lunedì 28 marzo 2016

PASQUA INSANGUINATA



Il terrorismo è un fenomeno globale. Anche oggi è stato colpito il cuore cristiano del Pakistan.
Il Pakistan ancora e ancora insanguinato dal terrorismo. Colpito un parco per famiglie a Lahore: il kamikaze si fa esplodere vicino alle altalene dei bambini. "È una carneficina". Almeno 72 morti e 359 feriti, dicono le stime iniziali. I testimoni: "Ci sono sangue e resti umani sparsi sull'erba".
L' uccello di morte che compie balzi da un continente all'altro seminando vittime ignare, piccoli ed adulti. Migliaia oramai.
Ma ancora nel dolore che ci colpisce tutti quotidianamente c'è chi parla di indifferenza di qualcuno o di "eurocentrismo": non ci credo più. La paura è globale come il terrorismo e proprio questo consentirà di sconfiggerlo, in quanto non appartiene a nessuno in particolare.
Il continuo ripetere come un mantra che l'Europa è indifferente rispetto ai dolori altrui è un insulso boomerang ideologico che può attirare ancor di più i malintenzionati che vedono nel pensiero di libertà (anche religiosa) un demone da accecare. In Europa è sicuramente più facile compiere attentati in quanto da noi vige la libera circolazione di uomini ed idee e non solo: la stessa "Iustitia" tutela anche i presunti e accertati assassini, come è giusto che sia. La gente migra verso l'Europa non solo per trovare sussistenza ma anche per trovare una libertà di esistenza e convivenza che altrove è impedita. Eppoi questa agognata e vituperata Europa, malgrado difficoltà immani sta salvando migliaia di vite umane che altri pensano solo a spegnere. Pensiamo dunque a combattere i fanatismo modali che attraversano la Storia. I primi successi si vedono. Stiamo riconquistando il terreno alla Ragione.
PS: si continua a scrivere "eurocentrico" ma come suggerisce la autorevole Treccani (che non è Wikipedia) si dovrebbe parlare di "europocentrico" ed "europocentrismo". Così anche in spagnolo. Stiamo abbreviando una parola per comodità o ci riferiamo solo all' "euro" come moneta? Meditiamo. (a.m.)

domenica 27 marzo 2016

AUGURI A CHIUNQUE SIA L'ALTRO DI QUALCUNO



Cari Amici, rivolgiamo a voi e a noi tutti un Augurio di Vita che parta dal pensiero emotivo, quello che chiamiamo poeticamente “cuore” e che ha da precedere e filtrare le azioni. 
L’augurio è esteso anche  a quanti oggi non possono santificare né questo né altri giorni dal momento che il loro alito di Vita si è prematuramente dissolto nella assurdità di un momento tragico. 
Ci auguriamo -  in maniera umile, non onnipotente - unicamente un tratto temporale di serenità storica globale e locale che ci aiuti a riflettere, a collaborare, a mentalizzare i cambiamenti epocali di cui siamo perplessi e spaventati testimoni. 
Questa serenità di Adulta presenza può e deve portarci ad isolare sempre più quanto di più non OK è dentro  di noi e intorno a noi. Tra i fotografi si usa augurarsi prima degli scatti “Buona luce!”. Che Buona Luce sia. (a.m.) 

venerdì 25 marzo 2016

RAI1 lancia ALLERTA: IL CERVELLO SI DANNEGGIA A LIVELLO HARDWARE NELL'ABUSO DI DROGHE

Finalmente se ne parla sul serio e con coraggio di verità. Noi abbiamo lanciato da anni continui avvisi sulla pericolosità delle sostanze d'abuso descritte spesso da giovani e no come sostanze "non dannose", anzi "terapeutiche". Ad "1 MATTINA" del 24 Marzo u.s. una lezione di grande giornalismo: hanno invitato eminenti studiosi che con grande franchezza hanno mostrato i danni cerebrali da abuso, anche della tanto decantata e sottostimata Cannabis. Finalmente si è parlato della Cannabis come causa di quadri psicotici "similschizofrenici" in adolescenza e gioventù (noi abbiamo assistito negli ultimi cinque anni ad un preoccupante aumento in Puglia che, segnalato anche in tutto il mondo, ha determinato l'ingresso di nuove "malattie" nella nosografia internazionale del DSM p.e.). I danni sono naturalmente maggiori se la scatola cranica ed il suo prezioso contenuto appaiono ancora in evoluzione: il Sistema Nervoso Centrale termina il proprio sviluppo tra i 20 e 25 anni di vita (le donne prima, verso i 20). E' naturale che sostanze malignamente psicoattive modificano i rapporti morfofunzionali della attività cerebrale e PER SEMPRE. Grazie RAI per l'apporto che date a chi lavora in "trincea" senza reboanti proclami e senza milioni di click in internet. (achille miglionico, psichiatra e psicoterapeuta)







Nella RMN si assiste alla grave atrofia corticosottocorticale nell'abuso cronico di  alcole (il soggetto a destra è solo un quarantenne ma sembra un novantenne in fase demenziale)

Qui (PET) si assiste al "deserto" metabolico (destra) che determina l'abuso di cocaina (fortemente psicotizzante)

Infine i danni sull'hardware della memoria nell'abuso di Cannabis (in rosso l'ippocampo che a destra appare volumetricamente ridotto).



MEDITIAMO E DIFFONDIAMO





martedì 22 marzo 2016

TERMINATO CORSO ECM alla ASL NA3 Sud







Presso l'Ospedale di Boscotrecase nella ASL NA3 Sud si è svolto un Corso ECM sul tema "La gestione del colloquio medico-paziente/familiari nei reparti di Emergenza": il corso è stato organizzato nell'ambito del progetto regionale di "umanizzazione nei percorsi assistenziali". Promotrice la dr. Marisa De Martino, a capo del servizio di Psicologia della ASL e psicoterapeuta analiticotransazionale. Le giornate seminariali sono state rivolte a medici, psicologi, infermieri e personale tutto: gli staff sanitari sono apparsi fortemente motivati ed hanno seguito le lezioni interattive con crescente e saldo interesse professionale ed umano. Il dr. Achille Miglionico (per conto del SIEB) ha condotto i seminari, destando viva partecipazione: per tutto il Mese di Marzo sino ad oggi 22 Marzo il corso ha affrontato metodologia analiticotransazionale e comunicazione empatica . Proiettati diversi filmati in occasione dei moduli di apprendimento che hanno coinvolto un centinaio di Operatori. Un grazie a quanti hanno reso possibile gli incontri, rendendo indelebile il ricordo umano e esistenziale. Alla prossima. (t.a.)











domenica 13 marzo 2016

A 71 ANNI MUORE KEITH EMERSON



Un altro Grande della musica se ne è andato. Ha accompagnato la nostra adolescenza reinventando le tastiere come Hendrix reinventò la chitarra.
"Keith Emerson (1944 - 2016)
We regret to announce that Keith Emerson died last night at his home in Santa Monica, Los Angeles, aged 71. We ask that the family’s privacy and grief be respected."
A diffondere la notizia della sua morte, con un annuncio sul sito facebook del gruppo, è stato il suo vecchio amico e compagno Carl Palmer.
Morto suicida a 71 anni una delle leggende del rock progressive con gli EL&P (Emerson, Lake & Palmer), un trio leggendario; è stato autore di diversi album solisti e collaborazioni per colonne sonore, con Dario Argento e Lucio Fulci. A causa di una inabilitante diverticolite che lo tormentava aveva subito interventi chirurgici; alcune dita   delle mani, tradite da tendinite, gli impedivano di suonare la tastiera che era una estensione del suo Sé. Vogliamo pensare che non abbia retto tutto questo.

venerdì 11 marzo 2016

VOLETE SAPERE COME SI VIVESSE AL FEMMINILE SOTTO FEDERICO II ?

Pubblichiamo volentieri, fuori dei riflettori (talora ipocriti) della Giornata della Donna, un articolo sulla condizione femminile al tempo di Federico II, da noi tutti considerato un illuminato per i suoi tempi ma che, come monarca, doveva sottostare alla coscienza giuridica del tempo. Un bel contributo quello della prof che vuole solo delucidarci su di una condizione millenaria. Crediamo che non solo avvocati e studenti universitari ma tutti dovrebbero leggere, al di là dei particolari storici, quale reificazione sia stata a lungo operata sulla Donna. 

Donna: per molti secoli e per molte culture attuali solo un'ombra


LE DONNE NELLE COSTITUZIONI MELFITANE (LEGGI DI FEDERICO II DI SVEVIA - 1231)

La giornata della donna (giornata e non “festa”, come sempre più spesso si sente dire e dalle donne stesse)  per quest’anno si è conclusa: spenti i riflettori  sulle varie vicende di violenze, di abusi, di sopraffazioni e di soprusi (siamo nel 2016!), ritorniamo tutti alla quotidianità, fatta di relazioni e di mediazioni, di routine e di voglia di cambiamento. Molto si parla, anche a sproposito, delle donne, del loro ruolo sociale (parlare oggi di ruoli sociali vuol dire imbarcarsi in un’avventura ignota ed oscura – Bauman definisce la nostra società “liquida”);  ci muoviamo entro i confini delle tre dimensioni del mondo reale, ma ci estendiamo nel mondo virtuale, in modo particolare in Internet, ottimo strumento, quando lo si sa usare, strumento di morte (suicidio) quando non si ha un criterio di discernimento (se non so cosa scegliere e perchè, prenderò le prime informazioni che mi capitano sottomano, anche quelle inutili e, molto più pericolosamente, quelle false). Della Storia delle donne se ne sono occupati in molti (anche se non sono abbastanza); per chi non volesse leggere dei libri, sul web troviamo vari contributi più o meno affidabili. Il cammino fin qui percorso nella nostra società dalle donne è stato lungo, ma ancor più lunga è la strada da percorrere.
Mi soffermerò, pur non entrando nei particolari, sull’analisi storica delle donne nella legislazione federiciana. Federico II (1194 - 1250) è una figura storica controversa su cui generazioni di studiosi hanno scritto esaminandone molteplici aspetti della personalità, della politica, della cultura, ma raramente interessandosi all’attenzione da lui dedicata alle donne nelle Costituzioni di Melfi del 1231, il suo corpus di leggi. E’ stato detto tutto ed il contrario di tutto: egli è stato visto allo stesso tempo come l’Anticristo ed il Principe della pace, come l’affossatore dei pontefici ed il Puer Apuliae, come il tiranno e l’antesignano del principe moderno. La storiografia si è spaccata in due prendendo in esame un imperatore il cui mito ha varcato il suo tempo per arrivare sino a noi. Bisogna liberare la figura del sovrano dai miti sorti già dal XIII secolo che hanno alimentato, nei secoli seguenti, ulteriori leggende prive di fondamento storico. Anche le Costituzioni di Melfi, come ogni ambito d’azione e di pensiero dello Svevo, hanno risentito dell’ideologia di fondo dello storico che via via le ha analizzate. Il sovrano elaborò cinquantadue leggi relative a vari aspetti della vita delle donne nel Regnum: esse riguardano il matrimonio e la costituzione di dote, l’adulterio, la prostituzione, i filtri d’amore e gli alimenti dannosi, il ratto e la violenza, i procuratori ed i tutori delle donne ed il diritto di successione. Tra queste norme, alcune sono state create ex novo dallo Svevo, altre, invece, si rifanno alle assise del normanno Ruggero II (ad esempio quelle riguardanti le procedure matrimoniali, l’adulterio, il lenocinio o il ratto di monache), alle leggi di Guglielmo I e di Guglielmo II (ad esempio quelle attinenti alla costituzione di dote o alla violenza sulle prostitute), al diritto romano (quelle che riguardano il ratto delle donne, i tutori per i minori o i procuratori delle donne), al diritto longobardo (sulla successione di una figlia vedova).
Matrimonio e costituzione di dote: dieci sono le norme di argomento matrimoniale; egli si occupa delle donne di elevata condizione sociale (d’altra parte le differenze cetuali hanno caratterizzato profondamente la storia delle donne nel Medioevo). L’unica norma relativa a tutte le donne del regno è quella che vieta il matrimonio con stranieri: in questo caso la preoccupazione di fondo è che i beni del regno restino nel regno. Il matrimonio feudale era  un accordo tra genitori che legavano tra loro i propri figli nell’interesse della terra. Anche nelle norme federiciane il matrimonio è un rapporto di alleanza che la donna ha il dovere di mantenere tra i due gruppi familiari. La donna deve garantire l’uso del corpo e dei beni che porta.  Nel diritto romano la donna portava allo sposo la dote: essa veniva data o solo promessa il giorno delle nozze. Nel caso di matrimoni infecondi o da cui non sopravvivesse la prole, la dote andava restituita; durante il matrimonio essa stava nelle mani del marito. Federico II stabilisce di dare solennità e pubblicità al matrimonio; ciò deriva da un’assisa di Ruggero II. Nei primi tre secoli di storia della Chiesa non c’è stata alcuna cerimonia nuziale.; i primi riti appaiono alla fine del IV secolo: in Oriente si usava incoronare gli sposi, in Occidente il sacerdote benediva i nubendi. In Gallia il sacerdote benediva la coppia quando questa era nel letto nuziale, in thalamo. In Italia la benedizione veniva impartita in chiesa o davanti ad essa. Il Concilio di Arles del 524 decretò che fosse necessario sposarsi con una cerimonia pubblica.
Da cosa è dettato l’interesse di Federico per la regolamentazione della costituzione di dote? Il passaggio di una donna da un lignaggio all’altro comporta il trasferimento di ricchezze; lo Svevo, perciò, regola e controlla i trasferimenti di ricchezza ed i meccanismi di alleanza tra i feudatari: la donna non è che un mezzo per ottenere uno scopo.
Adulterio: nove le leggi sull’adulterio: di queste, sei si devono a Ruggero II, due a Guglielmo e solo una a Federico II. Già la schiacciante presenza della normativa normanna sull’argomento in questione è indicativa del fatto che allo Svevo era sufficiente la regolamentazione preesistente sulla materia. La colpa dell’adulterio ricade sempre sulla moglie: è lei l’adultera e va punita col taglio del naso o la flagellazione in pubblico, va ripudiata od uccisa, se colta in flagranza di reato. Il marito, l’uomo, subisce il disonore dell’adulterio ed è obbligato a punire la moglie infedele. Nel XIII secolo l’adulterio femminile è considerato crimine di rilevanza pubblica; ad esso si applicano le pene più infamanti. Federico II nel Proemium  alle Costituzioni parla della creazione dell’uomo e della donna dal libro del Genesi: la donna scaturisce da una costola di Adamo, è a questo subordinata ed è naturalmente incline al male, visto che ha determinato la cacciata dal Paradiso terrestre per sé e per il suo compagno.
Il sovrano dà prova, così, di essere figlio del suo tempo e delle teorizzazioni della Chiesa sulla donna. La virtù della donna, la sua fedeltà al marito era un interesse della stirpe: i figli adulterini di una donna non sono ben individuabili, diventano così molto pericolosi. La fedeltà sessuale è al centro della trasmissione dei beni e del patrimonio, qual è il matrimonio, e l’adulterio rompe l’ordine sociale.
Prostituzione: Le norme sulla prostituzione inserite nelle Costituzioni sono  cinque; Federico si serve di tre assise di Ruggero: due di queste le emenda. Già nel 1221 Federico II si era preoccupato che le prostitute non si confondessero con le donne oneste: le allontana dal centro abitato e, come segno di distinzione, impone loro di indossare un corto mantello. Esse possono recarsi ai bagni pubblici solo il mercoledì e, nel caso in cui contravvengano a questi ordini, la pena a cui vanno sottoposte è la fustigazione. A Melfi Federico usa lo stesso criterio: distingue la prostituta, donna perduta, dalla donna onesta; egli cerca di salvaguardare l’onestà delle donne finchè è possibile. Chiunque attenti alla castità o al vincolo matrimoniale delle donne, sia esso un lenone o una madre, va duramente punito, come le adultere. La donna che, invece, è pubblicamente una prostituta non va incontro all’accusa di questa colpa.  La società medievale per le donne prevede che la “normalità” sia che esse  possano essere spose o monache: al di fuori di questo ordine c’è il caos, la prostituzione, il vizio, il peccato, la morte: vedove che vivono da sole, domestiche sono tutte sospettate di cattiva condotta. La prostituta rompe l’ordine sociale, è al di fuori delle regole costituite, è una “diversa”, è fuori dalla famiglia che funziona da gabbia coercitiva. In città esisteva un postribulum, una casa di tolleranza ; i bagni pubblici erano usati come case di tolleranza e la regolamentazione dell’accesso ad essi era ad opera del legislatore; esisteva una mezzana che, sposa e madre, era probabilmente colei che conduceva sulla via della Le cause che spesso inducevano le donne a prostituirsi erano varie: la metà era stata costretta con la violenza; un quarto era costretto a prostituirsi dalla propria famiglia o da cattive condizioni sociali; un altro quarto era costituito da coloro che avevano scelto di fare mercato del loro corpo, senza alcuna costrizione. Le cause che spesso inducevano le donne a prostituirsi erano varie: la metà era stata costretta con la violenza; un quarto era costretto a prostituirsi dalla propria famiglia o da cattive condizioni sociali; un altro quarto era costituito da coloro che avevano scelto di fare mercato del loro corpo, senza alcuna costrizione.
Anche le prostitute, quindi, hanno l’onere di difendere l’ordine sociale: mettono al sicuro l’onore delle donne di rango ed è proprio questa la preoccupazione di Federico II con le sue leggi.
Filtri d’amore ed alimenti dannosi (contraccezione): tre sono le leggi che riguardano la produzione, la vendita ed il consumo di filtri d’amore e sostanze nocive. Queste norme sono strettamente connesse con la pratica della contraccezione e con la convinzione che alcune donne avessero dei poteri magici, riuscendo a produrre filtri o pozioni o a realizzare sortilegi. Le tre leggi si inseriscono pienamente nella cultura medievale prodotta da uomini che hanno paura delle donne e dei loro supposti poteri; con esse Federico si colloca appieno nel suo tempo. La Chiesa nell’ Alto Medioevo stabilisce un calendario molto ristretto dei momenti in cui due coniugi possono avere rapporti sessuali; essa controlla anche la liceità delle pratiche e delle posizioni d’amore. A cominciare dal XIII secolo, una volta all’anno ogni fedele deve rendere conto al confessore delle sue trasgressioni alla norma sessuale dettata dalla Chiesa; in questo periodo l’età delle donne che andavano in spose varia dai dodici ai diciotto anni (le donne più giovani appartenevano ai ceti più abbienti; le meno giovani ai ceti rurali), quindi le gravidanze occupavano circa la metà della vita delle donne maritate prima della quarantina. Secondo i divieti ecclesiastici, una coppia non avrebbe potuto avere rapporti sessuali durante la gravidanza della moglie, almeno sin da quando il feto cominciava a muoversi. Inoltre la Chiesa vietava di avere rapporti durante l’allattamento, poiché un’eventuale fecondazione in quel periodo avrebbe accorciato l’allattamento, pregiudicando la vita del figlio maggiore; durante il ciclo mestruale, perché c’era il rischio di avere figli malati o deformi; durante l’Avvento e la Quaresima. Dal XIII secolo le posizioni dei teologi sulle pratiche contraccettive si attenuarono: secondo alcuni non era più da considerarsi vietata l’unione di una coppia sterile o era ammesso il coitus reservatus. Rimase inalterata la condanna dei rapporti contro natura ai quali la Chiesa attribuiva scopi contraccettivi (in realtà queste pratiche pare non abbiano rallentato affatto il ritmo delle nascite). La teoria era però molto lontana dalla realtà di vita delle coppie medievali. Si parla di venena sterilitatis  sin dai tempi dei padri della Chiesa. Alcune delle pratiche contraccettive più usate erano queste: alcune donne si cospargevano il corpo nudo con del miele e si rotolavano poi su chicchi di grano precedentemente sparsi su un lenzuolo: raccoglievano i chicchi che si attaccavano al loro corpo e, macinandoli con un movimento in senso contrario al corso del Sole, preparavano un pane che davano da mangiare al marito, con lo scopo di spegnerne gli ardori amorosi; altre si mettevano in ginocchio e si facevano fare sulla spalla nuda un pane che davano offrivano al marito, perché potesse essere travolto dalla passione; altre ancora mescolavano il sangue mestruale con cibo e bevande che facevano assumere al marito per potenziarne il desiderio; le mogli adultere che si accorgevano che i loro amanti avevano intenzione di lasciarle per sposarsi, con un sortilegio d’amore rendevano i loro uomini impotenti.
Federico condanna, nelle sue leggi, sia il produttore di sostanze velenose, sia l’acquirente: egli ha paura delle donne (è pienamente inserito nella koinè culturale del suo tempo) quindi contribuisce a mantenerle in una condizione di debolezza: realizza una rimozione della figura femminile da ruoli diversi da quelli che per tradizione competevano alle donne.
Ratto e violenza: il Liber Constitutionum contiene otto norme che regolano e puniscono la violenza contro le donne. Queste sono strutturate molto chiaramente in base alla distinzione che il Medioevo (quindi anche Federico II) fa della donna, secondo i ruoli fondamentali: sposa, monaca, prostituta. Al di là di questi ruoli le donne medievali non si sono mai arrischiate, tranne se non si mettevano in serio pericolo di essere considerate adultere o streghe. Lo Svevo regolamenta e punisce il rapimento e la violenza ai danni delle donne a seconda che esse siano monache, prostitute, o spose (o che abbiano solo preso accordi sponsalici o che siano già spose o vedove). L’uso della violenza sessuale nel Medioevo è molto diffuso: l’aggressore non ha mai colpa, visto che il sospetto grava sempre sulla vittima. Il maschio, anzi, aveva proprio il ruolo sociale di aggressore sessuale. Federico II condanna alla pena capitale chi rapisce o usa violenza ad una monaca, anche se questa non ha preso i voti. La condanna è la stessa anche nel caso di violenza contro le prostitute, ma solo in apparenza: egli dichiara che viene comminata la pena di morte a chi infligge violenza ad una prostituta esclusivamente con lo scopo di mantenere la pace sociale. In realtà occorre che il violentatore confessi la sua colpa o che essa venga accertata; la prostituta, poi, ha solo otto giorni di tempo per dimostrare che è stata violentata, scaduti i quali, decade ogni accusa. Anche la moglie, altro ruolo sociale femminile del Medioevo, viene difesa da Federico: egli giunge ad imporre una pena pecuniaria a chi, sentendo il grido di invocazione di una donna, non accorra in suo aiuto. Questo uso, però, fa parte dell’istituto della defensa, secondo il quale un aggredito poteva invocare il nome dell’imperatore per far cessare ogni ingiusta violenza.
Procuratori e tutori delle donne: le leggi sui procuratori delle donne sono dieci. A Federico premeva aggiornare le leggi dei sovrani normanni in materia di tutela e procura delle persone indifese, ossia di minori, indigenti e donne. L’istituto della tutela è romano; esso penetrò anche presso i Longobardi. Nel diritto romano postclassico esso fu confuso con l’istituto della curatela,  in favore di soggetti che non hanno ancora o che hanno perduto la piena capacità o in tutela di particolari interessi ed anche con quello dell’administatio, procura. La tutela si attribuiva normalmente per testamento alla madre di un minore, ai fratelli, agli zii, a persone legate alla famiglia anche da soli vincoli spirituali. In un secondo tempo interveniva l’autorità pubblica a difendere le vedove e gli orfani. L’istituto della tutela assume aspetti diversi nel diritto longobardo: il padre di una donna, i fratelli o i suoi parenti esercitano su di essa il mundio, una potestà perpetua, della quale le donne non possono liberarsi. Inizialmente esso si trasmette per successione dal padre ai fratelli della donna, ai parenti più prossimi; è trasmissibile al marito della donna: costui all’atto del matrimonio fa un dono al padre della sposa per il consenso datogli alle nozze. In seguito il mundio diventa oggetto di donazione e di vendita, tanto che a protezione della donna contro eventuali abusi del mundoaldo si impose la pratica della nomina di un curatore, l’avvocato o avvocatore. Il mundio toglieva alle donne qualsiasi forma di autonomia.
 Federico II non fa che rafforzare il dritto longobardo e il ruolo di subordinazione della donna nella sue leggi.
Diritto di successione: le leggi che parlano della successione sono tre. Gli interessi fondamentali dei ceti detentori della ricchezza erano due: assicurarsi che tutto l’asse ereditario passasse ai figli maschi (nobili o borghesi), i quali però avevano l’onere del paragium, ossia di provvedere ad un conveniente matrimonio per le sorelle o zie non sposate e viventi in casa, escluse dall’eredità e, nel caso di assenza di maschi, garantirsi che i beni e il titolo restassero in disponibilità familiare, passando alle figlie femmine, anche se così facendo si andava contro uno dei pilastri del diritto germanico e, quindi, di quello feudale, ossia quello della inabilità della donna alla piena capacità civile, oltre che alla funzione militare. Federico II istituzionalizza anche l’esclusiva successione femminile in assenza di maschi, che era diventata un uso comune nella società: ciò va contro le ragioni del fisco e deforma i principi originari dell’istituto feudale. Lo Svevo stravolge il diritto di successione feudale.
In realtà lo Svevo mirava molto più in alto: all’ inevitabile indebolimento graduale del sistema feudale attraverso il suo cadere in disadatte mani femminili. Le donne beneficiate dalle sue leggi sono solo un mezzo per ottenere quel fine. Ancora una volta le donne nelle Costituzioni melfitane sono usate dal sovrano: sono strumenti nelle sue mani, sia che persegua l’ordine sociale, sia che persegua lo smembramento del sistema feudale.
Leggi di vario argomento: quattro sono le norme relative alle donne che trattano di vari argomenti. Le prime due leggi del normanno Ruggero si riferiscono alle ancelle che, fuggite via dal loro padrone, vengono ritrovate e consegnate agli organi statali che le riutilizzano. Esse, come i servi, sono assimilate ad oggetti, tanto è vero che il seguito di una di queste leggi si riferisce agli oggetti ritrovati. Si può notare come ai gradi più bassi della scala sociale le differenze tra i sessi si affievoliscono sino a scomparire: le ancelle hanno un trattamento pari a quello dei servi. Federico II non si preoccupa delle ancelle: queste non solo sono donne, ma appartengono al ceto inferiore; per il sovrano è sufficiente mantenere in vigore le due norme ruggeriane, allo scopo di regolare l’iter burocratico nel caso di un loro eventuale ritrovamento. Le altre due norme servono a celebrare le iustitia federiciana: gli innocenti non devono pagare per i colpevoli. Le donne, se non si macchiano di complicità nei confronti dei loro uomini, possono usufruire della clemenza del sovrano, altrimenti non sfuggono alla condanna.

 Le donne del Liber Constitutionum sono perfettamente inserite nel loro tempo, difficile da vivere, tempo di violenze, di costrizioni, di sopraffazioni, di silenzio, di discriminazioni, in una parola nel tempo del Medioevo, alla stessa stregua di Federico II Hohenstaufen, un sovrano medievale; noi, donne europee del 2016, dobbiamo proseguire il lungo cammino verso una reale emancipazione, una liberazione da qualcosa o da qualcuno che passa sempre attraverso la comunicazione, il rapporto sociale, l’avvicinamento all’altro.
Rosa Maria Ciritella


mercoledì 9 marzo 2016

TRANI RIAVRA’ MAI UN SUO TEATRO? Riflessioni di Mario Schiralli




"Carissimo Achille, eccoti di seguito alcune mie riflessioni sul "fu" teatro di Trani. Mi auguro sia di tuo gradimento per la rivista. Un caro saluto. Mario"
Il dr. Mario Schiralli , già Direttore della Biblioteca di Trani ha aderito alla nostra cordata ideale inviandoci Sue riflessioni sull'argomento. Grazie.



Ogni epoca deve essere gestita  e vissuta nel segno della realtà che la caratterizza. Nell’attuale, da  una ventina di anni,  aleggia una sorta di oscurantismo quasi totale che investe la città su molti fronti: cultura, vita politica, senso civico della gente, memoria di chi ha fatto grande la città e  rispetto delle istituzioni e delle opere d’arte.
Un tempo, quando Trani era sede della Sacra regia Udienza, le frequenti rappresentazioni teatrali fecero avvertire la necessità di un teatro stabile. Sorse, così, per iniziativa di privati il Real Teatro  S.Ferdinando, eretto nel 1793, soltanto un anno dopo l’inizio dei lavori di costruzione, ed intitolato a Re Ferdinando I che aveva dato il suo assenso con molta sollecitudine. Ma il teatro, dopo intense stagioni di spettacoli e varie vicissitudini, talvolta anche tragiche (incendio ad opera dei francesi nel 1799, terremoto del 1851 e crollo del 1856 durante i lavori di consolidamento) vide la propria fine con la demolizione totale del 1958, a causa dei danneggiamenti riportati  durante il bombardamento  della fatidica Pasquetta del ’43. Il governo cittadino del tempo aveva agevolato la demolizione dell’immbobile convinto  di poterlo poi ricostruire con i soldi che lo Stato  avrebbe fatto arrivare a Trani per i danni bellici. Ma non se ne fece nulla.
Certo è che solo negli anni ‘80 fu avvertita nuovamente  l’impellente necessità di dotare la città di un nuovo teatro. Si convenne di ricostruirlo nello stesso luogo ove sorgeva l’antico Real Teatro  S.Ferdinando.
Ma anche questa “volontà” fu una flebile fiammella che si spense quasi subito. Fu approvato il nuovo progetto, fu effettuato lo scavo per le nuove fondamenta e poi niente più. Motivo: si…scoprì che sotto il vecchio stabile scorreva  dell’acqua e che, pertanto, la nuova costruzione per essere innalzata doveva poggiare su micropali piantati nel terreno a mo’ di  moderne palafitte che costarono diverse centinaia di milioni di lire, ma che nel 1993 furono sotterrate per riempire lo scavo diventato una cloaca a cielo aperto con grave disappunto degli abitanti dei palazzi circostanti.Nel frattempo città viciniori hanno ristrutturato e aperto i loro teatri, come Bitonto, Altamura, Bisceglie e altri.
Oggi, a distanza di quasi 60 anni da quel fatidico 1958 si vive ancora con l’interrogativo: riavrà mai Trani un suo teatro?
Qualche anno fa in piena campagna elettorale, ci fu chi fece circolare la voce, rivelatasi ben presto una “bufala”, che era già pronto un nuovo progetto per  la costruzione imminente di un nuovo teatro, questa volta nell’area dell’attuale Azienda Elettrica (idea già ventilata anni prima e bocciata a priori) e che a firmare l’elaborato sarebbe  stata, per dirla con un’espressione alla  “Pappagone”, "niente popo’ di meno", che Gae Aulenti, architetta di fama mondiale, alla quale era stata pure attribuito un “amore sviscerato” per la città d’origine (che non era Trani). Come detto, si rivelò  una bufala di natura elettoralistica.
Citato dallo storico ed artista A.L. Castellan, membro onorario dell’Accademia delle Belle Arti di Parigi nel 1819 (rimase favorevolmente impressionato dall’eleganza dell’architettura esterna), da Benedetto Croce, oltre che  da uno stuolo di storici  e critici teatrali, il S.Ferdinando poteva vantare un arredamento interno curato dal monopolitano Ignazio Perricci (1834-1907) uno dei maggiori artisti, decoratori e scultori del tempo che, nel 1856, insieme al collega tranese Biagio Molinaro, autore del sipario, tra i più grandi d’Italia, aveva vinto  il concorso per la decorazione della gran sala destinata alla Corte Suprema di Giustizia di Castel Capuano. Sempre con Biagio Molinaro decorò poi  la Cattedrale di Troia e in seguito  il Teatro Comunale di Trani.
La storia del S. Ferdinando non è costellata solo di rose e fiori. Gli anni dal 1794 al 1900 furono i più prolifici per gli spettacoli e  per i tanti artisti di fama che ne calcarono  il palcoscenico. Ma anche di sconvolgimenti.
Non c’è alcun dubbio che i fatti del 1799 segnarono l’inizio della decadenza sociale e culturale della città, anche se nel secolo successivo, dopo la restaurazione borbonica, nel 1817, in seguito al trasferimento da Altamura a Trani della Gran Corte Civile e Criminale, la città ebbe l’occasione di rinverdire le sue tradizioni forensi che risalivano agli inizi del XIII secolo. Grandi uomini, poi,  come il sen. Antonacci, Ferdinando Lambert, Arcangelo Prologo, Giovanni Beltrani e sindaci lungimiranti portarono una ventata di idee e di cultura che rifecero grande Trani, che Francesco De Sanctis, nel suo memorabile discorso di Trani del 1883, definì “l’Atene delle Puglie”.
Dal 1993, data del primo scioglimento del consiglio comunale (vent’anni dopo è seguito il secondo) in poi Trani è sprofondata  sempre più in basso, anche di quella pietra che negli anni 50-60 ne celebrò i fasti.
Oggi si continua a vivere di turismo "mordi e fuggi", di quello "struscio" al porto nei sabati e nelle domeniche d'estate;  che chi pensa (stultum est dicere: putabam, locuzione latina per indicare  l'inutilità di ipotesi errate e soprattutto di allegare come giustificazione supposizioni erronee) che la nostra città attragga tutti, pecca di quella Illusione che  ha reso cieca tanta gente di fronte all'assenza di qualsivoglia politica di sviluppo.
Una classe politica che da più di 20 anni a questa parte tiene in ostaggio la città! Che si ricicla, che passa da uno “credo”  all'altro, ma che al suo attivo ha ben poco!
Oggi si continua a vivere, ma solo di ricordi. Come quello legato al  glorioso Teatro S. Ferdinando. Il che porta alla mente la strofa di un motivetto in voga nella prima guerra mondiale:  “Il general Cadorna / ha scritto alla regina / se vuoi vedere Trieste/ te la mando in  cartolina”. Come dire, se vuoi  il teatro di Trani, guarda qualche (vecchia) cartolina.
(Mario Schiralli)

sabato 5 marzo 2016

SE L'ATTORE RAPPRESENTA IL ''SUO'' COPIONE

L'Amico Italo Zagaria, attore per diletto e non professionista che abita a Matera, ha frequentato corsi sulla comunicazione del SIEB anni fa. Oggi propone una coraggiosa riflessione tra Luigi Pirandello ed Eric Berne che trae spunto dalle proprie esperienze di teatro, condotte tutte con bravura ed umiltà, mai smettendo di interrogarsi sul proprio copione e sul copione proposto dal regista. Le sue riflessioni sul Teatro coincidono casualmente con la problematica, da noi sollevata,  del teatro di Trani (che non c'è e ci dovrebbe essere).








L'ipotesi attoriale posta in questi termini sembra retorica, se pensiamo che l'attore rappresenta comunque buona parte di se' nel personaggio. Possiamo affermare anzi che sarà sempre la persona/attore a ''salire sul palcoscenico'' insieme con lui. Prova ne è che la medesima scena raffigurata da attori diversi, venga rappresentata in tanti modi quanti sono gli interpreti chiamati a recitarla -
Nella ricerca teatrale, in verità, capita che la persona-attore ''sbandi'' per essere sospeso (o tirato?) fra il copione di vita (Berne) ''che resiste ma che comunque protegge, e la ricerca medesima. Ma, fino a che punto è possibile ''tirare la corda berniana''? Forse la messa in scena, in  quanto suggestiva ed inconsueta, lancia l’attore inconsapevolmente, verso un narcisismo teatrale rischioso, esagerato, 'oltre' (trans)? Oppure esiste anche quella dimensione che possiamo definire benefica, rigenerante, se l'uomo-attore si disistima o ristagna nella passività?


Certamente, in questa contingenza, pur con le luci della ribalta e quant'altro arricchisce il contesto scenico, la persona-attorefragile” è portata alla riconsiderazione e rivalutazione di se', e alla riappropriazione delle proprie qualità nascoste e migliori. Il ''lavoro dell'attore su se stesso'' (come dice Stanislavskij) gli consente, anche e soprattutto, di riscoprire dimensioni inconsce. Egli è capace finalmente di non temere l’inconscio, di fidarsi di lui, poiché non più misterioso, semmai... fecondo. Con queste premesse, possiamo affermare che quel ''lavoro'' è capace di corroborare l'intrapsichico, oltre che l'interpersonale, e, di seguito, ''completare'' il personaggio? Oppure quel medesimo ''lavoro'' è naturale, spontaneo, non costruito, se pensiamo che lui, l'attore, è abile nel piacere ed ''entrare'' nello spettatore, anche agli inizi delle sue messe in scena, quando ancora tremava al cospetto del pubblico? In un caso o nell'altro, egli si è risanato e la vita, che gli sembrava ostile, è ripartita. Pensiamo tuttavia che le ritrosie del copione di vita ci possano indurre a credere in un ''teatro conservatore'', in quanto capace di preservare e comunque contenere le ''trame'' berniane della vita, che restano essenziali per la sopravvivenza dell'individuo. 
Per queste ragioni si pone il rischio della ''scissione attoriale'', e quanto di se stesso la persona-attore può offrire nella spettacolarizzazione, o quanto questa sia utile e riuscita, per lui e per lo spettatore. Perciò egli preferisce un ''lavoro su se stesso e sul personaggio''' meno assillante, si da preferire addirittura di ritornare a memorizzare soltanto i copioni di scena, senza neanche impossessarsi del sottotesto registico. O addirittura praticando un teatro che non faccia pensare...perché poi anche tormentoso. Or dunque, se l'attore, per ''inseguire'' il copione di scena, se ne infischiasse inavvertitamente del proprio, chi strepiterebbe per primo, oltre che se stesso? Forse Eric Berne, lo psichiatra che, guarda caso ha definito la personalità dell'individuo un ''copione'' da rappresentare, per l'appunto, nell'arco della propria vita? O Konstantin Stanislavskij, l'attore- commediografo che, a ridosso della scoperta freudiana dell'inconscio, tracciava le linee giuda di una scuola attoriale fondamentale, nella realizzazione del personaggio?


Certo
 prima di quest'ultimo, dall'Ottocento a ritroso sino all'antichità, il teatro ha sempre ''accompagnato'' l'uomo nella storia, ma Stanislavskij ha rivisto e suggerito in modo composito e distinto, comunque senz'altro più pregnante, le mosse dell'attore, nella trasmutazione verso il personaggio. (Sperimentando su se stesso fra l'altro, in quanto anche attore oltre che teorico, le sue medesime elaborazioni) -

Sta di fatto che la persona-attore intanto, in un eccesso di analisi, può abbattersi, reprimendo le novità, apparse a volte più irritanti che proficue. L'autonomia che ha ricercato come persona, spesso a fatica, la stessa che gli ha dato la possibilità di divenire soggetto e non oggetto della vita, potrà perdere qualche colpo e le regressioni teatrali con le quali interagisce, potrebbero nuocergli, piuttosto che rivitalizzarlo.

Allora se un personaggio con un copione scenico ingombrante soffocasse il copione personale, come si riprodurrebbe in tal modo la tanto ricercata autostima? Il conflitto fra i due copioni si risolve a condizione che si proceda con cautela, senza eccessi analitici. Ancor più se il mattatore-persona sia nell'età della maturità, ormai nella fase della sintesi e non più della analisi, quando il ''suo'' copione è ben definito, assunto e consapevolizzato. Le correzioni da apportare al dipinto della sua vita, per quanto sollecitate dalle vibrazioni del ''mettersi in gioco teatrale, resteranno circoscritte solo ad alcuni semplici ritocchi di contorno. Chi sa che egli non si defili, senza essere protagonista della scena, ma di se stesso, nelle retrovie, senza attirare più l'attenzione. Così intende vivere, come persona e come personaggio: è l'unico modo per non mollare, in ambedue gli ambiti. Questo è il ''canovaccio'' tracciato sin dai primi anni della sua vita: e quando il narcisismo ridondante si allenta, l'uomo ritrova se stesso, rinfrancato nell'affrontare una nuova disillusione della vita.

Il dado è ormai tratto, le provocazioni sono state tante, e alternate, sul filo di un  ''sì, ma...''  berniano, poiché come ha detto Tirelli, giovane critico teatrale di ''Repubblica'' quest'autunno, ''il teatro non risposte, pone domande''.
E le risposte, attraverso questo mondo affascinante che ''scatena le relazioni, non è praticabile senza lo sguardo dell'altro, propone le grandi questioni dell'esistenza cercando un senso comune e rendendo una storia, per quanto personale, universale'', le troviamo magari dentro di noi quando, nel rispecchiamento degli anzidetti sguardi, seduciamo lo spettatore e noi medesimi.


Italo Zagaria
(tecnico comun. interpers. A.T.)
(apprendista teatrale)





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