venerdì 22 novembre 2013

DOVE COMINCIA LA NOTTE di Alessio Viola

Fa piacere che si impongano sempre più a livello nazionale scrittori pugliesi. Alessio Viola è uno scrittore che si è imposto gradualmente ma egregiamente. Con “Dove comincia la notte” edito da Rizzoli, il giornalista scrittore pugliese  - che ha collaborato con diversi quotidiani - ha disegnato  un noir malinconico che si ambienta in una Bari percorsa da sismiche antinomie, una città mediterranea che di giorno appare elegante e solare e di notte si trasforma nelle ombre indistinte e nel buio del malessere, della solitudine, della perversione e della devianza. La storia trae spunto da eventi di cronaca vera che sollevano "interrogativi inquietanti"  sulla giustizia e sulla possibilità di discriminare tra bene e male.

 La trama vede come protagonista uno dei migliori "sbirri" della squadra Mobile di Bari, il quale, cambiato look, si inserisce ai margini della criminalità conquistandosi la amicizia di uno spacciatore che si rivelerà un killer. Di Giacinto, alle dipendenze di una emergente organizzazione criminale, colpisce la quieta spietatezza travestita di  normalità: sembra un personaggio alla Quentin Tarantino ed il "pulp" si manifesta ogni poche pagine, in un crescendo di violenza. Tra festini popolari, spumanti e braciole al ragù, si commettono i più efferati omicidi ed il coinvolgimento emotivo del poliziotto cresce nella stessa misura in cui cresce l'uso di sostanze psicoattive. A complicare il tutto De Angelis si getta nella relazione ambivalente con una dottoressa cui è gradito il sadomaso (lei ci mette il "maso"). Una spirale verso l'inferno attende il poliziotto ed il lettore. Si sa, la realtà spesso supera la fantasia ed i fatti narrati sono tutti episodi reali di cronaca nera. Il libro scorre fluido, anche se qualcosa impedisce di percepirne una qualche grandezza. (a.n.l.)

lunedì 18 novembre 2013

Un film (italiano) da non perdere: "L'ultima ruota del carro" di Giovanni Veronesi




Sono le vicende tragicomiche di Ernesto, un "uomo qualunque" che (in)segue vita e ideali-guida (come la onestà e la lealtà) nel mentre attraversa fasi cruciali della storia d'Italia dagli anni '70 ad oggi: dalla uccisione di Aldo Moro (geniale la trovata del parcheggio che blocca la famosa Renault rossa) sino alla emersione del fenomeno berlusconiano (bellissima la scena di quando Ernesto a vederne sui manifesti il sorriso immarcescibile finisce per emularlo come attivando i neuroni specchio). Gli è di  sostegno nel difficile iter esistenziale il costante e pulito amore di Angela (Alessandra Mastronardi), la compagna di una vita, che gli sarà vicina anche nei problemi di salute, a modo suo, tra il Goffo Pasticcione e la Fedele-per-sempre. Ernesto (un ottimo Elio Germano) si adatta - tra ammaccature, ingenuo stupore e passività - al passaggio da primissima Repubblica a Seconda Repubblica, ma non  smarrisce mai la propria fragile identità anche quando partecipa non convinto alle maniacali imprese dell'amico Giacinto-Ricky Memphis ("Ti fidi di me?"), che rappresenta il Furbetto nel presepe italiano. Sono tanti gli stravaganti personaggi che il destino metterà sul suo cammino: l'artista pop - Alessandro Haber è magistrale nella interpretazione del Warhol all'italiana - gli fornisce quella accoglienza che il proprio padre gli aveva sempre negato; il parlamentare pugliese, il Furbone, impersonato da un irresistibile Sergio Rubino.
Si muovono tutti bene sul set e con sufficiente naturalezza: Elio GermanoAlessandra MastronardiRicky MemphisSergio RubiniVirginia RaffaeleAlessandro HaberFrancesca AntonelliMaurizio BattistaFrancesca D'AlojaLuis MolteniDalila Di LazzaroUbaldo PantaniMassimo WertmüllerElena Di Cioccio. Buona la Fotografia: Fabio Cianchetti. Buono il montaggio: Patrizio Marone. Complimenti alla produzione Fandango (al pugliese ma internazionale Domenico Procacci in primis) e Warner Bros.
Ci è piaciuta la pellicola e crediamo nella rinascita della commedia alla italiana, quella "seria" e di spessore che sa anche far riflettere. Scusate la apparente esagerazione ma a noi il film ha ricordato due titoli di culto: il Forrest Gump italiano che termina con una filosofia di fondo che richiama il "basta che funzioni" di genesi alleniana. (achille miglionico)







venerdì 15 novembre 2013

Giovani ribelli: una recensione "graffiante" per un film "graffiante"


Allen, Jack e William sono loro i “giovani ribelli” di Kill your Darlings (titolo italiano: Giovani ribelli, appunto), opera prima del regista di belle speranze John Krokidas, che tenta di raccontare l'epoca antecedente alla maturazione del loro genio, insomma prima che diventassero a tutti gli effetti Allen Ginsberg, Jack Kerouac e William Burroughs.
Il film si concentra sui conflitti relazionali e sui primi più o meno "scandalosi" (per l'epoca) amori dei tre talentuosi ragazzi. Nei panni di Ginsberg, Daniel Radcliffe, il celebre interprete cinematografico della fortunata saga di Harry Potter (nel cui ruolo sembra ancora imprigionato).
Giovani ribelli è uno spaccato aspro e duro sui turbolenti anni formativi dei principali esponenti della cosiddetta Beat Generation. I tre studenti sono a tratti presentati come dei goliardici devianti, quasi dei "buoni a nulla" in perenne fuga dalla normalità e dalle convenzioni borghesi dell’America del tempo. Arrivati a metà della visione della pellicola, ad esempio, assistiamo ad una rapina alla biblioteca della Columbia University dove l'obiettivo è far uscire dall'ombra una serie di libri allora considerati “proibiti”: in realtà trattasi di una rivolta contro il conformismo letterario ed artistico del tempo.
Alle imprese ed agli atti quotidiani dei tre "ribelli" giovanotti fa da sfondo la frizzante atmosfera "artistica" newyorchese degli anni quaranta, con l'abuso di alcole e droghe anfetaminiche quali espansori di coscienza, il jazz emergente (be bop), i fermenti letterari postbellici,  in special modo quelli che attraversavano lo stesso ambiente accademico da essi frequentato.
Che dire di più. L’intento di Krokidas sembra quello di voler costruire un certo contesto inserendo nel calderone un po’ di tutto, dalle droghe, ai disagi familiari e individuali, ma il suo sguardo non sembra andare oltre un superficiale ritratto ben lungi dallo scandalizzare un pubblico odierno ormai abituato a tutto. Del resto nella visione è facile perdersi tra le convulse vicende trasposte  in quanto mancano di fondo dei caratteri ben strutturati, e il tutto sembra un mix incapace di far riflettere e conferire alla trama un obiettivo unitario. :( (Giovanni Balducci)

Carl Solomon, Patti Smith, Allen Ginsberg e William S. Burroughs



giovedì 14 novembre 2013

Corso ECM per 150 Operatori della BAT, a Trani



Il 13 e 14 Novembre 2013, (con riedizione il 19 e 20 Novembre) si svolge Corso ECM rivolto a circa  150 Operatori Sanitari del Servizio di Riabilitazione della BAT. Sede: aula magna Presidio Ospedaliero Trani. Conduttori: ddrr Achille e Paolo Miglionico.




domenica 10 novembre 2013

Un Uomo che non dimenticherò mai: Br. Aldo Giuliani

La mia infanzia è stata influenzata da alcune famose riviste che mio padre faceva circolare in casa. Una era “Conoscere”, rivista illustrata di scienze  e storia (mi hanno indotto a scegliere studi di medicina e antropologici); l’altra era l’edizione italiana della nordamericana Reader's Digest, fondata nel 1922 a Pleasantville (New York) da DeWitt Wallace e dalla moglie Lila, e raccoglieva una selezione di articoli particolarmente interessanti pubblicati da altri periodici. In sostanza Selezione del Reader's Digest, rielaborava il lavoro di altri, si diceva che lo "condensava", il che appariva evidente dal formato tascabile della rivista. Una rubrica che leggevo da bambino sulla storica rivista Selezione del Readers Digest si intitolava così: “Un uomo che non dimenticherò mai”. Sono stato fortunato perché ne ho incontrati nella mia vita, a dimostrazione che la gente Ok prevale sulla non Ok. Uno di questi l’ho incontrato in Kenya, Br. Aldo Giuliani.

L'ho conosciuto anni fa Brother Aldo Giuliani, dapprima in Italia ove stava trascorrendo un breve soggiorno di riposo dalle fatiche d'Africa; poi ho finito con seguirlo in Kenya come medico volontario. Mi ha subito colpito di lui la acutezza dello sguardo, mai fermo e dubbioso, mai domo e sempre pronto a risolvere problemi. Di lui colpisce la infaticabilità, la essenziale rudezza dei modi - come di chi non è abituato da tempo a vivere in Europa. Anche in Puglia ha ammirato sì la splendida Cattedrale di Trani ma è stato attratto più dal cielo notturno di Castel del Monte che dal castello ottagonale: come Federico secondo, molti uomini sono attratti dall'infinito. Aldo ricerca spazi e costellazioni di cui è profondo conoscitore. In Africa sotto il cielo di Sererit o di North Horr o di Marsabit, dopo la frugale cena, ci si poneva in posizione orizzontale su improvvisate sdraio a contemplare "il creato" io, il dentista Luigi Zagaria (che mi ha fatto conoscere Aldo) e lui, pronto a spiegarti i dettagli dell'emisfero di turno. Con la torcia ora ti indica  il Sagittario ora ti parla di Orione: talora abbiamo gareggiato a chi vedesse per primo passare un satellite. E' rimasto stupito Aldo Giuliani quando noi "europei tecnologizzati" per orizzontarci abbiamo attivato l'applicazione astronomica sull'iPhone; forse si sarà chiesto "Ma a che serve tanto spreco?" lui che si limita a usare il satellitare per sicurezza e che ogni mattina si pone alla classica radio per rimbalzarsi notizie da una missione all'altra. Ma è anche curioso e si è presto interessato quando gli abbiamo mostrato che con Night Sky si potevano identificare anche le piattaforme spaziali. I cieli africani sono fagocitanti, è noto, sono mistici. Staresti le ore a mirarli, senza inquinamenti luminosi e senza sospensioni atmosferiche. Chi vede la Croce del Sud non può non rimanere a bocca aperta per la vastità dominante della costellazione. Calcare suoli sotto il cielo che ti trafigge di stelle.
Aldo Giuliani, classe 1940, trentino della Valle di Non (Val di Non), il che fa emergere la caratteristica di non essere quel che si dice uno yes-man. Due sorelle sono suore. Sererit, ove opera da anni, sotto le Ndoto Mountains, nel Kenya centro-settentrionale, l'ha fondata lui nel 1999 e la missione della Consolata serve oltre seimila Samburu con alcuni gruppi di Rendille e Turkana sparsi su oltre 1400 Kmq. La vicina Baragoi risale al 1952, compare sulle carte e non richiede come Sererit le coordinate geografiche per reperirla sul Globo (LAT N 01° 40' 46,90"-LONG. E 037°10' 36,94", per la precisione, come indicato dal ns. telefono satellitare Thuraya).
L'acqua del fiume Sererit, che da nome all'area abitativa della missione e la rende verdeggiante, non è potabile in quanto inquinata, a tratti salmastra, a tratti contaminata dagli escrementi degli animali domesticati dei Samburu, in primis zebù, capre, pecore dalla testa nera (verso il deserto anche dromedari) e così Aldo ha scoperto ed utilizzato una sorgente d'acqua incontaminata verso la cima della montagna, che tanto gli ricorda il Trentino. Lo sguardo lanciato ai monti è diverso da quello lanciato al mare: nel primo c'è una sfida contemplativa, nel secondo una sfida esplorativa. Aldo Giuliani ha entrambi gli sguardi,  è in grado di contemplare ed esplorare. Quando quest'anno per rientrare dal Lago Turkana (dalla missione di Loiyangalani) ho suggerito timidamente di piegare verso est, attraversando il deserto di Chalbi, per scendere a Marsabit, lui ha subito aderito per la strada "nuova" anche se difficile: gli è piaciuto passare dall'oasi di Kalacha per ammirare gli affreschi etiopi della chiesetta. Tornando all'acqua di Sererit, con gli indigeni Aldo ha "tirato" 5 km di tubi e l'acqua potabile (verificata in laboratorio) arriva alla missione ed all'asilo. Una fonte è fuori della recinzione della missione ed è disponibile a chiunque. Se le manyatte (i villaggi Samburu) sono troppo lontane per consentire l'andata e ritorno delle donne cariche di barilotti e bambini al seguito, allora il fuoristrada di Aldo e del suo vice Albert Letaon procede sicuro sulle improbabili piste (invisibili ai comuni mortali) per portare acqua ai villaggi: noi abbiamo impiegato un'ora di fuoristrada per arrivare ad una manyatta in tempo per rientrare prima del tramonto. Il volto delle donne grate e la festa dei bambini all'arrivo dei mille litri di acqua è difficile da eclissare nell'oblio. Non puoi far finta di niente. Il lavoro di convincimento dei locali, a rete idrica posta in essere, non è stato facile perché pastorelli e pastori trovavano irresistibile il praticare fori nelle tubature. L'opera prima è sempre con i Samburu informare e convincere gli anziani: con l'acqua non è stato difficile ma con la educazione non altrettanto in quanto la alfabetizzazione dei bambini/bambine era ritenuta inutile o persino pericolosa. I piccoli imparano inglese e ki-swaili nelle scuole primarie che il governo ha costruito sotto la spinta iniziale dei missionari; si curano presso il dispensary della missione che è l'unica costruzione in muratura. Tutto il resto di Sererit è in lamiera zincata. Intorno le manyatte con le tipiche capanne di cultura masai fatte di sterco e fango. (achille miglionico - continua) 






Il VUOTO-PIENO LASCIATO DA STAN LEE

Il 12 novembre - inCULTURA ha partecipato la notizia - è improvvisamente venuto a mancare Stan Lee e il cordoglio si è ...