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sabato 24 ottobre 2020

FINCHE’ C’E’ VELA C’E’ SPERANZA








FINCHE’ C’E’ VELA C’E’ SPERANZA  racconta di un futuro possibile





Finché c'è vela c'è speranza - Achille Miglionico

pubblicato su Bolina n°: 389, pagina 105.

Rubrica: Sapore di Mare



In tanti non  lo avevano previsto né se lo erano immaginato neanche nell’anticamera del cervello, per usare una terminologia di mio nonno;  oppure avevano rimosso.   Qualcuno se lo aspettava e aveva tradotto la fantasia in sceneggiature per serie televisive che parlavano di scenari catastrofici, una volta di moda, ma quando una cosa la trasformi in SF o fantascienza c’è sempre chi arriccia il naso e può dirsi “non accadrà mai”. Invece la fantasia si fece Storia.

Qualcuno, a dirla tutta, lo aveva formulato solide ipotesi scientifiche ma era forte il rischio di essere linciato mediaticamente, come una Cassandra o un uccello del malaugurio. 

Per migliaia di anni - così insegniamo a scuola - l’uomo ha cercato di piegare la natura, ha sfruttato la natura, non più solo attraversandola attraverso la marcia incessante e gli spostamenti continui per procacciarsi cibo e sostegno: già nel passaggio dal Paleolitico al Neolitico, appena fermò il piede e divenne più stanziale l’Homo sapiens diede vita all’agricoltura ed all’allevamento e sorsero i primi aggregati semimobili o fissi di individui. Ecco che lo sfruttamento delle risorse naturali cominciò a essere più serio e sistematico: raccogliere legna da ardere per riscaldarsi e cuocere, lavorare legname per edificare ripari artificiali, bruciare tratti di foresta per farne colture, costruire attrezzi per cacciare, pescare, difendere, attaccare, lavorare la terra e cucire le pelli. Da subito l’Uomo preistorico fu scomodo per la Natura. Un esempio storico? Gli antichi romani si spostavano con le legioni costruendo castra e abitati abbattendo ampie aree boschive. La Natura sembrava inesauribile nelle risorse che metteva a disposizione di questo mammifero troppo evoluto e capace di autocoscienza. Come identità divina o divinizzata, la Natura avrebbe potuto ammirare questa curiosa creatura quasi con sorpresa (ed orgoglio?) visto che le popolazioni umane sembravano avere non solo attenzione al sacro con rituali gruppali sempre più complessi ma anche una particolare capacità di risolvere problemi tanto da superare vertiginosamente qualsiasi altro mammifero o essere vivente di Gea, la Madre-Terra. Sì certo la natura borbottava e si agitava di tanto in tanto: ora sussultava quasi indifferente con un sisma, ora con una megaeruzione, ora generando uno tsunami o diffondendo animaletti microscopici e microrganismi che facevano morire precocemente ed in tanti; per non parlare di inondazioni e  periodici cicloni, giusto per ricordare a chiunque chi avesse il coltello dalla parte del manico. Eppure quel primate intelligente, malgrado il prezzo pagato con innumerevoli vittime e perdite, spesso inspiegabili, era sempre lì alle pendici frementi di montagne che fumavano ed eruttavano fuoco, in quanto quel suolo era particolarmente fertile; erano sempre lì vicini alle acque del mare dei laghi e dei fiumi e sapevano superare pestilenze, carestie e siccità come nessun mammifero. Cadevano ma si rialzavano. Una iattura per la biosfera. 

Se dovesse capitare, tra le Operette Morali di un dimenticato poeta italiano, Giacomo Leopardi, di leggere il Dialogo della Natura e di un Islandese,  si rimarrebbe un poco male tra le varie battute del dialogo e il finale tragico; sembra di poco precedere il detto sulla la natura che  ha i denti sporchi di sangue di un certo Darwin che avrebbe scoperto la evoluzione biologica anni dopo, sempre nell’Ottocento. Poi la rivoluzione industriale con il vapore, i motori endotermici, la elettrificazione, la conquista atomica e  aerospaziale, e di seguito la rivoluzione informatica hanno fatto il resto. 

Insomma il fatto fu subitaneo pur non essendo inatteso.

La maggior parte delle fonti di energia elettrica si ridussero drasticamente sino al blocco totale dei macchinari. Uno storico avanzò l’ipotesi che fosse avvenuto - questo era stato previsto parzialmente - prima che si esaurissero realmente i combustibili fossili; prima che si contaminassero di sale le acque degli acquedotti sotto l’implacabile innalzamento del livello dei mari. L’acqua di mare infatti prese a salire con velocità centuplicata e saliva saliva ricoprendo coste, affogando la vita terricola, mangiando terra e città costiere, mordendo a grossi bocconi estuari, aggredendo fiumi che si ritrovarono invasi e accartocciati negli alvei: tutto con la maledetta decrescita dei ghiacciai. Come dopo le ere glaciali. Solo che questa volta non c’entrava la “Natura matrigna” leopardiana ma era esclusiva responsabilità dell’Uomo che aveva alterato in poco più di un secolo il clima attraverso il riscaldamento globale (da tanti, ahinoi, negato con pervicacia fino alla fine). Un processo che inaspettatamente durò pochi anni, non secoli come qualcuno aveva creduto o sperato.   Sulla terra si moltiplicarono siccità e pompe di estrazione e dissalatori per scongiurare la perdita rilevante di oro bianco. L’agricoltura, è noto, non ama l’acqua dissalata che va bene per tanti usi ma limita i cultivar. Gli insediamenti umani, affamati e assetati, arretrarono dappertutto, scomparvero paesi, villaggi costieri sino a intere città come Venezia; scomparvero sotto le acque isole come l’isola di Pasqua ed altri atolli polinesiani. Il turismo subacqueo di oggi fa intravvedere la bellezza dei reperti archeologici che una volta respiravano l’aria come noi. Si arginò, non senza atroci conflitti e difficoltà geopolitiche, il l’istinto di sopravvivenza e di prevaricazione del Decennio Buio (un medioevo oscuro e violento, privo di regole) ricostituendo una convivenza essenziale. Anche stavolta ce la facemmo, pur tra perdite personali e collettive degne di una Terza Guerra Mondiale che non è mai scoppiata: forse si capì, per la prima volta, che l’uno ha bisogno dell’altro e che assieme ce la si fa, disuniti si perisce. 

L’acqua fu equidistribuita per evitare scontri sanguinosi e conflitti ove non ci sarebbero stati che perdenti. Con l’uso razionato di  energia fotovoltaica (la Terra dall’alto appariva multispeculare come gli ommatidi di un insetto, tutti disponevano di sistemi fissi e mobili di fotovoltaico); con l’incremento di energia eolica e da maree si rimise in moto una economia più  locale. Sulla energia nucleare qualcuno aveva fatto o tentato di fare il furbo ma il mondo era scottato dall’ecocidio pregresso; nessuno voleva più il nucleare se non sui libri di fisica. Anche perché con la Crisi elettrica insorta e con la carenza di acqua da raffreddamento, molte centrali nucleari andarono in tilt e furono solo con difficoltà spente prima di contaminare il globo. Un mondo da adattare in fretta, troppo in fretta persino per le capacità del multiforme Homo sapiens. Un mondo che era cambiato nel corso di una vita, cioè in tempi biologici e non in tempi geologici, era troppo difficile da tollerare. Per almeno un decennio la causa di morte imperante fu il suicidio. Poi le cose migliorarono in fretta come erano peggiorate in fretta. Si ripristinarono le reti informatiche ma anche desueti sistemi di comunicazione che avevano consentito di sopravvivere in assenza e poi carenza di energia elettrica. 


E, con il risparmio energetico e con la ottimizzazione delle risorse operato dai poteri centralizzati dell’ONU, il trasporto terrestre, aereo e marino mutò per sempre. Sul mare si moltiplicarono le vele da uno, due, quattro alberi. Vele oceaniche per trasportare, per viaggiare, per migrare altrove, per esplorare. Se ne vedevano di tutti i tipi sulle acque: le suggestive vele latine, triangolari con la tipica antenna di sghembo; auriche con tanto di pennoni e boma; le classiche bermudiane; le particolari come i cutter, ketch, le catboat, le nuove agili golette. Come non parlare delle velocissime, quasi dei bolidi, come catfoiling, canting monofoil e altre? Quelle che non sembrano più barche in quanto volano sull’acqua staccandosi da essa grazie ai foil: nate per la competizione e difficili  da condurre,  ricordavano quegli strani insetti che non saltano da un punto all’altro a pelo d’acqua ma ci camminano come dei cristi oppure come dei ragni che corrono sul pelo dell’acqua, senza affondare. Si erano molto sviluppati, a mo’ di utilitarie dell’acqua, gli armamenti nautici semplificati  quelli dipodici: due alberi legati a U rovesciato. Senza strambate era più tranquillo navigare per gente non di mare e per le famiglie. E guardare mari e laghi pieni di fazzoletti di ogni colore lasciava sperare ed era uno spettacolo bello, in sintonia con la natura ferita: comunque ti dimenticavi che in assenza di vento alcuni oligarchi possedevano motori elettrici per le loro vetture e barche. I motori elettrici, assai perfezionati, erano appannaggio di pochi e comunque delle linee di trasporto marittimo e delle forze armate, insostituibili per vigilare i mari infestati nuovamente di pirati senza scrupoli. Anche la criminalità deve adeguarsi ai tempi. 

I più si ritrovavano ai tempi in cui vi era il Portum dell’antica Roma con le sue navi onerarie che trasportavano merci dalla periferia imperiale alla Caput Mundi che contava un milione di abitanti (più della popolazione attuale di Roma costiera di oggi  che non è un gran porto). Si procedeva a remi ed a vela per lo più e si navigava soprattutto nelle stagioni giuste, rimanendo talora bloccati nei nuovi approdi e porti che costellavano la nuova geografia delle nazioni. Un tempo per vedere tante vele assieme bisognava partecipare ai grandi raduni annuali che si organizzavano per diporto, come la antica “Barcolana” di quella che un tempo era una città costiera come Trieste (un quotidiano di informazione ne aveva ripreso una foto antica assai nostalgica).

Buon vento a tutti ed a te, in particolare, nipotina mia.




domenica 3 dicembre 2017

Afrikaan Dream / Sogno Afrikaan




Sogno afrikaan
di achille miglionico (2001)
Spesso mi si chiede del mal d'Africa






Lo spazio: il bushveld e l'Occhio-di-Dio (RSA). Dall'alto della rupe e dell'osservatorio, ricordo appena che il toponimo mi ha suscitato poc'anzi scetticismo ("Esagerati!" ho pensato sentendo che eravamo diretti all' Occhio di Dio). Poi, dopo il primo respiro, mi tronco dinanzi alla vastità che si apre dinanzi a noi. Mi decido e getto, sfidando la vertigine, lo sguardo verso l' altopiano che srotola un incommensurabile spazio con macchie verdognole, boscaglie indistinte e rade. Ho creduto all'inizio che lo sguardo obbedisse come sempre e potesse tornare a me. Come un boomerang ben fatto. Come un rapace ben addestrato dalla mano di Federico Secondo. O una sonda esplorativa che si lancia fuori bordo della nave che va per spazi marini o siderali eppoi torna. Ma non è così. Lo sguardo più e più volte lanciato non torna all'Arca noetica. Non si torna dall'infinito del God's eye. Da qui, - dicono che sia il loggione del teatro del Kruger - nel secco inverno sudafricano, nella mente si pennella una spiaggia che rincorre il suo oceano: non lo troverà mai. Così il fiume Okavango, poco o tanto lontano da qui (nel Botswana), non troverà mai il suo mare, sbagliando strada geologica, e formando un delta vaporoso visibile dalla quota di un aereo di linea: una eden di quindicimila chilometri quadrati in un deserto, quello di Kalahari. Insomma non sono solo io a smarrirmi qui. L'arena del bush, pur avanzando e soffocando la flora esausta, sfinita dal vento, dalle trombe d'aria e dalla siccità, sa di non aver vinto; e, la memoria delle stagioni e dei vivi tramanda che piogge arriveranno a dissetare chi ha saputo resistere: e i mantelli vegetali e animali si scuriranno di nuovo rigogliosi e forti. Vedo. Sotto di me una costellazione di colori e macchie ondulate vira verso il pallido. Famiglie di acacie hanno persino l'ombra che si mostra stinta quanto il tronco; qui e là - al binocolo - fiammeggia di maggiore vita la corteccia rosicchiata di una acacia della febbre gialla (così le chiamavano i boeri ritenendo che cagionassero il paludismo). Ci sono altre macchie di un cromatismo intisichito: ti chiedi se esse sono calate in un miraggio di lento movimento o se sia il tuo cervello ad ingannarti visto che il sole, pur invernale, non scherza in quanto a calore. E' vegetazione questa? No, il binocolo chiarisce che si tratta di gruppi di erbivori, zebre di Burchell, rari gnu, impala resi immobili dalla distanza: fauna persa e dispersa in quel mondo che si incurva virando d' azzurro verso l'orizzonte, tra terra arsa e cielo terso. No, solo una illusione ottica. Di quelle africane. Anzi afrikaan.










Victoria Falls da elicottero














Bufali cafri






Chobe river. Tutto diverso il paesaggio, nel territorio tra il fiume Zambesi e il suo affluente Chobe, tra Zimbabwe e Botswana. Ci arriviamo dopo giorni. Qui tanta acqua, tanti animali. Verde di ogni tonalità, ocra e rosso, tutto lo spettro del visibile e dell'invisibile.
Un ranger fissa il tramonto dal bordo del battello che ci trascina tra le isole di Lwanda e Kalunda: in quel tratto pigro del fiume Zambesi che non lascia presagire la furia delle Cascate Vittoria, alcune percezioni al tramonto mi sono suonate psichedeliche. Il ranger mi racconta di un bufalo isolato dalla mandria ed attaccato dai leoni che era riuscito a trarsi temporaneamente in salvo lungo la riva del fiume: durò una decina di ore il suo andirivieni dalla riva e verso la riva, in una terra di nessuno tra potenze spietate: era stretto dai pazienti felini da un lato e dai sonnacchiosi coccodrilli dall'altra. Ore di speranza frustrata perché comunque il suo destino era oramai segnato. Ed il bufalo stremato ad un tratto decise: meglio una morte nobile e soccombere da mammifero in una contesa tra mammiferi. E così lui, che tante volte aveva guidato sicuro nel fiume la possente mandria nera, ritenne di andare incontro ai leoni, come un eroe greco che nel momento della imminente morte fissasse negli occhi i persiani con sguardo spartano.
E' una mia impressione o non sono così gli animali del resto del mondo? Ne ho visti tanti. Qui gli animali sembrano tutti fieri, nella vittoria e nella sconfitta; e tutti sembrano passivi, indolenti sino a quando non li ammiri nell'atto predatorio o di fuga. II coccodrilli, per esempio: folgori di nervi e muscoli in azione, rocce di carne e ossa nella attesa; quando si animano all'improvviso e scattano spezzano il profilo della superficie come fanno i sottomarini con i ghiacci. Un animale (non sempre abbastanza piccolo) tra le zanne di un altro animale. Un sisma di morte eppoi la immobilità impera di nuovo.

Notti. Nei ritmi circadiani della natura la notte succede e precede il giorno, la luce. E le notti? E' scesa la notte sul campo di tende. La Croce del Sud, favorita dalla incontaminata atmosfera, è un segnale ipnotico di luci. La costellazione comanda il cielo, non va identificata come l'Orsa maggiore e Minore nell'emisfero boreale. Solo uscendo dalla transe, dopo molto tempo, ti accorgi del Resto (del cielo): spilli, sì spilli lucenti trafiggono un nero di fiaba. La prima volta che ho sollevato pigramente lo sguardo all'insù (quasi presagissi la visione)è capitato in una notte serena e fredda a Pilgrim's Rest, il luogo dei cercatori d'oro a nord di Pretoria. Comunque non conviene tenere troppo lo sguardo al cielo, soprattutto di notte e in Africa. Smarrisce.


Confondo due notti tra loro: ad Haziview, in Sudafrica, e a Kasane, nel Botswana. Unica è stata la impressione di potenza e impotenza. A soli cento passi dal protettivo boma, in direzione dello specchio d'acqua, al di là di un nugolo di zanzare e acacie, mi avventuro spavaldo e curioso e sprofondo nel soffice buio. Senza luna. Mi fermo. Mi sono allontanato troppo dagli umani. Mi rassicuro frettolosamente e decido di ascoltare l'ambiente. Il silenzio si frantuma in un frastuono crescente e preoccupante. Non sono solo e sono solo. Percepisco cose nel sé diffuso che hanno radici, si muovono, cantano, strisciano, volano. Voci notturne per lo più sconosciute che incalzano e tendono a coprirsi vicendevolmente. Sorge una onnipotenza effimera quasi mi sentissi un super-eroe con super-poteri. Non sto percependo amplificato un condominio di Roma. Qui è in atto una lotta per la sopravvivenza tra specie sonore diverse e me. Ora predomina il cra-cra metallico di un rospo in amore, ora colgo dei fischi prolungati o ad intermittenza (sono uccelli?). Inutile. Quando stai per concentrare e selezionare la sorgente sonora, essa soccombe ad una nuova e ricominci daccapo. E se quella cosa che sembra un fremito asmatico fosse un leopardo in avvicinamento? Se incroci un leopardo non incrociarne lo sguardo, mi ripeto quel che ha raccomandato il ranger. L'idea mi si insinua maliziosa. Io di certo non vedo nulla di notte (neanche con l'adattamento e le pupille dilatate, lui-leopardo sì che scruta con la sua retina dotata di soli bastoncelli: e mi sente con l'olfatto finissimo. Cacchio, di notte il continente nero si prende ogni rivincita e la sicumera bianca naufraga. Sale la marea di lento orrore, sento che sale dalle scarpe affondate nella soffice erba o urtate dalla roccia. Non le vedi neanche le tue scarpe ed acuisci le sensazioni tattili, magari accavallando le dita per sentire i piedi. Ho freddo dai piedi. E' la temperatura bassa o la paura? Essere alla mercè di tante presenze e bloccarsi nel respiro per non tradirsi ed ascoltare. Ancora un rumore, uno scricchiolo…E questo cosa sarà? Quanto vorrei essere un pitone che lascia sicuro la tana per la caccia notturna. No, non scappi subito: dolce, selvatica, la coscienza si apre a trecentosessanta gradi. E vivi, eccitato, in attesa del nuovo segno di vita (o di morte?) da cogliere nella folla di urli, risate, gracchiamenti e gracidii e tra onde di fogliame che si frangono sulla fragilità di chi è solo nella foresta trafficata. Qui vero che non hai scelta: o ti senti parte del Tutto o ti senti escluso e minacciato da Tutto. Ora capisco perché Hemingway talora uscisse da solo, di notte, nella savana, armato solo di lancia: la ineffabile ambiguità di essere contemporaneamente predatore e predato. Ma io ora torno perché non reggo alla marea di angoscia, non mi va di sfidare la fortuna. Di essere ancora vivo. MI metto improvvisamente a correre negli scarponi. E scappo verso l'abitato. Sono un codardo.
"Perché corri?" mi chiede all'arrivo un compagno allarmato. Mi fissa diffidente: "Ehi, c'è qualcosa lì fuori?".
Non posso ammettere in Africa di avere paura del buio, come un bimbo europeo. "C'è fuori tutto. E non si vede un cavolo."
"Hai ragione. Noi umani non vediamo. Ma siamo visti."
Annuisco per placare nei secondi l'ineffabile brivido che mi percorre il rachide."Già. Anche nelle metropoli la fauna notturna è diversa".

Tramonti. Pregate la sorte che non vi capiti un tramonto di quelli da moglie di Loth. Perché altrimenti rischierete di essere impietriti come il personaggio biblico già nei primi giorni di permanenza in Africa. Se si chiama sindrome di Stendhal quella che vi potete beccare dinanzi ad un manufatto artistico dell'uomo, si potrebbe chiamare sindrome della moglie di Loth quella che capita dinanzi ad uno spettacolo naturale (un mistico direbbe "manufatto di dio"). A me è capitato di ammalarmi calato in un tramonto sullo Zambesi, nel tratto lento e nobile che precede le cataratte di Victoria Falls, tra Zimbabwe e Zambia: ci si pietrifica dappertutto fuorché negli occhi che continuano a volteggiare qui e là nella spasmodica ricerca di particolari cromatici. E come esprimere il tramonto trionfale sul Chobe, nel Botswana?
Memoria indelebile che perirà con me. Il sole che cade velocemente, il nostro barcone silente (a motori spenti) tra istmi di terra bruna inframezzati da acqua rilassata. Sulla superficie riflettente, con lo sfondo di un gruppo di elefanti neri e lucidi al bagno (due adolescenti giocano a spingersi di testa), due becchi a forbice volano radenti il pelo rosa e nero dell'acqua raccogliendo larve di insetti e disegnando con il becco parti di ellissi; si inseguono (sono una coppia) i due uccelli e creano un movimento artistico sulla tela dell'acqua: immagini speculari di ali si combinano a quei cerchi di acqua smossa, come chiavi di violino sul pentagramma. Impressionismo di grande effetto, come neanche Claude Monet sarebbe riuscito a realizzare, lui che derubava la natura di colori e luci. Mi scuoto.


Le piroette dei volatili mi ricordano quelle di una coppia di innamorati visti sulla pista di ghiaccio del Rockfeller Centre di NYC. Rientro in me. Nella incertezza della luce calante ho fatto in tempo a cogliere un paio di ippopotami che elargivano una apparenza di rotonda passività. Quando nel campo percettivo (di luci e suoni) sono entrati degli impala fruscianti di eleganza, il quadro si completa. No, non sono sotto l'azione di sostanze psicoattive (chi ne ha bisogno?). Non era comunque opera umana quel set. La firma era di un dio.










Falco giocoliere







Coccodrillo del Nilo








fotogalleria AM


KENYA people


TSAVO EST animalia

venerdì 18 dicembre 2015

LETTURE dell'attore Michele Lattanzio in occasione del LABORATORIO CULTURALE "AFRICADDIO" del 12 Dicembre 2015



LETTURE di Michele Lattanzio





CONVERSAZIONE INTRODUTTIVA  (Achille Miglionico)

Migrare è speranza
Migrare è portarsi una casa in un sacco
Migrare è paura

Migrare è violenza subita o da infliggere
Migrare è bisogno
Migrare è scappare (come Lot)
Migrare è allontanarsi o  lasciarsi alle spalle senza voltarsi a guardare (come la moglie di Lot)
Migrare è non sapere come si sarà accolti e se si sarà accolti
Migrare è essere cacciati da casa  per essere cacciati in ogni dove
Migrare è colonizzare
Migrare è esplorare
Migrare è scommessa
Insomma Migrare è una esperienza totalizzante

Migrare è umano. Nessun popolo è veramente autoctono, nessun popolo è veramente di un posto e viene sempre da qualche parte. L’uomo non si è mai arreso alla stanzialità; freme quando è fermo, se è fermo soffre. Perché “In principio fu il Piede” come scrisse in un famoso incipit l’antropologo Marvin Harris.
Guardando una mia foto scattata anni fa ad un mammifero colto dalla morte su di una spiaggia della Patagonia argentina, fui colpito dalle cavità oculari vuote. Ebbi a pensare – con Cesare Pavese -  “verrà la morte ed avrà i tuoi occhi”. Ed ho scritto qualcosa sul tema. D'istinto.




MEDITERRANEUM (legge Michele Lattanzio)

Spiaggiati come delfini.
Impazziti dal terrore delle tonnare, scappammo come inseguiti  ma lontana è già la rete sfrangiata che fu la libertà di un respiro.
Spiaggiati come delfini.
Scappammo come saette d’acqua che si infrangono sull’arena.
Spiaggiati come delfini.
Ma i cadaveri nostri sono più scomposti di quelli dei cetacei: saranno gli arti a renderci scomposti sulla battigia, quegli arti che fendevano l’aria e poi sembrano schiacciati dalla gravità;  saranno i visi capaci di tanti moti dell’animo che nessun mammifero è stata capace di eguagliare (vi immaginate un equino recitare una poesia?); così un cadavere di cetaceo  alla fine è più elegante del nostro che si spiaccica freddo ed immoto e gonfio e scomposto.
Spiaggiati come delfini.
Quanto poco è olimpionica  la morte anche se vince sempre, quanto non è olimpica la morte di Enkidu che sgomentò un dio come Gilgamesh. Dunque finirò anche io come Enkidu? Gridò spossato, in ginocchio il dio Gilgamesh con l’onnipotenza urticante di un bambino.
Quanto è adinamica la morte: ciò che non si muove in natura o è roccia o è non-vita, il nulla, pura entropia  vorace che tutto spalma nel pool atomico.
Spiaggiati come delfini.
Dalla rete all’arena. Fummo uomini e bambini prima di inalare vapori chiassosi di diesel, sbattuti nelle stive di navi: fummo uomini che mai più saremo.

Spiaggiati come delfini. (achille m.)



Segue una poesia  di Nicola DILEO, poeta di Barletta.




Ma quanto è grande il mare (legge Michele Lattanzio)
che ci separa?
è  (grande)  quanto la nostra disperazione
è l’insieme di tutte le lacrime dei nostri figli
ho dubitato    di essere pure  il figlio di un Dio minore
i miei occhi hanno toccato le stigmati  della guerra
un grande e continuo 
BUMM  BUMM   TATATATAA’  BUMM
a  segnare i silenzi.
Ho chiuso gli occhi
per un attimo
e ho usato il verbo dell’ immaginazione.
Ho desiderato il mare
ho attraversato il mare
per trovare qualcosa
che parli ancora
di  vita.

Lascio il mio paese
levo l’ancora dei miei desideri
il mio sorriso è stanco
sento il peso degli sguardi….
Cos’  è un uomo?
Un’ immagine riflessa
un’essenza  pura
l’anima che pulsa dentro.
Sono fatto delle tue stesse mani
le tue stesse gambe mi accompagnano
posso leggerti come una poesia
 tu sai essere una splendida poesia.
Proprio come te….
 ….sono altro.
Eppure ho bisogno di te
e forse non lo sai
ma anche tu hai bisogno di me.

Il sorriso di un bambino
spacca le pietre dei cuori contaminati
i bambini sono incuriositi dalle differenze
non le condannano
non sono stati contagiati
dal canto di ammaliatrici sirene
di demoni del basso profilo.
Ci sono grandi poeti 
del cammino verso la humanitas
che del potere del  sogno
sono stati cultori
bambini
fino alla morte.
Loro
sono rinati in due piccole mani strette
dal colore diverso
sono rinati
dal sorriso
che sa infondere  ancora forza al mondo:
quello di un bambino. (Nicola DILEO)



IMAGO - Una fotografia (legge Michele Lattanzio)

            


È da quando sono piccolo che amo il cielo stellato e tutto ciò che rappresenta. Il contrasto tra la luce e le tenebre, le infinità possibilità che offre. Una delle mie sette madri – quella che mi fu sorteggiata dalla Legge in adolescenza diceva che non avrei potuto camparci di questa passione, ma io fin da subito ho studiato e ho fatto carte false per diventare un fotografo del cosmo. Non posso dimenticare il mio primo servizio sulle comete della Nube di Oort, che mi fu pagato con sole due dracme: il corrispettivo di un ictocorno alla brace innaffiato da sidro. Era il mese nono del duemiladuecentottantatré ed ero contento di poco. Da allora ho ritratto un numero incredibile di corpi celesti del nostro Sistema, le colonie, le navi... e man mano che sono andato avanti, mi sono sempre più appassionato al fronte umano ed ho preferito ritrarre l’universo abitato. Grossi fremiti migratori attraversano il Sistema da circa un secolo. E’ dall’era dell'Homo erectus che non stiamo mai fermi ed occupiamo ogni spazio come gas. La sequenza storica? Gli esploratori, fuggiaschi e criminali, cosmonauti della Flotta, i colonialisti e approfittatori, mercanti della Lega ed infine i profughi; il Fronte centrifugo mira al subsistema marziano, dove sono nato novantotto anni fa. Da quando è scoppiata la Quinta Guerra, i transfughi della Terra sono diventati un soggetto inevitabile per me e per i miei colleghi più sagaci.
Volente o nolente, nella tratta tra la Terra e le colonie, non trovi altro. Dozzine di queste carcasse datate e malfunzionanti, che ti chiedi come possano prendere il volo e superare indenni l'atmosfera. Spesso sono catorci da museo, persino riconvertiti da navi a carburante fossile... roba che nemmeno i miei nonni avevano visto. Le foto e i filmati che vedete sui vostri device non rendono l'idea. E il problema non è solo questo, lo sapete. Tra quelle lamiere, sono stipati all'inverosimile, nelle peggiori condizioni igieniche, con percentuali di ossigeno ridotte all'osso, perché i trafficanti di uomini vogliono tanto risparmiare quanto tenerli buoni. È un miracolo che qualche nave arrivi a destinazione, e voi avete il coraggio di lamentarvi degli immigrati che ce la fanno. Gli incidenti sono così inevitabili e normali che ormai noi su Marte non ci facciamo più caso. Mangiamo mentre ascoltiamo della nave esplosa a contatto con l'atmosfera, preoccupandoci solo dei detriti che possano caderci in testa, e ce ne freghiamo ancora di più delle navi fantasma piene di morti asfissiati che finiscono per schiantarsi nella Fascia degli Asteroidi.
Quello che mi fa ribollire il sangue nelle vene è la mentalità del Marziano medio. Nel giro di poche generazioni, sembra che abbiamo dimenticato le nostre origini.
Per secoli abbiamo pensato che le risorse che potesse offrirci Gea, Gaia, come preferite chiamarla, fossero risorse infinite. Come figli ingrati e irresponsabili, abbiamo depredato ciò che continuava a offrirci la Madre Terra, senza ritegno, senza coscienza che l'avremmo impoverita fino a ucciderla, fino a renderla inospitale per noi stessi. Ci siamo scannati per accaparrarci gli ultimi scampoli di terra coltivabile, di acqua, di aria respirabile. Poi, i più fortunati ed audaci di noi sono fuggiti alla prima occasione, preferendo adattarsi alle pur difficili condizioni degli altri pianeti, pur di abbandonare il nido ormai avvelenato. Marziani, Venusiani, Titani... che cosa siamo, se non il parto di ex profughi?
Eppure, al giorno d'oggi, i Terrestri, coloro che non hanno voluto o potuto lasciare Gea, sono visti come numeri, al più seccature, problemi... immigrati, appunto. Io li vedo gli sguardi degli altri Marziani quando un clandestino, o anche un rifugiato politico, passeggia per le nostre città, stordito dall'ambiente diverso e dalla povertà. Hanno paura delle malattie, o della loro forza superiore nelle prime settimane dall'atterraggio di fortuna, prima che la denutrizione e la gravità li consumino. Ci meravigliamo, poi, che i più disturbati cadano preda della follia e del fanatismo, e arrivino ad assaltare le nostre navi, a sabotare i nostri sistemi di terraformazione. Queste distinzioni tra Terrestri e Marziani, tra Terrestri e Coloni in generale, non hanno senso. Lo sappiamo, ma fingiamo che non sia così. Il pianeta rosso ci avrà resi diversi nel corso dei decenni, ma siamo tutti umani. Anzi, siamo tutti terrestri, anche se siamo nati su Marte o su un altro corpo celeste. E invece tutti sembrano voler rimuovere questa realtà.
Perlomeno, fino a quella foto. È ridondante che vi dica che mi viene la pelle d'oca a ripensarci, ogni singola volta. Rimasi scioccato già quando vidi esplodere un compartimento della Yinghuo-21 sotto i miei occhi.
Non so cosa mi abbia spinto a fare quella foto di Petra Capaldi. Mentre scattavo, ero in uno stato... non saprei, ero inebetito, come spinto dal pilota automatico del cervello. Per questo non mi prendo meriti, se mai ce ne fossero. Non mi rendevo conto che stavo immortalando il... corpo di una bambina che fluttuava nel vuoto siderale. Solo dopo, ho guardato lo scatto, ho rialzato la testa, l'ho rivista con questi stessi occhi e mi sono... mi sono messo a piangere. Era lì, a cento metri da me. Soffocata a morte, gonfia... Non smetto di pensarci, di sognarla. Non smetto di chiedermi cosa avrei potuto fare per salvare lei, la sua famiglia o tutti gli altri trecentocinquantaquattro morti. Cercavano solo di fuggire da un incubo.
Non solo nessuno si preoccupa di chi fugge, ma nessuno si preoccupa nemmeno di ciò da cui scappano.
Miliardi di persone sulla Terra stanno soffrendo in maniera indicibile per una guerra senza senso, muoiono sotto le bombe, sono avvelenate dalle radiazioni, dall'inquinamento che i nostri avi si sono lasciati alle spalle... ma tanto, che c'importa? Siamo a due unità astronomiche di distanza. Non ci tocca. Siamo al sicuro, sotto le nostre cupole, qui, nei nostri avamposti puliti, asettici, artificiali.
 Per questo ho deciso di smettere di fotografare, dopo Petra. Non sopporto più l'idea di star lì a documentare, senza fare nulla per intervenire. Non posso stare con le mani, non posso più stare zitto. Finalmente qualche coscienza si è smossa, così dicono. Se sarà servita a far intervenire il nostro Governo, a varare un piano umanitario, a mandare aiuti sulla Terra per bloccare il male all'origine di tutto questo... sarà valsa la pena tutto quello che ho fatto da quando sono nato fino a tre giorni fa. Fermo restando che non mi faccio una ragione che ci volesse la foto di una bambina morta per far aprire gli occhi agli altri Marziani e far ricordare che siamo tutti umani. Anche quelli senza cuore. (monologo di Michele Miglionico)








LA SPERANZA DEL MAR MEDITERRANEO (legge Michele Lattanzio)


C’era una volta un vecchio che si chiamava Mediterraneo e viveva in un paesino africano affacciato proprio sul mar Mediterraneo. Faceva il cantastorie e spesso si sedeva sulla spiaggia e lì traeva l’ispirazione per raccontare storie di uomini coraggiosi del passato che avevano attraversato quel mare per scoprire nuovi mondi e nuove civiltà. Egli aveva un rapporto così profondo con il mare che gli sembrava di essere il suo interprete personale, tanto da darsi una spiegazione per ogni cosa che accadeva. Quando il mare è in burrasca, diceva, significa che è in collera con gli uomini che non lo rispettano, inquinandolo. Quando è sereno, invece, sembra che sorrida e lo si vede felice.
I bambini ascoltavano rapiti le storie del vecchio. Erano bambini poveri. Le loro famiglie vivevano alla giornata lavorando duramente e sperando che il giorno che seguiva fosse meno duro di quello precedente . 
Un giorno con il cielo grigio scuro, freddo e gelido, con il mare in burrasca in collera con gli uomini, arrivò in tutta la nazione un mostro che si nutriva di egoismo avidità e malvagità, avendo negli occhi la voglia di sfruttamento. In cambio, il mostro lasciava una miseria così nera che in alcuni paesi, per un misero pezzo di pane si uccideva. Alcuni si sottomettevano ai più ricchi e nello stesso tempo li odiavano. Crebbe in molti, con il dolore della misera, l’invidia per chi possedeva qualcosa. Allora, si rubava e si distruggeva non solo per mangiare, ma anche per odio, mentre i ricchi e i loro sottomessi si arricchivano sempre più alle spalle dei poveri che si uccidevano per vivere o che scappavano in cerca di fortuna.
Il vecchio girava per le strade, quasi deserte, vedendo con tristezza tantissima gente in fuga. I grandi partivano e i bambini li seguivano e si affidavano al mare. Partivano con la speranza che il mar Mediterraneo, l’amico mare, con la sua magia portasse intere famiglie verso altri luoghi più sicuri, verso una dignità.
La folla si addensava sulla spiaggia e venne spinta su un vecchio barcone insicuro e sgangherato che scricchiolava paurosamente. A bordo si stava gli uni accanto agli altri, in piedi, perché non c’era spazio.
Il mare però era tranquillo, sulla nave c’erano molti uomini e molte donne e c’erano anche due o tre capi che davano ordini e picchiavano con durezza chi si lamentava. Nella barca non c’era cibo nè acqua,alcuni bambini piangevano e i grandi iniziarono a lamentarsi. I capi li minacciarono di buttarli in acqua. Allora il mare incominciò ad arrabbiarsi. Si alzò il vento e la nave prese a oscillare sbattuta dalla furia delle onde. I bambini, terrorizzati, si chiedevano perché il Mar Mediterraneo fosse tanto in collera.

- Mare, mare dicevano fra le lacrime - noi bambini ti vogliamo bene, non essere in collera con noi.
Ma il mare non si calmò. I capi, per alleggerire la barca, buttarono violentemente in acqua alcuni uomini senza salvagente e senza che sapessero nuotare. Inutilmente i bambini chiesero al loro amico mare di salvare quegli uomini che vedevano dibattersi tra le onde gridando, finchè non scomparvero nei flutti. La barca scricchiolava sempre di più e sempre più minacciosamente e tutti temevano che dovesse spaccarsi da un momento all’altro, quando da lontano arrivò una nave, una vera nave bianca, grande e forte. Su di essa c’erano degli uomini vestiti di bianco e di azzurro che ai bambini apparvero come tanti angeli, quegli angeli di cui il vecchio Mediterraneo aveva narrato le storie più belle. In quel momento, la luna vinse il nero delle nuvole e i bambini videro sventolare, sull’albero più alto della nave, una bandiera tricolore.
- Siamo salvi! Siamo salvi! - esclamò un bambino e tutti esultarono felici.
L’amico sole iniziò a sorgere, l’ amico mare era tornato sereno, c’era l’ amico vento che soffiava leggero. Era il vento della speranza e della gioia. I gabbiani volavano felici e i delfini, in lontananza, saltavano allegramente. Viaggiavano ormai tutti sani e salvi, felici e al sicuro verso una Nazione accogliente, lontani dalla guerra e dalla miseria. Alla luce del sole, i bambini notarono che I colori della bandiera che sventolava sul più alto pennone della nave erano il bianco, il rosso e il verde.
I bambini erano felici, ma nel loro cuore aleggiava la tristezza per aver lasciato la loro terra e soprattutto per aver lasciato il vecchio Mediterraneo con i suoi racconti magici e misteriosi. La folla di profughi scesa dalla barca spingeva per inoltrarsi nella nuova terra e i bambini si sentivano trasportati quasi di forza.
- Ma dove siamo? chiese qualcuno
- Siete in Italia, a Lampedusa
rispose una voce.

Il cielo era ormai terso e luminoso e laggiù videro venire incontro a loro tanti altri bambini, quelli che abitavano lì e sicuramente erano più fortunati di quelli che avevano lasciato la loro casa. Ma c’era qualcosa... c’era qualcuno... Oh, meraviglia! chi
camminava in mezzo a quei bambini italiani? Ma sì, era

proprio lui, Mediterraneo, il vecchio caro Mediterraneo che anche lui, chissà quando e chissà con quale mezzo, forse con la sua vecchia barca o forse chissà, volando con il vento, era giunto su quella terra ospitale e ora veniva incontro ai nuovi arrivati. Allora, insieme a tutti quei bambini, il mare esultò di gioia ed i bambini italiani si misero a dipingere dei sassi colorati che regalavano ai bambini appena arrivati, c’ era pane e dolci e pasta per tutti, bambini e grandi. Gli abitanti di quell’isola meravigliosa su cui erano arrivati con tanta fatica e paura accolsero con amicizia i nuovi venuti e insieme, tutti insieme in un grande cerchio intonarono filastrocche e canti di pace, amore e fratellanza. Voltando lo sguardo indietro, i bambini videro le onde scintillare, come se recitassero una filastrocca che sembrava voler dire:
Ciao mi presento sono l’immenso mare Perché non mi vieni ad ascoltare?
Io so cantare e far sognare
I marinai possono navigare.
La mia acqua è salata e tu puoi nuotare. Se vuoi riflettere sulla mia riva lo puoi fare e con serenità puoi pensare.
Molta gente per vivere e prosperare
le mie acque deve attraversare
Il pescatore tanti pesci può pescare
Il delfino sulle mie onde può saltare
I bambini con me possono scherzare

Ma c’ è una cosa da imparare
Se vuoi che tutti i bimbi possano giocare con me, non mi devi inquinare. Evviva evviva impariamo ad amare
e rispettare l’ amico mare. 
(Davide Giustino)






Il racconto di Davide Giustino si è classificato al secondo posto    del Premio Letterario 
Nazionale "Porta D' Oriente Cultura e Libero Sviluppo del Mediterraneo " 
Durante la manifestazione  dell ' 11 Dicembre 2015,  presso il Teatro 
Petruzzelli. Tutte le opere sono riprodotte con il consenso degli AA.




Ha accompagnato le letture il chitarrista Marco Corcella.