giovedì 18 dicembre 2014

Magic in the moonlight: grande Allen





Il titolo già lasciava presagire che l'ultimo film di Woody Allen ci avrebbe trascinato in un'atmosfera romantica e deliziosa. Siamo ancora una volta in Europa, tra la Provenza ed una raffinatissima e folgorante Costa Azzurra degli anni Venti, rifinita da Allen in ogni dettaglio, ed il bianco dei costumi, le note jazz, i salotti nei quali ci si fermerebbe per ore tra un drink ed una riflessione sul senso della vita, i verdi giardini, le eleganti auto che viaggiano su sinuosi tornanti accarezzati da mare e cielo che si uniscono fino a confondersi, sono la cornice di una delicatissima storia d'amore. Il magico chiaro di luna si riflette sul volto di un'incantevole medium che un gentiluomo inglese, arrogante e scettico, è pronto a smascherare. Stanley  (Colin Firth, british dal cuore alla pelle) è un noto prestigiatore che indossa i panni di Wei Ling Soo nei suoi spettacoli di magia e viene invitato da Howard (Simon McBurney),  vecchio amico e collega, a sconfessare Sophie (Emma Stone), impegnata a raggirare una ricca signora americana in vacanza con la famiglia sulla costa francese, mettendola in contatto con il suo amato marito defunto. Una tale assonanza tra immagini, parole, gesti e suoni donano all'ultima pellicola di Woody Allen carattere di sublime poesia, e mentre la magia dell'amore scolpisce l'animo di Stanley attraverso la luce del volto di Sophie, levigando anche gli spigoli più acuti del suo cinismo, l'inganno dell'amico Howard, al di là di ogni effettiva intenzione, si rivela capace di accorciare le distanze tra testa e cuore. Ed anche il più irremovibile nichilismo associato ad una saccente forma di misantropia cede sotto un cielo bianco di luna e sotto i colpi dell'ironia tagliente e buona dell'anziana zia Vanessa (un'energica Elieen Atkins). Forse nulla di nuovo per Allen, ma il suo morbido salto indietro nel tempo lungo un secolo è il numero di magia che ci ha reso parte di un mondo affascinante, e si sa, il Cinema, come le più belle forme d'amore, è capace di spostare i limiti di ogni realtà.

Antonietta D'Ambrosio


martedì 16 dicembre 2014

Mommy - recensione




Inquietudine e senso di soffocamento dato dal restringimento dello spazio entro cui Xavier Dolan ci racchiude, sono sensazioni immediate da cui si avverte l'urgenza di sottrarsi, di scappare. Ma Dolan non ci lascia tempo per proteggerci, ci inchioda alla poltrona  trascinandoci fino allo strazio in uno spazio angusto dove si respira aria di amore malato con un'energia esplosiva, incontenibile, rumorosa. In un formato 1:1 fa muovere Diane (Anne Dorval), vedova da tre anni che fa già fatica a gestire la sua vita, eccessiva nei gesti e nel look, che tra una sigaretta ed una parola volgare, si vede costretta ad occuparsi di suo figlio Steve (Antonine-Olivier Pilon) dopo l'espulsione da un istituto di recupero per ragazzi borderline, a causa di un incendio provocato dal ragazzo. Noi siamo tra madre e figlio, in un amore morboso urlato, sussurrato, violento e sofferto, incapace di stare in equilibrio, finché non arriva Kyla (Suzanne Clément), la loro vicina. Gli occhi di Kyla sono coperti da uno strato di tristezza, buio come la voragine di un dolore troppo grande che la induce a distaccarsi dalla sua famiglia per proiettare su Steve l'amore verso il figlio perduto. I ritmi si fanno più lenti in un'atmosfera di gioia, complicità e cura paziente, ed il nostro respiro si allunga nella stessa misura in cui Steve allarga lo schermo sulle note di Wonderwall degli Oasis, lasciando spazio alla prospettiva di un futuro diverso. E' anche la misura del sogno di Diane che viene dopo aver raccontato a suo figlio di come la natura voglia che col passar del tempo lei lo ami sempre di più, così come lui dovrà imparare ad amarla sempre meno. Ma lo spazio di un sogno è un attimo che vola via con l'illusione che si possa forzare o cambiare la natura umana e la più dura realtà rompe l'incanto. Grande lavoro di Xavier Dolan, premiato a Cannes dalla giuria,  che a soli venticinque anni è già al suo quinto film ed irrompe nelle sale come un tornado di fuoco e cenere e la cui splendida interpretazione è materia della follia.

Antonietta D'Ambrosio


sabato 13 dicembre 2014

Gli Amici inviano documenti su Davide Santorsola


video inviato da Enzo Falco (medico e percussionista jazz che ha suonato infinite volte con Davide)

Foto inviata da Guido Di Leone (da sin. Mimmo Campanale, Guido e Davide; li abbraccia Enzo Falco)





ADDIO 'Schroeder'. Morto Davide Santorsola, pianista e compositore



"Suonare è una delle cose più belle che Dio ci ha dato"
(così ha detto Davide quando è stato ospite di RaiUno Mattina il 20/12/2012)



Astor Piazzolla a Trani (e Davide)


Portato via dal male (ultra)secolare, Davide Santorsola non è più con noi. La prima immagine mentale che mi è comparsa alla notizia è stato un sorriso, il Suo sorriso, così coinvolgente ed accogliente. Personalmente l’ho visto crescere con mio fratello Paolo e quindi frequentava anche lui la nostra casa, ricca di amici, cultura e musica: mi è sovvenuto come ai tempi del liceo affascinasse i docenti in gita con il pianoforte, il suo compagno di vita. Come il dolce Schroeder dei Peanuts. Quando Astor Piazzolla, poco prima della scomparsa avvenuta nel 1992, venne a suonare in Cattedrale a Trani, donde era partito il nonno per le Americhe, lui era lì, tra gli amici, nello staff di "Frontiere", la piccola associazione che organizzò un così grande evento. 

Nato nel 1961, è autodidatta dall’età d’otto anni. Intensa e continua è stata la sua attività musicale sin dalla seconda metà degli Anni ‘70, in principio d’indirizzo rock e blues, in seguito sempre più orientata al jazz. Compiuti gli studi di pianoforte, concluse le prime significative esperienze in band di spicco della provincia barese (fra tutte si ricordano qui i quartetti con i chitarristi Nico Stufano e Dino Acquafredda), verso la fine degli Anni ‘80, forma, con il contrabbassista Maurizio Quintavalle ed il batterista Mimmo Campanale, il suo primo trio, in scena poi stabilmente per circa venti anni. Il Davide Santorsola triorinnova le sonorità proprie del bebop e del jazz mainstream contemporaneo, proponendo repertori originali e di standards. Il trio, in più, diviene presto anche una sezione ritmica di riferimento, al fianco di solisti guest d’eccezione, sui palchi dei jazz club e dei jazz festival di maggior rilievo principalmente del Mezzogiorno. Dall‘85 al ‘90, Davide arricchisce il proprio stile frequentando Corsi Nazionali di Perfezionamento (“Siena Jazz” con il Maestro F. D’Andrea) e Corsi Internazionali d’Alto Perfezionamento presso l’Accademia Musicale Pescarese (M° E. Pieranunzi). 
Consegue, nel 1991, la laurea in Discipline delle Arti, della Musica e dello Spettacolo. Il talento lo premia di tanti sacrifici. Dagli Anni ’90 in poi, collabora, regolarmente, sia live sia in studio, con musicisti di altissima levatura: tra gli altri ricordiamo Phil Woods, Lee Konitz, Urbie Green, Benny Golson, Luis Agudo, Dave Liebman, Bobby Watson. Nel 1996, lo vediamo in concerto di solo piano in U.S.A alla Steinway & Sons Hall, alla N.Y. University e alla Ellington’s House; ha da poco ricevuto il prestigioso riconoscimento “First Prize Jazz Section G. Gershwin Award”: nella giuria dell’International Piano Competition Ibla Grand Prize erano presenti Ruth Ellington, sorella del Duca, e Alan Gershwin, figlio del compositore George. D’estrema importanza, inoltre, il legame stretto, dal 2004, con il contrabbassista giapponese Kiyoto Fujiwara, sodalizio, questo, che produce una lunga fortunata serie di tour in estremo oriente: vale la pena ricordare i concerti in Giappone del 2004 al festival Jatsugatake Jazz Street, al Fukuoka Blue Note e al Nagoya Blue Note. 

Davide ha registrato una ventina di album, dei quali nove come leader ed autore: Quiet (1989); Broceliande Fairy Tales (1991); Tambor Sagrado (1994); Be Tune (1996); To Bill Evans (1998), Rhythm And Changes (2004); Sonority (2005); Stainless (2012); Horizon (2012). 

Con pari impegno si è sempre dedicato alla didattica. Ha pubblicato per la Universal-Ricordi i metodi Jazz - L’arte dell’armonizzazione (2000), J.A.D.A. - Appendice con armonizzazioni ragionate (2001) e Jazz – L’arte dell’armonizzazione, complete edition (2004); ha curato le traduzioni in italiano dei volumi “John Valerio, Bebop jazz piano”, “Scott Miller, Rock keyboard”, “Mark Harrison, Blues piano” (nella Hal Leonard Keyboard Style Series, 2004/2005). 

Risiedeva a Trani, tra un concerto e l’altro. È stato docente al "Pentagramma" di Bari (ne salutiamo gli amici, in primis il chitarrista Guido Di Leone) e docente di Pianoforte Jazz presso il Conservatorio statale di musica “S. Giacomantonio” di Cosenza e professore freelance di Pianoforte e Armonia jazz presso diversi conservatori italiani. 

Gli Amici, Trani, la Puglia e tutto il mondo che ascolta musica lo ricordano. (achille miglionico& la Redazione tutta)









mercoledì 10 dicembre 2014

Congresso Nazionale SiCO Roma 2014
















Roma 29 e 30 novembre  2014

Questo undicesimo congresso nazionale SiCO era un appuntamento delicato poiché veniva dopo le celebrazioni (auto-celebrazioni) dell'anno scorso e doveva reggere le aspettative e, forse, superarle. Indubbiamente il suo tema "Counseling: perchè e per chi?  Per le persone, per le professioni  e per le istituzioni"  era di per sé molto stimolante.
Il programma definitivo l'ho trovato interessante e sono andato a Roma insieme ad alcuni colleghi della nostra scuola, con un certo entusiasmo.
Prima di tutto voglio ringraziare, nella persona della dott.ssa Gigliola Crocetti, tutti coloro che hanno lavorato all'organizzazione dello stesso.
Non entrerò nel merito di tutti gli interventi, anche se tutti hanno avuto un certo interesse. Un piccolo suggerimento: non sarebbe meglio avere meno interventi e lasciare più spazio, quindi, a chi relaziona?
Data la grande puntualità del "popolo italico" abbiamo, inoltre, iniziato i lavori sempre con ritardo, pertanto gli organizzatori e i relatori hanno dovuto fare i salti mortali per mantenere la tabella di marcia.
Alcuni interventi sono stati realmente molto interessanti e hanno dato non pochi spunti ai presenti  sulle potenzialità del ruolo del counselor in molte aree di interesse.
Penso all'intervento  dei nostri colleghi della regione Piemonte con la relazione "Città, Scuola e Salute. Esperienze di Counseling in Piemonte , Il significato della Referenza: introduzione delle esperienze" , seguito dal  bellissimo ed esportabile lavoro con i diabetici , presentato con un  video dal dott. Riccardo De Luca.
Argomento bello e sicuramente da approfondire  quello presentato l dalla collega, dott.ssa Chiara Povero, intitolato "Il counseling entra a scuola: esperienze di ascolto in un contesto di apprendimento e Insegnamento". In merito sento di dire qualcosa che ho fatto notare anche durante il mio intervento. Abbiamo parlato di sportelli di ascolto, di orientamento scolastico e non solo. Purtroppo, però, non possiamo far finta che questi temi non siano di pertinenza anche di altre professioni, per questo nel mio spazio ho sottolineato quanto sia importante darci delle regole rigide e dure a livello nazionale.
Siamo in un momento di grande importanza ma allo stesso tempo siamo sotto i riflettori di molti professionisti, in primis degli ordini degli psicologi. I colleghi dovrebbero sapere che alcune associazioni di pedagogisti, stanno facendo battaglia per entrare nelle scuole. Questa non può e non deve essere una guerra tra poveri. Credo molto nel lavoro in equipe e ritengo che il futuro della nostra professione potrà essere realmente riconosciuto solamente grazie alla nostra professionalità e alle nostre metodologie ( che ricordo dovrebbero avere una base epistemologica riconosciuta a livello internazionale).
Apprezzato molto anche  l'intervento del collega Alessandro Vergendo che ci ha fatto sognare. Il suo ruolo di "guida" per molti atleti,  in sport di altissimo  livello, ha aperto un campo di possibilità per chi ha l'età ma principalmente le capacità  di potersi inserire in questo campo.
Non me ne vogliano le persone e colleghi che  non citerò ma ciò non vuol dire che non abbiamo imparato da ognuno di loro qualcosa di interessante e che non abbiamo  arricchito il nostro bagaglio professionale.
Nella prima giornata non posso però non nominare la dott.ssa Maria Adele Azzi che ha relazionato su "La supervisione professionale di gruppo sul territorio". Interventi come questi sono fondamentali. Tutti noi, nessuno escluso, abbiamo bisogno di supervisione, di un confronto con i colleghi e pensare di essere infallibili e onnipotenti è un errore non poco frequente in coloro che lavorano nelle cosiddette professioni d'aiuto.
Nella seconda giornata, molto interessante l'intervento del collega ed amico dott. Rino Finamore sul bellissimo lavoro "Addiction Counseling: dalle comunità terapeutiche alle istituzioni scolastiche" che stanno svolgendo in Basilicata, con ottimi risultati.
Dopo di lui ho avuto l'onore di fare il mio intervento ma chiaramente non ne parlerò, , e chi vorrà potrà ascoltare il video di seguito pubblicato. Indubbiamente, però, non posso non prendermi la fantastica carezza avuta dai presenti e non condividerla con chi legge e non era lì.  Il mio intervento ha avuto un bel riscontro e al termine sono stato contattato da molti dei presenti che mi hanno espresso un feedback molto positivo.
Dopo di me la lezione magistrale del prof.  Franco Nanetti , mi ha realmente affascinato molto poichè bella e interessante, ma di lui ne parlerà la mia collega, la dott.ssa Barbara Palladino .
La Lectio Magistralis del Professor Franco Nanetti, il cui titolo Counseling: "nuove scienze" ed esperienza dialogica  non lascia dubbi circa l'apertura pragmatica e propositiva ai moderni metodi professionali di approccio comunicativo al mondo delle emozioni, si è rivelata un affascinante quanto immaginifico momento di riflessione filosofica, psicologica e pedagogica sul senso della autenticità e della relazione di tipo alchemico-empatico su cui basare il contatto con l 'altro e il suo mondo interiore.
Nel ricordare l'antico racconto Chassidico "Il principe tacchino", scritto dal filosofo religioso Rabbi Nahman di Breslav, Nanetti ha guidato il pubblico curioso e divertito nella grottesca metafora della "non oggettività della verità" che, accompagnata da una "inesauribile domanda di senso" e dal dubbio del "cosa attende di essere imparato?" conduce colui che vive il conflitto alla comunicazione con il proprio complesso mondo emozionale.
Attraverso, quindi, la crisi identitaria, vista come momento di confronto con se stessi e i propri limiti; con l'ausilio della figura del saggio (counselor), cioè di colui che accompagna l'altro nel ritrovamento della "congruenza tra l 'interno e l'esterno"  (fungendo da ponte per la riattivazione dell' autenticità, con un approccio dialogico e con un confronto empatico), nonché con uno sguardo al corpo e ai suoi segnali e alle numerose neuroscienze; il principe (cliente) riacquista uno stato di equilibrio emotivo che gli consente di affrontare gli eventi con un atteggiamento ok, anche nel caso in cui una "vera soluzione non c'è"...
Per dirla, insomma, con parole dello stesso Nahman di Breslav: "ricorda che anche se la soluzione fosse estremamente negativa, tutto potrebbe trasformarsi in una situazione rosea...".
Ciò che permane, nonostante siano trascorsi alcuni giorni dall' incontro è la sensazione di umanità colta, affabile e ironica che il Professor Nanetti ha lasciato in chi lo ha ascoltato. Del resto, seppur in una Lectio Magistralis, egli ha saputo energizzare con grande leggerezza e semplicità, lo stato empatico in tutti i presenti. Lampante riscontro si è palesato nella quantità sorprendente di volti sorridenti e di mani tese a ringraziarlo per le emozioni suscitate.

Le conclusioni non possono che essere positive, ma dobbiamo lavorare per favorire una partecipazione più elevata dei giovani in – formazione (forse anche un'iscrizione più bassa per loro andrebbe considerata dalla dirigenza). Personalmente credo che un incontro tra la direzione della S.i.Co., i vari delegati regionali e qualche rappresentante delle scuole di formazione, potrebbe portare una sinergia non indifferente per affrontare il presente e il futuro-prossimo della nostra associazione nazionale.

Buon lavoro a tutti e al  prossimo anno J

dott.  Paolo Miglionico
dott.ssa Barbara Palladino

lunedì 1 dicembre 2014

I tre tocchi - recensione




Un film dove la settima arte si sprigiona in tutta la sua essenza, è lo sguardo di Marco Risi che penetra il Cinema attraverso il Cinema, sfondando le barriere di schemi e logiche che rispondono solo ad un mero e discutibile gioco di un miope mercato. Come Pirandello porta in scena Sei personaggi in cerca di autore, facendo teatro nel teatro, Risi porta la faccia di sei uomini nei nostri occhi per vedere l'effetto che fa, e se un provino è capace di cancellare il buio che c'è. Sono sei ragazzi, ognuno interprete della propria vita, che si incontrano regolarmente in un campo di calcio per giocare nella squadra degli attori diretta da Giacomino Losi fondata da Pier Paolo Pasolini, tutti alla vigilia di un provino. C'è Max (Massimiliano Benvenuto) che ha girato una fiction ed ora lavora in un ristorante, Gilles (Gilles Rocca) è interprete di fotoromanzi e schiavo della cocaina, Emilano (Ragno) è un doppiatore e fa il garzone nell'hotel Majestic di Roma, e disteso sui grandi letti delle stanze dove si rinchiude, sogna di essere il protagonista di noti film al fianco della sua icona Valentina Lodovini, Antonio (Folletto) è un giovane attore di teatro che consuma la sua esistenza accanto ad Ida Di Benedetto, una vecchia attrice ormai abbandonata a se stessa da cui si fa mantenere, Leandro (Amato) che torna a Napoli come attore di teatro pur di cancellare un'identità scomoda per vecchi conti in sospeso con la camorra, ed infine c'è Vincenzo  (De Michele) che si occupa del padre gravemente malato e vive cantando in un ristorante, la cui immagine riflessa nel vetro di un portone è l'ombra dai contorni sempre più indefiniti di un'identità torbida e violenta. Concentrazione, visione e velocità, nel calcio sono i tre tocchi che consentono di procedere nonostante gli ostacoli verso l'obiettivo, ma l'identità di sei uomini messi intimamente a nudo attraverso la lente della macchina da presa, per mano di un autentico tocco d'autore, rivela che tra un manifesto ed uno specchio c'è una realtà fatta frustrazioni, debolezze e fragilità. È autenticità che si mescola alla finzione rimanendone vittima, è la realtà di Emiliano che si confonde col sogno a cui nell'ultima scena, travestiti da donna, prestano il volto Marco Giallini, Claudio Santamaria e Luca Argentero che lo bacia rivelando che il sogno ha lo stesso sapore amaro della realtà, e linea che li separa  perde tratto e colore, è la forma che schiaccia la passione del pusher che danza sulle prepotenti note de Il lago dei cigni, lontano dagli occhi del mondo e da quella grazia che non gli è mai stata riconosciuta, è Max che torna nelle acque dove affondano le sue radici e si concede agli unici occhi dove riconosce l'amore, è Paolo Sorrentino che chiede "chi sei?". E' una preghiera recitata per un provino che si ripete sulla bocca di tutti ma su quella di Vincenzo ogni parola è rivolta a Dio affinché lo salvi da se stesso, è Marco Risi che pur non seguendo un filo canonico di narrazione, ci presta il suo sguardo che attraversa l'universo di sei uomini come una lama lasciandolo a brandelli.
Antonietta D'Ambrosio

Il VUOTO-PIENO LASCIATO DA STAN LEE

Il 12 novembre - inCULTURA ha partecipato la notizia - è improvvisamente venuto a mancare Stan Lee e il cordoglio si è ...