venerdì 27 marzo 2009

TEATRO - Opera


di Michele Miglionico

"Un macello in un circo, e viceversa." 

Agli antipodi del teatro di parola, c'è il teatro di emozione - se così possiamo definire la ricerca di Vincenzo Schino. In "Opera", spettacolo concepito nel 2006, non si narra niente. La sinergia tra gli attori e lo stage, in senso lato, mira solo a far vivere allo spettatore un'esperienza estetica. Poche le parole, come l'iniziale citazione di Puck da "Sogno di una notte di mezza estate". Per il resto, i muti personaggi piangono, gridano, si dimenano, come fossero bambini; ora nudi, ora mascherati. Il risultato di questi <> è l'evocazione di un certo grado di angoscia o inquietudine: sarà che le maschere e i clown portano in sé un lato oscuro, qui esaltato più che mai. Difficile dimenticare l'Arlecchino deforme che apre le danze. E la più nota aria dell'opera "Pagliacci" di Leoncavallo è inaspettatamente calzante, nonostante l'abisso che separa le due forme espressive. Non è un caso che l'esibizione dell'Officina Valdoca rappresenti l'ultimo appuntamento dell'edizione 2009 di "Ibride Azioni", il festival di interazione tra arte e nuove tecnologie organizzato da Fabrica Famae. L'uso che si fa delle luci, dei microfoni, delle tracce registrate e dei materiali è un ingrediente imprescindibile per l'evocazione di tutta l'atmosfera. Basti vedere i teli trasparenti che, appannando lo sguardo, proiettano nel mondo dei sogni e degli incubi; o l'effetto "pianto" di un cappello scrosciante acqua. Il principale difetto dello spettacolo sussiste nella sua breve durata. Non dipende solo dalla sospensione della cognizione del tempo e dello spazio che l'esperienza semi-onirica può comportare. L'impianto si predispone come un'opera universale, fruibile in qualsiasi teatro del mondo con un adattamento pressoché nullo. Ed è ciò che ci auguriamo. 

venerdì 20 marzo 2009

TEATRO - La rosa tatuata

di Michele Miglionico


Siamo vicini ai massimi livelli di contaminazione con il fratellastro cinema: Tennessee Williams è più famoso per le trasposizioni filmiche dei suoi testi, ma in questo caso fu il drammaturgo stesso a scrivere il dramma per Anna Magnani e a tradurlo per il grande schermo. Come è sempre auspicabile, è bene evitare i raffronti con la versione nota al grande pubblico. L'autore racconta come Serafina delle Rose (Mariangela D'Abbraccio), piacente italiana emigrata in Louisiana, non riesca a superare la morte dell'amato marito, degenerando in paranoia e agorafobia, finché l'incontro con il siciliano Alvaro Mangiacavallo (Paolo Giovannucci) e la scoperta di vecchi altarini non mette in discussione le sue certezze e la sua ossessione. Intorno a questo, si consuma anche il dramma della figlia Rosa (Dajana Roncione), investita di riflesso dal male materno nella sua vita di relazione, con gli uomini e con l'amato marinaio Jack Hunter (Gabriele Russo), personaggio dalla castità sospetta; il tutto condito dalla difficoltà di integrazione degli immigrati italiani, vittime delle discriminazioni e degli stereotipi degli americani nativi. Nell'adattamento di Masolino D'Amico le origini meridionali della famiglia Delle Rose sono accentuate il più possibile, con numerose battute in vernacolo che però vengono, con scarso equilibrio, concentrate nel primo dei due atti, con il fondato timore che la comprensibilità dei dialoghi potesse essere messa a rischio. Uno squilibrio che nasce forse dallo stesso testo, paradossalmente più cupo nella prima parte. Buono il lavoro del cast, che prevede anche ruoli limitati, come il cameo del regista nelle vesti di Padre De Leo; e ruoli multipli per Jacqueline Ferry e Federica Restani, che dissimulano in pieno quest'esigenza di economia della compagnia. Qualche volta la veracità meridionale e la volontà di smorzamento dei toni drammatici conducono fuori dalle righe gli interpreti, in senso comico per gli uomini e in senso tragico per le donne - ma tutto sommato non rappresenta un problema per la godibilità, anzi. La presenza scenica della rodata Mariangela D'Abbraccio è preponderante, sotto ogni punto di vista. Una scenografia complessa, costituita di più piani verticali e orizzontali, capace di evocare spazialmente un'intera casa e un intero quartiere, grazie anche ai suoni e alle battute fuori scena, e alle luci: si capisce come dietro a questi lavori ci sia l'unica mente del regista Francesco Tavassi.

sabato 14 marzo 2009

TEATRO - Made in Italy

di Michele Miglionico


Un urlo di donna e due camici che si aprono; il buio, poi la luce: Valeria Raimondi ed Enrico Castellani, come mamma li ha fatti, iniziano a giurare, all'unisono, su tutto ciò che un italiano potrebbe giurare. Ed è solo l'inizio. "Made in Italy" ha vinto il Premio Scenario 2007 e le motivazioni che la giuria del concorso ha addotto per la propria scelta sono condivisibili. Già sarebbe degno di nota l'uso di un apparente "scenografo" come attore. Luca Scotton è una presenza silenziosa per la maggior parte del tempo, che si sposta e si dà da fare in un continuo work-in-progress, fino a entrare del tutto nelle dinamiche tra i due protagonisti. La scenografia è versatile, fatta di tubi luminosi, statue di Biancaneve e i sette nani, pioggie di coriandoli, e gli attori ne sono pienamente padroni. Al di là degli aspetti estetici, il cuore della rappresentazione è la dissacrazione del nostro Belpaese. Gli autori hanno pescato un po' dappertutto, nella nostra società contemporanea; hanno masticato il materiale raccolto, per poi vomitarlo sul palco in maniera organica, cadenzata, parossistica. Il ritratto che ne scaturisce è un misero coacervo di contraddizioni e ipocrisie dell'italiano medio, con un occhio di riguardo verso gli abitanti del Nordest. Il dialetto veneto fa la sua parte. Non è forse un caso che questa sia la prima e unica tappa pugliese, al momento, nonché una delle poche del Sud. Niente viene risparmiato: da Dio, bestemmiato nei modi più comuni, all'ossessione per il calcio, passando per i morti. Un esempio? Stando semplicemente immobili, i tre interpreti riescono a ridicolizzare la retorica della cronaca dei funerali di Luciano Pavarotti e delle frecce tricolore a corredo delle esequie. La colonna sonora è fondante, perché serve sia a prendere di mira - tra le altre - la banalità della nostra musica leggera o la moda dei balli latino-americani, sia a scandire l'alternanza tra pezzi recitati e stacchi "coreografati", per quanto il confine tra i due si perda man mano. Pur divertente, lo spettacolo turba, perché i ragazzi di Babilionia Teatri, esaltando lo squallore degli usi e costumi nostrani, ci fanno desiderare un'altra cittadinanza. A torto, perché del nostro patrimonio c'è ancora molto da salvare. Anzi: un'invettiva di questo stampo serve (e deve servire) solo a risvegliarci dal nostro torpore.

sabato 7 marzo 2009

TEATRO - I due gemelli


di Michele Miglionico


Ascoltare i personaggi di Plauto parlare con inflessione napoletana o in dialetto meridionale non capita spesso, eppure non è una novità. Già vent'anni fa Tato Russo rivoltò "I Menecmi" in chiave partenopea. E' chiaro l'intento di voler rendere più digeribile da parte dello scafato pubblico contemporaneo un testo vecchio di più di due millenni. Così è, perché buona parte di pubblico risponde rumorosamente all'effetto comico dello schiavo Spazzola (Antonello Loiacono) che gli si rivolge in vernacolo. Domenico Clemente rischia e vince, a sorpresa, la scommessa, ma questo non vuol dire che l'operazione sia legittima dal punto di vista dell'estetica dell'arte. Al di là di questa scelta registica, il testo di Plauto è così forte, così archetipico che sminuirne l'efficacia sarebbe un'impresa da titani. La succitata, moderna platea passa oltre le eccessive richieste di sospensione dell'incredulità che "I Menecmi" avanza - in tutte le sue messe in scena, ivi compresa in questa "I due gemelli", che concentra i cinque atti originari in un unicum, sforbiciando in particolare il finale con l'epurazione del personaggio del medico. Non che ce ne si accorga, se non si conosce l'opera di partenza. Anzi: a un certo punto, si può essere talmente rapiti dal gioco degli equivoci da aspettarsi che, per la risoluzione della vicenda, Domenico Clemente debba sdoppiarsi in concreto per l'incontro tra i due fratelli. Ci pensa una semplice quanto fulminea battuta conclusiva a riportare lo spettatore con i piedi per terra. Le scene di Luigi Spezzacatena non hanno pretese storiche: puntano solo a evocare un'antichità greco-romana, stereotipata, considerando anche che l'azione è spostata a sud di "Neapolis". Il protagonista attinge alla vecchia scuola, che rifulge nell'interpretazione di Menecmo I, ma che negli exploit napoletani di Menecmo II ne fa risentire alla comprensibilità. Tutto il cast di comprimari lavora in maniera degna. Si ricordano Antonello Loiacono come caratterista che, con le sue battute in barese, colpisce nel vivo il pubblico conterraneo, e Angelo Tanzi nel ruolo del cuoco omosessuale Cilindro. A conti fatti, un esperimento riuscito, con le dovute riserve sull'intangibilità di testi così sacralmente classici.

giovedì 5 marzo 2009

TEATRO - I ponti di Madison County

di Michele Miglionico


Se fate fatica a mantenere la concentrazione nei monologhi, o se trovate che le storie d'amore intense e drammatiche siano "uno strazio", risparmiate la lettura e il biglietto. Lorenzo Salveti adatta e dirige un copione tratto da un romanzo e reso nota al grande pubblico dall'omonimo film con gli inarrivabili Meryl Streep e Clint Eastwood. Nel passaggio si evidenziano alcune difficoltà logistiche. Il cuore della vicenda, però, viene trapiantato in maniera sana. La passione che consuma l'italo-americana Francesca (Paola Quattrini) e il fotografo Robert Kincaid (Ray Lovelock), dopo un incontro casuale e una settimana galeotta, riesce a smuovere e turbare le anime sensibili della platea. Qualcosa, però, nell'impostazione non funziona. La protagonista racconta gran parte di ciò che ha vissuto, barcamenandosi tra la sua cucina (unico elemento significativo della scarna scenografia), altre locazione solo evocate, e un limbo in cui rivolgersi al pubblico; ma non è l'unica voce narrante. Le si accavallano un giornalista (Ruben Rigillo) e i suoi stessi figli, in momenti diversi e distanti, a spezzare gli equilibri. La scelta è forse stata operata per alleviare l'aggravio mnemonico per l'attrice principale e per dare spazio ad altri interpreti. Dal punto di vista drammatico non se ne avvertiva abbastanza il bisogno. Anzi: nonostante tutto, i numerosi "a parte" rischiano di annoiare e apparire come un basso espediente per surrogare ciò che le descrizioni del romanzo o le immagini del film possono raccontare senza limiti di sorta, accelerando anche il tempo percepito della già breve-ma-intensa vicenda. Poco da eccepire sul parco attoriale. Per quanto si trovi sempre più a suo agio nei ruoli da commedia - e difatti il pubblico non può fare a meno di ridere in almeno un paio di concessioni ironiche della piéce - Paola Quattrini rimane una colonna del nostro teatro, con il suo sapiente equilibrio tra un chiara, classica recitazione da palcoscenico e il gusto contemporaneo per la spontaneità. E continua ad esercitare abbastanza fascino da rendere credibile il proprio physique du rol. Anche Ray Lovelock è più che convincente, sotto ogni punto di vista, sebbene la sua grave voce virile non sia del tutto adatta all'acustica di uno spettacolo dal vivo

Il VUOTO-PIENO LASCIATO DA STAN LEE

Il 12 novembre - inCULTURA ha partecipato la notizia - è improvvisamente venuto a mancare Stan Lee e il cordoglio si è ...