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mercoledì 14 agosto 2024

#Cicladi VIAGGIARE PER ISOLE EGEE. #Mykonos #Delos #Arte Cicladica

 






Spiaggia di Ornos (a Sud di Mykonos)

Figura cicladica

LE CICLADI E IL MELTEMI


Le Cicladi - e in particolare Mykonos - non sono luoghi per certi incipit di romanzo del tipo "l'aria era immota e il silenzio della natura ci sovrastava". La natura e il mare sì che ci sono. Il silenzio è rotto e a tratti fischiante a causa del vento noto ad Ulisse che viene da nord-nord-ovest, una specie di maestrale non freddo, del mar Egeo. Spira forte e costante per giorni con raffiche improvvise e groppi che intimoriscono anche i velisti esperti. E' il meltemi
(dal turco: meltem; dal greco: μελτέμι o ετήσιας,) questo  particolare vento secco e non freddo che spira nel mar Egeo, particolarmente in estate. Ha origine grazie all'incontro tra l'alta pressione estiva del Mediterraneo occidentale e quella bassa tipica del Mediterraneo orientale.

Le isole di Andros, Tinos, Mykonos e Naxos sono più ventose a causa della loro posizione più esposta. Non è un caso che i club di kite e windsurf più famosi dell'Egeo si trovino proprio lì, e Tinos e Mykonos si contendono il soprannome di “isola dei venti”. A meno che voi non amiate il surfing di ogni tipo, conviene optare per le spiagge del sud che godono di ridossi piacevoli e consentono bagni da Caraibi: per esempio a Mykonos meglio Ornos. Il Meltemi rinfresca dalla calura nei vicoli stretti e tortuosi degli abitati e sulle spiagge di sabbia granulosa, altrimenti sarebbe alto il rischio di colpi di calore e di sole. Condizionatori d'aria accesi in discontinuità, bastano due finestre orientate diversamente aperte per consentire agio in una bottega o in casa. Quando partiamo da Mykonos cessa apparentemente il Meltemi e la temperatura sale subito: chissà il vento dove sarà andato a caricarsi di energia, viene da chiedersi. 

Santorini e Mykonos sono le isole più facili da raggiungere perché nei mesi estivi sono servite da voli anche diretti verso Atene, Mykonos e Santorini. Le isole Cicladi sono tante (oltre trenta più tanti scogli rocciosi) e alcune le abbiamo solo sfiorate in navigazione. Certo Santorini, ha un ruolo storico e vulcanologico importantissimo: fu al centro della grande e devastante eruzione che mise fine alla civiltà cretese e cicladica (& dintorni), che influenzò negativamente la civiltà egizia. Una catastrofe dovuta ad un supervulcano - con tsunami annesso di dimensioni immani -  avvenuta intorno al 1600 aC che cambiò il volto della storia di quelle popolazioni antiche. 

Santorini 



L'antica cultura delle Cicladi prosperò nelle isole del Mar Egeo dal 3300 al 1100 a.C. circa (età del Bronzo) con prove di insediamenti precedenti neolitici. Insieme alla civiltà minoica (Creta, dal 2600 al 1400 aC) e alla Grecia micenea (1600-1100 aC), il popolo delle Cicladi è annoverato tra le tre maggiori culture egee. L'arte cicladica comprende quindi uno dei tre rami principali dell'arte egea.

Gli idoli di pietra dai tratti essenziali del Bronzo cicladico sono unici ed hanno influenzato l'arte moderna di Brancusi, Modigliani, Giacometti, Hepworth, Moore e Ai Weiwei.

MYCONOS. 105 Km2, diecimila abitanti. Quando si sente dire che Mykonos non vale la pena ("troppo frequentata", "una specie di Ibiza" ecc.) si vede solo un aspetto turistico che privilegia intrattenimento (ce n'è tanto). D'altronde Amsterdam per alcuni è nota più per i cannabinoidi che per il museo di Van Gogh e Parigi val la pena per Pigalle. Punti di vista. L'isola offre divertimento, mare anche per bambini (a sud), ottima cucina e soluzioni alberghiere variegate, e tanta cultura con possibilità di escursioni in loco (per esempio al Faro di Armenistis e costa nord) o escursioni alle isole vicine, in primis a Delos, con nave che parte dal suggestivo vecchio porto, protetto da tante chiesette ortodosse.

Il famoso tramonto di Mykonos



Spiaggia di Ornos

Vicoli di Mykonos town


Non è casa di Aki

Delos (di fronte all'ingresso del porto, isola di Rineia

Porto di Mykonos al rientro da Delos

Faro di Armenistis (NO dell'isola di Mykonos)

Movida 



Faro di Armenistis 



I mulini a vento di Mykonos





DELOS. Solo 3,5 Km2 con poco più di dieci abitanti (è vietato soggiornare agli umani, non ai gatti). L'isola di Delos e il suo sito archeologico patrimonio Unesco  si trovano a 45 minuti di traghetto da Mykonos. Il mare è quasi sempre mosso e increspato (difendersi da eventuale mal di mare). E' stretta tra Rineia e Mykonos, ha un porticciolo che richiede perizia per ormeggiare travesto e correnti.

L’isola sacra di Delos (o Delo) è un lembo di terra roccioso. Delos, pur piccola e apparentemente insignificante,  è una delle isole più importanti delle Cicladi,  è stata sempre considerata dagli antichi il fulcro dell’arcipelago. Dichiarata patrimonio dell’umanità dall’Unesco nel 1990, l’isola di Delos secondo la mitologia è stata il luogo di nascita di Apollo e Artemide e oggi è un vasto sito archeologico ricco di importanti monumenti che attirano migliaia di visitatori ogni anno. Delos fu un importante centro religioso e commerciale, grazie alla sua posizione strategica, centro delle rotte marittime. Meta di pellegrinaggi incessanti come Delfi sulla terraferma, alle pendici del Monte Parnaso a Nord Ovest di Atene. Dopo essersi difesa nelle guerre persiane, cadde nel 454 aC sotto gli ateniesi. Con l’avvento di Alessandro Magno ottenne nuovamente l’indipendenza e il suo potere economico. Fu il perno dei commerci del mediterraneo orientale e centro cosmopolita. Anche i romani riconobbero all’isola lo statuto di porto franco.  Interessante e sopra ogni aspettativa è il Museo Archeologico con al riparo i veri leoni della Terrazza dei Leoni, quasi un simbolo dell'isola.






Il sito archeologico copre quasi l’intera isola: dal porto una maestosa via sacra porta al Santuario di Apollo, dove ci sono templi e altari. A nord c’è il lago sacro, con la famosa Terrazza dei Leoni, e l’Agora detta degli italiani. Alcune delle case mostrano ancora dei magnifici pavimenti a mosaico. I monumenti coprono un arco di tempo che va dal periodo arcaico, attraversa l’età classica, fino al periodo ellenistico e sono suddivise in 4 aree principali: il quartiere marittimo, il teatro, il Santuario di Apollo al centro del sito a nord del porto e il distretto del Leone. 


Primi reperti

Statua di Apollo (seconda metà del II secolo aC)

I leoni veri nel Museo di Delos

Testa di leone ben conservata

Vaso con rappresentazione della guerra di Troia



La Terrazza dei Leoni (le vere statue sono nel Museo locale)


Museo di Delos

Lago Sacro

lago Sacro di Delos con alghe rosse

Isola di Delos alle spalle

Moletto del porticciolo di Delos, battuto dal vento



L'isola posta tra Rineia e Mykonos, è l'isola "sacra" di Delos, patrimonio culturale Unesco.


Santorini dallo spazio: impressionante il cerchio della caldera sommerso


NOTE E SITOBIBLIOGRAFIA


- Usiamo il termine italiano LUOGO perché non ci piace il termine impreciso e modaiolo di  LOCATION. Puntuale il portale della autorevole TRECCANI in Rete: " Luogo, ambiente, sito in cui si prevede che debba essere girata una scena di un film o di uno spettacolo televisivo; viene identificato mediante appositi sopralluoghi preventivi." https://www.treccani.it/

- McCoy F,W, Modelling the Climatic Effects of the LBA Eruption of Thera: New Calculations of Tephra Volumes May Suggest a Significantly Larger Eruption than Previously Reported  in https://www.agu.org/meetings/cc02babstracts/McCoy.pdf  


- La “capsula del tempo” di uno tsunami di 3.600 anni fa getta luce su uno dei più grandi disastri dell’umanità : //www.nationalgeographic.it/la-capsula-del-tempo-di-uno-tsunami-di-3600-anni-fa-getta-luce-su-uno-dei-piu-grandi-disastri-dell-umanita

- https://www.grecia.info/isole-cicladi/

- Isole  Greche,  in In Viaggio, editoriale Mondadori, n.284, maggio 2021.

- Arte cicladica e Museo di Arte Cicladica ad Atene: : https://cycladic.gr/en/ektheseis/kykladiki-techni/


( a cura di Achille Miglionico e Tina Ardito)


lunedì 14 novembre 2022

PERCHE' NAUTICA, PERCHE' CENTROSUD

 



Il nuovo day cruiser della IDEA MARINE di Mesagne (BR), la Idea 70.2 WA, una barca perfetta e accessibile. Il modello è stato visitato da molte persone per la linea, la buona abitabilità e le caratteristiche manovriere. Con una motorizzazione Suzuki di 250 HP e con accessori costa intorno ai 60mila euro.



Salerno Boat Show, una manifestazione in ascesa.


Abbiamo visitato per voi il Salone Nautico di Salerno, che si è tenuto nei giorni 5-6 e 12-13 Novembre 2022. 

25.000 presenze si sono registrate, malgrado il tempo non ideale. 


Una occasione per parlare di nautica, anche di quella nautica più alla portata degli amanti del mare, sia motoristi che velisti. Spesso vediamo The Boat Show,  il programma tv, oppure consultiamo riviste cartacee di nautica che insistono nel rappresentare una fuorviante nautica di lusso per oligarchi russi o petrolieri; rappresentano oggetti stupendi, talora opere d'arte ma per i più si tratta di sogni. Solo sogni. Noi non possiamo limitarci ai sogni, pur rispettando la cantieristica dedicata (ne siamo orgogliosi). Noi dobbiamo offrire natanti e imbarcazioni il cui costo e mantenimento possa essere alla portata di tanti. L'Italia ha bisogno - con oltre ottomila chilometri  di coste -  di attrarre i più giovani alla vela (magari già dalle scuole secondarie di primo e secondo grado), di formare diportisti appassionati quanto preparati che non debbano svenarsi economicamente per coltivare le proprie inclinazioni. Le implicazioni educative ed economiche sono rilevanti.  

Il mercato nautico italiano è in crescita: oltre
575.000 barche; circa il 53% di lunghezza fino a 10m e il 47% di lunghezza superiore a 10m. Facciamo più "nautica" rendendola più accessibile. 

Nel Sud Italia si muove il 40% del mercato nautico italiano: la Campania è la seconda regione in Italia per numero di barche immatricolate. 


Tra i saloni nautici del Sud ricordiamo:

  •  l'appuntamento invernale di Napoli NauticSud: prossimo 11-19 Febbraio 2023
  • SNIM Brindisi
  • Salerno Boat Show

di cui il 53,1% di lunghezza fino a 10m e il 46,9% di lunghezza superiore a 10mIl Salerno Boat Show accoglie gli appassionati del mare in uno degli scenari più attraenti delle coste italiane, a poche miglia dalla costiera amalfitana e dall’isola di Capri, nel porto turistico Marina d’ArechiSalerno Port Village

Soffermiamoci sui natanti e piccole imbarcazioni. 

Notevole interesse ha suscitato la presenza dei natanti Idea Marine. Il cantiere nautico IDEA MARINE è legato a Mesagne (BR) e alla passione della  famiglia Carvignese per la nautica da diporto. La tradizione che si unisce ad una continua innovazione rende il Design, lo Stile e la Qualità punti di forza del marchio. La personalizzazione e la cura dei dettagli delle imbarcazioni IDEA MARINE mirano a soddisfare le diverse esigenze dei diportisti e posizionano le imbarcazioni IDEA MARINE al top della nautica Made in Italy. Il 70.2 WA, degna evoluzione del 58 WA - di cui anni fa abbiamo parlato (v. sezione  Navigare) è un Day Cruiser dal design sportivo: tra le caratteristiche un prendisole a prua con schienale, cabina e un pozzetto di grandi dimensioni arricchito da due sedute laterali a scomparsa. I vari allestimenti disponibili  consentono di customizzare la barca. La cabina ad altezza uomo permette di avere una zona relax, e vanta  un letto a 2 posti con cuscineria di elevata finitura. Comodissimo il bagno separato completo di lavello.

Caratteristiche tecniche:

  • Lunghezza 7,00m
  • Larghezza 2,50m
  • Peso 1500kg
  • Potenza max 300hp
  • Potenza min 150hp
  • Portata 10 persone
  • Cabina 2 posti letto
  • Accessorio di serie  serbatoio carburante 200lt
  • Accessorio di serie  serbatoio acqua dolce 100lt

Altra presenza significativa la navigazione ibrida o completamente elettrica, in linea con i tempi. 
Nasce dal mare di Ancona, ma ha aperto una sede anche a Milano ed è attiva in tutta Italia, la nuova azienda della nautica elettrica che si propone al mercato come system integrator. La nuova arrivata nel mondo della nautica elettrica si chiama Elettrica Wave.








La mission aziendale è chiara: convertire le barche con motore endotermico in elettriche o ibride chiavi in mano, offrendo dal motore – i partner sono Torqeedo e Bellmarine/Transfluid – alle batterie – le Victron – compresi tutti i sistemi di controllo e gestione fino all’infrastruttura di produzione energetica e ricarica. Rispetto all’auto, la barca ha spazio utile per i pannelli fotovoltaici e quando è ferma all’ancora diventa una piattaforma di produzione di rinnovabili.
Abbiamo provato il gozzo della Elettricawave. Stupefacente la sensazione di navigare in silenzio, ascoltando solo lo sciabordio delle acque: un silenzio da vela che non impedisce di navigare in bonaccia completa oppure contro vento. Verso una antropologia ecologica.
 
(achille miglionico e tina ardito)

sabato 24 ottobre 2020

FINCHE’ C’E’ VELA C’E’ SPERANZA








FINCHE’ C’E’ VELA C’E’ SPERANZA  racconta di un futuro possibile





Finché c'è vela c'è speranza - Achille Miglionico

pubblicato su Bolina n°: 389, pagina 105.

Rubrica: Sapore di Mare



In tanti non  lo avevano previsto né se lo erano immaginato neanche nell’anticamera del cervello, per usare una terminologia di mio nonno;  oppure avevano rimosso.   Qualcuno se lo aspettava e aveva tradotto la fantasia in sceneggiature per serie televisive che parlavano di scenari catastrofici, una volta di moda, ma quando una cosa la trasformi in SF o fantascienza c’è sempre chi arriccia il naso e può dirsi “non accadrà mai”. Invece la fantasia si fece Storia.

Qualcuno, a dirla tutta, lo aveva formulato solide ipotesi scientifiche ma era forte il rischio di essere linciato mediaticamente, come una Cassandra o un uccello del malaugurio. 

Per migliaia di anni - così insegniamo a scuola - l’uomo ha cercato di piegare la natura, ha sfruttato la natura, non più solo attraversandola attraverso la marcia incessante e gli spostamenti continui per procacciarsi cibo e sostegno: già nel passaggio dal Paleolitico al Neolitico, appena fermò il piede e divenne più stanziale l’Homo sapiens diede vita all’agricoltura ed all’allevamento e sorsero i primi aggregati semimobili o fissi di individui. Ecco che lo sfruttamento delle risorse naturali cominciò a essere più serio e sistematico: raccogliere legna da ardere per riscaldarsi e cuocere, lavorare legname per edificare ripari artificiali, bruciare tratti di foresta per farne colture, costruire attrezzi per cacciare, pescare, difendere, attaccare, lavorare la terra e cucire le pelli. Da subito l’Uomo preistorico fu scomodo per la Natura. Un esempio storico? Gli antichi romani si spostavano con le legioni costruendo castra e abitati abbattendo ampie aree boschive. La Natura sembrava inesauribile nelle risorse che metteva a disposizione di questo mammifero troppo evoluto e capace di autocoscienza. Come identità divina o divinizzata, la Natura avrebbe potuto ammirare questa curiosa creatura quasi con sorpresa (ed orgoglio?) visto che le popolazioni umane sembravano avere non solo attenzione al sacro con rituali gruppali sempre più complessi ma anche una particolare capacità di risolvere problemi tanto da superare vertiginosamente qualsiasi altro mammifero o essere vivente di Gea, la Madre-Terra. Sì certo la natura borbottava e si agitava di tanto in tanto: ora sussultava quasi indifferente con un sisma, ora con una megaeruzione, ora generando uno tsunami o diffondendo animaletti microscopici e microrganismi che facevano morire precocemente ed in tanti; per non parlare di inondazioni e  periodici cicloni, giusto per ricordare a chiunque chi avesse il coltello dalla parte del manico. Eppure quel primate intelligente, malgrado il prezzo pagato con innumerevoli vittime e perdite, spesso inspiegabili, era sempre lì alle pendici frementi di montagne che fumavano ed eruttavano fuoco, in quanto quel suolo era particolarmente fertile; erano sempre lì vicini alle acque del mare dei laghi e dei fiumi e sapevano superare pestilenze, carestie e siccità come nessun mammifero. Cadevano ma si rialzavano. Una iattura per la biosfera. 

Se dovesse capitare, tra le Operette Morali di un dimenticato poeta italiano, Giacomo Leopardi, di leggere il Dialogo della Natura e di un Islandese,  si rimarrebbe un poco male tra le varie battute del dialogo e il finale tragico; sembra di poco precedere il detto sulla la natura che  ha i denti sporchi di sangue di un certo Darwin che avrebbe scoperto la evoluzione biologica anni dopo, sempre nell’Ottocento. Poi la rivoluzione industriale con il vapore, i motori endotermici, la elettrificazione, la conquista atomica e  aerospaziale, e di seguito la rivoluzione informatica hanno fatto il resto. 

Insomma il fatto fu subitaneo pur non essendo inatteso.

La maggior parte delle fonti di energia elettrica si ridussero drasticamente sino al blocco totale dei macchinari. Uno storico avanzò l’ipotesi che fosse avvenuto - questo era stato previsto parzialmente - prima che si esaurissero realmente i combustibili fossili; prima che si contaminassero di sale le acque degli acquedotti sotto l’implacabile innalzamento del livello dei mari. L’acqua di mare infatti prese a salire con velocità centuplicata e saliva saliva ricoprendo coste, affogando la vita terricola, mangiando terra e città costiere, mordendo a grossi bocconi estuari, aggredendo fiumi che si ritrovarono invasi e accartocciati negli alvei: tutto con la maledetta decrescita dei ghiacciai. Come dopo le ere glaciali. Solo che questa volta non c’entrava la “Natura matrigna” leopardiana ma era esclusiva responsabilità dell’Uomo che aveva alterato in poco più di un secolo il clima attraverso il riscaldamento globale (da tanti, ahinoi, negato con pervicacia fino alla fine). Un processo che inaspettatamente durò pochi anni, non secoli come qualcuno aveva creduto o sperato.   Sulla terra si moltiplicarono siccità e pompe di estrazione e dissalatori per scongiurare la perdita rilevante di oro bianco. L’agricoltura, è noto, non ama l’acqua dissalata che va bene per tanti usi ma limita i cultivar. Gli insediamenti umani, affamati e assetati, arretrarono dappertutto, scomparvero paesi, villaggi costieri sino a intere città come Venezia; scomparvero sotto le acque isole come l’isola di Pasqua ed altri atolli polinesiani. Il turismo subacqueo di oggi fa intravvedere la bellezza dei reperti archeologici che una volta respiravano l’aria come noi. Si arginò, non senza atroci conflitti e difficoltà geopolitiche, il l’istinto di sopravvivenza e di prevaricazione del Decennio Buio (un medioevo oscuro e violento, privo di regole) ricostituendo una convivenza essenziale. Anche stavolta ce la facemmo, pur tra perdite personali e collettive degne di una Terza Guerra Mondiale che non è mai scoppiata: forse si capì, per la prima volta, che l’uno ha bisogno dell’altro e che assieme ce la si fa, disuniti si perisce. 

L’acqua fu equidistribuita per evitare scontri sanguinosi e conflitti ove non ci sarebbero stati che perdenti. Con l’uso razionato di  energia fotovoltaica (la Terra dall’alto appariva multispeculare come gli ommatidi di un insetto, tutti disponevano di sistemi fissi e mobili di fotovoltaico); con l’incremento di energia eolica e da maree si rimise in moto una economia più  locale. Sulla energia nucleare qualcuno aveva fatto o tentato di fare il furbo ma il mondo era scottato dall’ecocidio pregresso; nessuno voleva più il nucleare se non sui libri di fisica. Anche perché con la Crisi elettrica insorta e con la carenza di acqua da raffreddamento, molte centrali nucleari andarono in tilt e furono solo con difficoltà spente prima di contaminare il globo. Un mondo da adattare in fretta, troppo in fretta persino per le capacità del multiforme Homo sapiens. Un mondo che era cambiato nel corso di una vita, cioè in tempi biologici e non in tempi geologici, era troppo difficile da tollerare. Per almeno un decennio la causa di morte imperante fu il suicidio. Poi le cose migliorarono in fretta come erano peggiorate in fretta. Si ripristinarono le reti informatiche ma anche desueti sistemi di comunicazione che avevano consentito di sopravvivere in assenza e poi carenza di energia elettrica. 


E, con il risparmio energetico e con la ottimizzazione delle risorse operato dai poteri centralizzati dell’ONU, il trasporto terrestre, aereo e marino mutò per sempre. Sul mare si moltiplicarono le vele da uno, due, quattro alberi. Vele oceaniche per trasportare, per viaggiare, per migrare altrove, per esplorare. Se ne vedevano di tutti i tipi sulle acque: le suggestive vele latine, triangolari con la tipica antenna di sghembo; auriche con tanto di pennoni e boma; le classiche bermudiane; le particolari come i cutter, ketch, le catboat, le nuove agili golette. Come non parlare delle velocissime, quasi dei bolidi, come catfoiling, canting monofoil e altre? Quelle che non sembrano più barche in quanto volano sull’acqua staccandosi da essa grazie ai foil: nate per la competizione e difficili  da condurre,  ricordavano quegli strani insetti che non saltano da un punto all’altro a pelo d’acqua ma ci camminano come dei cristi oppure come dei ragni che corrono sul pelo dell’acqua, senza affondare. Si erano molto sviluppati, a mo’ di utilitarie dell’acqua, gli armamenti nautici semplificati  quelli dipodici: due alberi legati a U rovesciato. Senza strambate era più tranquillo navigare per gente non di mare e per le famiglie. E guardare mari e laghi pieni di fazzoletti di ogni colore lasciava sperare ed era uno spettacolo bello, in sintonia con la natura ferita: comunque ti dimenticavi che in assenza di vento alcuni oligarchi possedevano motori elettrici per le loro vetture e barche. I motori elettrici, assai perfezionati, erano appannaggio di pochi e comunque delle linee di trasporto marittimo e delle forze armate, insostituibili per vigilare i mari infestati nuovamente di pirati senza scrupoli. Anche la criminalità deve adeguarsi ai tempi. 

I più si ritrovavano ai tempi in cui vi era il Portum dell’antica Roma con le sue navi onerarie che trasportavano merci dalla periferia imperiale alla Caput Mundi che contava un milione di abitanti (più della popolazione attuale di Roma costiera di oggi  che non è un gran porto). Si procedeva a remi ed a vela per lo più e si navigava soprattutto nelle stagioni giuste, rimanendo talora bloccati nei nuovi approdi e porti che costellavano la nuova geografia delle nazioni. Un tempo per vedere tante vele assieme bisognava partecipare ai grandi raduni annuali che si organizzavano per diporto, come la antica “Barcolana” di quella che un tempo era una città costiera come Trieste (un quotidiano di informazione ne aveva ripreso una foto antica assai nostalgica).

Buon vento a tutti ed a te, in particolare, nipotina mia.




lunedì 14 ottobre 2019

#BARCOLANA 2019. IL SUCCESSO DELLA REGATA PIU' GRANDE DEL MONDO



Oggi barche e barche in acqua

 2015 le barche partecipanti alla 51/a edizione di Barcolana, Barcolana 51: vince "Way of life"


TRIESTE. 13 Ottobre 2019. La barca 'Way of Life' di Gasper Vincenc ha vinto la Barcolana 50+1 su un percorso ridotto alla seconda boa per via della quasi totale mancanza di vento. L'imbarcazione di quasi 27 metri è la “Reloaded Edition” di Maxi Iena e il suo armatore è lo sloveno Gašper Vincec, olimpionico di Finn (Atene 2004 e Pechino 2008). La regata più attesa e amata del mondo ha visto in gara  ben 2015 barche ed ha avuto inizio in perfetto orario intorno alle 10.30 a Trieste, dopo il tradizionale colpo di cannone. Le condizioni meteo erano di bonaccia, situazione rimasta sostanzialmente invariata.  Erano  quattro le barche favorite per la vittoria: 'Cqs Tempus Fugit by Portopiccolo', 'Arca sgr Wild Thing', 'Golfo di Trieste'. Gli eventi " a terra" organizzati intorno all'evento sono tanti : dal 3 al 20 Ottobre il Festival letterario Barcolana, Un mare di racconti dal 2 al 6 ottobre, palazzo San Giusto; la mostra Scart, la Barcolana Chef  un percorso enogastronomico e tante frequentazioni "colte" possibili. La libreria Saba che il poeta triestino  Umberto Saba gestì sino al 1919 è meta obbligata; il museo dedicato a Italo Svevo ed al suo amico James Joyce che a Trieste visse per anni scrivendo opere di rilievo internazionale. Per non parlare dei caffè storici.
La prima edizione della Barcolana risale al 1969. Alla 50^ edizione l'orologio del Castello di Miramare restaurato ad hoc ripartì dopo anni, proprio all’inizio della regata
record: la più grande regata del mondo fu certificata nel 2019 dal Guinnes dei primati con 2689 barche. Una folla di vele come si vede nelle foto. Ma il successo è anche economico per la Città: nel 2018 il guadagno è stato di 71,5 milioni di euro a fronte di 340mila euro di investimento (dati della Università Bocconi di MI). Un motivo in più per continuare a ben organizzare negli anni a venire. Il fascino di vele al vento che si unisce all'utile.

Il passato, il presente ed il futura della vela.


Tra l'altro la regata rimane un classico di vela dinanzi alle novità per esempio della COPPA AMERICA che con gli avveniristici AC75 si avvia a divenire una gara ove le barche con foil e flap più che navigare volano all'interfaccia acqua-aria.  Il foil, dicono, è il futuro di tutta la vela: probabilmente è vero, anche per i materiali di altissima tecnologia ora a disposizione dei progettisti.  Il foil non è proprio una novità in quanto è stato inventato negli anni ’60 prima di essere abbandonato. La ragione principale per cui ora il concetto è stato recuperato sta nelle possibilità che i nuovi materiali come il carbonio danno agli ingegneri che ora sono in grado di produrre appendici leggerissime e resistenti, con una serie di pinne dalle dimensioni studiate per ogni tipo di scafo e di vento. Un concetto molto semplice: l’imbarcazione si appoggia alle pinne orizzontali del foil (che disegnano una sorta di T al contrario) appena sotto il pelo dell’acqua e la barca per effetto del vento si alza e va più veloce perché la minore superficie di contatto provoca minore attrito. Ora una barca che non tocca l'acqua con la chiglia rimane una barca o è qualcos'altro? Chissà. Ma questo è altro di fantascientifico su cui tornare. (achille miglionico)

Il futuro?


venerdì 24 maggio 2019

Enzima mangia-plastica: scoperto dalla equipe del prof.McGeehan (UoP) per sbaglio, potrebbe salvarci dall’inquinamento. Degraderebbe una bottiglia in 100 ore

Serendipity: Professor John McGeehan and colleagues inadvertently engineered an enzyme better at degrading plastic than the enzyme which evolved in nature  CREDIT Stefan Venter, UPIX Photography – www.upixphotography.com

Close-up: Electron microscope image of enzyme degrading PET plastic CREDIT: Dennis Schroeder / NREL


Nell'articolo del PNAS "Engineering a plastic-eating enzyme" (postato dal Press Office della rivista in Aprile 2018) si annuncia che la equipe del prof. John McGeehan e Coll. della Università di Portsmouth (UK) è riuscita - casualmente - a isolare un enzima in grado di rendere estremamente più biodegradabili le sostanze plastiche (si tratterebbe di giorni e non decenni). Se la ricerca venisse confermata il contributo scientifico dello scienziato potrebbe avere un riverbero mondiale sul problema dell'inquinamento da plastiche. Il che non ci esime dal proseguire nella lotta alla plastica che la EU ha già dichiarato, proibendo entro il 2021 ogni materiale monouso in plastica.

Il contenuto dello stomaco di una tartaruga. Credit: Ocean Cleanup Foundation







___________________________________________________ approfondimento

Notoriamente gli scienziati sono al lavoro per risolvere il gravissimo problema della plastica che, da essere la scoperta del secolo scorso, col tempo si è rivelata un tale danno a livello ambientale da poter compromettere la biosfera quanto e più del riscaldamento globale. 


I nostri mari accumulano plastiche di ogni tipo che, oltre a rovinare il paesaggio, aggrediscono direttamente gli esseri viventi di ogni ecosistema: ultimamente uno chef di Puglia mi ha rivelato che un aiutante di cucina aprendo una spigola ha trovato dentro lo stomaco del pesce della plastica (ma non ha scattato alcuna foto per non compromettere il ristorante. Non è colpa dei ristoranti e dei pescatori. Dunque gli stomaci di pesci e cetacei sembrano delle pattumiere in un mare-pattumiera. 
Ma i pesci stessi possono sulle nostre tavole essere delle "bombe tossiche" se quei frammenti di resine ingeriti veicolano anche sostanze inquinanti? Possibile. Western and Eastern Pacific Garbage Patches, letteralmente “isole di immondizia occidentale e orientale”, questo il nome dei due continenti i cui confini cominciavano già nel 2016, a circa 500 miglia nautiche dalla costa californiana, attraversavano le Hawaii e arrivavano quasi fino al Giappone. Una sconfinata distesa di plastica sminuzzata, bottiglie, palloni, spazzolini da denti, buste di plastica, filtri di sigarette ecc. 



Published: 22 March 2018 Evidence that the Great Pacific Garbage Patch (GPGP) is rapidly accumulating plastic
L. Lebreton et Al., Scientific Reports, volume 8, Article number: 4666 (2018). I dati sono comunque del 2015-2016.
La sua scoperta si deve a Charles Moore che nel 1997 si ritrovò durante una regata nel gigantesco “blob galleggiante”; la sua angoscia fu talmente ingestibile da indurlo a lasciare il suo lavoro e creare una fondazione dedicata alla salvezza degli Oceani. D'altronde le isole sono semisommerse e quindi galleggiando sotto il pelo dell'acqua non sono molto visibili agli occhi dei satelliti. 


La Great Pacific Garbage Patch ha una estensione in kmq che oscillerebbe tra il Texas e 3 volte la Francia.

I ricercatori ritengono che il 20% dei rifiuti che compongono questa discarica marina provenga dallo tsunami in Giappone del 2011. Comprende 42 mila tonnellate di megaplastiche (ad esempio reti da pesca, il 46% dell’intero ammasso), 20 mila di macroplastiche (cassette e bottiglie), 10 mila di mesoplastiche (tappi di bottiglia) e 6.4 mila tonnellate di microplastiche (frammenti di oggetti di plastica rigida, componenti delle reti da pesca). 
La plastica riduce la possibilità di ossigenazione dell’acqua rendendola asfittica, limita il passaggio di luce e trattiene il calore (contribuendo al riscaldamento degli oceani), oltre a trattenere anche buona parte degli inquinanti oleosi derivanti dal petrolio; in sintesi, un disastro. A essere danneggiati sono anche gli uccelli marini che scambiando i rifiuti per cibo se ne nutrono per settimane e forse mesi, per poi andare a morire sulle coste in preda a una dolorosa e lunga agonia. Sono circa un milione di uccelli appartenenti a varie razze a morire ogni anno per ingestione di sostanze plastiche. 


Auguri al Pianeta Terra. E grazie Greta per averci svegliato. 



(am)






domenica 25 febbraio 2018

Faber navalis di Maurizio Borriello: esiste ancora il maestro d’ascia



Costruire una imbarcazione è una sfida millenaria per l’uomo. 


Ricordo che anni fa, nel 2008 forse, cominciai un seminario di etnoantropologia per il SIEB mostrando un documentario presente tra gli extra di un film poco noto del 2006:  “10 canoe”. Affascinato dalla cultura degli aborigeni (Australia), Rolf de Heer (già regista del più famoso “The Tracker”) si  spinse oltre con il film  “10 canoe”, co-prodotto dalla italiana Fandango, mettendo in scena una storia arcaica, concepita in collaborazione col popolo di Ramingining e interpretata esclusivamente da nativi australiani. Tanto ma tanto tempo fa, in un territorio del Nord dell'Australia. la Terra di Arnhem.  
Feci visionare il lungo lavoro (a tratti noioso) occorrente per costruire una semplice canoa, tratta da un pezzo unico di legno. Tanto tempo e pazienza: serpeggiava la irrequietezza tra gli studenti, abituati ai tempi convulsi degli script cinematografici americani. Riuscii nell’intento di far comprendere come i ritmi di natura e delle popolazioni allo stato di natura (oggi ben poche) siano ben diversi dalla visione del mondo industrializzato che riteniamo l'unica possibile.




Dall’albero alla canoa. Dalla canoa alla barca.


Tutto mi è ritornato alla mente visionando il documentario Faber navalis (2016) di un italiano che si è trasformato da etnoantropologo in un maestro d’ascia assai peculiare, che ha studiato tecniche di costruzione in tutto il mondo. Parliamo del campano Maurizio Borriello. Il filmato di trenta minuti è presente su You Tube e consigliamo di visionarlo in silenzio, senza fretta superficiale  da “social”. 
Il titolo del mio film Faber Navalis  spiega l’A. - significa in latino Costruttore Navale: parole in una lingua antica per pronunciare una dichiarazione d'amore pubblica per un mestiere antico.
Ho realizzato questo film nella speranza di stimolare una discussione sull'importanza della preservazione dei saperi tecnologici delle tradizioni marinare e delle imbarcazioni in legno (classiche, da lavoro, storiche, ecc.). Sento come dovere morale mobilitarmi per il recupero e la salvaguardia del patrimonio marittimo mondiale e quello della nostra penisola. La Cultura, la Storia, la Geografia dell'Italia è il mare che la circonda!”

 
(foto di Sergio De Riccardis)


Maurizio Borriello nasce a Napoli nel 1974. È laureato in Lingue e Civiltà dell'Oceano Indiano. Parla indonesiano-malese, hindi ma anche swahili, il che gli ha fornito nei lunghi soggiorni in Asia e Africa Orientale "accesso ai saperi del mare" (come ha ben scritto Carla Pagani su Nautica di Febbraio 2018). Dopo aver condotto diverse ricerche di etnoantropologia in Indonesia, Africa Orientale e India si trasferisce in Indonesia dove insegna presso la National University of Jakarta. Dal 2005 al 2006 lavora come volontario alla ricostruzioni delle imbarcazioni di pescatori distrutte dallo tsunami. Negli ultimi sette anni vive in Scandinavia di cui gli ultimi quattro in Norvegia dove restaura barche di interesse storico presso il museo marittimo. Ha imparato dappertutto, ha nella borsa degli attrezzi strumenti di tecnologie e culture lontane che non si conoscono ma sono accomunate dal lavoro sul mare. 

"Per capire davvero bisogna iniziare a fare"


Da quest’anno nelle scuole italiane si dedica l’11 Aprile alla Giornata del Mare. Maurizio Borriello saprebbe coinvolgere le platee di studenti più con il fare che con il dire. E’  pragmatico oltre che uno studioso. Ricorda la concezione dell’architetto  della definizione vitruviana:  l’architetto doveva essere istruito nelle lettere, nel disegno, nella geometria, doveva conoscere la storia, avere studiato la filosofia, intendersi di musica e anche avere qualche nozione di medicina, di giurisprudenza e di astronomia (Vitr., De arch., I, I). Tale concezione dell'architettura come di una scientia implicante alti e complessi studi, che deriva in Vitruvio dall'alto livello culturale dei grandi a. ingegneri del mondo ellenistico, è probabilmente utopistica per il mondo romano, pur non essendo teoricamente nuova (così docet la Treccani). Un sapere articolato e complesso che si traduce nel mondo romano in un fare sapiente.  
Architectus, dal greco ἀρχιτέκτων, capocostruttore, è parola introdotta in Roma dalla Grecia e che leggiamo per la prima volta in Plauto. In epoca tarda il termine architetto sembra degradarsi quasi a significare anche capomastro. L’ Architectus navalis può essere sia l'architetto di opere portuarie (cfr. Cic., De orat., i, 14), sia il progettista e costruttore di navi (C.I.L., XII, 723; X, 5371), forse direttore di quei  fabri navales, il cui spirito aleggia nell'opera sincretica  di Borriello.
Faber Navalis  è stato proiettato in festival di tutto il mondo riscuotendo consensi e premi:
Napolifilmfestival, Festival Troia teatro, Focus festival NY, Tieff ecc Tra i premi ricordiamo:
       San Francisco International Ocean Film Festival (USA) – (WINNER: IOFF 2017 MARITIME AWARD)
       IntimateLens – Festival of Visual Ethnography (Italy) (Special Mention)
       Open Art Short Film Festival (Germany) (2nd prize for Best Director of Photography and 2nd prize for Best Fine Art Film).


Il fascino di questo documentario origina dalla concretezza della passione secolare;  deriva dal fatto che il film non mira a raccontare come tecnicamente sia costruita la barca (di tali documenti è piena la Rete), ma descrive uno stato mentale, un’esperienza creativa che trasuda sensorialità. Il maestro d’ascia amplia la propria coscienza, percepisce ed è percepito dal legno, ascolta e carezza, tocca ed è toccato in un tutto unico, un set sistemico che trasmette serenità e compiutezza del Sé. Forse dopo l'Arco Zen di Eugen Herrigel, la Motocicletta Zen di Robert Pirsig ci mancava una Barca Zen. Ora l'abbiamo. (achille miglionico)