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lunedì 6 aprile 2026

UNA STORIA NELLA STORIA: I GIOVANI CADUTI DI SAN RUFFILLO A BOLOGNA. LE FOTO INQUIETANTI #25APRILE #LIBERAZIONE #PARTIGIANI MASSACRATI

 



La strage assurda quanto inutile: la banalità del Male.

Un semplice cippo a forma di parallelepipedo ricorda uno dei tanti eccidi perpetrati dalle forze nazifasciste in Italia pur essendo al termine della II Guerra Mondiale. Camminando per una Bologna meno nota e centrale, si incontra il monumento nel verde della piazza Caduti di San Ruffillo. Nel silenzio del quartiere, reso vitale dal cinguettio primaverile degli uccelli e da qualche cane che gironzola portando a spasso umani, fermarsi è d'obbligo incuriositi da quel pezzo di oblio: poi ci si ritrova con un groppo in gola a scorrere la lista di oltre ottanta nomi che apprenderemo poi sono stati desunti dal riconoscimento tardivo delle salme  da parte dei familiari. All'elenco triste di tanti giovani prelevati dalle carceri con l'inganno della deportazione e uccisi così, con la sola determinazione di cancellare - a guerra già perduta - tante vite, si aggiunge la amara considerazione che in ogni orrore bellico vi sono vittime dell'ultimo minuto quasi a ribadire che la morte non guarda in faccia a nessuno e neanche al calendario. 

Che sfortuna, per chiunque, morire a guerra già al termine.  


Piazza Caduti di San Ruffillo, a Bologna. 



CADUTI DI SAN RUFFILLO

Tra il 10 gennaio e il 16 marzo 1945 gruppi di partigiani catturati nelle settimane precedenti in provincia di Bologna, a Imola, Castelfranco Emilia e Bondeno (FE), vennero prelevati dalle carceri di San Giovanni in Monte, condotti nei pressi della piccola stazione di San Ruffillo e fucilati da militi della GNR e da SS tedesche. I cadaveri furono gettati nei crateri prodotti dai bombardamenti alleati nell'area ferroviaria, usati come fosse comuni. Gli eccidi furono scoperti nel maggio 1945, quando cadaveri cominciarono a riaffiorare dal terreno. Solo 73 delle 96 salme rinvenute furono riconosciute dai familiari. Il monumento in memoria venne realizzato nella citata piazza Caduti di San Ruffillo, non lontano dal luogo dell'eccidio.

Fu una delle maggiori stragi di detenuti politici fra quelle avvenute durante l'intero periodo di occupazione tedesca in Italia, preceduta per entità solo da quella delle Fosse Ardeatine (335 civili), da quella di 67 internati di Fossoli compiuta al poligono di tiro di Cibeno, e da quella di 59 detenuti genovesi al Passo del Turchino. 


La differenza è sostanziale: mentre in quei casi i tedeschi avevano dato pubblico annuncio delle esecuzioni quali rappresaglie in risposta ad azioni ostili contro di loro, la strage a San Ruffillo seguì la perversa logica del sistematico sterminio segreto dei partigiani.


L'esecuzione del 10 febbraio fu infatti solo la prima fra quelle che ebbero luogo alla piccola stazione di periferia - così documenta la preziosa fonte dei registri del carcere bolognese. Altre esecuzioni avvennero il 20 febbraio, poi l'1, il 2, il 16 e il 21 marzo, per un totale di novantaquattro 94 vittime accertate. Risulta dagli archivi che nel corso del mese di aprile (!), in tre date, furono fucilati complessivamente altri trentanove 39 detenuti provenienti da arresti compiuti nella provincia di Bologna e a Bondeno, nel Ferrarese: furono prelevati per essere uccisi nello stesso modo ma in un'altra località, forse Rastignano di Pianoro, e risultano a tutt'oggi dispersi. Anche alla loro memoria, dunque, va intesa qualsiasi iniziativa che ricordi le vittime di Sabbiuno e San Ruffillo. L'eccidio di San Ruffillo venne invece scoperto nei primi giorni del maggio 1945, quando casualmente furono rinvenuti alcuni corpi affioranti dal terreno smosso da altre esplosioni. Abbiamo evitato prima di pubblicare le atroci foto d'epoca ma riteniamo che esse possano contribuire alla formazione di generazioni che talora fanno fatica a distinguere reale e virtuale.


Solo pochi giorni prima, il 21 aprile, Bologna era stata finalmente liberata, e il 25 Aprile l'Italia si liberava e procedeva verso la democrazia.

(Ardito Nunzia Lucia e Achille Miglionico)

Quel che rimaneva della stazione di San Ruffillo nel 1945.

Per le fosse comuni si approfittò dei crateri delle bombe.

Arturo Ansaloni (al centro)  redige il verbale per il ritrovamento dei cadaveri dei partigiani fucilati dai nazifascisti a San Ruffillo. (Ansaloni).





sabato 25 gennaio 2025

CENT'ANNI DELLA FOTOCAMERA LEICA e del formato Leica. AUGURI LEICA

La Leica I è la prima serie delle fotocamere Leica (nome derivato da Leitz(sche) Camera, o "fotocamera della Leitz") prodotte dalla Ernst Leitz GMBH Wetzlar Germany (oggi, Leica Camera AG), partendo dal prototipo del 1913 di Oskar Barnack. Seguirono le serie II, III e M).

 

Il maestro Henri Cartier-Bresson con il sistema Leica



Le celebrazioni in occasione del centenario della Leica I sono accompagnate dallo slogan “Cent’anni di Leica: testimone di un secolo”. Nei prossimi mesi, in onore della fotocamera che un secolo fa cambiò il mondo della fotografia, prenderanno corpo numerose iniziative culturali, importanti mostre, concorsi ed esclusive novità. "Insieme a voi, inauguriamo un nuovo secolo di imprese leggendarie, sempre a marchio Leica naturalmente", dicono con orgoglio meritato i fabbricanti tedeschi.





La fotografia moderna, caratterizzata da immagini dinamiche, realistiche e "vive", deve certamente molto al sistema Leica 135 (24x36 mm)

 
 
Nel 1925 - un secolo fa - entravano sul mercato la maneggevole Leica I ed il formato di pellicola 24x36 mm: un sistema veramente portatile e pratico che rendeva obsolete tante fotocamere precedenti e contemporanee. Una vera manna per i fotografi non da studio. Artefici di tale rivoluzione furono due tecnici transfughi che avevano lavorato al colosso Zeiss, uno dei quali esperto di microscopi.

Pensate che il formato full frame dei sensori digitali di oggi (es. FX della Nikon) corrisponde concettualmente al formato 24x36 mm delle pellicole dette 135, introdotte dalla Leica e dal geniale ottico Oskar Barnack: avendo un problema di trasporto con le fotocamere in uso, in quanto fortemente asmatico, per alleggerirsi il tecnico, formatosi alla Zeiss, realizzò una novità tecnologica assoluta:  il sistema fotografico Leica, da
Leitz(sche) Camera,  cioé  Leitz Camera). Il sistema compare sul mercato dal 1925 circa, pur essendo stato ideato e progettato prima della 1^ Guerra Mondiale che ne aveva bloccato la produzione.  


Wilhelm Oskar Barnack (Lynow, 1º novembre 1879 – Bad Nauheim, 16 gennaio 1936) è stato un innovativo tecnico ottico, meccanico, disegnatore industriale tedesco















Anche l'italiano Fulvio Roiter con la sua Leica





La attuale Leica Q2 Monochrome che scattta solo in bianconero

domenica 28 aprile 2024

CARTE FOTOGRAFICHE in B/N TRA FOTOCHIMICA E STORIA

 


Claude Felix Abel Niépce de Saint-Victor (1805-1870) 


CARTE FOTOGRAFICHE in B/N 

TRA FOTOCHIMICA E STORIA 




Joseph Nicéphore Niépce (1765-1833)




Vista dalla finestra a Le Gras, riproduzione realizzata dallo storico della fotografia Helmut Gernsheim nel 1952 circa.



La prima fotografia della storia si deve ad un ufficiale dell'esercito francese che si appassionò alla chimica con il fratello: si tratta della famosa Vista dalla finestra a Le Gras (in francese Point de vue du Gras). Il primo esempio riuscito con successo di fissare una immagine attraverso un processo fotochimico è opera di Joseph Nicéphore Niépce (1765-1833). Era il 9 febbraio del 1826 (o forse 1827). Niépce catturò l'immagine grazie ad una camera oscura ed un foglio di peltro di 16,2×20,2 cm ricoperto di bitume di Giudea dopo una lunghissima esposizione alla luce solare. Fu chiamata eliografia. Da un'altra sua idea nacque - grazie a Louis Daguerre ed al figlio Isidor Niépce - il dagherrotipo su lastra di rame più procedimento chimico (1840). Nel frattempo l'inglese William Henry Fox Talbot metteva a punto la calotipia che essendo un negativo permetteva la riproduzione della foto (a differenza del dagherrotipo che era un pezzo unico). Il successo enorme della tecnica pionieristica spinse la esigenza di fissare sempre meglio le immagini e non solo su supporti metallici o vetro. Con l'invenzione del calotipo ovvero del primo negativo della storia della fotografia (negativo su carta cerata) intorno al 1840 si avverte la necessità di ottenere positivi su carta (processo da NEGATIVO a POSITIVO, per intendersi).
Ecco le prime Carte Salate (1839-1860) sulle quali venivano stesi i sali d'argento direttamente sulla carta; seguono la cianotipia (1839-1920), la stampa al platino e palladio (1873-1920),  tutte stampe caratterizzate da procedimenti ad uno strato. Poi è la volta dei procedimenti a due strati (carta albuminata, 1855-1920; stampa al carbone, 1860-1940; resinotipia, 1920). Naturalmente i periodi d'uso si sovrappongono e convivono a lungo. Sono nate così le prime carte con legante ovvero carte che contengono le sostanze fotosensibili all'interno di leganti. 
Fino al 1880 la carta all'albumina fu il procedimento più diffuso. Questa carte utilizzavano come legante albume d'uovo sbattuto con cloruro di sodio ed erano prodotte in proprio dai fotografi stessi o da artigiani. Si deve all'ingegno di Claude Felix Abel Niépce de Saint-Victor (1805-1870)  - parente dei citati Joseph Nicéphore Niépce e figlio Isidor (che famiglia!) -  la genesi della stampa all'albume (1847) che fu in seguito migliorata dal chimico Louis Désiré Blanquart-Evrard.  Per inciso Claude, usando tra gli altri sali quelli di uranio fu vicino a scoprire la radioattività, il che gli fu riconosciuto dallo stesso fisico Henri Bequerel che per la scoperta fu insignito del premio Nobel assieme ai coniugi Curie
La richiesta di albume d'uovo per le stampe crebbe talmente da rendere industrializzati gli allevamenti di polli (il tuorlo, separato, era adoperato a fini alimentari). A partire dal 1880 circa l'albume d'uovo venne sostituito con gelatina a sviluppo ovvero una sostanza organica proteica che si estrae da scarti di macellazione: si era arrivati ad un processo a tre strati tipico delle carte alla gelatina al  collodio ad annerimento diretto. 
Le carte baritate compaiono nel 1880: tra carta e emulsione fotografica si cominciò ad introdurre la barite anch'essa dispersa in un legante. Questo strato di barite era utile per migliorare la qualità dell'immagine perché nascondeva le fibre della carta e permetteva immagini più nitide e con contrasto migliore. Intorno al 1910 la Carta Baritata, prodotto già industriale, cominciò a diffondersi. Le carte baritate - la barite è solfato di Bario - si differenziano per le loro caratteristiche di grammatura (qualità del supporto), sensibilità, densità massima, estensione utile, qualità dei sali d'argento.
La tipologia dei sali d'argento determina i toni della stampa (perla, ecc), il grado di sensibilità (stabilito secondo norme ISO ben precise), la densità massima ovvero la resa dei neri. La densità massima dipende dal grado di brillantezza della carta (matt, semi-matt, lucida, ecc). L'estensione utile è l'intervallo d'esposizione più grande che permette di distinguere dei dettagli nelle ombre e nelle alte luci e quindi determina la possibilità di restituire bianchi, neri e grigi con negativi non conosciuti o molto contrastati. 
Apparecchi fotografici, il passaggio negativo-positivo, sistemi di riproduzione e stampa, archivi ebbero ed hanno tuttora una linea evolutiva mai interrotta anche nel passaggio da analogico a digitale. 

La fotografia nella seconda metà dell'Ottocento ebbe rilevanza nel documentare eventi, persone, famiglie, gruppi di  interesse etnoantropologico. Qui Geronimo nel 1886.



A partire dagli anni '70 del XX secolo emerse sul mercato un nuovo tipo di carta fotografica detta Carta Politenata tutt'ora utilizzata. Il recto e il verso della carta sono coperti da un sottile strato di polietilene. Lo strato sul recto è addizionato di ossido di titanio che ha la stessa funzione dello strato di barite. Su questo strato impermeabilizzato viene stesa l'emulsione fotosensibile. Questa carta si diffuse velocemente e soppiantò velocemente le carte baritate grazie ai tempi brevi di lavorazione e ai costi bassi. Le carte baritate sono ancora utilizzate ma non per usi commerciali. Se la carta politenata permette tempi brevi e non si imbarca, ha però una resa minore in termini di qualità rispetto alla carta baritata: la gamma dei toni e la profondità del nero risultano falsati. Le carte politenate per uso fotografico indicate con la sigla RC (Resin Coated), sono di alta qualità con buona grammatura. Le carte politenate hanno reso possibile anche l'introduzione di carte fotografiche a colori realizzate a sette strati di cui tre strati con pigmenti colorati giallo-magenta-ciano. 
Per quel che riguarda la stampa a colori abbozzata con le Autocromie dei fratelli Lumiere nel 1907 e nata infine negli anni '40 (diffusa in Italia solo dagli anni '70), si hanno numerosi procedimenti di stampa di tipo chimico quali sviluppo cromogeno (C-print), cibachrome, dye transfer, polaroid. 
AgfaFerrania, Ilford e Kodak sono stati storicamente i marchi più importanti sia per la qualità che per i volumi di vendita. La scelta - con l'avvento del digitale - si è drasticamente ridotta. Di quelle aziende citate rimane solo Ilford alla quale si affiancano anche altre case con dei cataloghi più modesti che hanno sede nei paesi dell'Est europeo e in Germania. Ad esempio Rollei, FomaBergger sono alcuni nomi.

Oggi l'avvento del digitale ha modificato anche la stampa delle fotografie. Insieme alla stampa su carta politenata, si sono sviluppati diversi altri tipi di stampa che utilizzano procedimenti a getto d'inchiostro, termici, laser (lambda)
Le carte fotografiche ink jet nascono con la evoluzione delle stampanti per PC (dal 1990 al 2010, la prima generazione). Ma questo è un altro pezzo di storia. (achille miglionico)


Storia di una famiglia italiana  tra Ottocento e Novecento










Bibliografia

- Marco Fonde, Restauro e ritocco fotografico, ed. Apogeo, 2021
- David Bate, Fotografia, Art Essentials, 2021
- Tom Ang, Photography, Storia della fotografia, Gribaudo ed., 2014
- Marie-Loup Soudez, Helena Pérez Gallardo, Diccionario de Historia de la Fotografia, Cuadernos Arte Catedra, 2003.

Visitare:

giovedì 8 settembre 2022

#Fondation #HCB di #Parigi: Henri Cartier-Bresson, L'Expérience du #Paysage

 


La sua Leica

Henri Cartier-Bresson è considerato un pioniere del fotogiornalismo. Ribattezzato l’”occhio del secolo”, è stato uno degli esponenti più importanti della cosiddetta Fotografia umanista. Teorico dell’istante decisivo, ha anche contribuito a portare la fotografia di stampo surrealista ad un pubblico più ampio. Abbiamo visitato per voi la mostra sui Paesaggi.


La Fondation Henri Cartier-Bresson, non poteva non essere nel quartiere Le Marais, cuore di Parigi.
 Le Marais, il quartiere della elegante Place des Vosges, si sviluppa sulla riva destra della Senna, è il più trendy e assai frequentato. La Fondazione HCB la trovate nei pressi del Centro Pompidou al numero 79 di rue des Archives, ed ha più che raddoppiato gli spazi espositivi rispetto alla prima sede di Montparnasse.  Lo spazio, progettato dallo studio di architettura Novo, è ancora in fieri: a Novembre si apriranno altri 100 mq, Le Tube.

La mostra sui Paesaggi ritratti (più che fotografati) da Henri Cartier-Bresson è stata inaugurata il 1 Luglio e si protrarrà sino al 25 Settembre 2022.  


Ogni fotografia del maestro è tempo cristallizzato e origina dal “riconoscimento immediato, nella frazione di un secondo, del significato di un fatto e, contemporaneamente, della rigorosa organizzazione della forma che esprime quel fatto”, come direbbe lui stesso.




Anche in presenza di persone, l’attenzione dell’Autore è focalizzata a sintetizzare l’ambiente. Così si può parlare di Paesaggio della Natura e Paesaggio dell’Uomo. Le immagini dei paesaggi di Henri Cartier – Bresson sono raggruppate per tema: alberi, neve, nebbia, sabbia, tetti, risaie, treni, scale, ombra, pendenze e corsi d’acqua. Come se si invitasse l'osservatore ad una passeggiata visuale. Non essendo gli spazi espositivi immensi il visitatore "passeggia" tra realtà etniche e geografie diverse e può apprezzare anche alcune opere pittoriche del fotografo "nato pittore" che usava dire come il disegno fosse meditazione e la fotografia un attimo congelato. Solo nel fotografare il paesaggio HCB ritrovava entrambe le dimensioni mentali. Per questo i suoi paesaggi fanno meditare in silenzio. (achille miglionico & tina ardito)








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Henry Cartier Bresson nasce a Chanteloup nel 1908, da una ricca ed influente famiglia francese. Trascorre gran parte della sua giovinezza immerso nell’atmosfera bohemien di Parigi. Da giovane provò ad intraprendere la carriera di pittore, fu allievo del pittore Andrè Lothe .
Negli anni ‘20 fu molto vicino al movimento surrealista da cui mutuò l’interpretazione dei dettagli disseminati nella vita quotidiana. In una delle sue frasi afferma : “La fotografia può fissare l’eternità in un istante”.
Scoprì la fotografia durante un periodo di convalescenza a Parigi, e scelse una Leica 35 mm come strumento espressivo. Le foto surrealiste scattate durante i suoi viaggi in Messico ed in Europa fra il 1932 ed il 1935 lo resero famoso come art-photographer a New York.
Al suo ritorno in Francia, nel 1937, iniziò a dedicarsi al fotogiornalismo dopo un periodo di apprendistato come aiuto-regista di Jean Renoir.
Durante il secondo conflitto mondiale entra a far parte della resistenza francese. Catturato dai nazisti, evase ed arrivò in tempo per documentare la liberazione di Parigi nel 1944.
Nel 1947 è tra i fondatori della storica agenzia Magnum, nel ‘53 pubblica “Il momento decisivo”, considerato una vera e propria “Bibbia” per tutti i fotografi di reportage. Fu attivo come fotogiornalista fino alla fine deglia anni ‘70. Muore nel 2004.

Usava la sua Leica come un “ album da disegno meccanico”, e si dimostro’ subito in grado di ritagliare immagini dalla vita quotidiana con una precisione ed un tempismo ineguagliabili. Dopo i primi anni, segnati dall’ influenza del Surrealismo, negli anni ’30 maturò un impegno sociale.
Il suo approccio prevedeva di allineare “ testa, occhio e cuore”, e di scattare più fotografie possibili, per sceglierne una capace di simbolizzare un evento, una persona o un luogo. 

martedì 5 febbraio 2019

SAAMI: CULTURA ARTICA EUROPEA (1)

  • Famiglia Sami tra 1890 e 1900: i  lavvu sono ripari a tenda simili ai  tipi degli amerindi del Nord.
  •  Digital ID: (digital file from original) ppmsc 06257 http://hdl.loc.gov/loc.pnp/ppmsc.06257 
  • Reproduction Number: LC-DIG-ppmsc-06257 (digital file from original)
  • Repository: Library of Congress Prints and Photographs Division Washington, D.C. 20540 USA http://hdl.loc.gov/loc.pnp/pp.print
Famiglia Sami dinanzi ad altro ricovero chiamato goahti (1870 circa)
stampa ad albume 21,7x17 cm (AndreasPraefcke/Gallery)


Allevamenti di renne sia intensivi sia estensivi: si mangia la carne dei maschi (macellati in autunno, dopo la stagione degli accoppiamenti) mentre le femmine sono destinate alla riproduzione


Noi li chiamavamo Lapponi e Lapponia è la regione: ora si dice Saami e Sapmi

Johan Turi (1854-1936), un norvegese Sami, scrisse la "Vita del Lappone" [Muittalus sámiid birra], tradotto in danese dalla etnologa  Emilie Demant  e comparso in edizione bilingue nel 1910. Una opera preziosa, tradotta anche in italiano, che risale ai tempi in cui i Sami erano una etnia perseguitata e l'autore faceva l'allevatore di renne.

Ma chi sono i Lapponi? 


Nella periferia artica dell'Europa una popolazione europoide, da noi prima conosciuta come quella dei Lapponi (Lapps in inglese)  ma che si autodenomina come SAMI o SAAMI, si divide tra quattro nazioni europee: Norvegia, Svezia, Finlandia dell'estremo Nord e la penisola di Kola (Russia). La popolazione, di lingua uralica, arriva oggi a 70.000 cittadini afferenti a quattro nazioni. La Lapponia, o Sápmi, in lingua sami, è una regione dell’Europa settentrionale, situata al di là del circolo polare artico, quindi non è uno Stato. 

Costituendo in dette regioni da loro abitate (e a loro pertinenti da oltre 10.000 anni) una piccola minoranza, sia la etnia sia i tratti biologici Saami sono da tempo mescolati a tratti delle maggioranze viciniori. Con la risalita pressante di genti scandinave i Saami si spostarono dalle coste della Norvegia più "temperate" (si fa per dire, comunque le ultime ramificazioni della Corrente del Golfo rendono abitabili Islanda e coste Norvegesi) verso l'interno a clima artico e cominciarono ad allevare renne dal XVI secolo, trasformandosi da cacciatori-raccoglitori a pastori seminomadi. Oggi sopravvivono con il turismo ma circa il 25 per cento del territorio dei Sami è «disturbato» da strade, centri urbani, attività estrattive di idrocarburi e minerali: infatti, secondo l' Atlante Geopolitico Treccani (Treccani ed., 2017)

la Norvegia è il maggior fornitore di petrolio e gas della UE

La Svezia, come altre nazioni, ha perseguitato culturalmente i Sami. Le interferenze, al limite della persecuzione, sulla etnia sono state storicamente pesanti: come gli Inuit (una volta detti Esquimesi, di razza mongolide) della Groenlandia e Canada, le popolazioni hanno dovuto attendere la fine del Novecento per vedersi riconosciute autonomie locali, come la elezione di un parlamento (a parere comunque consultivo). Il film SAMI BLOOD (2017) di Amanda Kernell racconta i pregiudizi razziali che ebbero a subire i Lapponi sino agli anni Trenta del secolo scorso: la pellicola non è semplicemente un dramma semi-autobiografico, né un film di mera denuncia sociale. Descrive un dramma antropico di interesse antropologico allorché due culture si incontrano nella Storia ed una delle due possiede dalla sua una tecnologia più avanzata. Così fu quando Haiti-Hispaniola fu raggiunta da Cristoforo Colombo nel 1492 (si veda la ricerca del 1992 di Roberta Pieraccioli); così fu quando l'epopea western classica negli USA vide contrapporsi un mondo "selvaggio" alla "civiltà" bianca delle ferrovie. Beninteso non è solo un problema di colonizzazione di territori nuovi, non è solo un problema di identità culturale da imporre e salvaguardare con la supremazia ma è il dilemma-dramma che si ripropone all'uomo ogni qual volta  vi sia  "l’incontro con l’Altro e con l’Altrove". Tra l'altro non è qualcosa che riguarda unicamente la storia degli europei in espansione-migrazione mondiale. Gli Incas e altri popoli precolombiani si imponevano facendo schiavi i sottomessi. Gli amerindi del Nord parlavano con disprezzo degli Inuit chiamandoli "esquimesi" cioè "mangiatori di carni crude" (il termine proveniva dagli indiani Algonchini e fu ripreso dagli europei inglesi e francesi). Ma il bello della antropologia è scoprire -  nella infinita relatività culturale - che poi Inuit (singolare Inuk) in fondo significa "uomini" (gli Inuit indicano se stessi come uomini) ed anche Sami (=gente) indica appartenenza alla umanità. L'uomo in fondo riconosce solo se stesso e non riconosce l'uomo-Altro (o fa finta). Io sono uomo, tu no. Io sono ok, tu no.


Peccato che alla umanità intesa come appartenenza alla specie Homo sapiens non corrisponda poi una vera humanitas.


Nel film, Elle Marja è una ragazzina innocente della comunità Sami, i “nativi” dell’estremo nord svedese. Esposta ai pregiudizi e vessazioni razziali degli anni Trenta,  è sottoposta a scuola alla certificazione della razza (i sanitari la fotografano e misurano quasi fosse una forma esobiologica). Lei si ribella, sogna una vita diversa in cui poter appartenere al gruppo dominante senza vergogna. Per questo inizia ad allontanarsi dalla sua famiglia di origine, parlare correttamente svedese e si fa chiamare Christina. Intende diventare un’altra persona. Senza mai riuscirci appieno.
Nemici delle renne sono linci e ghiottoni, ci diceva un Sami

Buona la zuppa di renna, soprattutto in un goahti, al fuoco che asciuga e illumina le lunghe notti polari



"Un tempo vittime di persecuzione a sfondo razziale. Oggi, grande attrazione turistica. I Sami, nella loro terra della Scandinavia, possono dire di averle viste tutte: inclusa la nascita di Babbo Natale" (scrive argutamente nel 2017 Noa Agnete Metz, giornalista danese, che vive a Roma). Al di là del circolo polare artico non c'è solo Babbo Natale. Oggi, con il turismo, le persecuzioni sono terminate, i pregiudizi forse pure. I Sami sono stati riconosciuti. Vivono, lavorano liberamente e cercano di recuperare la propria cultura resa decadente. Come tanti popoli usciti dalla emarginazione e sfruttamento (i Mapuche-Araucanos sudamericani, gli indios delle foreste brasiliane, i Masai e Samburu dell'Africa orientale ecc. ecc.)


I Joik (anche joige )


I Sami sono famosi per i cosiddetti Joik, gli antichi canti, accompagnati dal suono del tamburo dello sciamano (ora consentito a fini turistici, prima vietato dalle autorità locali per secoli). O, meglio, una versione moderna, dato che quasi tutti i tamburi originali, si possono ammirare nei musei da quando i Sami sono stati ufficialmente cristianizzati. Una composizione joik è in genere ispirata emozionalmente ad un luogo o a una persona (in un nostro caso a uno zio defunto). Non significa che è dedicata a loro, ma che il cantante di turno cerca di trasferire l' "essenza" di un certo luogo o di una persona significativa attraverso il canto ritmato. La composizione ha in genere un testo molto ridotto se non del tutto assente, mentre la musica, quando c'è,  ricorda molto quella delle popolazioni amerindie del Nord. L'improvvisazione è possibile, il coinvolgimento degli astanti è gradito. Un quid da condividere, importante quanto il cibo e la ospitalità; è un dono all'Altro. Il film Sami Blood nei titoli di coda intona un esempio struggente.








Nella contea di Troms, dal 23 novembre al 18 gennaio compresi, il Sole non sorge al di sopra dell'orizzonte: tutte le foto sono scattate in luce crepuscolare o al buio.








Zuppa cremosa di renna


Tromsø (in sami Romsa) è una città della Norvegia settentrionale situata nella contea di Troms: è un ottimo punto di partenza (69° 40' N, 18° 58' E) per chi va a caccia fotografica di aurore boreali, per chi vuole avvicinare la cultura Sami. 


achille miglionico













PER APPROFONDIRE

  • Cattaneo C, Grandi M, Antropologia e Odontostomatologia Forense, Monduzzi Ed., BO, 2004.
  • Ember CR & Ember M, Antropologia culturale, Il Mulino, 2004.
  • Pieraccioli R, Hispaniola 1492, cronaca di un etnocidio, Ed. Cultura della Pace, FI, 1992.
  • Turi J, Vita del lappone [Muittalus sámiid birra], a cura di Emilie Demant, traduzione di Bruno Berni, Adelphi, Milano, 1991.
  • Whitaker I, Social Relations in a Nomadic Lappish Community, Utgitt av Norsk Folksmuseum, Oslo, 1955.

  •  film SAMI BLOOD (2017) di Amanda KernellElle Marja,14 anni, è figlia di allevatori di renne della comunità Sami nell'estremo nord svedese, e, in quanto tale, è vittima di razzismo da parte della società degli anni '30 in cui vive. Viene sottoposta alla certificazione della razza per frequentare una scuola riservata ai Sami, ma sogna di poter avere una vita diversa e scegliere il suo destino.    BLOOD TRAILER ITALIANO SUB ITA               

lunedì 17 dicembre 2018

IL NUOVO MONDO DEGLI ITALIANI: EMIGRAZIONE ITALIANA TRA XIX E XX SECOLO





Cristofiru Culumbu, chi facisti?


La megghiu giuvintù tu rruvinasti.



Ed eu chi vinni mi passu lu mari



Cu chiddu lignu niru di vapuri.



L’America ch’è ricca di danari



È girata di paddi e cannuni,



e li mugghieri de li “mericanni”



chianginu forti chi rristaru suli.

(canto dei contadini calabresi raccolto sul numero dell’Avanti!del 25 dicembre 1908)





L’EMIGRAZIONE ITALIANA TRA XIX E XX SECOLO

Un proverbio del XV secolo recita: <<Passeri e fiorentini son per tutto il mondo>>: l’emigrazione italiana è un fenomeno antico, anche se il grande esodo è avvenuto negli ultimi tre decenni dell’800, quando l’Italia fu colpita da una grave crisi in agricoltura. Dall’Italia sono partiti 5,5 milioni di persone per gli USA, 4,5 per la Francia, 4 per la Svizzera, 3 per l’Argentina, 2,5 per la Germania, 1,5 per il Brasile, 600mila per il Canada, 500mila per l’Australia, 300mila per il Venezuela.


Oggi 110 milioni di persone nel mondo portano un cognome italiano




La mortalità infantile tra gli italiani era molto alta: nell’ultimo trentennio dell’800 era intorno ai 6,5 anni (dati Istat). <<La morte di quelli che sono impotenti o poco adatti al lavoro […] è un fatto che cagiona molte volte minor dolore della morte […] di una semplice pecora>> relaziona il medico Luigi Alpago Novello a fine XIX secolo (in Monografia agraria dei distretti di Conegliano, Oderzo e Vittorio).




Molte erano le malattie che affliggevano la popolazione italiana: il gozzo, dovuto all’assenza di iodio nella dieta quotidiana; gastroenterite; tubercolosi; pellagra, al Nord, causata dalla continua assunzione di polenta, spesso fatta da farine di mais di scarto. Il vino veniva usato per integrare la scarsa dieta di ogni giorno: frequentemente al Nord si usava far fare la colazione ai propri figli, già da bambini, con una scodella di vino e di polenta vecchia, così l’alcolismo e le sue conseguenze su tutti gli organi diventava un’altra delle piaghe che affliggevano la popolazione.

L’Italia era un Paese molto violento: solo nel 1880 gli omicidi furono 5.418, 12 volte più di oggi. Dal Sud sino alla Romagna, grave era il problema del brigantaggio: la delinquenza comune si associava al rifiuto della piemontesizzazione – d’altro canto la repressione fu durissima. Molti dei nostri emigranti fuggivano da questa società violenta.

Tra il 1876 ed il 1900 espatriano 5.257.830 persone, soprattutto dal Veneto, dalla Venezia Giulia, dal Piemonte, dalla Campania, dalla Campania e dalla Lombardia; tra il 1901 ed il 1915 invece espatriano 8.768.680 italiani in primis dalla Sicilia, seguita dalla Campania, dal Veneto, dal Piemonte, dalla Lombardia, dalla Calabria e dalla Venezia Giulia; tra il 1916 e il 1942 emigrano 4.355.240 persone in modo particolare dal Piemonte, dalla Lombardia, dalla Sicilia, dal Veneto, dalla Calabria, dalla Venezia Giulia, dalla Campania e dalla Toscana; tra il 1946 ed il 1961 gli italiani che espatriano sono soprattutto veneti, campani, siciliani, calabresi, pugliesi, abruzzesi e friulani, per un totale di 4.452.200 persone (fonte Istat).

Il tasso di analfabetismo in Italia tra il 1861 ed il 1991 era pari al 78% nel 1861; 72,96% nel 1871; 67,26% nel 1881; 56% nel 1901; 46,2% nel 1911; 35,8% nel 1921; 21% nel 1931; 12,9% nel 1951; 8,3% nel 1961; 5,2% nel 1971; 3,1% nel 1981; 2,1% nel 1991 (fonte: Genovesi, Storia della scuola in Italia dal Settecento ad oggi, Laterza; M. Dei, La scuola in Italia, ed. Il Mulino).

L’età media della morte dal 1861 al 1955 si è così accresciuta: tra il 1861 ed il 1870 era pari a 6,58 anni; tra il 1871 ed il 1880 5,5 anni; tra il 1881 ed il 1890 6,44; tra il 1891 ed il 1900 14,64; tra il 1901 ed il 1910 24,99; tra il 1911 ed il 1920 30,06; tra il 1921 ed il 1930 43,59; tra il 1931 ed il 1940 57,84; tra il 1941 ed il 1950 58,56; tra il 1951 ed il 1955 68,69 (fonte: Sommario statistiche storiche italiane, 1861-1955, Roma, 1958).

Il numero di omicidi per abitante in Italia nel 1881 è uno ogni 5.959 abitanti; nel 1891 ogni 7.857; nel 1901 ogni 10.466; nel 1911 ogni 11.734; nel 1921 ogni 6.787; nel 1931 ogni 18.509; nel 1941 ogni 23.875; nel 1951 ogni 19.983; nel 1961 ogni 31.443; nel 1971 ogni 36.163; nel 1981 ogni 23.056; nel 2001 ogni 75.024 (fonte Istat – nel 1941, dalle cifre ufficialmente dichiarate dal regime fascista, risultava un omicidio ogni 48.767).








L’EMIGRAZIONE DAL SUD


L’emigrazione dal Sud Italia è stata un vero e proprio dissanguamento: tra il 1901 ed il 1910 espatriano ogni anno, su mille abitanti, 33,4 abruzzesi e molisani, 31,6 calabresi, 29,7 lucani, 29,5 veneti e friulani, 21,6 campani, 21,5 siciliani, 20,6 marchigiani; senza di loro si svuotano campagne, città e paesi. Fame, crisi agraria, carestie, siccità, alluvioni, terremoti, bassi salari, uniti al desiderio di diventare piccoli proprietari generano la spinta ad abbandonare la propria terra di nascita. Di contro i grandi proprietari terrieri restano senza quei braccianti che consentivano loro di condurre una vita agiata: i “signori” maledicono i “cafoni” che osano desiderare di mangiare il pane bianco, di far studiare i propri figli e di far vestire le loro mogli come le “signore”. Così l’immagine del meridionale-tipo, apatico, povero, affamato e scalzo, si trasforma agli occhi del mondo in quella di chi si impegna per vivere un’esistenza diversa e più decorosa: quella “razza maledetta” trova il modo per risorgere.





DAL MONDO NUOVO AL NUOVO MONDO


Il “mondo nuovo” era un apparecchio ottico attraverso il quale i nostri avi hanno cominciato a scoprire le bellezze del Nuovo Mondo: Goldoni ne parla nell’omonima commedia come di <<un’industriosa macchinetta che mostra all’occhio meraviglie tante ed in virtù degli ottici cristalli anche le mosche fa parer cavalli>>. Molti erano gli sfruttatori che, oltre a vendere biglietti di viaggio, vendevano i lavoratori stessi a quei Paesi che richiedevano manodopera. Venne organizzata una vera e propria campagna pubblicitaria: alcuni venditori, vestiti come saltimbanchi, giravano su carrozze per le campagne italiane, nei mercati, sui sagrati delle chiese, per reclamizzare le ricchezze che avrebbero guadagnato quanti si fossero imbarcati per l’America. Chi avesse deciso di emigrare avrebbe trovato a sua disposizione per il viaggio navi pulite, ordinate, colorate, e, dopo un po’ di tempo, sarebbe giunto a destinazione, certo di una fortunata svolta della sua grigia esistenza in Italia. Chiunque decideva perciò di partire, dopo aver venduto tutti i suoi averi per il biglietto o dopo aver chiesto denaro in prestito per pagarsi il viaggio, avrebbe trovato le strade americane completamente lastricate d’oro. Per un certo periodo il viaggio verso il Brasile fu addirittura gratuito in cambio di essere inviati là dove voleva il governo, ossia a sostituire gli schiavi liberati in zone malsane e selvagge.

Il viaggio della nave a vapore India fu quello più lungo e sventurato: il marchese francese Charles Breil de Rays aveva fatto affiggere in tutta Europa 500mila manifesti per magnificare la Nouvelle France, una colonia fertilissima e cattolicissima che si trovava oltre il Borneo. Così 300 trevisani partirono clandestinamente il 4 aprile 1880 per raggiungere prima Marsiglia, poi Barcellona e da lì proseguire fino alla meta. Il viaggio fu disastroso: decine furono i morti, soprattutto fra i bambini. Una volta giunti a destinazione, i sopravvissuti si resero conto dell’enorme truffa organizzata ai loro danni: invece degli splendidi hotel e delle chiese e delle campagne provenzali, si trovarono di fronte ad un’impenetrabile giungla da cui sbucò un uomo nudo che, con un forte accento genovese, disse loro di essere l’unico superstite della spedizione precedente, decimata dalle malattie e dalla morte inflitta dai tagliatori di teste. Costoro non si arresero di fronte a tutto questo: cercarono caparbiamente di fondare una colonia, non riuscendovi, però, ed essendo ulteriormente falcidiati da nuove morti; così decisero di sequestrare la nave alla fonda e di farsi portare in Nuova Caledonia e poi a Sydeny, dove giunsero, stremati dalla fame e dai parassiti il 7 aprile 1881. Al loro arrivo vennero, però, separati l’uno dall’altro dalle autorità australiane al fine di imparare bene la lingua inglese; si ritrovarono un anno dopo e fondarono Cea Venessia, cioè Piccola Venezia.



LO SFRUTTAMENTO


A fine XIX secolo non era raro osservare nei porti <<centinaia di famiglie sdraiate promiscuamente sull’umido pavimento, o sui sacchi, o sulle panche, in lunghi stanzoni, in sotterranei, o soffitte miserabili, senz’aria e senza luce, non solo di notte ma anche di giorno>> (padre Pietro Maldotti in Relazione sul porto di Genova) o anche, come da un verbale sanitario del 1903, <<nei fondi di detto esercizio in due ambienti privi d’aria, sporchi, umidi e puzzolenti dormivano 50 emigranti la maggior parte per terra>>. Basta leggere il testo teatrale di Raffaele Viviani, Scalo marittimo, del 1918, nel quale narra la storia di Colantuono, un emigrante che intona uno straziato inno alla patria contro chi vuole a tutti i costi rubargli i soldi che ha mentre si trova sul molo napoletano dell’Immacolatella:

<<E io lasso ‘a casa mia, lasso ‘o paese,

e me ne vaco ‘n America a zappare.

Pe’ fa’ furtuna parto, e sto nu mese

Senza vede cchiù terra, cielo e mare.

E lasso ‘a casa mia, l’Italia bella,

pe’ ghi luntano assaie, ‘n terra straniera.

E sotto a n’atu cielo e n’ata stella

Trasporto li guaglioni e la mugliera.

E là accummencia la malincunia penzanno

a la campagna addò so’ nato;

a chella vecchia santa ‘e mamma mia,

e a tutt’ ‘e ccose care d’’o passato...>>


La scoperta della verità per un emigrante era sempre traumatica: nel momento in cui si imbarcava, prendeva contatto diretto con l’amara realtà. Scrive alla Voce cattolica di Trento nel 1887 un emigrante partito nello stesso anno da Genova: <<Quel bastimento aveva servito a condurre dall’America del carbon fossile e, pensando che noi emigranti fossimo roba da poco conto, i marinai non si erano pigliati la briga di ripulirlo. Al primo salirvi noi lo abbiamo trovato sì lurido che ci veniva schifo e già da molti di noi si alzava lamenti contro l’ingaggiatore che ci cacciava in mezzo a tanta sozzura>>.

Non era diverso il viaggio per colori i quali sceglievano Paesi europei o per quelli che, invece di imbarcarsi direttamente in Italia, scelsero di imbarcarsi dalla Francia, ad esempio: scrive dall’America nel 1898 Regina Favretti alla sorella Clotilde che <<da Basilea ad Havre ci si fece viaggiare in treni orribili, pigiati come le acciughe, e ci facevano sfilare in processione da un luogo all’altro in mezzo ad un migliaio di emigranti di tutte le razze e di tutti i colori, cacciati con la frusta come tanti maiali>>.

Scrive il colonnello medico Teodorico Rosati in L’assistenza sanitaria degli emigranti e dei marinai, 1910: <<la distribuzione del cibo era fatta in maniera umiliante, senza l’osservanza delle elementari norme igieniche. Accovacciati sulla coperta, presso le scale, col piatto fra le gambe ed il pezzo di pane tra i piedi, i nostri emigranti mangiano come i poverelli alle porte dei conventi. E’ un avvilimento del lato morale e un pericolo da quello igienico, perché ognuno può immaginarsi cosa sia la coperta di un piroscafo sballottato dal mare, sul quale si rovesciano le immondizie volontarie ed involontarie di quelle popolazioni viaggianti>>. Diversamente la 1^ classe delle navi era dotata di tutti i comfort: il viaggio qui era una crociera con balli, tornei di carte, giochi in coperta. Rosati descrive anche i dormitori degli emigranti: <<l’emigrante si sdraia vestito e calzato sul letto, ne fa deposito di fagotti e valigie, i bambini vi lasciano orine e feci, i più vi vomitano: tutti in una maniera o nell’altra l’hanno ridotto dopo qualche giorno ad una cuccia da cane. A viaggio compiuto, quando non lo si cambia, ciò che accade spesso, è lì come fu lasciato, con sudiciume ed insetti, pronto a ricevere un nuovo partente>>.

Leggiamo in un Rapporto del medico della White Star Line: <<la temperatura non è il solo fattore che rende nei dormitori l’atmosfera irrespirabile. Vi concorre il vapore acqueo e l’acido carbonico della respirazione, i prodotti volatili che salgono dalla secrezione dei corpi, dagli indumenti dei bambini e degli adulti, che per tema o per pigrizia non esitano a emettere urine e feci negli angoli del locale. La puzza è tale che il personale si rifiuta spesso di entrare per lavare i pavimenti>>.



LA BANDIERA GIALLA


Caricate all’inverosimile, queste sgangherate carrette del mare erano esposte a svariate epidemie. Talvolta le imbarcazioni erano le stesse che erano servite per la tratta degli schiavi con una velocità di 8 miglia e meno di 2 metri cubi di aria per ogni migrante. Molte furono le navi respinte dai porti del Sudamerica perché infestate da epidemie. Spesso il viaggio era la fine della vita dei più piccoli a bordo: molte furono le epidemie di morbillo e varicella e molti furono i corpicini di bambini gettati in mare. Colera, tifo, morbillo, varicella, asfissia (quando le camerate erano vicino ai motori), fame le cause di morte sulle navi.




IL TERRORE


L’oceano era terrificante: i santuari erano colmi di ex-voto di chi aveva concluso il viaggio. Molti furono anche i piroscafi che affondarono, pieni di migranti. Il bastimento inglese Utopia era partito da Trieste ed aveva fatto tappa a Napoli: portava 3 passeggeri di 1^ classe, 3 clandestini, 59 membri dell’equipaggio e 813 emigranti, quasi tutti italiani: la sera del 17 marzo 1891 sbagliò manovra e colò a picco in pochissimo tempo, andando a sbattere contro il rostro di una corazzata e portando alla morte 576 italiani del Sud.

Il Bourgogne, un piroscafo francese, carico di migranti italiani, affondò il 4 luglio 1898, dopo una collisione con un veliero inglese: 549 furono i morti.

Il 25 giugno 1901 si schiantò contro una scogliera nelle acque di Terranova il piroscafo Lusitania e il 7 maggio 1915 venne affondato da un sottomarino un secondo piroscafo con lo stesso nome, mentre navigava da New York verso l’Europa: i morti furono 1.198, quasi tutti lavoratori europei che rientravano in patria.

Il 4 agosto 1906 si inabissò il piroscafo Sirio, in una splendida giornata di sole, davanti alla costa spagnola di Cartagena; una parte dell’equipaggio calò in acqua una scialuppa e se ne andò, lasciando in acqua i viaggiatori, tutti contadini e montanari che non avevano la più pallida idea di come comportarsi: costoro, terrorizzati, si gettavano in mare o si rovesciavano addosso le scialuppe di salvataggio. La nave affondò dopo 16 giorni; morirono circa 500 persone.

L’Ancona era un piroscafo modernissimo: costruito nel 1908, era dotato di due eliche e la 3^ classe poteva ospitare 2.500 passeggeri. Il 7 novembre 1915 la nave fu sorpresa da un sottomarino austriaco mentre era diretta a New York: 206 furono i morti, tutti emigranti.

Anche tra i 1.523 morti del Titanic, affondato la notte del 14 aprile 1912, c’erano degli italiani.

La nave Principessa Mafalda nel 1927 perse l’asse di un’elica: le notizie ufficiali minimizzarono l’incidente, parlando di poche decine di vittime, ma in realtà i morti furono 314 (a Buenos Aires ne furono denunciate circa il doppio, 657).

Sull’Arandora Star furono caricati 700 immigrati italiani, per ordine di Churchill, dopo l’entrata in guerra dell’Italia, con l’accusa di essere spie del regime fascista: erano stati destinati ad un campo di prigionia in Canada. Molti di loro in realtà erano indifferenti alla politica o vivevano in Inghilterra da decenni o erano addirittura antifascisti o ebrei fuggiti dall’Italia dopo le Leggi razziali del’38. Sulla nave erano stati fatti salire anche 500 prigionieri tedeschi. Il 2 luglio 1940 la nave fu intercettata da un sottomarino tedesco e silurata ed affondata: morirono 446 italiani ma sui giornali dell’epoca non si menzionò minimamente l’accaduto.



I CLANDESTINI – WOP


Negli USA WOP è uno dei soprannomi più comuni e più offensivi rivolti agli italiani. Pronunciato uapp - suona come guappo- WOP è l’acronimo di “without passport”, senza passaporto, ossia clandestino. Il boss Albert Anastasia dichiarò che la mafia in pochi anni era riuscita a far entrare 60mila nostri emigrati solo a New York; gli italiani “WOP” in più di un secolo sono stati circa 4 milioni.



L’ARRIVO


Tutti i migranti, una volta sbarcati in America, venivano accolti nell’isoletta di Ellis Island, l’isola delle ostriche, di fronte a New York. Ellis Island era un filtro a maglia strettissima: qui venivano effettuate le visite mediche, i test attitudinali umilianti e vessatori. Gli italiani venivano descritti come affetti da molte malattie, deformi, ciechi, zoppi. Gli USA con la Legge del 26 febbraio 1891 vietò l’ingresso a ciechi, zoppi, sordi, sordomuti, mutilati o deformi, alle donne sole con bambini, alle donne sole incinte. Il 20 febbraio 1907 questa legge venne ulteriormente inasprita, vietando l’ingresso a persone fisicamente e intellettualmente difettose (uno dei test a cui sottoponevano gli immigrati era la conta in ordine decrescente). Molti venivano rimpatriati e, in questi casi, gli americani non si facevano scrupolo di separare definitivamente le famiglie, i figli dalle madri, i mariti dalle mogli.



LE CASE DEGLI IMMIGRATI


Nel 1898, come si legge nel libro di Jacob Riis, Come vive l’altra metà, in un solo isolato di caseggiati vi erano 132 stanze nelle quali vivevano 1.324 immigrati italiani, che spesso cadevano dalle finestre dei solai, dormendo su letti a castello vicino alle finestre (se ne trovavano almeno 10 per stanza); in effetti costoro in patria vivevano in condizioni assai peggiori.





COMM’È AMARO STU PANE


I mestieri più umili erano svolti da immigrati italiani: operai addetti alla costruzione di ferrovie, musicanti ambulanti, balie, arrotini, braccianti nelle piantagioni di canna da zucchero. Nei periodi di crisi erano in concorrenza con i cittadini americani poiché accettavano paghe più basse e orari più pesanti, “rubando” loro il lavoro, come accade in tutti i processi migratori: ciò attirò le ire dei locali.



LO SFRUTTAMENTO DEI BAMBINI


Fra XIX e XX secolo vennero venduti decine di migliaia di bambini a sfruttatori che li facevano lavorare nei cantieri svizzeri o nelle miniere americane, nelle vetrerie francesi o ai musicanti in America: costavano 100 £ l’uno, metà del prezzo di una macchina da cucire. Nelle vetrerie, ad esempio, i turni di lavoro erano massacranti: lavoravano seminudi per 16 ore al giorno e dormono dai tre ai cinque bambini per letto (un pagliericcio gettato per terra). Mangiano minestre cucinate con gli scarti degli ortaggi del mercato dalle mogli degli incettatori e del pane. La metà di questi moriva di stenti e di fatica.



MORIRE SUL LAVORO


Molte furono le morti di italiani sul lavoro. Il 25 marzo 1911, a causa di un incendio divampato agli ultimi piani di un palazzo in cui lavoravano, in una camiceria, con la porta sbarrata, 500 donne, 146 furono le vittime, di cui 39 italiane.

Nel luglio 1913, a Calumet, in Michigan, i minatori cominciarono uno sciopero che durò mesi; a Natale fecero una festa per i loro figlioletti nell’Italian Hall: i proprietari delle miniere si vendicarono dei disordini dei mesi precedenti, inviando alcuni dei loro guardiaspalle che urlarono “Al fuoco!” all’interno dell’Italian Hall, creando il panico tra i presenti. Le porte vennero sbarrate e, nel tentativo di uscire dalla hall, morirono calpestate 73 persone, tra cui molti bambini.

Un’altra protesta sedata col sangue fu quella dei minatori greci ed italiani di Ludlow, in Colorado, nel 1914: John Rockfeller fece radere al suolo con l’uso di mitragliatrici la tendopoli che i minatori avevano realizzato in mesi di protesta, uccidendo così 66 persone.



GLI ANARCHICI


Gli americani hanno nutrito per molto tempo il terrore per gli anarchici: il caso emblematico è quello di Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, il primo pugliese ed il secondo piemontese, che il 5 maggio 1920 furono arrestati con l’accusa di aver commesso una sanguinosa rapina. Prove a loro carico non ve n’erano: si scatenò la reazione del mondo intero – si riuscì a raccogliere in loro favore 10 milioni di firme, inutilmente. Furono giustiziati il 23 agosto 1927 - saranno riabilitati soltanto cinquant’anni dopo, nel 1977.



I SOPRANNOMI INFAMANTI


Oltre al nomignolo WOP in senso dispregiativo, affibbiato ai “clandestini”, cioè coloro che erano privi di passaporto, anche altri erano i soprannomi che designavano gli italiani in America: BAT (pipistrello), negli USA veniva usato per gli italiani ad indicare la mescolanza di bianco e di nero, allo stesso modo del pipistrello, che è un po’ topo ed un po’ uccello; DAGO, da dagger, pugnale, individuandoli come “accoltellatori”; GUINEA, cioè “negro”; MACARONI o SPAGHETTI, deridendo l’uso italiano di mangiare la pasta. Gli immigrati italiani in Brasile, poi, venivano detti CARCAMANO, sottolineando l’abilità truffaldina di calcare la mano sul piatto della bilancia mentre si pesa della merce; gli italiani in Argentina li si definiva PAPOLITANI, un misto di “pappone” e “napoletano”; in Svizzera tedesca venivano chiamati CINCALI, ossia “cinquaioli”, nel senso di giocatori di morra; in Francia BABIS, rospi.

Secondo il Dizionario delle razze del 1911, prodotto dalla Commissione per l’immigrazione, in Italia c’erano due razze: “ariana”, al Nord, e “mediterranea” in tutto il resto della Penisola (Genova compresa!); il confine tra il Nord ariano ed il Sud mediterraneo era segnato indiscutibilmente dal 45° Parallelo Nord, cioè a metà tra il Polo Nord e l’Equatore.





XENOFOBIA ANTI-ITALIANA


Negli USA gl’italiani sono stati per lungo tempo al secondo posto, insieme con i cinesi e subito dopo i neri, nella “lista nera” dei linciaggi. Nel 1899 a Tallulah, in Louisiana, 5 italiani (tre fratelli e due amici) vennero trucidati dopo una banale lite per una capra perché erano stati troppo gentili con i neri. Nel 1910 altri due italiani, Angelo Ficarotta e Costanzo Albano, furono linciati dagli operai di una fabbrica di tabacchi per non aver partecipato ad uno sciopero insieme a loro.

In Francia, l’11 agosto 1893, avvenne un massacro ad Aigues Mortes: secondo le fonti ufficiali vennero uccise 11 persone (nel processo gli operai francesi che accusarono gli italiani di rubare loro il lavoro e poi li assassinarono furono tutti assolti), ma da altre stime e da altre fonti pare che siano stati molti di più, almeno una cinquantina, i cui corpi vennero inghiottiti dalle paludi (furono massacrati da una folla inferocita al grido di “Dagli all’orso!” perché in Francia gli italiani venivano associati agli “orsanti”, ossia coloro che giravano per le fiere con orsi e cammelli).

In Svizzera a Göschenen nel 1875, durante una protesta per le durissime condizioni di lavoro nella costruzione della galleria del San Gottardo (erano morte 144 persone a causa delle fughe di gas e dei conseguenti crolli), 5 italiani furono uccisi nella repressione ad opera della milizia armata. A Zurigo, invece, nel 1896, si organizzarono treni speciali per portare in salvo gli italiani che rischiavano di essere massacrati da una caccia all’uomo. Sempre in Svizzera, l’ultimo dei tanti omicidi per motivi di odio razziale nei confronti degli italiani, commesso nel 1971 ai danni di Alfredo Zardini, fu punito con soli 18 mesi di reclusione, nonostante l’assassino avesse già a suo carico più di 150 denunce per violenza di vario genere.


MEDITATE GENTE, si diceva in tv

(Rosa Maria Ciritella)







LACREME NAPULETANE (Francesco Buongiovanni, Libero Bovio, 1925)


Mia cara madre,
sta pe' trasí Natale,
e a stá luntano cchiù mme sape amaro.
Comme vurría allummá duje o tre biangale,
comme vurría sentí nu zampugnaro.


Mia cara madre,
sta per arrivare Natale,
e stare lontano ha un gusto più amaro.
Come vorrei accendere due o tre bengala.
come vorrei sentire uno zampognaro.



A 'e ninne mieje facitele 'o presebbio
e a tavula mettite 'o piatto mio.
Facite, quann'è 'a sera d' 'a Vigilia,
comme si 'mmiez'a vuje stesse pur'io.


Ai miei bambini fate il presepe
ed a tavola mettete il mio piatto.
Fate, la sera della Vigilia,
come se tra voi ci fossi anch'io.



E nce ne costa lacreme st'America
a nuje Napulitane.
Pe' nuje ca ce chiagnimmo 'o cielo 'e Napule,
comm'è amaro stu ppane.


E ce ne costa lacrime quest'America
a noi Napoletani.
Per noi che piangiamo il cielo di Napoli,
come è amaro questo pane.



Mia cara madre,
che só', che só' 'e denare?
Pe' chi se chiagne 'a Patria, nun só' niente.
Mo tengo quacche dollaro, e mme pare
ca nun só' stato maje tanto pezzente.


Mia cara madre,
cosa sono, cosa sono i soldi?
Per chi piange la Patria, non sono niente.
Ora ho qualche dollaro, e mi sembra
che non sono mai stato così povero.



Mme sonno tutt' 'e nnotte 'a casa mia
e d' 'e ccriature meje ne sento 'a voce,
ma a vuje ve sonno comm'a na "Maria"
cu 'e spade 'mpietto, 'nnanz'ô figlio 'ncroce.


Mi sogno tutte le notti casa mia
e dei miei figli sento la voce,
ma a voi vi sogno come una "Maria"
con le spade in petto, davanti al figlio in croce.



E nce ne costa lacreme st'America.


E ce ne costa lacrime quest'America.



Mm'avite scritto
ch'Assuntulella chiamma
chi ll'ha lassata e sta luntana ancora.
Che v'aggi' 'a dí? Si 'e figlie vònno 'a mamma,
facítela turná chella "signora".


Mi avete scritto
che Assuntina chiama
chi l'ha lasciata ed è ancora lontano.
Cosa vi devo dire? Se i figli vogliono la mamma,
fatela tornare quella "signora".



Io no, nun torno, mme ne resto fore
e resto a faticá pe' tuttuquante.
I', ch'aggio perzo patria, casa e onore,
i' só' carne 'e maciello, só' emigrante.


Io no, non torno, resto fuori
e resto a lavorare per tutti.
Io che ho perso Patria, casa e onore,
io sono carne da macello, sono emigrante.



E nce ne costa lacreme st'America.

E ce ne costa lacrime quest'America.














































BIBLIOGRAFIA:

AA.VV: Racconti dal mondo. Scrivere le migrazioni. Antologia di narrazioni 1990-2007, Roma, FILEF, 2007

Luigi Botta, Figli, non tornate! (1915-1918) Lettere agli emigrati nel Nord America, prefazione di Gian Antonio Stella, Torino, Nino Aragno Editore, 2016

Renata Broggini (a cura di), Eugenio Balzan, L'emigrazione in Canada nell'inchiesta del «Corriere» 1901, Fondazione Corriere della Sera, Milano 2009

Martino Marazzi, Misteri di Little Italy. Storie e testi della letteratura italoamericana, Milano, F.Angeli, 2003

Mario Puzo, Mamma Lucia, Milano, Mondadori, 1988

Teodorico Rosati, L’assistenza sanitaria degli emigranti e dei marinai, 1910

Jacob Riis, Come vive l’altra metà, Edizioni Associate, 1890

Pamela Reeves, Ellis Island, Gataway to American Dream, New York, Barnles-Noble Books, 2002

Marco Santillo, Le migrazioni interne e il Mezzogiorno (PDF), Università degli Studi di Napoli Federico II, 2009

Patrizia Salvetti, Corda e sapone, Roma, Donzelli Editore, 2003

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Gian Antonio Stella, L'orda (quando gli albanesi eravamo noi), Milano, Rizzoli, 2002



SITOGRAFIA:

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http://www.italianinelmondo.ws/archivio-storia-emigrazione/135-le-navi-degli-emigranti-italiani.html