhi affascinati della mia stessa adolescenza. Certo colpisce chi segue film e serie della mitologica saga, la crescente capacità tecnologica di realizzazione in campo di SF per cui la finzione digitalica appare una iper-realtà. Per gli appassionati (e non) è la sesta serie televisiva live action ambientata nell'universo di Guerre stellari. Per chiarire la cronologia degli eventi pseudostorici occorre dire che le vicende narrate si svolgono 100 anni prima di quelle narrate in Star Wars: Episodio I - La minaccia fantasma. Il noto manicheismo rappresentato nella Saga si complica ulteriormente. Dove finisce il Lato Oscuro? e il Lato Chiaro? Buona lettura con  le considerazioni di Giuseppe Paparella, giovane e brillante neo-collaboratore della ns. e-zine. (a.m.)


Il cast




THE ACOLYTE FINALE DI SERIE: PRIME IMPRESSIONI

La nuova serie tv disney + targata star wars è giunta al termine. Sviluppata da Leslye Headland, è ambientata durante la fine dell'era dell'Alta Repubblica, un periodo antecedente agli eventi dei film principali di Star Wars. La trama esplora temi di mistero e potere oscuro, seguendo la storia di un personaggio che inizia come apprendista ("accolito") e viene attratto verso il lato oscuro della Forza. L’ottavo ed ultimo episodio della serie The Acolyte, chiude in maniera emozionante alcune importanti linee narrative, che hanno fatto da fulcro per questa prima stagione, e ne apre invece altrettante in vista di una seconda, di cui si parla ma di cui non si sa ancora niente (se ci sarà non ne abbiamo certezza, anzi) . 

IL FINALE DI THE ACOLYTE (no spoiler):

Questa puntata si intitola, come la serie, proprio “The Acolyte”, e ruota infatti intorno alla figura del vero Accolito che finalmente compie i primi passi verso il suo destino. Come detto l’episodio chiude le linee narrative principali che ci hanno introdotti alla serie, e che si sono diramate dagli eventi di Brendok, e ne introduce ulteriori fornendoci dettagli preziosi sul passato di altri protagonisti.

Anche in questa occasione gli scontri e i combattimenti, oltre ad essere coreografati alla perfezione, ci hanno mostrato elementi che si sono sposati perfettamente con la trama della serie. Per non parlare dei due camei principali, che hanno contribuito ad allargare notevolmente la narrazione per un’ormai certa seconda stagione. In questo senso i primi otto episodi rappresentano quasi “un’introduzione” che passo dopo passo ha ampliato la portata degli albori di quella che sarà la lotta tra lato chiaro e lato oscuro nella saga principale, coinvolgendo sia i jedi e i loro oppositori (sia politici che sith). Ma ora arriviamo al momento degli spoiler, quindi non proseguite se non avete visto il finale.

RESA DEI CONTI SU BRENDOK (spoiler):

Dopo le rivelazioni sul passato, le prime sequenze dell’episodio finale di The Acolyte ci preparano alla resa dei conti su Brendok nel presente. Osha e Mae si ritrovano sul loro pianeta natale insieme al Maestro Sol e a Qimir, che anche in questa occasione ingaggeranno un epico scontro senza esclusione di colpi. In questi frangenti avviene il definitivo scambio tra le sorelle, che però ormai sappiamo rappresentare l’equilibrio costante di un singolo individuo tra lato chiaro e lato oscuro. Se all’inizio il lato oscuro era predominante in Mae e quasi assente in Osha, ora è il contrario. Le gemelle, infatti, vanno viste come un’unica entità in due corpi separati, e in questo abbiamo la metafora di un Force user che lotta costantemente tra luce e oscurità, tra Bene e Male, in eterna antinomia (come materia e antimateria).

Dal canto suo, anche il Maestro Sol dimostra definitivamente di non essere l’affidabile jedi che abbiamo conosciuto inizialmente. Egli, infatti, è convinto di aver agito nel giusto, anche in merito all’assassinio di Madre Aniseya, e non esita ad incolpare Mae per aver fatto degenerare tutto 16 anni prima. Sarà proprio questa convinzione del jedi, unita alla scoperta della verità su sua madre, che porterà Osha a compiere il definitivo passaggio al Lato Oscuro. Sarà lei, infatti, ad eliminare Sol con un Force choke alla “Darth Vader”, riuscendo a far sanguinare il cristallo kyber del suo ex Maestro. 



LA SCELTA DI VERNESTRA:

L’ uccisione di Sol porterà quindi le gemelle a ritrovarsi, ma la loro reunion sarà breve. Nel frattempo, infatti Vernestra le ha seguite su Brendok con una squadra di jedi, e tra i tanti risvolti interessanti sul personaggio scopriamo che Qimir fu proprio un suo ex padawan. Vernestra dimostra ancora una volta un’indifferenza quasi inimmaginabile nella giovane se stessa del passato: ella, infatti, sfrutta Sol utilizzandolo come capro espiatorio per insabbiare tutta la faccenda agli occhi del Senato Galattico. Sicuramente in cento anni passati da quando l’abbiamo conosciuta è cambiata enormemente, ma personalmente sono convinto che anche in questo caso le questioni non siano così acclarate come vogliono mostrarci e che sotto questo suo comportamento inaspettato ci siano ben altre ragioni che ancora non conosciamo.


I CAMEI E L’AMPLIAMENTO DELLA NARRAZIONE:

Nella scena finale della puntata, la Maestra Vernestra si ritrova proprio a parlare con Yoda, dimostrandoci che potrebbe esserci molto altro sotto. Si delineano dettagli per una seconda stagione che la vedrà più protagonista, ampliando il punto di vista dei jedi e del Senato sui sistemi galattici e politici che porteranno alla trilogia prequel. Sempre in contrapposizione tra i due lati della Forza, nella puntata finale avviene anche il clamoroso debutto in live action di Darth Plagueis, ufficialmente confermato come Muun anche nel canone audiovisivo.

Se da un lato quello di Yoda allarga la prospettiva narrativa sui jedi, il cameo di Plagueis “ridimensiona” la figura di Qimir e lo lascia per il momento un semplice Force user oscuro (ma non di certo meno interessante). È probabile, infatti, che il ragazzo sia una pedina nelle mani del Muun, che aspetta il momento adatto per capire chi dei due tra lui e Osha sia realmente degno di essere suo Apprendista Sith. Oppure che ci sia dell’altro, dopotutto mancano infatti ben 50 anni alla nascita di Palpatine, e tutto può ancora accadere.


CONSIDERAZIONI FINALI:


Finisce così l’ultima puntata della prima stagione di The Acolyte, questa serie ha sicuramente tanti pregi e alcuni lati "oscuri" da dipanare ma la considero in tutto e per tutto un ottimo prodotto di Star Wars. Infatti, questa serie gode di un primato: aver portato per la prima volta su schermo molti elementi rivenienti da opere cartacee, integrandoli perfettamente con la trama. Un esempio può essere il Voto di Barash, il Cortosis, il rituale del Sanguinamento, la Vergenza e molti altri elementi che rendono questa serie davvero originale. Come detto in precedenza però sono presenti alcuni difetti come, ad esempio, la scrittura talora frettolosa ( o tagli di montaggio?) su alcuni punti a causa dello scarso minutaggio degli episodi imposto dalla Disney.

Per il resto questa serie ci ha regalato spunti notevoli tra scenografia e scenotecnica tra tutti i prodotti live action di Star Wars. Continuerà?


(Giuseppe Paparella)


NOTE: 

accòlito (ant. acòlito) s. m. [dal lat. eccles. acoly̆thus, che è dal gr. ἀκόλουϑος «compagno di viaggio», comp. di ἀ- copulativo e κέλευϑος «sentiero»]. 



martedì 9 luglio 2024

Inside Out 2 , campanello rosso: in arrivo la pubertà! e nuove emozioni.

 



Inside Out 2 , campanello rosso: in arrivo la pubertà! e nuove emozioni.




Riflettori accesi su Inside Out 2 nelle sale cinematografiche a partire dal 19 Giugno ed è già campione di incassi. Grandi ascolti, aspettative, spunti di riflessione psicoeducativi. Il cartoon sta conquistando grandi e piccoli. Perché?

Inside Out 2 : è un film d'animazione del 2024 diretto da Kelsey Mann. Il film è il sequel di Inside Out (2015) prodotto da Pixar Animation Studios, in co-produzione con Walt Disney Pictures, e distribuito da Walt Disney Studios Motion Pictures. 

Il film delle Emozioni. Tra Out(side) e Inside, tra Fuori e Dentro (la psiche)

È il film delle emozioni, con una trama su due livelli: l’ Out, ovvero ciò che accade fuori, dunque la vita della ormai adolescente tredicenne Riley alle prese col primo brufolo e peli, con la passione per il gioco dell’ hockey e che vive con la sua famiglia, a San Francisco (un trasloco che coincide con l’ingresso nella pubertà) e l’ Inside, ovvero ciò che succede dentro il cervello di Riley. 


Inizialmente i cinque personaggi di questo suo mondo interiore sono le emozioni base del nostro animo: Gioia, Tristezza, Rabbia, Paura e Disgusto. Ed è qui la vera novità della pellicola: mettere in primo piano emozioni che di solito vogliamo tenere ben nascoste, a noi stessi e agli altri aggiungendone altre. Le prime cinque emozioni hanno nel frattempo creato una nuova sezione della sua mente, chiamata Senso di Sé, che ospita ricordi e sentimenti che costituiscono la personalità fondamentale di Riley. Gioia, ha l'intento di riempire il Senso di Sé solo con ricordi positivi, ha anche inventato un meccanismo che lancia qualsiasi ricordo negativo nel retro della mente della ragazza. 
Riley e le sue migliori amiche, Bree e Grace, sono invitate per un week-end a un campo di hockey, dove Riley spera di qualificarsi per la squadra della sua scuola, i Firehawks. La notte prima del campo, suona un allarme: pubertà e un gruppo di operai della mente irrompe nel quartier generale per aggiornare la console delle emozioni. Riley, la protagonista del film non solo nota il suo corpo cambiare, ma cambiano le esigenze e la lista delle sue priorità.

 Arrivano nuove emozioni al Quartier Generale e si presentano: Ansia, Invidia, Imbarazzo ed Ennui. 

Ennui è la Noia, ma nella accezione filosofica, alla Sartre.



Sebbene inizialmente amichevoli, le nuove e le vecchie emozioni si scontrano per i loro approcci diversi; in particolare, Gioia pensa che Riley dovrebbe concentrarsi sul divertirsi al campo, mentre Ansia vuole che lei ottenga un posto nella squadra e faccia nuove amicizie con le ragazze popolari, soprattutto dopo aver appreso che Bree e Grace andranno in un liceo diverso creando un senso di sé diverso da quello di gioia, pieno di proiezioni. 

Perché l'Out del film conta tanto quanto l'Inside? 

Il film dimostra quanto i fatti e le esperienze della vita incidano sulla reazione emotiva degli adolescenti. Riley diventa sempre più esigente con se stessa durante il campo estivo, anche perché i suoi genitori "non vedono" la sua sofferenza e il suo disagio. Il mondo dell’Out non capisce che cosa succede dentro (Inside) la testa della ragazzina. 

Quando un figlio sperimenta un’emozione negativa ha bisogno di adulti che sappiano leggerla e che sappiano accompagnarlo, sostenendo la sua fatica e non avendo paura del suo dolore, della sua ansia. 

Di solito gli adulti sanno interagire solo con la rabbia del bambino, ma a volte nemmeno con quella: la tristezza, l’ansia di un figlio invece fa male. Vorrebbero avere un piccolo ometto sempre felice e, se soffre, spesso i genitori si fanno in quattro per insegnargli a non subire, per provare a fargli credere che il suo stare male non serve a nulla, che non c’è un motivo valido. Quanti maschi si sentono dire: Non piangere, perché è una cosa da femminucce ? Quanti bambini di fronte ad un dolore vengono accompagnati da frasi inutili come: Ormai sei grande non devi soffrire per questo ? Invece, 

entrare nelle emozioni negative di un adolescente significa prima di tutto sapere che ci sono e imparare ad accettarle insieme a lui.


Ci sono almeno tre buoni motivi per mettere l’esperienza filmica al centro dell’attenzione psicoeducativa. 

Il film offre vari spunti di riflessione in primis sulla PUBERTÀ. Che cos’è? É il periodo in cui si raggiunge la maturità sessuale e l’individuo diventa capace di procreare. Consiste in una serie di trasformazioni fisiche e psico-fisiche attraverso le quali il corpo del bambino si trasforma nel corpo di un adulto. L’insorgere e la durata di questi cambiamenti varia da individuo a individuo: 10 ai 13 anni circa per le femmine -12 ai 15 anni circa per i maschi, si verificano cambiamenti radicali che trasformano i bambini in uomini e donne. Questo periodo, chiamato pubertà, è difficile e delicato, coinvolge profonde trasformazioni sia fisiche sia psicologiche. Nel difficile compito dell’educazione emotiva si evince dal film quello che lo studioso, John Gottman suggerisce ai genitori e insegnanti: Indossare i panni degli allenatori, accettando e ascoltando le emozioni dei loro figli, interessandosi delle loro vite, imparando a riconoscere prima che si trasformino in crisi durante la pubertà.

John Gottman

Secondo motivo per riflettere per riflettere: nel film Inside Out 2 sono le emozioni di Tristezza e Ira che svolgono un ruolo cruciale nella vita dei genitori di Riley. Esploriamo perché queste emozioni sono così significative: 

1. Tristezza ed empatia materna:

La tristezza è un'emozione complessa e multiforme. Spesso la società tende a concentrarsi sulla gioia e la felicità, relegando la tristezza in secondo piano. Tuttavia, Inside Out 2 ci dimostra che anche la tristezza ha la sua funzione vitale. La tristezza ci permette di elaborare le perdite, imparare da esperienze dolorose e connetterci con gli altri. Nel caso della madre di Riley, la tristezza materna è sostenuta dall’ empatia. Capisce le emozioni di sua figlia e può sintonizzarsi con i suoi bisogni emotivi. L'empatia materna significa sentire e comprendere le emozioni dei figli, il che richiede una profonda connessione con la tristezza. La madre di Riley è in grado di consolarla, convalidare i suoi sentimenti e offrire supporto emotivo.

2. Rabbia e Protezione paterna:

La rabbia è un'altra emozione fondamentale del film. Anche se a volte è associato alla negatività, ha anche il suo scopo. La rabbia sorge quando percepiamo una minaccia o un'ingiustizia. Il padre di Riley rappresenta l'istinto protettivo. La sua rabbia si attiva quando sente che sua figlia è in pericolo o quando qualcosa non funziona correttamente. La rabbia paterna è come uno scudo che difende Riley e fissa limiti alla sua sicurezza. La rabbia è anche legata all'azione e al processo decisionale. Il padre di Riley agisce per proteggerla, il che riflette il suo ruolo attivo nella sua vita. Tristezza erabbia, nei genitori, possono diventare strumenti per crescere, proteggere e guidare i loro figli.

Terzo spunto di riflessione che offre il film è conoscere le proprie emozioni. Come afferma la scrittrice Emanuela Breda Reprimere le proprie emozioni è come avere una bomba a orologeria nel corpo.
Può capitare di dover «regolare» cioè controllare le proprie emozioni (spesso le spiacevoli) per renderle funzionali ad affrontare la situazione. Tale processo di regolazione ha un costo che prende il nome di «emotional labor», che tradurremo con «costo del controllo emotivo». 

Inside Out 2 ci insegna che è importante valorizzare la tendenza a vedere la situazione da più punti di vista e attraverso modalità maggiormente orientate al processo e al cambiamento anziché al giudizio. Nel film vi è l’invito ad esprimere le proprie emozioni e legittimare quelle altrui. La validazione emotiva diviene elemento importantissimo nelle relazioni. Tutte le emozioni, anche quelle considerate negative, sono essenziali per il nostro adattamento e sopravvivenza. Inside Out 2, oltre a dare un nome alle emozioni, attribuisce loro  un volto e caratteristiche salienti, aiuta gli adolescenti a dare una collocazione precisa alle sensazioni che tutte le età sentiamo nel cuore e nella pancia. Così, alla fine della giornata, il film ci ricorda che tutte le emozioni hanno il loro posto e scopo nella nostra esperienza umana anche per la protagonista in piena adolescenza. Insieme, le emozioni abbracciano questo terzo Senso di sé e lo stabilizzano, permettendo finalmente a Riley di calmarsi e riconciliarsi. Inside Out 2 invita a riflettere sia dentro che fuori di noi e sulle note dell’autore di molti libri. Da Alessandro Baricco impariamo che: 

A volte le parole non bastano. E allora servono i colori. E le forme. E le note. E le emozioni.

(Pistillo Sabina)


martedì 9 gennaio 2024

#Coup de Chance: Destino o volontà? il dilemma esistenziale nel film #Un colpo di fortuna di #Woody Allen





Destino o volontàL’eterno dilemma esistenziale nel 50^ film di Woody Allen, “Un colpo di fortuna”

“Coup de Chance - Un colpo di fortuna” è il titolo del cinquantesimo film di Woody Allen uscito in tutte le sale cinematografiche nel dicembre 2023. Usiamo la dicitura "sale cinematografiche" dando per scontato  che si considerino ancora i cinema luogo di cultura e socializzazione, ma il favore dei giovani ahimè va verso piattaforme digitali (con i deretani inchiodati ai sofà e gli occhi fissi sul proprio loculo sociale di massa denominato smartphone). 

Una ragazza, impiegata in una casa d’aste a Parigi, città in cui vive, è la protagonista. 

Parigi è una città molto amata da Woody Allen (ricordiamo tra altri lo splendido Midnight in Paris). Nella foto di Achille Miglionico Parigi attende le Olimpiadi 2024.


È la fidanzata “trofeo” e futura sposa di un galantuomo e milionario uomo d’affari dell’alta borghesia parigina che ha scalato la vetta sociale in maniera piuttosto oscura e ambigua tanto che neppure lei stessa è a conoscenza di cosa si occupi esattamente il suo compagno.
Un giorno, mentre si reca a lavoro, incontra per puro caso durante il tragitto un suo ex compagno di liceo il quale ha sempre avuto una cotta per lei, ora esordiente scrittore a Parigi in cerca di ispirazione.
Lei si innamora follemente, tradisce il suo futuro sposo e lui la scopre.
Il fantomatico galantuomo, che già non aveva avuto scrupoli a far “sparire” il suo ex socio in affari traendone profitto, ingaggia i due stessi malviventi per “eliminare” anche questo ostacolo nella sua vita e, alla sua volontà, facendo assassinare e sparire quindi il povero scrittore, creandosi ancora una volta la sua “fortuna” (concetto ricorrente nel film).
A scoprire i fatti è la mamma della ragazza, ospite per qualche giorno nella dimora della coppia. La suocera, dopo aver scoperto la verità, si trova ad essere oggetto dell’ennesima “eliminazione” da parte del milionario, il quale però per una fatalità,...
Il fil rouge di tutta l’opera, l’eterno contrasto, l’eterna lotta tra destino e autodeterminazione, è costituito proprio da questa dicotomia che permea le nostre vite. Dicotomia ben rappresentata dalle due figure maschili della storia. Da una parte lo scrittore un po’ bohémien, inguaribile romantico che invita costantemente a tentare la fortuna, ad agguantare la vita - il fatto stesso di essere nati secondo lui, ha le stesse probabilità di vincere un milione di euro alla lotteria. 

Una lotteria appunto... questa è la vita secondo il ragazzo. 

Dall’altra parte abbiamo invece il prototipo del self-made man, l’uomo che si è fatto da solo, spietato e disposto a tutto pur di ottenere ciò che vuole, pur di soddisfare il proprio ego, e che spazza via chiunque interferisca con il raggiungimento dei suoi obiettivi e il soddisfacimento dei suoi piani.
A ben vedere però, ad entrambe le figure spetta una funesta sorte. Il primo vittima della volontà di qualcun altro, il secondo vittima della pura casualità (ironia della sorte cade nella stessa trappola che egli stesso aveva ordito). In un modo o nell’altro, possiamo notare, entrambi i personaggi sono vittime della dicotomia caso - libero arbitrio, operano entrambe le forze, entrambi i fattori, non sono escludenti. Non out-out, bensì et-et.
Questa è in realtà la summa più profonda e più pura di tutta l’opera drammatica, esattamente la complessità e la imprevedibilità  con cui operano entrambi i fattori: caso e autodeterminazione. Si badi bene, sistema complesso nel senso etimologico proprio del termine, qualcosa di “tessuto insieme”, due agenti 
che operano misteriosamente insieme, che si influenzano, che si contaminano, che si confondono.

Quante volte ci capita di riflettere e di ragionare con noi stessi: “E se avessi fatto questo invece che quelloE se avessi preso una scelta diversa cosa mi sarebbe capitatoCome sarebbe stata la mia vita adessoE se invece avessi reagito diversamenteCome sarebbero andate le coseÈ colpa miaDoveva andare cosìFortunaSfigaBho... oh Cristo!”.
In realtà non esiste una risposta a tutto ciò, e se non esiste una risposta perché porsi allora la relativa domanda
La realtà è questa, l’uomo porta con sé forse ancora pochi misteri irrisolti nell’età della tecnica che tutto può. E questo mistero resta ancora inossidabile.
Impossibile è di sicuro decifrare il DNA di questo complesso equilibrio, ma di sicuro possiamo accettare e comprendere il fatto che siamo perfetti esseri “finiti”. E con essere “finito”, citando un mio vecchio libro di filosofia, non intendo solo un essere che sa di essere mortale e che quindi morirà. Noi siamo “esseri finiti” nel senso che siamo limitati e delimitati. Finiamo dove finisce il nostro corpo, i nostri pensieri, ma oltre a noi c’è dell’altro, e soprattutto ci sono gli altri che a loro volta sono altri esseri finiti. L’uomo ha il dovere di essere consapevole “dell’alterità” che lo circonda. Solo con questa consapevolezza l’uomo può cogliere e vivere più a proprio agio possibile, al massimo delle proprie potenzialità il suo misterioso transito terrestre.

[ Emanuele Fabiano / gennaio 2024 ]


Il grande regista in azione a Parigi





sabato 16 settembre 2023

REGISTA INTERVISTA REGISTA. FABRIZIO CORALLO CONVERSA CON PUPI AVATI A TRANI

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Giuseppe Avati, detto Pupi (Bologna, 3 novembre 1938)










SCRIVERE, EDUCARE E COMUNICARSI AGLI ALTRI Il messaggio del Maestro 


Fabrizio Corallo intervista Pupi Avati A Trani




Trani, 12 Settembre 2023. L’ennesimo regalo della stagione estiva tranese, nella cornice suggestiva di Corte Davide Santorsola (l'indimenticato pianista jazz tranese), nel cuore di Palazzo Beltrani, ormai noto centro culturale e polifunzionale della Città di Trani, è stato, certamente, l’intervista-incontro-racconto di Fabrizio Corallo con il regista Pupi Avati in un “Talk” serrato e affascinante, nello stile asciutto e flemmatico al quale Fabrizio Corallo ci ha abituati, incalzando qua, tirando o anticipando là, accompagnando sempre piacevolmente il Talk Pupi e manifestando con grande arguzia e sensibilità la conoscenza partecipe e profonda al vissuto artistico dello sceneggiatore e regista Avati.

Una biografia parlante e inconsueta che ha messo in luce attraverso aneddoti noti e inediti il profilo personale, la nascita dell’artista, momenti bui e incontri fondamentali in un arco temporale sul cui sfondo si staglia un’italianità dalle abitudini ormai tanto distanti da quelle attuali.

Chi, tra i tanti convenuti all'incontro culturale, a fronte di una carriera ricchissima di esperienze, dagli esordi musicali nel jazz fino all’approdo al cinema che ne avrebbe decretato l’affermazione, si sia aspettato di trovarsi di fronte all’apologia dei David di Donatello raccolti per le migliori sceneggiature e la migliore regia, ai premi di quegli anni tra fine anni ’50 e gli anni 2000 e a seguire o ad un invito alla visione dell’ultimo lavoro di Avati La quattordicesima domenica del tempo ordinario (2023) in distribuzione da maggio scorso, di certo è rimasto deluso. Nessuna laudatio, né autoelogi.

Nell'amabile colloquio intercorso tra i due registi - quasi fosse la continuazione di quanto detto amichevolmente nel treno che ha condotto i protagonisti a Trani  - è emerso il racconto dell’Italia del dopoguerra, della splendida città di Bologna, di una adolescenza e la giovinezza priva di digitalizzazione, un poco ingenua e votata all’attesa, quasi dantesca, delle ragazzine di paese. "Ma tu a chi vai dietro?" era la domanda principale tra ragazzi: si delineava un corteggiamento di altri tempi, distante e paziente, lungi dall'essere stalking. Il Maestro Pupi Avati ricorda metodicamente nomi, indirizzi e vicende legate alle ragazze cui "andava dietro". Carattere timido e perseverante, affascinato dall’ideale di bellezza e seduzione, dall’idealizzazione di una dilatazione del reale che lascia molteplici spiragli aperti sull’improbabile e che troverà spazio e occasione di realizzarsi nell’approdo al cinema. Folgorante sarà per il futuro regista la visione di 8 e 1⁄2 di Federico Fellini così come lo era stato nella sua esperienza musicale l’incontro con Lucio Dalla, amichevolmente reo di averlo, con la sua geniale bravura distolto da quella carriera jazzistica per una invidia rivelata.

Nasceranno così le storie intense e credibili, magistralmente raccontate e caratterizzate dall’azzardo con cui spesso Avati ha osato abbinare sceneggiature inedite ad attori di volta in volta incontrati che lo hanno reso noto e amato dal pubblico. Tra i racconti di un’intervista senza cedimenti o pause, primeggiano gli aneddoti che hanno coinvolto il pubblico di questo evento sold-out in una prospettiva che ne ha favorito la comprensione quasi come prendendo parte ad un dietro le quinte.
Il Maestro cita vari eventi. Descrive non solo l’incontro burrascoso con Lucio Dalla, i flop cinematografici iniziali, il trasferimento a Roma dov’è chiamato dal produttore cinematografico De Laurentis,  l’approccio difficile con Paolo Villaggio; accenna scherzosamente all'ostinato rifiuto opposto alla consorte (tanto amata) di cedere negli ultimi anni al cinepanettone assai più popolare e redditizio ma anche tanto lontano dalla sua visione dell’arte cinematografica. Il primo Pupi Avati resta negli esperimenti del Balsamus, l’uomo di satana (1968), in Thomas e gli indemoniati (1970), in La masurka del barone, della santa e del fico fiorente (1975), per arrivare al suo prediletto  Dante, raccontato con originalità dal grande Boccaccio (2022). Tantissimi film, miniserie, docufilm di cui è stato autore, sceneggiatore e regista.


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Del talk show tranese dedicato a Pupi Avati, ci rimarrà, quasi come fosse una sorta di testamento spirituale - rilasciato con commozione di tutti negli ultimi minuti di conversazione con il pubblico, l’imperativo consiglio di Educarci, Educare, scrivendo e comunicando, comunicandoci agli altri. Rimarrà il sentore persistente di una fragilità, di una nostalgia dell’infanzia, dei genitori e degli ambienti familiari fatti di estrema semplicità e vulnerabilità.
 


Pupi Avati intravvede non nell’assertività ma nella fragilità l’essenza stessa dell’Uomo. Ed in ciò è,  tuttavia, estremamente assertivo.


Un grazie particolare a  Fabrizio Corallo per averci reso partecipi, con questo evento, di un incontro così impegnativo e interessante quanto lieve. Grazie al grande Pupi Avati per essersi generosamente offerto in un eloquio sorprendente, serio e ricco di moduli narrativi, di aneddoti e di inaspettati momenti di schietta e partecipe ilarità.




Lidia M. Ratti






Il regista tranese Fabrizio Corallo famoso, tra l'altro,  per molti docufilm di grande successo

Pubblico numeroso all'evento culturale di Trani

La Redazione presente