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lunedì 27 aprile 2026

LA CULTURA DEL DISSENSO [Non sempre si muore]. LA MOSTRA ROMANA DEDICATA AD #ANDREAPAZIENZA



Illustrazione di “Storie 1986-1988”, 
raccolta di racconti brevi, Andrea Pazienza - Fonte Ansa -

LA CULTURA DEL DISSENSO 

[Non sempre si muore]


Da aprile a settembre, nel quartiere Flaminio di Roma, sarà possibile visitare una grande mostra dedicata ad Andrea Pazienza, ospitata negli spazi della MAXXI – Museo nazionale delle arti del XXI secolo. L’esposizione, intitolata “Andrea Pazienza. Non sempre si muore”, prende il nome da una sua intervista del 1988 e raccoglie oltre 500 tavole, materiali d’archivio, tra cui bozzetti, lettere e poesie, e un grande murale restaurato, offrendo la possibilità di guardare al suo lavoro, edito e non, in modo ampio e immersivo.  

In modo naturale, complice la vicinanza con la Festa della Liberazione e il suo valore simbolico, questa notizia diventa per me più di un semplice evento culturale: si trasforma in un’occasione per tornare a riflettere su di una stagione del fumetto italiano in cui il disegno era anche una forma di dissenso, di critica, di linguaggio politico e generazionale. 


Andrea Pazienza, noto anche con lo pseudonimo PAZ, è stato uno degli autori più radicali e innovativi del fumetto europeo. Formatasi al DAMS di Bologna, nel pieno degli anni del movimento del ’77, ha esordito giovanissimo diventando rapidamente una figura centrale della controcultura italiana. 




Andrea Pazienza


Nella memoria di quanti hanno amato e amano il genere del fumetto, questa arte visiva, sequenziale e narrativa, in cui il racconto si svolge tra onomatopee, vignette e nuvolette, su tavole disegnate in cui prendono vita immagini e storie, Pazienza ha dato vita a personaggi – da Zanardi a Pentothal, fino a Pompeo – che non sono semplici protagonisti narrativi, ma veri e propri strumenti di lettura del disagio, del desiderio e delle contraddizioni di un’epoca.

Co-fondatore e figura chiave del collettivo di Frigidaire, rivista di fumetti, satira e inchiesta, questo straordinario artista ha contribuito a ridefinire il linguaggio del fumetto italiano, spingendolo oltre i confini tradizionali. Il suo segno, rapido e visionario, mescola energia, ironia e libertà compositiva, trasformando la tavola disegnata in uno spazio narrativo aperto e, assai spesso, spiazzante.

Scomparso prematuramente nel 1988, a soli trentadue anni, Pazienza lascia un’eredità che continua a interrogare non solo il mondo del fumetto, ma più in generale il modo in cui raccontiamo la realtà, il dissenso e le sue forme. Anche per questo, una mostra come quella del MAXXI non è soltanto un omaggio: è un invito a rileggere un’intera stagione culturale in cui il disegno, come tratto a mano e forma di pensiero, lontano dalle attuali contaminazioni dell’Intelligenza artificiale generativa, era, prima di tutto, espressione diretta e personale dell’autore. Sono dunque molteplici gli elementi per i quali, nonostante la breve carriera e una vita emotiva intensa, segnata da eccessi, Pazienza ha lasciato un’impronta profonda nella cultura visiva italiana ed è ancora oggi un punto di riferimento per molti artisti ed estimatori.




Frigidaire, la rivista

(https://www.frigolandia.eu)



“Paz e Pert”

quando il fumetto racconta il 25 aprile


Dicevamo che proprio di questi giorni cade la ricorrenza del 25 aprile, Festa della Liberazione, in cui l’Italia celebra la fine dell’occupazione nazifascista e la riconquista della libertà. Nel corso degli anni, questa memoria è stata raccontata in molti linguaggi: tra i più incisivi, c’è quello del fumetto, capace di descrivere vicende e momenti politici, semplificando, tra racconto, satira ed ironia, fatti e idee, generalizzando, ridicoleggiando, smontando i meccanismi del potere e riuscendo, assai più spesso di qualunque discorso, a fissarsi saldamente nella nostra memoria. 


Andrea Pazienza, artista geniale e ribelle, è stato certamente capace di intrecciare impegno civile, ironia e visione e se con Zanardi (Zanna), nichilista e crudele, incarna il disincanto degli anni ’80, con Pentothal simboleggia il movimento del ’77, sospeso tra sogno e conflitto, con Pompeo, fragile e autobiografico, racconta la vita di eccessi e la discesa nella spirale dell’eroina, con “Pertini il Partigiano”, apre un nuovo filone in cui Sandro Pertini si fa simbolo della Resistenza e presidente amato dagli italiani.



Pazienza trasforma Sandro Pertini in “Pert” e ne fa il protagonista di vignette surreali (Cfr. Pertini, Primo Carnera Editore, 1983) in cui Pertini si presenta come comandante duro e umano insieme mentre Paz è il suo goffo e sbadato “luogosergente” e, insieme, raccontano tra omaggio e parodia, in modo alternativo e originale la Liberazione: anche quando il modulo narrativo di Pazienza si fa leggero, ma non banale, il messaggio resta forte. Il lavoro artistico di Andrea Pazienza ci ricorda che la memoria non è solo celebrazione, ma anche interpretazione, dubbio, persino ironia. E che la libertà, per restare viva, ha bisogno di essere raccontata in diversi modi e linguaggi - anche quelli più irriverenti.


Arte e dissenso


Il “dissenso” e la “ribellione” rivisitati attraverso la narrativa fumettistica rivelano fattori storici, comuni e non, caratteri distintivi tra le generazioni e i loro ideali, si prestano ad una lettura stratificata permettendoci di cogliere quanto il dissenso sia importante nel condurre una generazione dal suo stato infantile alla sua piena maturità. A ciò potremmo aggiungere la fondamentale considerazione, di matrice analitico-transazionale, che ci offre il quadro dinamico di come gli stati dell’Io si alternino tra norme, regole, giudizi, razionalità, impulso e ribellione. 

Il fumetto di Pazienza diventa così anche una sorta di laboratorio emotivo: - mostra cosa accade quando il Bambino Ribelle domina; - denuncia l’assenza di mediazione (Adulto); - cerca, attraverso figure come Pertini, un possibile equilibrio.

Da un lato incontriamo spesso forme di dissenso senza direzione: sono ribellioni che nascono e muoiono in un giorno o poco più, non hanno alcuna reale autonomia, non nascono né da un bisogno autentico, né da obiettivi consapevoli, abitano corpi adulti ma non sono altro che l’esempio reiterato nel tempo del bambino adattato negativamente all’ambiente circostante: egli (il bambino ribelle) reagisce, crea un legame di dipendenza  “in opposizione” al volere altrui, e chiama impropriamente ogni sua reazione ribellione .. mentre, di fatto, ogni ribellione, priva di direzione, maturità e consapevolezza adulta, finisce per rivelare fragilità personali e rischia la deriva individuale e generazionale.


Infine, penso che la rappresentazione di una ribellione artistica così potente e creativa, come in Andrea Pazienza, in rottura con gli schemi culturali e artistici precedenti e densa di contenuti, abbia dato voce a una generazione inquieta, dai cui ideali possiamo ancora apprendere molto, sia come autenticità emotiva che come libertà espressiva: la sua non è solo reazione, ma una scelta evoluta e adulta di stili e contenuti comunicativi.

Oggi il dissenso tende a manifestarsi in forme più diffuse e immediate, spesso mediate dal digitale e dalla comunicazione rapida: meno radicale nella rottura, ma più accessibile e condiviso. Proprio per questo, il confronto con Pazienza evidenzia la differenza tra una ribellione vissuta fino in fondo e un dissenso diffuso che tende a disperdersi nella molteplicità dei linguaggi contemporanei.


Non tutte le guerre si fanno con le armi:

in un tempo di fonti incerte

di verità instabili 

e di realtà sempre più digitali, 

l’arte resta una forma potente di ribellione.



Lidia M. Ratti


giovedì 18 dicembre 2025

Roma: “Inchino alla Luna”, risonanze emotive nell'arte dei "Cento Pittori Via Margutta"

 

Dal 1975 un punto di riferimento per l'arte a Roma e in tutta Italia.


Tante opere pittoriche esposte a Piazza Testaccio a Roma nei giorni dell'Immacolata di questo 2025, anno così storicamente turbato e conturbante.Inevitabile passeggiare in mezzo all'Arte e colloquiare con gli affabili artisti come tra vecchi amici. Il clima è finalmente non convulso e le persone hanno voglia di parlare e incontrare sempre più "in un un mondo che vede la relazione più come scontro che come incontro" (per dirla ricalcando il pensiero condivisibile di Achille Miglionico). 


La famosa strada romana di Via Margutta è sempre stata meta preferita degli artisti fin dal Rinascimento, per la sua caratteristica di essere lontana dalla città, priva dalle contaminazioni della modernità, piena di verde e luogo da cui trarre ispirazione. Pertanto artisti di tutto Europa cominciarono ad acquistare qui case e ad allestire le proprie botteghe.La tradizionale mostra di Via Margutta è nata nel lontano autunno del 1953, nel pieno della “Dolce Vita” celebrata da FEDERICO FELLINI, per iniziativa spontanea di alcuni pittori che nell’immediato dopoguerra si riunirono e decisero di ridare vita e colore alla strada che da sempre era stata
 rifugio naturale di pittori, scultori, poeti, musicisti ed artigiani. II circolo di artisti diede vita alla prima edizione della rassegna “Fiera d’arte in Via Margutta”, una delle poche esposizioni su strada destinata a diventare, col tempo, un appuntamento fisso.Oggi le mostre sono anche itineranti, in luoghi romani e no.


"Inchino alla Luna”, risonanze di consapevolezza empatica


Note di Neus Lopez Calatayud 

Vicino alla festa della Immacolata del 8 dicembre incontriamo, a piazza Testaccio a Roma, i pittori di Via Margutta che espongono i propri quadri.

Il sole riscalda l’aria e si sta bene in questa domenica romana mentre passeggiamo e troviamo, fra tanti validi artisti, un pittore, Francesco Ponzetti,  che attira la nostra attenzione  mostrando opere costruite con colori vivi e simbologia fantastica, dove personaggi e paesaggi seguono una traccia onirica e un po' archetipica. Utilizza uno stile materico composto da sabbie colorate Cher danno un effetto 3D.

Rimango colpita da un quadro, “Inchino alla luna” dove, l’autore (il Francesco Ponzetti) comunica la propria soggettività attraverso una pittura immaginativa e altamente simbolica, capace di superare la realtà apparente. Per entrare in risonanza con questo simbolismo pittorico è necessario penetrare nella visione dell’artista e realizzare uno sforzo empatico e quindi lo avviciniamo e intervistiamo.

Freud scrisse che i poeti e gli artisti avevano già espresso, in modo meraviglioso, quello che la psicoanalisi stava scoprendo, cioè la parte oscura e rimossa, non razionale, negata dal pensiero ufficiale del primo decennio del XX secolo, e messa in luce dalla nascente teoria dell’Inconscio. Il simbolo, seguendo l’etimologia greca, significa “mettere assieme”, “con-porre”, realizza un’unità superiore attraverso l’unione delle opposte polarità presenti nella psiche di ogni individuo: razionalità e pulsionalità, maschile e femminile, pensiero e eros, conscio e inconscio, ecc.
Jung scrisse che “L’uomo senza relazioni non possiede totalità, perché la totalità è sempre raggiungibile solo attraverso l’anima, la quale dal canto suo non può esistere senza la sua controparte, che si trova sempre nel Tu . La totalità consiste nella combinazione di Io e Tu, che appaiono come parti di un’unità trascendente, la mia essenza non può essere afferrata che simbolicamente.”
L’approccio berniano fondato sulla transazione con l'Altro e l'approccio della mindfulness creano una pausa tra lo stimolo (opera pittorica) e la reazione, permettendo di esplorare le proprie sensazioni e pensieri legati ai simboli, anziché reagire automaticamente. La pratica stessa della mindfulness aiuta a “lasciar spazio“ ai simboli per parlare, accettando che possano evocare significati diversi e complessi, anche quelli che sfuggono a una prima interpretazione.
La connessione con l’Artista si realizza attraverso l’empatia, che permette al fruitore di sintonizzarsi con la intenzione dell'artefice, provando a comprendere la  visione del mondo e le emozioni che ha voluto trasmettere attraverso i simboli. C’è una risonanza emotiva attraverso l’empatia che porta a condividere i sentimenti espressi nei simboli (gioia, dolore, nostalgia, paura, fiducia, meraviglia…) e questo crea un legame profondo con il messaggio. La mindfulness si concentra sul “come” si osserva (aperti e presenti), l’empatia è il “con chi” si interagisce (l’artista e il simbolo). Insieme, trasformano la visione passiva in una partecipazione e interpretazione attiva.
Attraverso la consapevolezza e la risonanza, i simboli si caricano di significato personale, rivelando stati nascosti e connessioni esistenziali, arricchendo l’esperienza artistica e favorendo un benessere psicologico che nasce dalla vicinanza senza giudizio.
La bellezza non è una qualità oggettiva dell’opera, ma una risposta emotiva e interpretativa dello spettatore, rendendo ogni visione un’esperienza unica.

“La bellezza dell’opera artistica sta negli occhi di chi la guarda” D. Hume




L’artista Francesco Ponzetti ci ha fornito una interpretazione personale sulla sua opera “Inchino alla luna”.



- Balza evidente a chi come noi svolge un lavoro psicoterapeutico, che le Tue opere sono a forte impronta psichica, che nell'onirico rappresentato oscilla tra inconscio personale (freudiano per intendersi) e inconscio transpersonale (che Jung chiamava collettivo"). Ci descrivi che cosa è per te questo quadro?


- L'opera cattura l'istante culminante della scoperta di una verità, un momento reso possibile dall'aver effettuato un percorso che ha raggiunto la cima di una torre sinuosa. Tale percorso nell'opera viene effettuato da un personaggio con il cappello a punta che per me rappresenta il nostro Daimon, la nostra coscienza. Dopo aver scalato la struttura, questo emerge dalla fitta nebbia che avvolge le fondamenta, ottenendo una visione inaspettata: la Luna si staglia enorme nel cielo rosso fuoco. Questa rivelazione non è solo visiva, essa fornisce una nuova prospettiva, permettendo di vedere spuntare i tetti di una città che prima, immersa nella nebbia, era completamente inimmaginabile. A questa fondamentale scoperta, e alla nuova realtà che essa dischiude, il Daimon riserva una profonda riverenza, un inchino così intenso da far piegare l'intera torre.

La riflessione ci porta al percorso della individuazione junghiana e al concetto di Adulto integrato di Berne. Il tutto sublimato dall'arte.  


A sinistra il pittore Francesco Ponzetti

Altra opera onirica di Ponzetti




Opere di Paola Pierini


Sarà così amorevole con noi umani la IA?

Piazza Testaccio



sabato 25 gennaio 2025

CENT'ANNI DELLA FOTOCAMERA LEICA e del formato Leica. AUGURI LEICA

La Leica I è la prima serie delle fotocamere Leica (nome derivato da Leitz(sche) Camera, o "fotocamera della Leitz") prodotte dalla Ernst Leitz GMBH Wetzlar Germany (oggi, Leica Camera AG), partendo dal prototipo del 1913 di Oskar Barnack. Seguirono le serie II, III e M).

 

Il maestro Henri Cartier-Bresson con il sistema Leica



Le celebrazioni in occasione del centenario della Leica I sono accompagnate dallo slogan “Cent’anni di Leica: testimone di un secolo”. Nei prossimi mesi, in onore della fotocamera che un secolo fa cambiò il mondo della fotografia, prenderanno corpo numerose iniziative culturali, importanti mostre, concorsi ed esclusive novità. "Insieme a voi, inauguriamo un nuovo secolo di imprese leggendarie, sempre a marchio Leica naturalmente", dicono con orgoglio meritato i fabbricanti tedeschi.





La fotografia moderna, caratterizzata da immagini dinamiche, realistiche e "vive", deve certamente molto al sistema Leica 135 (24x36 mm)

 
 
Nel 1925 - un secolo fa - entravano sul mercato la maneggevole Leica I ed il formato di pellicola 24x36 mm: un sistema veramente portatile e pratico che rendeva obsolete tante fotocamere precedenti e contemporanee. Una vera manna per i fotografi non da studio. Artefici di tale rivoluzione furono due tecnici transfughi che avevano lavorato al colosso Zeiss, uno dei quali esperto di microscopi.

Pensate che il formato full frame dei sensori digitali di oggi (es. FX della Nikon) corrisponde concettualmente al formato 24x36 mm delle pellicole dette 135, introdotte dalla Leica e dal geniale ottico Oskar Barnack: avendo un problema di trasporto con le fotocamere in uso, in quanto fortemente asmatico, per alleggerirsi il tecnico, formatosi alla Zeiss, realizzò una novità tecnologica assoluta:  il sistema fotografico Leica, da
Leitz(sche) Camera,  cioé  Leitz Camera). Il sistema compare sul mercato dal 1925 circa, pur essendo stato ideato e progettato prima della 1^ Guerra Mondiale che ne aveva bloccato la produzione.  


Wilhelm Oskar Barnack (Lynow, 1º novembre 1879 – Bad Nauheim, 16 gennaio 1936) è stato un innovativo tecnico ottico, meccanico, disegnatore industriale tedesco















Anche l'italiano Fulvio Roiter con la sua Leica





La attuale Leica Q2 Monochrome che scattta solo in bianconero

martedì 10 settembre 2024

Incontro con Alessandro Preziosi IL TALK dell'8 Settembre a Trani

 

 

 


 

Incontro con Alessandro Preziosi
IL TALK
Tuffarsi come metafora del vivere

A destra e sinistra Alessandro Preziosi tra il pubblico, al centro Alessandro Preziosi è con Francesco Donato

Corte Davide Santorsola, Palazzo delle Arti Beltrani, perno del polo culturale tranese, ha ospitato per la serata dell’8 settembre il talk-intervista dedicato all’attore Alessandro Preziosi.
L’attore volto di spicco del cinema, del teatro e della tv italiani ha all’attivo 25 anni di carriera che racconta non lesinando tra i ricordi, le preferenze e le motivazioni che lo hanno introdotto e spronato nel corso della sua affermazione professionale.

L’attore pluripremiato ha all’attivo diversi Telegatto, il Premio Gassman, il Premio Alberto Sordi e il Premio Giffoni Festival Award, e sono alcuni tra i tanti premi e riconoscimenti ottenuti; Alessandro Preziosi vanta infatti una carriera di tutto rispetto: versatile, curioso e convincente in moltissimi dei ruoli affidati nella molte fiction e miniserie televisive di successo (Elisa di Rivombrosa, Il Capitano, La Bella e la bestia, I Medici) nelle interpretazioni cinematografiche (I Vicerè, Mine vaganti, Mio fratello mia sorella, Sant’Agostino) e sui palcoscenici dei teatri (Cyrano di Bergerac, Amleto, Re Lear, Vincent Van Gogh) solo per citarne alcuni

Intervistatore a sorpresa, Francesco Donato, volto già noto di TeleSveva, ha sostituito in extremis con grande professionalità l’atteso e amato regista Fabrizio Corallo - autore di docufilm e intervistatore raffinato, di cui il Giornale si è interessato in tanti successi di carriera - assente quest’ultimo e suo malgrado per un ritardo dei voli da Venezia.
Per molti di noi il Talk con Alessandro Preziosi ha ricalcato aspetti della vita personale dell’attore già noti ma anche tanti altri insospettabili retroscena.


Eccellente studente, burlone e napoletano – qualità che ama sottolineare – giovanissimo lascia la promettente carriera di avvocato e si cimenta nella recitazione entrando nell’Accademia dei Filodrammatici di Milano.
Prima ancora di terminare l’Accademia viene scritturato per il ruolo di Laerte nell’Amleto con Kim Rossi Stuart, per la regia di Antonio Calenda e da lì a seguire una carriera in ascesa tra ruoli impegnativi e altri più leggeri.
Sempre favorito dalla critica ama il cinema che vive come luogo in cui potersi meglio “psicoanalizzare”.
Col palco ha un legame che ritiene sacro poiché in scena sa di poter realizzare sempre il meglio e il peggio di se stesso e la finzione che è nel copione recitato rappresenta la possibilità di accogliere sempre nuovi stimoli.
Si occupa anche di regia teatrale, ha inciso un disco di musica sudamericana e uno di musica house, sta attualmente preparando il testo dell’incontro tra Eleonora Duse e Gabriele D’Annunzio al Vittoriale.

La recitazione, con le diverse regole, nei differenti modi e tempi comunicativi che tv, cinema e palco richiedono, lo ha messo di fronte a quella che ritiene la più grande possibilità per un essere umano: usare pienamente e totalmente tutte le potenzialità del proprio corpo e della propria voce.

Ama cogliere del suo vissuto quella serie di coincidenze che lo hanno indotto a compiere scelte e realizzare incontri determinanti.

Coerente col proprio sentire, ritiene che il suo desiderio nel cassetto che immagina aperto sia proprio quello di continuare ad imparare a sentire.
In questo racconto a cuore aperto torna costantemente sul valore comunicativo della recitazione, sulla paternità e su di una metafora che ama particolarmente:

TUFFARSI COME METAFORA DEL VIVERE


Quando ci si tuffa da uno scoglio così come nelle proprie scelte non vi è alcuna possibilità di ripensamento e nessun passo indietro è possibile, l’azione non può in alcun modo essere interrotta.

Padre di Andrea Eduardo (nato nel 1995 dalla relazione con Rossella Zito) ed Elena (nata nel 2006 dalla storia d’amore con Vittoria Puccini) confessa di essere messo male con l’uso dei social – potremmo definirlo un po' boomer – a metà tra l’incapacità e la volontà di comprendere pienamente l’uso e abuso dei social e la necessità attivare la limitazione dell’uso dei social proprio come faremmo con i nostri figli più piccoli attraverso il parent control.

A tratti il talk ha rivelato un Alessandro Preziosi del tutto inedito e inaspettato, giocoso e timido insieme, esempio costante di attenzione per l’ascoltatore. Serata piacevole e colta.







Lidia M. Ratti, UX writing





venerdì 6 settembre 2024

Breve Storia degli Effetti Speciali nel Cinema: Dalle Origini a George Lucas e Oltre

 


 

 

Breve Storia degli Effetti Speciali nel Cinema: Dalle Origini a George Lucas e Oltre

 

Gli effetti speciali (SFX) hanno avuto un ruolo fondamentale nella storia del cinema, trasformando il modo in cui vengono raccontate le storie sul grande schermo. Dalla magia degli albori ai moderni effetti digitali, il percorso degli SFX è lungo e affascinante. Un momento cruciale in questa storia è rappresentato dal contributo di George Lucas con la saga di Star Wars, che ha segnato un punto di svolta nell'evoluzione degli effetti speciali.


Le Origini: L'Età della Meraviglia (1895-1920)

 

I primi effetti speciali nacquero con il cinema stesso. Georges Méliès, uno dei pionieri, utilizzò tecniche come la sovrimpressione e il fermo-immagine per creare scene fantastiche. Il suo film "Le Voyage dans la Lune" (1902) è uno dei primi esempi di come il cinema possa trasportare gli spettatori in mondi immaginari, anticipando la direzione che il medium avrebbe preso nel futuro.


Il Periodo Classico: Miniature e Matte Painting (1920-1960)

Negli anni '20 e '30, l'industria cinematografica iniziò a svilupparsi, e con essa anche le tecniche degli effetti speciali. Le miniature e il matte painting divennero strumenti essenziali per rappresentare mondi impossibili. "Metropolis" (1927) di Fritz Lang, con le sue futuristiche città in miniatura, e "Via col vento" (1939), con i suoi maestosi paesaggi dipinti, sono esempi significativi di questa era.
 

L'Era d'Oro degli Effetti Pratici: Stop-Motion e Animatronica (1960-1980)

 


Il periodo tra gli anni '60 e '70 vide l'ascesa di tecniche avanzate come la stop-motion e l'animatronica. Tuttavia, la vera rivoluzione arrivò nel 1977 con l'uscita di "Star Wars: Episodio IV - Una Nuova Speranza". George Lucas, insoddisfatto delle tecnologie esistenti, fondò addirittura la Industrial Light & Magic (ILM), un'azienda che avrebbe ridefinito in una rapida evoluzione tecnologica gli effetti speciali cinematografici, rendnedoli reali più del reale.



Lucas e il team di ILM combinarono tecniche tradizionali con innovazioni radicali. Utilizzarono modellini dettagliati, motion control per riprese precise e compositing ottico per creare battaglie spaziali mozzafiato. L'uso pionieristico del matte painting e delle creature animatroniche, come i droidi e le marionette, rese "Star Wars" un'esperienza visiva senza precedenti.


La Rivoluzione Digitale: CGI e Oltre (1990-oggi)

Il lavoro di George Lucas ha aperto la strada alla rivoluzione digitale. Negli anni '90, la Computer-Generated Imagery (CGI) iniziò a dominare gli effetti speciali. Lucas tornò a spingere oltre i limiti della tecnologia con la trilogia prequel di Star Wars (1999-2005), che utilizzò estensivamente la CGI per creare ambienti e personaggi complessi, come il celebre Yoda digitale.
Questa rivoluzione culminò con film come "Jurassic Park" (1993) e "Il Signore degli Anelli" (2001-2003), dove la CGI era integrata perfettamente con effetti pratici, rendendo indistinguibili i confini tra realtà e finzione. Film come "Avatar" (2009) di James Cameron portarono ulteriormente avanti questa eredità, sfruttando la CGI per costruire interi mondi digitali.


Il Futuro degli Effetti Speciali: AI, VR e Nuove Tecnologie

 

Oggi, gli effetti speciali continuano a evolversi. L'intelligenza artificiale, la realtà aumentata e la realtà virtuale stanno trasformando non solo la post-produzione, ma anche il modo in cui i film vengono creati. La saga di Star Wars rimane un esempio di come l'innovazione negli effetti speciali possa ridefinire il cinema, ispirando registi e tecnici a esplorare nuove frontiere.
Conclusione
La storia degli effetti speciali è una storia di innovazione, creatività e audacia. Dalle prime sperimentazioni di Georges Méliès agli straordinari risultati ottenuti da George Lucas e oltre, gli SFX hanno continuamente spinto i confini del possibile, trasformando il cinema in un'arte capace di far sognare. Con la tecnologia che continua a evolversi, il futuro degli effetti speciali sembra promettere ancora più meraviglia e stupore. (Giuseppe Paparella)


George Lucas



https://www.ilm.com

venerdì 30 agosto 2024

INFERNO DANTESCO: PUBBLICATO il Saggio: "Per conoscere lo loco dov'io fossi”. Paesaggi dell'Inferno di Claudio Leone

 


📘Recensione "Per conoscere lo loco dov'io fossi”. Paesaggi dell'Inferno di Claudio Leone 





È stato pubblicato quest'anno, per Fondazione Mario Luzi editore, "Per conoscere lo loco dov'io fossi”. Paesaggi dell'Inferno di Claudio Leone, docente di Lettere e redattore di questa Rivista.

Claudio Leone

Il presente libro analizza i paesaggi dell'inferno dantesco, ossia quei vari scenari che danno forma ai cerchi e ai gironi dell'oltretomba immaginato dal poeta fiorentino. Il testo origina dalla ricerca per la tesi di laurea magistrale di Leone, discussa sotto la direzione del Prof. Davide Canfora, ordinario di Filologia Italiana, Filologia e critica dantesca e Letteratura Italiana presso l'Università di Bari. Leggiamo dalla Prefazione le sue parole:

Il lavoro di ricerca di Claudio Leone, oltre ad avere tratti assai apprezzabili e ben riconoscibili di originalità, ha il pregio importante di affrontare la lettura del capolavoro dantesco non soltanto con il rispetto, inevitabile e quasi sacrale, che accompagna da sempre i versi della Commedia, tanto più in questi tempi di celebrazioni, bensì anche con la lucidità di uno sguardo che cerca le cose reali, da cui è nata la poesia.

La ricerca qui condotta mira ad analizzare i paesaggi infernali, chiamati "paesaggi strutturali" perché danno forma alla struttura oltremondana, nella loro configurazione "morfologica", letteraria e storico-urbanistica. Infatti, per ogni paesaggio viene dapprima descritta la fisionomia, che spesso può sfuggire nella sua ricostruzione puntuale durante la lettura, e le sue modalità di esplorazione da parte del Dante-personaggio. In seguito, sono elencate le fonti letterarie che lo hanno ispirato: Dante, poeta di profondissima cultura, coglieva suggestioni dai testi dell'antichità classica, dalla Bibbia e dalle fonti coeve di vario genere, spesso fondendole tra loro. Infine, il testo cerca di cogliere il rapporto tra i paesaggi descritti nella Commedia e ciò che Dante vedeva con i propri occhi (gli occhi di un uomo del Medioevo), quindi boschi, città, torri e mercati. Si pensi alla famosa selva iniziale, che richiama i boschi presenti ai margini delle città medievali e luogo pauroso in cui albergavano persone di dubbia moralità (come già notava l'illustre italianista Piero Camporesi) o la città di Dite, che occupa il centro dell'Inferno dantesco, che è costruita come una città medievale, probabilmente proprio Firenze. Su questa identificazione tra la città di Dite e Firenze, questo testo propone un'interpretazione ulteriore, a partire dalla disposizione delle tombe e sulla scorta di una glossa di Boccaccio. Questa apertura del testo dantesco al mondo del visibile e del concreto si inserisce in un quadro di ricerca dantesco più ampio, ma che ricorda anche al lettore come “entrare” in un’opera. A tal proposito, scrive ancora Davide Canfora nella Prefazione:

Leone, direi, dà corpo ad un pensiero che sempre dovrebbe accompagnare i lettori delle opere di ogni epoca. Bisogna leggere il testo liberandosi delle proprie vesti, del proprio sguardo, dei propri giudizi e dei propri pregiudizi: e anche del contesto in cui ci muoviamo, delle abitudini che abbiamo, dei luoghi in cui siamo collocati. Bisogna entrare nel mondo dell’autore. Entrare nel suo racconto. [...] 
Bisogna cercare di capire in quale mondo Dante si muoveva, di che colore erano i muri delle case davanti ai suoi occhi, quanto alte apparivano le torri destinate a fornirgli l’immaginazione dei giganti infernali. Questo il merito della ricerca di Claudio Leone, che ho avuto l’onore di seguire, pochi anni fa, da relatore di tesi.




Il testo è disponibile nei maggiori store digitali (Amazon, IBS, Feltrinelli).

Claudio Leone, Per conoscere lo loco dov'io fossi. Paesaggi dell'Inferno, Fondazione Mario Luzi editore, Roma 2024.

(redazionale)



“Ho l’ansia!”: un universo linguistico (nascosto) #ansia tra #linguistica e #psicolinguistica

 


Inside Out 2, il sequel del cartone firmato Disney Pixar, ha sbancato al botteghino e sui social, ove tanti adolescenti e no hanno ritrovato per esempio  nell'attacco di panico di Riley quel mix di turbolenza psichica difficile da spiegare a coetanei, genitori e professionisti di aiuto. Così - del film  ne abbiamo parlato - se prima, nel quartier generale delle emozioni, c’erano Gioia, Tristezza, Rabbia, Paura e Disgusto, ora i personaggi storici lasciano nella adolescenza spazio a nuove coloratissime figure: Ansia, Imbarazzo, Invidia e Noia. E scatta la simpatia: chi non ha provato tenerezza per la rappresentazione di Imbarazzo? Uno dei primi pensatori che hanno affrontato il tema della angoscia umana e dei suoi derivati è Freud e Freud pensava e scriveva in tedesco. Che cosa ci suggerisce la linguistica così embricata alla evoluzione biologica e culturale? Ce lo spiega una giovane germanista, Flavia Volpe con un contributo affascinante che ci rimbalza nel pregresso e antico.






“Ho l’ansia!”: un universo linguistico (nascosto)


Ognuno di noi ha pronunciato almeno una volta la frase “Oggi ho l’ansia”. In questo contesto la parola “ansia” racchiude un intero universo di emozioni, spesso connotate negativamente. Questo articolo si propone di esplorare le diverse sfaccettature del termine “ansia” e di illustrare come una singola parola possa rappresentare una difficile sfida di traduzione.

L’ansia: etimologia ed origini


Il termine “ansia” viene dal latino anxia, forma femminile dell’aggettivo anxius ‘ansioso’, che a sua volta deriva dal verbo latino ango ‘stringere’. Questo termine esprime un forte stato emotivo caratterizzato da un senso di oppressione e costrizione. Secondo il dizionario Treccani, l’ansia è “stato di agitazione, di forte apprensione, dovuto a timore, incertezza, attesa di qualcosa”. La traduzione di un concetto così ampio in una lingua straniera può risultare complessa e delicata. Per questo motivo, è utile scomporre il termine “ansia” nelle sue diverse accezioni di significato. In tedesco, ad esempio, è fondamentale distinguere le possibili traduzioni di ansia per raggiungere quella che Eugene Nida definisce “equivalenza dinamica”. Di seguito, si propone un'analisi delle diverse sfaccettature del termine “ansia” espresse in tedesco attraverso i concetti di paura (Angst), preoccupazione (Sorge), agitazione (Unruhe) e oppressione (Beklemmung/Druck).

1.1. La paura

Il termine italiano “paura” deriva dal verbo latino paveo che significa ‘tremare, avere paura’. Questo, a sua volta, originerebbe dal protoindoeuropeo *paw- ‘colpire, scuotere’. L'individuo che prova paura è infatti emotivamente scosso.

La principale traduzione tedesca di “paura” è die Angst, termine che deriverebbe dal protoindoeuropeo *angʰu- ‘stretto, opprimente’ che condivide la stessa radice del termine latino ango. Similmente all'ansia, la paura è un'emozione che opprime e toglie il fiato. Tuttavia, mentre Angst si riferisce a una paura derivante da una condizione emotiva interiore, der Furcht ‘il timore, la paura’ indica una reazione a una minaccia esterna.

1.2.La preoccupazione

Il termine italiano “preoccupazione” deriva dal latino prae- ‘prima’ e occupo ‘impiegare, occupare, prendere’. Questo termine descrive uno stato emotivo in cui ci si preoccupa di qualcosa in anticipo, generando una condizione di agitazione.
In tedesco, la preoccupazione è espressa dal termine die Sorge, probabilmente derivante dal protoindoeuropeo *swergʰ- ‘stare attento, soffrire, essere malato’. Dalla stessa radice derivano i termini inglesi sorrow ‘dolore, dispiacere, tristezza’ e sorry ‘scusa, mi dispiace’. La preoccupazione indica in questo caso una sofferenza emotiva, un dolore interiore e uno stato di allerta per qualcosa. L’espressione sich Sorge um jmdn./etwas machen indica la condizione di “essere in ansia per qualcuno o per qualcosa”, mentre l’aggettivo besorgt può significare ‘preoccupato’, ma anche ‘ansioso’.

1.3. L’agitazione

Il termine “agitazione” deriva dal latino agō ‘agire, fare, discutere, trattare, ecc.’ che trae origine dal protoindoeuropeo *h₂eǵ- ‘guidare’. Il termine indica l’atto di agire, di fare qualcosa.

Il termine tedesco die Unruhe ‘irrequietezza, agitazione’ deriva dal prefisso Un- e il sostantivo Ruhe ‘tranquillità’. Quest’ultimo originerebbe dal protoindoeuropeo *h₁reh₁- ‘riposare’, che è anche la radice del verbo inglese to rest ‘riposare’. Die Unruhe descrive uno stato emotivo caratterizzato dalla mancanza di quiete e riposo.

1.4. L’oppressione

Il termine oppressione trae origine dal verbo latino opprimō ‘sopraffare, pressare, prendere di sorpresa, attaccare, nascondere’. Questa parola latina potrebbe essere ricondotta al protoindoeuropeo *pr-es- ‘premere, spingere’.

Il termine tedesco die Beklemmung ‘oppressione, angoscia’ deriva, invece, dal verbo klemmen ‘stringere, serrare’. Quest’ultimo originerebbe dal protoindoeuropeo *glembʰ- ‘chiudere, stringere’ ed è etimologicamente comparabile ai termini “ansia” e “Angst”. Al contrario, il termine der Druck ‘la pressione’ è riconducibile al protoindoeuropeo *trewk- ‘ammassare, premere’. Pertanto, Beklemmung e Druck descrivono uno stato emotivo caratterizzato da una sensazione di essere pressati, chiusi e stretti.

Considerazione finali

L'ansia si configura come un concetto di notevole complessità, caratterizzato da una pluralità di sfumature che ne arricchiscono il significato. Al termine dell'analisi etimologica e semantica dei termini correlati all'ansia, risulta utile sintetizzare i principali aspetti emersi. In primo luogo, l'ansia si manifesta come uno stato emotivo capace di scuotere e impattare negativamente l'individuo, una caratteristica espressa dal termine italiano "paura". Tuttavia, l'ansia rappresenta anche una condizione che costringe, opprime e comprime, come evidenziato non solo dall'etimologia dei termini italiani “ansia” e “oppressione”, ma anche dalle parole tedesche Angst, Beklemmung e Druck. Inoltre, l'ansia è associata a un'emozione che genera dolore, dispiacere e tristezza, concetti racchiusi nel termine tedesco Sorge. Infine, l'ansia indica una mancanza di riposo che si traduce in uno stato di agitazione e irrequietezza, reso esplicito dalla parola tedesca Unruhe. In conclusione, per una corretta traduzione di un termine così complesso, è fondamentale considerare le percezioni, le emozioni e le intenzioni comunicative del parlante.

Bibliografia

Agitazione. Wikitionary. https://en.wiktionary.org/wiki/agitazione [23.08.24]

Angst. Wikitionary. https://en.wiktionary.org/wiki/Angst#German [23.08.24]

Ansia. Etimo italiano. https://www.etimoitaliano.it/2015/07/ansia.html [23.08.24]

Ansia. Treccani. https://www.treccani.it/vocabolario/ansia/ [23.08.24]

Ansia. Wikitionary. https://it.wiktionary.org/wiki/ansia [23.08.24]

Beklemmung. Wikitionary. https://en.wiktionary.org/wiki/Beklemmung [23.08.24]

Druck. Wikitionary. https://en.wiktionary.org/wiki/Druck [23.08.24]

Nida, E. (1969). The Theory and Practice of Translation. Leiden: E. J. Brill.

Oppressione. Wikitionary. https://en.wiktionary.org/wiki/opprimo#Latin [23.08.24]

Paura. Wikitionary. https://en.wiktionary.org/wiki/paura [23.08.24]

Preoccupare. Wikitionary. https://en.wiktionary.org/wiki/praeoccupo#Latin [23.08.24]

Sorge. Wikitionary. https://en.wiktionary.org/wiki/Reconstruction:Proto-Germanic/surg%C5%8D [23.08.2024]

Sorge. Leo Wörterbuch. https://dict.leo.org/tedesco-italiano/in%20sorge%20um [23.08.2024]

Unruhe. Wikitionary. https://en.wiktionary.org/wiki/Unruhe [23.08.24]




Flavia Volpe

Dottoranda in Deutsche Philologie all’Università di Vienna e Content Creator della pagina “La vita in Germania”.

domenica 28 aprile 2024

CARTE FOTOGRAFICHE in B/N TRA FOTOCHIMICA E STORIA

 


Claude Felix Abel Niépce de Saint-Victor (1805-1870) 


CARTE FOTOGRAFICHE in B/N 

TRA FOTOCHIMICA E STORIA 




Joseph Nicéphore Niépce (1765-1833)




Vista dalla finestra a Le Gras, riproduzione realizzata dallo storico della fotografia Helmut Gernsheim nel 1952 circa.



La prima fotografia della storia si deve ad un ufficiale dell'esercito francese che si appassionò alla chimica con il fratello: si tratta della famosa Vista dalla finestra a Le Gras (in francese Point de vue du Gras). Il primo esempio riuscito con successo di fissare una immagine attraverso un processo fotochimico è opera di Joseph Nicéphore Niépce (1765-1833). Era il 9 febbraio del 1826 (o forse 1827). Niépce catturò l'immagine grazie ad una camera oscura ed un foglio di peltro di 16,2×20,2 cm ricoperto di bitume di Giudea dopo una lunghissima esposizione alla luce solare. Fu chiamata eliografia. Da un'altra sua idea nacque - grazie a Louis Daguerre ed al figlio Isidor Niépce - il dagherrotipo su lastra di rame più procedimento chimico (1840). Nel frattempo l'inglese William Henry Fox Talbot metteva a punto la calotipia che essendo un negativo permetteva la riproduzione della foto (a differenza del dagherrotipo che era un pezzo unico). Il successo enorme della tecnica pionieristica spinse la esigenza di fissare sempre meglio le immagini e non solo su supporti metallici o vetro. Con l'invenzione del calotipo ovvero del primo negativo della storia della fotografia (negativo su carta cerata) intorno al 1840 si avverte la necessità di ottenere positivi su carta (processo da NEGATIVO a POSITIVO, per intendersi).
Ecco le prime Carte Salate (1839-1860) sulle quali venivano stesi i sali d'argento direttamente sulla carta; seguono la cianotipia (1839-1920), la stampa al platino e palladio (1873-1920),  tutte stampe caratterizzate da procedimenti ad uno strato. Poi è la volta dei procedimenti a due strati (carta albuminata, 1855-1920; stampa al carbone, 1860-1940; resinotipia, 1920). Naturalmente i periodi d'uso si sovrappongono e convivono a lungo. Sono nate così le prime carte con legante ovvero carte che contengono le sostanze fotosensibili all'interno di leganti. 
Fino al 1880 la carta all'albumina fu il procedimento più diffuso. Questa carte utilizzavano come legante albume d'uovo sbattuto con cloruro di sodio ed erano prodotte in proprio dai fotografi stessi o da artigiani. Si deve all'ingegno di Claude Felix Abel Niépce de Saint-Victor (1805-1870)  - parente dei citati Joseph Nicéphore Niépce e figlio Isidor (che famiglia!) -  la genesi della stampa all'albume (1847) che fu in seguito migliorata dal chimico Louis Désiré Blanquart-Evrard.  Per inciso Claude, usando tra gli altri sali quelli di uranio fu vicino a scoprire la radioattività, il che gli fu riconosciuto dallo stesso fisico Henri Bequerel che per la scoperta fu insignito del premio Nobel assieme ai coniugi Curie
La richiesta di albume d'uovo per le stampe crebbe talmente da rendere industrializzati gli allevamenti di polli (il tuorlo, separato, era adoperato a fini alimentari). A partire dal 1880 circa l'albume d'uovo venne sostituito con gelatina a sviluppo ovvero una sostanza organica proteica che si estrae da scarti di macellazione: si era arrivati ad un processo a tre strati tipico delle carte alla gelatina al  collodio ad annerimento diretto. 
Le carte baritate compaiono nel 1880: tra carta e emulsione fotografica si cominciò ad introdurre la barite anch'essa dispersa in un legante. Questo strato di barite era utile per migliorare la qualità dell'immagine perché nascondeva le fibre della carta e permetteva immagini più nitide e con contrasto migliore. Intorno al 1910 la Carta Baritata, prodotto già industriale, cominciò a diffondersi. Le carte baritate - la barite è solfato di Bario - si differenziano per le loro caratteristiche di grammatura (qualità del supporto), sensibilità, densità massima, estensione utile, qualità dei sali d'argento.
La tipologia dei sali d'argento determina i toni della stampa (perla, ecc), il grado di sensibilità (stabilito secondo norme ISO ben precise), la densità massima ovvero la resa dei neri. La densità massima dipende dal grado di brillantezza della carta (matt, semi-matt, lucida, ecc). L'estensione utile è l'intervallo d'esposizione più grande che permette di distinguere dei dettagli nelle ombre e nelle alte luci e quindi determina la possibilità di restituire bianchi, neri e grigi con negativi non conosciuti o molto contrastati. 
Apparecchi fotografici, il passaggio negativo-positivo, sistemi di riproduzione e stampa, archivi ebbero ed hanno tuttora una linea evolutiva mai interrotta anche nel passaggio da analogico a digitale. 

La fotografia nella seconda metà dell'Ottocento ebbe rilevanza nel documentare eventi, persone, famiglie, gruppi di  interesse etnoantropologico. Qui Geronimo nel 1886.



A partire dagli anni '70 del XX secolo emerse sul mercato un nuovo tipo di carta fotografica detta Carta Politenata tutt'ora utilizzata. Il recto e il verso della carta sono coperti da un sottile strato di polietilene. Lo strato sul recto è addizionato di ossido di titanio che ha la stessa funzione dello strato di barite. Su questo strato impermeabilizzato viene stesa l'emulsione fotosensibile. Questa carta si diffuse velocemente e soppiantò velocemente le carte baritate grazie ai tempi brevi di lavorazione e ai costi bassi. Le carte baritate sono ancora utilizzate ma non per usi commerciali. Se la carta politenata permette tempi brevi e non si imbarca, ha però una resa minore in termini di qualità rispetto alla carta baritata: la gamma dei toni e la profondità del nero risultano falsati. Le carte politenate per uso fotografico indicate con la sigla RC (Resin Coated), sono di alta qualità con buona grammatura. Le carte politenate hanno reso possibile anche l'introduzione di carte fotografiche a colori realizzate a sette strati di cui tre strati con pigmenti colorati giallo-magenta-ciano. 
Per quel che riguarda la stampa a colori abbozzata con le Autocromie dei fratelli Lumiere nel 1907 e nata infine negli anni '40 (diffusa in Italia solo dagli anni '70), si hanno numerosi procedimenti di stampa di tipo chimico quali sviluppo cromogeno (C-print), cibachrome, dye transfer, polaroid. 
AgfaFerrania, Ilford e Kodak sono stati storicamente i marchi più importanti sia per la qualità che per i volumi di vendita. La scelta - con l'avvento del digitale - si è drasticamente ridotta. Di quelle aziende citate rimane solo Ilford alla quale si affiancano anche altre case con dei cataloghi più modesti che hanno sede nei paesi dell'Est europeo e in Germania. Ad esempio Rollei, FomaBergger sono alcuni nomi.

Oggi l'avvento del digitale ha modificato anche la stampa delle fotografie. Insieme alla stampa su carta politenata, si sono sviluppati diversi altri tipi di stampa che utilizzano procedimenti a getto d'inchiostro, termici, laser (lambda)
Le carte fotografiche ink jet nascono con la evoluzione delle stampanti per PC (dal 1990 al 2010, la prima generazione). Ma questo è un altro pezzo di storia. (achille miglionico)


Storia di una famiglia italiana  tra Ottocento e Novecento










Bibliografia

- Marco Fonde, Restauro e ritocco fotografico, ed. Apogeo, 2021
- David Bate, Fotografia, Art Essentials, 2021
- Tom Ang, Photography, Storia della fotografia, Gribaudo ed., 2014
- Marie-Loup Soudez, Helena Pérez Gallardo, Diccionario de Historia de la Fotografia, Cuadernos Arte Catedra, 2003.

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