domenica 1 novembre 2009

TEATRO - High School Musical

di Michele Miglionico


Il musical del XXI secolo Tutto ciò che può portare bambini e ragazzi a teatro è ben accetto, anche se in genere è merito della televisione. In questo caso, di un film confezionato per il canale satellitare della Disney che, con la sua onesta fattura, ha ottenuto un successo multi-mediale imprevedibile. Avendo come protagonisti alcuni giovani protagonisti di musical, non poteva che approdare su un vero palcoscenico. La storia del primo film della trilogia è esplicitamente ispirata a "Grease". Non è un caso che proprio la Compagnia della Rancia contribuì a far rivivere il genere portando la versione tradotta di quel famoso show nei teatri italiani; così il cerchio si chiude. L'assonanza aumenta se pensiamo che le versioni teatrali di entrambi i film si avvalgono dello stesso espediente per legare le scene: un dj, qui l'inedito Jack Scott. Tradurre le canzoni è stato più rischioso che mai. Si poteva deludere la generazione vittima del fenomeno, che conosce a memoria i testi anglofoni dell'opera e si diletta nel karaoke. Si nota nel finale, quando un coro di voci bianche accompagna i protagonisti in "Se provi a volare", l'unico pezzo adattato già noto al grande pubblico. Con il senno di poi, quindi, la scelta si rivela azzeccata, non foss'altro per non disturbare le performance degli attori con un eco degno di un concerto. I pre-adolescenti avrebbero potuto avvertire anche un certo disagio nella scotomia tra interpreti e personaggi, così poco avvezzi tanto a distinguere realtà e immaginazione. Eppure, nonostante queste premesse pericolose, bambini e ragazzini sembrano apprezzare lo spettacolo. Buona parte del merito va all'apparato estetico. La scelta dei costumi è fedelissima alle scene filmiche. Gran parte delle coreografie richiamano le originali, ma per prevedibili esigenze la loro complessità è sacrificata alla loro felice esecuzione. Le scenografie sono ricche, versatili e ben integrate con l'azione e la musica. L'effetto generale ottenuto da Saverio Marconi e Federico Bellone lascia il segno nell'immaginario visivo. Il libretto di David Simpatico coglie il cuore e i tratti salienti della sceneggiatura, ma riesce ad assumere una fisionomia propria. Il testo si arricchisse di comicità demenziale, perfetta per i più giovani, ma anche di un umorismo più ricercato, che strizza l'occhio ai loro accompagnatori; persino i personaggi assumono alcune sfumature inesplorate, in molti casi anticipando le caratterizzazioni future. Il repertorio è pressappoco lo stesso: i brani noti possono cambiare interpreti e cronologia, ma senza traumi; il tutto è condito da due brani inediti. Un ottimo rimedio contro la noia. Peccato che le traduzioni di Franco Travaglio facciano perdere molto, costrette dalla diversa musicalità delle lingue a un vocabolario molto povero. Per i più grandi, da segnalare i rodati Clelia Piscitello e Pierluigi Gallo alle prese con la professoressa Darbus e l'allenatore Bolton, divertente coppia litigarella. Nel cast svetta, nella realtà come nella finzione, l'interpretazione di Sharpay Evans da parte di Valentina Gullace, quasi impeccabile (riesce persino a citare la propria Maddalena di "Jesus Christ Superstar"!). E il pubblico ricorderà anche il brioso Ryan Evans di Raffaele Cutolo. Il Troy Bolton di Giuseppe Verzicco non fa rimpiangere il titolare Jacopo Sarno, e la sua partner Denise Faro canta con sicurezza, nonostante la giovane età. Peccato che in alcuni occasioni, come il coro di "Mix di cellulari", le parole cantate siano inintellegibili, e che gran parte dei giovani attori non spicchi per le sue qualità istrioniche o danzerine, con qualche notevole eccezione

sabato 9 maggio 2009

FUMETTI - Trapassati Inc. #02

di Michele Miglionico


Diciamolo subito: oggigiorno, meno di sette euro per leggere quasi trecento pagine di fumetto sono un'occasione rara. Certo, la confezione editoriale non è lussuosa, ma è più che decente. L'Eura Editoriale sperava di alzare le vendite di "Skorpio" inserendovi lo spin-off del (relativo) best-seller "John Doe". Non sappiamo se la strategia abbia funzionato, ma per nostra fortuna punta a guadagnare ancora dal franchise, per così dire, con queste antologie di "Trapassati Inc.", le avventure di John Doe precedenti alla sua serie iniziali.
Chi è John Doe? Se non lo sapete, è probabile che questo volume non faccia per voi. Eppure, il redazionale introduttivo dà tutte le informazioni utili per la fruizione delle storie. E' un mondo surreale quello in cui si muove il protagonista, dipendente della Morte responsabile di far sì che le persone decedano nel modo e nel momento giusto. Questi scorci del passato sono affidati solo a Lorenzo Bartoli, il più poetico tra i due creatori di questo universo narrativo - abbastanza da concedersi più di una licenza sulle regole che lo dominano. Come in ogni antologia che si rispetti, la qualità non può essere costante: qualche idea rimane più impressa delle altre, come un certo omaggio a Carl Barks, con la discreta parodia di Zio Paperone e la Banda Bassotti. 
Non bisogna trascurare il peso dei vari disegnatori, dagli stili più diversi, che spesso si fanno le ossa proprio sulle pagine della rivista che ospita la serie. Il più prolifico è Spartaco Ripa, aspirante erede di Giancarlo Alessandrini, con ancora un po' di strada da fare; tra i nomi più noti e interessanti, Walter Venturi.
Peccato per la grafica povera della copertina, ma si può chiudere un occhio davanti a un volume corposo e godibile.

giovedì 7 maggio 2009

FUMETTI - Cornelio #05

di Michele Miglionico


Cornelio è uno scrittore di gialli che bazzica la televisione. Vi ricorda qualcosa? Soprattutto considerando che è uguale a Carlo Lucarelli... Ma era già tutto previsto dal sopratitolo della testata. Superato lo straniamento, ci si può immergere nella versione fantastica del mondo dell'autore, filtrata attraverso il nostro medium da Mauro Smocovich. Fantastica perché il paranormale è dietro l'angolo. Il protagonista è sull'orlo della follia, visto che interloquisce abitualmente con gli ectoplasmi di Sherlock Holmes, Philip Marlowe e Sandokan. La loro presenza è più di un omaggio: è un modo per citare in maniera massiva, forse eccessiva; è un modo per movimentare i dialoghi. E presuppone una buona conoscenza degli originali da parte dello sceneggiatore, il che gli fa merito e fa da contropeso all'escamotage. In fondo i comprimari in carne ed ossa non mancano, nelle forme di intriganti personaggi femminili come richiede una certa tradizione. Inaspettato, c'è anche un cameo di Cattivik.
"Fantasmi all'opera" parla di un teatro maledetto, prendendo suggestioni da una nota storia multi-mediale dal nome simile e da tutta una certa letteratura. Lo svolgimento vanta qualche originalità, con un finale non del tutto prevedibile. Francesco Bonanno lavora bene nel tratteggiare i personaggi e le ambientazioni, il suo stile è più pulito e leggibile che personale, e non sfigurerebbe affatto su un albo della Sergio Bonelli Editore.
Nonostante ciò che si potesse aspettare, la fattura della serie è onesta. Mini-serie, per la cronaca, che si conclude nel successivo numero, solo per ri-proseguire.

martedì 5 maggio 2009

FUMETTI - Tesori Disney #01

di Michele Miglionico


Dopo le classiche testate di ristampa, le collane allegate ai quotidiani e la chiusura de "I Maestri Disney", ecco che l'editore di "Topolino" sforna una nuova serie monotematica per appasionati, dedicata a importanti saghe del passato, inaugurandola con la più amata epopea italiana con protagonisti i paperi, qui intitolata posticciamente "Paperino nel fantastico mondo di Reginella". La controversa e impossibile storia d'amore tra Donald Duck e la regina aliena si dipana tra il 1972 e 1994, in cinque avventure scritte dallo storico Rodolfo Cimino e disegnate da Giorgio Cavazzano, ad esclusione della più recente, con le matite di Anton Bancells Pujada. La raccolta permette di vedere l'evoluzione del maestro veneziano, che pur acquisendo man mano il suo stile è da sempre impeccabile. Il disegnatore spagnolo non lo scimmiotta, fa un buon lavoro che però sfigura per cause di forza maggiore.
Lo sceneggiatore è immaginifico, poetico e a tratti audace, considerando che ogni capitolo non può avere un lieto fine. Nonostante alcune incongruenze e l'assenza di Paperina, parliamo di pagine con toni che raramente possiamo o potremo rileggere su "Topolino".
L'edizione è lussuosa: un cartonato con carta lucida, molti articoli a corredo - di cui un'interessante anteprima di possibili prosecuzioni della saga, anche se si dice siano in parte riciclati. Una cura ancora maggiore avrebbe evitato l'inversione di due tavole nella prima storia e altre piccole pecche.
Purtroppo il prezzo scoraggerà i più. Contiamo comunque nelle sequele della collana.

domenica 3 maggio 2009

FUMETTI - Martin Mystère #300

di Michele Miglionico


Contro gran parte dei pronostici, un'ormai storica colonna della Bonelli ha tagliato un traguardo di tutto rispetto. Peccato che la pluriventennale carriera della testata inizi a farsi sentire. Carlo Recagno, braccio destro di Alfredo Castelli e qui suo sostituto, ricalca la tradizione dei precedenti centenari, impostando la storia in modo che il colore d'occasione non sia solo un extra, ma un perno della narrazione. Poteva funzionare la prima, la seconda volta... ma a lungo andare il meccanismo cigola. In quest'albo, più che mai, lo sceneggiatore non riesce a mascherare quest'impostazione forzata, strutturando l'albo in sette racconti dedicati agli altrettanti colori dell'arcobaleno, tenuti insieme alla bell'e meglio da una cornice non del tutto convincente, disegnata dal fido Giancarlo Alessandrini. Si viaggia nel tempo, nel passato di Martin Mystere e dei suoi comprimari... guarda caso. Una minaccia cosmica potrebbe stravolgere il corso della Storia e il nostro cast, senza neanche saperlo, ne viene coinvolto. Troppo classico e stereotipato; aggettivi calzanti anche per molti dialoghi. Al di là di questi limiti, un appassionato della serie non può non apprezzare l'approfondimento storico-introspettivo dei personaggi che, di episodio in episodio, il buon Recagno ci offre.
I disegnatori sono professionisti, eppure il tratto di nessuno riesce a sposare particolarmente bene la quadricromia. Non è chiaro se sia una questione di abitudine tecnica o abitudine del lettore. Dettagli veniali, di fronte alla possibilità di vedere all'opera firme dylandoghiane (e non) su queste pagine. Peccato che l'episodio di Bruno Brindisi non contempli l'interpretazione dei personaggi classici.
Dovendo scegliere tra due albi che vantano la presenza di Sergej Orloff... il n. 299 era molto più pregnante de "I sette signori dell'iride".

venerdì 24 aprile 2009

FUMETTI - Blue #192

di Michele Miglionico


Andiamo in edicola e, con un'eccessiva discrezione, compriamo una copia del fumetto di genere più esclusivo d'Italia. Non che nelle nostre edicole ci sia ampia scelta, se escludiamo qualche manga hentai.
Il pregio della rivista della coraggiosa Coniglio Editore risiede nel trattare l'erotismo con serietà, senza scadere in tutti i luoghi comuni dei benpensanti. Lo si evince già dalla confezione editoriale: grande formato, carta patinata, grafica elegante. E lo si evince dall'alto numero di articoli e rubriche, dedicati agli argomenti più disparati.
Nelle pagine disegnate, ora in bianco e nero, ora a colori, non c'è spazio per un approccio comune alla sessualità. In "2+1", Vince e Sybilline dipingono con un certo realismo il fenomeno dei menage à trois organizzati. Roberto Baldazzini, con le sue "inserzioni" pubblicitarie di "Casa Howard" ci proietta in una divertente distopia. Francesco Cattani, con "Barcazza 2", immagina per noi una vacanza al mare con implicazioni incestuose; il suo stile è molto europeo, sia nel tratto sia nei ritmi delle tavole. Corrado Mastantuono, autore eclettico per eccellenza, si concede per la tavola autoconclusiva "Afrori&Profumi", divertente quanto rivoltante. "Il camerino" di Juan Alvarez e Jorge G. è quello in cui ogni donna vorrebbe usare durante lo shopping, senza ammetterlo. Davvero underground lo stile perverso di Marco Corona e Domenico Vaiti, autori della serie "Benemerenze di Satana". Godibile l'episodio di "Cicca Du-dum" di Carlos Trillo e Jordi Bernet, anche se quattro pagine son troppo poche. Le vignette di Makkox hanno uno stile peculiarissimo e spassoso.
In definitiva, se cercate pornografia, non bussate a questa porta. Atmosfere conturbanti, situazioni stimolanti, ironia, ma non troverete sana e cruda eccitazione in queste pagine, ma storie di una certa classe.

venerdì 17 aprile 2009

TEATRO - Prove d'autore

di Michele Miglionico


Risate isteriche, respiri malati. Quanta solitudine c'è in quattro personaggi disturbati che condividono un palco, ma che non possono interagire tra di loro perché fanno parte di opere diverse? Marco De Santis, regista della compagnia "Schegge d'ortaet", conduce il suo insolito cast in esercizi di stile di teatro contemporaneo, contando sul nome di un premio Nobel in locandina. La scelta dei brevi monologhi rende in pieno il legame di Harold Pinter con il teatro dell'assurdo. Un classico come "Aspettando Godot" dell'amico e collega Beckett vanta, perlomeno, uno sviluppo, una dialettica tra i personaggi. In questi sketches drammatici, invece, lo spettatore viene abbagliato (come un cervo dai fari di una macchina), da questi scorci folli di vita; l'effetto è ancora più alienante con la messinscena consequenziale dei pezzi. Tutto ruota intorno alle ossessioni dei protagonisti, ostaggi del proprio passato e/o delle proprie paure di affrontare la realtà. Se il drammaturgo punta a generare angoscia e confusione nel pubblico, l'obiettivo è pressoché raggiunto. La regia condisce con un tocco di living theatre il dialogo immaginato di "Tess" (Margherita Curci), che coinvolge a sorpresa la prima fila. Purtroppo pezzi così difficili e raffinati andrebbero maneggiati da grandi professionisti, in grado di metabolizzarne il senso profondo e comunicarlo al meglio possibile. E' un grosso rischio affidarli a interpreti di livello amatoriale quali possono essere i partecipanti del Seminario di Drammaturgia Europea Contemporanea del prof. Amoruso dell'Università di Bari. I quattro giovani lavorano quanto possono sulla resa nevrotica delle loro controparti, ma ogni silenzio, gesto, sfumatura ha un suo peso in pieces così brevi e intense. E purtroppo è presuntuoso definirsi attori se non si ha una dizione degna di questo nome. In chiusura, una parentesi musicale: Michele Marzella accompagna il bis di Elettra Sparapano con il suo trombone, amplificando l'angoscia della parossistica variazione-sul-tema di "Scusatemi", mentre la chiusa è affidata a una tromba tibetana che fa da colonna sonora a un fugace pensiero del regista. Un interessante "saggio di fine anno", tirando le somme.

mercoledì 1 aprile 2009

TEATRO - Il marchese Del Grillo

di Michele Miglionico


Cerchiamo di dimenticare "Il Marchese del Grillo" interpretato da Alberto Sordi e diretto da Mario Monicelli. Non è una provocazione che fa torto alla trasposizione teatrale pensata da Pippo Franco, anzi: è proprio per far vivere di luce propria questo spettacolo, concepito nella piena consapevolezza delle differenze tra schermo e palcoscenico. A giudicare dal comunicato di presentazione, l'adattamento ad opera di Pippo Franco, Massimiliano Giovanetti e Claudio Pallottini ha avuto il placet degli autori originali, il che non stupisce. Il cuore del quasi-storico protagonista c'è tutto. Onofrio del Grillo è e rimane l'emblema della volontà di rompere gli schemi e superare la morale comune, echeggiando (inconsapevolmente?) il super-uomo e lo spirito dionisiaco di Nietsche. Il nobile può permetterselo facendo leva sul suo potere aristocratico ed economico e sulla sua paradossale amicizia con papa Pio VII (un ottimo Ciro Ruoppo). Ciò che cambia è la connotazione dei personaggi di contorno e, in un circolo virtuoso, la trama a sostegno della messinscena. Le figure della madre, dello zio, della sorella, della cugina di Onofrio vengono qui ridisegnate sulla moglie Ortensia del Lezzo (Monica Guazzino), il figlio Leopoldino, artista sensibile e malinconico (Marco de Francesca) e il fratello Oronzo, aspirante Cardinale (Pino Michienzi). Sono loro, insieme all'amministratore Fiorone (Roberto Attias), gli artefici della congiura che si dipana per oltre due ore e che arriva a coinvolgere Gaspare il carbonaio, il sosia del Marchese (una migliore interpretazione di Franco) fino a livelli non previsti dalla sceneggiatura originale. Un complotto forse troppo amaro per i toni di una commedia, che si riscatta in un lieto fine in cui risplende la superiorità morale del Marchese sul parentame. Alcuni degli episodi più memorabili transitano indenni oltre il sipario: p.e. le beffe ai danni del falegname ebreo Aronne Piperno o del rigattiere (suo gemello immaginato per esigenze sceniche), entrambi impersonati da Andrea Perolli. I caratteri, in soldoni, sono al servizio della drammaturgia, resa il più coerente e coesa possibile. Per il giusto timore del confronto con Sordi, Pippo Franco rifugge il suo stile e si cuce addosso l'interpretazione. Purtroppo il suo Marchese, pur nella dignità della sua autonomia, non ha la grinta e la veracità che ci si aspetterebbe dal personaggio, e non è neanche abbastanza "romano", a differenza dei servitori Ricciotto (Francesco Biolchini) e Faustina (Francesca Ceci). La scenografia richiama paesaggi della città eterna, ma si affida molto alla fantasia dello spettatore; ciò non toglie che sia abbastanza mobile e versatile da far passare indenni i cambi di ambientazione, anche tra interni ed esterni. La vita come uno scherzo Cerchiamo di dimenticare "Il Marchese del Grillo" interpretato da Alberto Sordi e diretto da Mario Monicelli. Non è una provocazione che fa torto alla trasposizione teatrale pensata da Pippo Franco, anzi: è proprio per far vivere di luce propria questo spettacolo, concepito nella piena consapevolezza delle differenze tra schermo e palcoscenico. A giudicare dal comunicato di presentazione, l'adattamento ad opera di Pippo Franco, Massimiliano Giovanetti e Claudio Pallottini ha avuto il placet degli autori originali, il che non stupisce. Il cuore del quasi-storico protagonista c'è tutto. Onofrio del Grillo è e rimane l'emblema della volontà di rompere gli schemi e superare la morale comune, echeggiando (inconsapevolmente?) il super-uomo e lo spirito dionisiaco di Nietsche. Il nobile può permetterselo facendo leva sul suo potere aristocratico ed economico e sulla sua paradossale amicizia con papa Pio VII (un ottimo Ciro Ruoppo). Ciò che cambia è la connotazione dei personaggi di contorno e, in un circolo virtuoso, la trama a sostegno della messinscena. Le figure della madre, dello zio, della sorella, della cugina di Onofrio vengono qui ridisegnate sulla moglie Ortensia del Lezzo (Monica Guazzino), il figlio Leopoldino, artista sensibile e malinconico (Marco de Francesca) e il fratello Oronzo, aspirante Cardinale (Pino Michienzi). Sono loro, insieme all'amministratore Fiorone (Roberto Attias), gli artefici della congiura che si dipana per oltre due ore e che arriva a coinvolgere Gaspare il carbonaio, il sosia del Marchese (una migliore interpretazione di Franco) fino a livelli non previsti dalla sceneggiatura originale. Un complotto forse troppo amaro per i toni di una commedia, che si riscatta in un lieto fine in cui risplende la superiorità morale del Marchese sul parentame. Alcuni degli episodi più memorabili transitano indenni oltre il sipario: p.e. le beffe ai danni del falegname ebreo Aronne Piperno o del rigattiere (suo gemello immaginato per esigenze sceniche), entrambi impersonati da Andrea Perolli. I caratteri, in soldoni, sono al servizio della drammaturgia, resa il più coerente e coesa possibile. Per il giusto timore del confronto con Sordi, Pippo Franco rifugge il suo stile e si cuce addosso l'interpretazione. Purtroppo il suo Marchese, pur nella dignità della sua autonomia, non ha la grinta e la veracità che ci si aspetterebbe dal personaggio, e non è neanche abbastanza "romano", a differenza dei servitori Ricciotto (Francesco Biolchini) e Faustina (Francesca Ceci). La scenografia richiama paesaggi della città eterna, ma si affida molto alla fantasia dello spettatore; ciò non toglie che sia abbastanza mobile e versatile da far passare indenni i cambi di ambientazione, anche tra interni ed esterni.

venerdì 27 marzo 2009

TEATRO - Opera


di Michele Miglionico

"Un macello in un circo, e viceversa." 

Agli antipodi del teatro di parola, c'è il teatro di emozione - se così possiamo definire la ricerca di Vincenzo Schino. In "Opera", spettacolo concepito nel 2006, non si narra niente. La sinergia tra gli attori e lo stage, in senso lato, mira solo a far vivere allo spettatore un'esperienza estetica. Poche le parole, come l'iniziale citazione di Puck da "Sogno di una notte di mezza estate". Per il resto, i muti personaggi piangono, gridano, si dimenano, come fossero bambini; ora nudi, ora mascherati. Il risultato di questi <> è l'evocazione di un certo grado di angoscia o inquietudine: sarà che le maschere e i clown portano in sé un lato oscuro, qui esaltato più che mai. Difficile dimenticare l'Arlecchino deforme che apre le danze. E la più nota aria dell'opera "Pagliacci" di Leoncavallo è inaspettatamente calzante, nonostante l'abisso che separa le due forme espressive. Non è un caso che l'esibizione dell'Officina Valdoca rappresenti l'ultimo appuntamento dell'edizione 2009 di "Ibride Azioni", il festival di interazione tra arte e nuove tecnologie organizzato da Fabrica Famae. L'uso che si fa delle luci, dei microfoni, delle tracce registrate e dei materiali è un ingrediente imprescindibile per l'evocazione di tutta l'atmosfera. Basti vedere i teli trasparenti che, appannando lo sguardo, proiettano nel mondo dei sogni e degli incubi; o l'effetto "pianto" di un cappello scrosciante acqua. Il principale difetto dello spettacolo sussiste nella sua breve durata. Non dipende solo dalla sospensione della cognizione del tempo e dello spazio che l'esperienza semi-onirica può comportare. L'impianto si predispone come un'opera universale, fruibile in qualsiasi teatro del mondo con un adattamento pressoché nullo. Ed è ciò che ci auguriamo. 

venerdì 20 marzo 2009

TEATRO - La rosa tatuata

di Michele Miglionico


Siamo vicini ai massimi livelli di contaminazione con il fratellastro cinema: Tennessee Williams è più famoso per le trasposizioni filmiche dei suoi testi, ma in questo caso fu il drammaturgo stesso a scrivere il dramma per Anna Magnani e a tradurlo per il grande schermo. Come è sempre auspicabile, è bene evitare i raffronti con la versione nota al grande pubblico. L'autore racconta come Serafina delle Rose (Mariangela D'Abbraccio), piacente italiana emigrata in Louisiana, non riesca a superare la morte dell'amato marito, degenerando in paranoia e agorafobia, finché l'incontro con il siciliano Alvaro Mangiacavallo (Paolo Giovannucci) e la scoperta di vecchi altarini non mette in discussione le sue certezze e la sua ossessione. Intorno a questo, si consuma anche il dramma della figlia Rosa (Dajana Roncione), investita di riflesso dal male materno nella sua vita di relazione, con gli uomini e con l'amato marinaio Jack Hunter (Gabriele Russo), personaggio dalla castità sospetta; il tutto condito dalla difficoltà di integrazione degli immigrati italiani, vittime delle discriminazioni e degli stereotipi degli americani nativi. Nell'adattamento di Masolino D'Amico le origini meridionali della famiglia Delle Rose sono accentuate il più possibile, con numerose battute in vernacolo che però vengono, con scarso equilibrio, concentrate nel primo dei due atti, con il fondato timore che la comprensibilità dei dialoghi potesse essere messa a rischio. Uno squilibrio che nasce forse dallo stesso testo, paradossalmente più cupo nella prima parte. Buono il lavoro del cast, che prevede anche ruoli limitati, come il cameo del regista nelle vesti di Padre De Leo; e ruoli multipli per Jacqueline Ferry e Federica Restani, che dissimulano in pieno quest'esigenza di economia della compagnia. Qualche volta la veracità meridionale e la volontà di smorzamento dei toni drammatici conducono fuori dalle righe gli interpreti, in senso comico per gli uomini e in senso tragico per le donne - ma tutto sommato non rappresenta un problema per la godibilità, anzi. La presenza scenica della rodata Mariangela D'Abbraccio è preponderante, sotto ogni punto di vista. Una scenografia complessa, costituita di più piani verticali e orizzontali, capace di evocare spazialmente un'intera casa e un intero quartiere, grazie anche ai suoni e alle battute fuori scena, e alle luci: si capisce come dietro a questi lavori ci sia l'unica mente del regista Francesco Tavassi.

sabato 14 marzo 2009

TEATRO - Made in Italy

di Michele Miglionico


Un urlo di donna e due camici che si aprono; il buio, poi la luce: Valeria Raimondi ed Enrico Castellani, come mamma li ha fatti, iniziano a giurare, all'unisono, su tutto ciò che un italiano potrebbe giurare. Ed è solo l'inizio. "Made in Italy" ha vinto il Premio Scenario 2007 e le motivazioni che la giuria del concorso ha addotto per la propria scelta sono condivisibili. Già sarebbe degno di nota l'uso di un apparente "scenografo" come attore. Luca Scotton è una presenza silenziosa per la maggior parte del tempo, che si sposta e si dà da fare in un continuo work-in-progress, fino a entrare del tutto nelle dinamiche tra i due protagonisti. La scenografia è versatile, fatta di tubi luminosi, statue di Biancaneve e i sette nani, pioggie di coriandoli, e gli attori ne sono pienamente padroni. Al di là degli aspetti estetici, il cuore della rappresentazione è la dissacrazione del nostro Belpaese. Gli autori hanno pescato un po' dappertutto, nella nostra società contemporanea; hanno masticato il materiale raccolto, per poi vomitarlo sul palco in maniera organica, cadenzata, parossistica. Il ritratto che ne scaturisce è un misero coacervo di contraddizioni e ipocrisie dell'italiano medio, con un occhio di riguardo verso gli abitanti del Nordest. Il dialetto veneto fa la sua parte. Non è forse un caso che questa sia la prima e unica tappa pugliese, al momento, nonché una delle poche del Sud. Niente viene risparmiato: da Dio, bestemmiato nei modi più comuni, all'ossessione per il calcio, passando per i morti. Un esempio? Stando semplicemente immobili, i tre interpreti riescono a ridicolizzare la retorica della cronaca dei funerali di Luciano Pavarotti e delle frecce tricolore a corredo delle esequie. La colonna sonora è fondante, perché serve sia a prendere di mira - tra le altre - la banalità della nostra musica leggera o la moda dei balli latino-americani, sia a scandire l'alternanza tra pezzi recitati e stacchi "coreografati", per quanto il confine tra i due si perda man mano. Pur divertente, lo spettacolo turba, perché i ragazzi di Babilionia Teatri, esaltando lo squallore degli usi e costumi nostrani, ci fanno desiderare un'altra cittadinanza. A torto, perché del nostro patrimonio c'è ancora molto da salvare. Anzi: un'invettiva di questo stampo serve (e deve servire) solo a risvegliarci dal nostro torpore.

sabato 7 marzo 2009

TEATRO - I due gemelli


di Michele Miglionico


Ascoltare i personaggi di Plauto parlare con inflessione napoletana o in dialetto meridionale non capita spesso, eppure non è una novità. Già vent'anni fa Tato Russo rivoltò "I Menecmi" in chiave partenopea. E' chiaro l'intento di voler rendere più digeribile da parte dello scafato pubblico contemporaneo un testo vecchio di più di due millenni. Così è, perché buona parte di pubblico risponde rumorosamente all'effetto comico dello schiavo Spazzola (Antonello Loiacono) che gli si rivolge in vernacolo. Domenico Clemente rischia e vince, a sorpresa, la scommessa, ma questo non vuol dire che l'operazione sia legittima dal punto di vista dell'estetica dell'arte. Al di là di questa scelta registica, il testo di Plauto è così forte, così archetipico che sminuirne l'efficacia sarebbe un'impresa da titani. La succitata, moderna platea passa oltre le eccessive richieste di sospensione dell'incredulità che "I Menecmi" avanza - in tutte le sue messe in scena, ivi compresa in questa "I due gemelli", che concentra i cinque atti originari in un unicum, sforbiciando in particolare il finale con l'epurazione del personaggio del medico. Non che ce ne si accorga, se non si conosce l'opera di partenza. Anzi: a un certo punto, si può essere talmente rapiti dal gioco degli equivoci da aspettarsi che, per la risoluzione della vicenda, Domenico Clemente debba sdoppiarsi in concreto per l'incontro tra i due fratelli. Ci pensa una semplice quanto fulminea battuta conclusiva a riportare lo spettatore con i piedi per terra. Le scene di Luigi Spezzacatena non hanno pretese storiche: puntano solo a evocare un'antichità greco-romana, stereotipata, considerando anche che l'azione è spostata a sud di "Neapolis". Il protagonista attinge alla vecchia scuola, che rifulge nell'interpretazione di Menecmo I, ma che negli exploit napoletani di Menecmo II ne fa risentire alla comprensibilità. Tutto il cast di comprimari lavora in maniera degna. Si ricordano Antonello Loiacono come caratterista che, con le sue battute in barese, colpisce nel vivo il pubblico conterraneo, e Angelo Tanzi nel ruolo del cuoco omosessuale Cilindro. A conti fatti, un esperimento riuscito, con le dovute riserve sull'intangibilità di testi così sacralmente classici.

giovedì 5 marzo 2009

TEATRO - I ponti di Madison County

di Michele Miglionico


Se fate fatica a mantenere la concentrazione nei monologhi, o se trovate che le storie d'amore intense e drammatiche siano "uno strazio", risparmiate la lettura e il biglietto. Lorenzo Salveti adatta e dirige un copione tratto da un romanzo e reso nota al grande pubblico dall'omonimo film con gli inarrivabili Meryl Streep e Clint Eastwood. Nel passaggio si evidenziano alcune difficoltà logistiche. Il cuore della vicenda, però, viene trapiantato in maniera sana. La passione che consuma l'italo-americana Francesca (Paola Quattrini) e il fotografo Robert Kincaid (Ray Lovelock), dopo un incontro casuale e una settimana galeotta, riesce a smuovere e turbare le anime sensibili della platea. Qualcosa, però, nell'impostazione non funziona. La protagonista racconta gran parte di ciò che ha vissuto, barcamenandosi tra la sua cucina (unico elemento significativo della scarna scenografia), altre locazione solo evocate, e un limbo in cui rivolgersi al pubblico; ma non è l'unica voce narrante. Le si accavallano un giornalista (Ruben Rigillo) e i suoi stessi figli, in momenti diversi e distanti, a spezzare gli equilibri. La scelta è forse stata operata per alleviare l'aggravio mnemonico per l'attrice principale e per dare spazio ad altri interpreti. Dal punto di vista drammatico non se ne avvertiva abbastanza il bisogno. Anzi: nonostante tutto, i numerosi "a parte" rischiano di annoiare e apparire come un basso espediente per surrogare ciò che le descrizioni del romanzo o le immagini del film possono raccontare senza limiti di sorta, accelerando anche il tempo percepito della già breve-ma-intensa vicenda. Poco da eccepire sul parco attoriale. Per quanto si trovi sempre più a suo agio nei ruoli da commedia - e difatti il pubblico non può fare a meno di ridere in almeno un paio di concessioni ironiche della piéce - Paola Quattrini rimane una colonna del nostro teatro, con il suo sapiente equilibrio tra un chiara, classica recitazione da palcoscenico e il gusto contemporaneo per la spontaneità. E continua ad esercitare abbastanza fascino da rendere credibile il proprio physique du rol. Anche Ray Lovelock è più che convincente, sotto ogni punto di vista, sebbene la sua grave voce virile non sia del tutto adatta all'acustica di uno spettacolo dal vivo

venerdì 20 febbraio 2009

TEATRO - La guerra dei Roses

di Michele Miglionico


Per la propria sopravvivenza, il teatro contemporaneo deve puntare a questo genere di spettacolo. Tra il rischio di dar spazio a drammaturgia inedita o il puntare sul sicuro, attingendo al repertorio classico, una terza via è quella intrapresa (tra le altre) dalla Lux T, che strizza l'occhio agli amanti del cinema portando in scena "La guerra dei roses", un film culto del 1989. In realtà l'adattamento teatrale è ad opera di Warren Adler, l'autore del romanzo da cui fu tratta la sceneggiatura poi diretta da Danny De Vito. Nonostante questo, la contaminazione tra i media rimane, anche per volontà del regista Ugo Chiti. La storia dell'escalation di violenza tra Oliver Rose (Giancarlo Zanetti) e sua moglie Barbara (Laura Lattuada) è una perfetta macchina narrativa, che dosa umorismo e tragedia in giuste quantità, mantenendo il ritmo concitato e l'attenzione desta. Si apre così come si chiude, con un eloquente dialogo (un doppio monologo incrociato, a ben vedere) rivolto a Dio e, in fondo, al pubblico. Nel mezzo, il set della casa contesa tra gli ex coniugi corre a spron battente nel tempo, scandito dall'alternanza tra luci e ombre. L'agilità con cui avviene è molto cinematografica e poco diffusa dietro il sipario. I protagonisti vengono messi alla prova con un frequente cambio di costumi e contesti psicologici, ma Zanetti e la Lattuada soddisfano con le loro interpretazioni; l'attrice, forse contrariamente alle proprie intenzioni, rischia di spingere i favori della platea verso il personaggio del marito con la vena di follia che ci mette. Di certo è aiutata dal carattere stesso. Spiccano i ruoli degli avvocati D'Amato (Luis Molteni) e Thurmont (Fabrizio Apolloni), sobillatori della coppia. La satira di Adler si ispira alla realtà degli azzeccagarbugli che hanno tutti gli interessi affinché le loro cause si prolunghino e si esarcebino. Molteni scimmiotta Danny De Vito nella mise e nell'interpretazione, ma consegna una perfomance più credibile del suo collega-avversario. Da segnalare l'uso moderno e funzionale di luci e audio, anch'esso di sapore cinematografico. Importanti fuori scena, o "personaggi" come gli animali domestici, vengono evocati grazie ai suoni registrati, e l'intera colonna sonora supporta la vicenda. Durante gran parte della rappresentazione, il tintinnio dei cristalli dell'invisibile lampadario prepara subliminalmente al finale, che per esigenze sceniche viene purtroppo solo riferito. 

domenica 15 febbraio 2009

TEATRO - Him - if the wizard is a wizard you will see...

di Michele Miglionico


L’esperienza di assistere a questa performance è surreale. Marco Cavalcoli è inginocchiato lì, al centro del palco, truccato come Adolf Hitler; alle sue spalle, il classico film “Il mago di Oz” procede, mutilato della sua pista audio. Il dittatore scimmiotta un direttore d’orchestra, nei suoi ipnotici, ossessivi movimenti delle braccia. In tutto questo, l’attore recita il film. In inglese. Doppia uomini, donne e animali; canta a cappella i brani del musical; intona la colonna sonora; fa le veci del rumorista in tempo reale. La sincronia con il labiale (e non) della pellicola è assoluta. Pur tra due alternative, c’è l’imbarazzo della scelta sull’approccio per seguire lo spettacolo. Ci si può concentrare sul film in proiezione, sghignazzando per la folle precisione del sonoro fresco di emissione; oppure, lo sguardo può puntare sullo stesso protagonista, che non si limita a dirigere, letteralmente, l’orchestra delle sue corde vocali, ma che impersona istante per istante i personaggi che si susseguono alle sue spalle. Particolarmente efficace la sua interpretazione mimica e vocale del pavido Leone. Il pubblico non può fare a meno di ridere. Il contrasto tra il dolce viso di Judy Garland e l’imitazione della sua voce, per citare un esempio, è di immediato effetto comico. Non è importante conoscere la trama de “Il mago di Oz” o riuscire a comprendere i dialoghi in inglese. Qui il gruppo ravennate "Fanny&Alexander" punta soltanto a stranire e divertire. Di certo, per una maggiore correttezza, andrebbe indicata sul cartellone la reale natura dello spettacolo, in special modo l’interpretazione in lingua originale del film. Man mano anche i più scarsi anglofoni ingranano nella comprensione, ma chi fosse a totale digiuno della lingua di Shakespeare…? Nell’ambito di “Scene Dinamo”, con questa prima regionale l’Opificio Fabrica Famae dà ancora spazio a questa nuova frontiera del teatro, che supera il semplice monologo. L’impossibilità di sostentare un’intera compagnia mette al muro i singoli artisti, che si caricano il fardello di tutti i ruoli di uno spettacolo, raschiando il fondo del barile del proprio talento. Così era stato con il recente adattamento di “Ubu Incatenato” del gruppo Fortebraccioteatro; così era stato con “Ecce robot” di Daniele Timpano, più accostabile a “Him” perché anch’esso basato sul gioco (inverso) del missaggio del doppiaggio di un’opera nata per lo schermo – in quel caso, il cartone animato “Mazinga Z”. E’ questo uno dei futuri più probabili per la drammaturgia? Marco Cavalcoli, dotato di memoria e vocalità non comuni, meriterebbe prove più sane e tradizionali, per raggiungere una platea di maggior respiro.

mercoledì 11 febbraio 2009

TEATRO - Jesus - Due atti unici sulla figura di Cristo

di Michele Miglionico


Va premesso che confrontarsi con la controversa figura di Gesù è un rischio che pochi artisti possono permettersi. Il Teatro delle Onde propone, in scienza e coscienza, per mano dell'autore e regista Tonio Logoluso, due diversi approcci distanti: lo spettacolo è costituito di due atti unici. "Lo spaventapasseri" è una fiaba musicale, ambientata in una fattoria di animali senzienti, in cui grazie ai consigli dello spaventapasseri Jimmy - allegoria del Cristo - le bestie parlanti riescono a risolvere i loro problemi. L'allegoria rasenta il blasfemo, ma il problema non è questo. Due attori (Carmen Pignatelli e lo stesso Logoluso) leggono la storia come farebbero con un pubblico di bambini, anche cercando di caratterizzare le voci dei diversi personaggi con tonalità di diversa altezza a seconda del genere e del ruolo. L'impostazione, però, mette a dura prova l'attenzione degli spettatori. Per fortuna ogni brano è introdotto dal titolo che fa riferimento all'episodio evangelico a cui si ispira, facilitandone l'altrimenti difficile comprensione, a causa della fantasiosa trasposizione nel diverso contesto narrativo; e per fortuna l'orchestra "Terraconfine", diretta da Michele Lorusso, accompagna il racconto con un uso narrativo e recitativo degli strumenti (si veda l'evocazione dei versi degli animali) e ci propone tra un pezzo e l'altro uno stacco, tutto firmato da Nico Arcieri. "Perché mi hai abbandonato?" è il dialogo senza risposta che, nelle intenzioni dell'autore, Gesù avrebbe intrapreso sulla croce prima di morire, con il Padre - anche se il personaggio vaga intorno a una scarna rievocazione del monte Calvario, con solo l'ombra della croce alle proprie spalle. Il monologo è concitato, abbastanza da rendere il nervosismo tutto umano e affatto divino del personaggio. Si sprecano i riferimenti alla vita di Gesù. Ma non basta, anzi, c'è un retrogusto posticcio. Siamo lontani dal puro pathos dei brani di "Jesus Christ Superstar".

Il VUOTO-PIENO LASCIATO DA STAN LEE

Il 12 novembre - inCULTURA ha partecipato la notizia - è improvvisamente venuto a mancare Stan Lee e il cordoglio si è ...