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lunedì 27 aprile 2026

LA CULTURA DEL DISSENSO [Non sempre si muore]. LA MOSTRA ROMANA DEDICATA AD #ANDREAPAZIENZA



Illustrazione di “Storie 1986-1988”, 
raccolta di racconti brevi, Andrea Pazienza - Fonte Ansa -

LA CULTURA DEL DISSENSO 

[Non sempre si muore]


Da aprile a settembre, nel quartiere Flaminio di Roma, sarà possibile visitare una grande mostra dedicata ad Andrea Pazienza, ospitata negli spazi della MAXXI – Museo nazionale delle arti del XXI secolo. L’esposizione, intitolata “Andrea Pazienza. Non sempre si muore”, prende il nome da una sua intervista del 1988 e raccoglie oltre 500 tavole, materiali d’archivio, tra cui bozzetti, lettere e poesie, e un grande murale restaurato, offrendo la possibilità di guardare al suo lavoro, edito e non, in modo ampio e immersivo.  

In modo naturale, complice la vicinanza con la Festa della Liberazione e il suo valore simbolico, questa notizia diventa per me più di un semplice evento culturale: si trasforma in un’occasione per tornare a riflettere su di una stagione del fumetto italiano in cui il disegno era anche una forma di dissenso, di critica, di linguaggio politico e generazionale. 


Andrea Pazienza, noto anche con lo pseudonimo PAZ, è stato uno degli autori più radicali e innovativi del fumetto europeo. Formatasi al DAMS di Bologna, nel pieno degli anni del movimento del ’77, ha esordito giovanissimo diventando rapidamente una figura centrale della controcultura italiana. 




Andrea Pazienza


Nella memoria di quanti hanno amato e amano il genere del fumetto, questa arte visiva, sequenziale e narrativa, in cui il racconto si svolge tra onomatopee, vignette e nuvolette, su tavole disegnate in cui prendono vita immagini e storie, Pazienza ha dato vita a personaggi – da Zanardi a Pentothal, fino a Pompeo – che non sono semplici protagonisti narrativi, ma veri e propri strumenti di lettura del disagio, del desiderio e delle contraddizioni di un’epoca.

Co-fondatore e figura chiave del collettivo di Frigidaire, rivista di fumetti, satira e inchiesta, questo straordinario artista ha contribuito a ridefinire il linguaggio del fumetto italiano, spingendolo oltre i confini tradizionali. Il suo segno, rapido e visionario, mescola energia, ironia e libertà compositiva, trasformando la tavola disegnata in uno spazio narrativo aperto e, assai spesso, spiazzante.

Scomparso prematuramente nel 1988, a soli trentadue anni, Pazienza lascia un’eredità che continua a interrogare non solo il mondo del fumetto, ma più in generale il modo in cui raccontiamo la realtà, il dissenso e le sue forme. Anche per questo, una mostra come quella del MAXXI non è soltanto un omaggio: è un invito a rileggere un’intera stagione culturale in cui il disegno, come tratto a mano e forma di pensiero, lontano dalle attuali contaminazioni dell’Intelligenza artificiale generativa, era, prima di tutto, espressione diretta e personale dell’autore. Sono dunque molteplici gli elementi per i quali, nonostante la breve carriera e una vita emotiva intensa, segnata da eccessi, Pazienza ha lasciato un’impronta profonda nella cultura visiva italiana ed è ancora oggi un punto di riferimento per molti artisti ed estimatori.




Frigidaire, la rivista

(https://www.frigolandia.eu)



“Paz e Pert”

quando il fumetto racconta il 25 aprile


Dicevamo che proprio di questi giorni cade la ricorrenza del 25 aprile, Festa della Liberazione, in cui l’Italia celebra la fine dell’occupazione nazifascista e la riconquista della libertà. Nel corso degli anni, questa memoria è stata raccontata in molti linguaggi: tra i più incisivi, c’è quello del fumetto, capace di descrivere vicende e momenti politici, semplificando, tra racconto, satira ed ironia, fatti e idee, generalizzando, ridicoleggiando, smontando i meccanismi del potere e riuscendo, assai più spesso di qualunque discorso, a fissarsi saldamente nella nostra memoria. 


Andrea Pazienza, artista geniale e ribelle, è stato certamente capace di intrecciare impegno civile, ironia e visione e se con Zanardi (Zanna), nichilista e crudele, incarna il disincanto degli anni ’80, con Pentothal simboleggia il movimento del ’77, sospeso tra sogno e conflitto, con Pompeo, fragile e autobiografico, racconta la vita di eccessi e la discesa nella spirale dell’eroina, con “Pertini il Partigiano”, apre un nuovo filone in cui Sandro Pertini si fa simbolo della Resistenza e presidente amato dagli italiani.



Pazienza trasforma Sandro Pertini in “Pert” e ne fa il protagonista di vignette surreali (Cfr. Pertini, Primo Carnera Editore, 1983) in cui Pertini si presenta come comandante duro e umano insieme mentre Paz è il suo goffo e sbadato “luogosergente” e, insieme, raccontano tra omaggio e parodia, in modo alternativo e originale la Liberazione: anche quando il modulo narrativo di Pazienza si fa leggero, ma non banale, il messaggio resta forte. Il lavoro artistico di Andrea Pazienza ci ricorda che la memoria non è solo celebrazione, ma anche interpretazione, dubbio, persino ironia. E che la libertà, per restare viva, ha bisogno di essere raccontata in diversi modi e linguaggi - anche quelli più irriverenti.


Arte e dissenso


Il “dissenso” e la “ribellione” rivisitati attraverso la narrativa fumettistica rivelano fattori storici, comuni e non, caratteri distintivi tra le generazioni e i loro ideali, si prestano ad una lettura stratificata permettendoci di cogliere quanto il dissenso sia importante nel condurre una generazione dal suo stato infantile alla sua piena maturità. A ciò potremmo aggiungere la fondamentale considerazione, di matrice analitico-transazionale, che ci offre il quadro dinamico di come gli stati dell’Io si alternino tra norme, regole, giudizi, razionalità, impulso e ribellione. 

Il fumetto di Pazienza diventa così anche una sorta di laboratorio emotivo: - mostra cosa accade quando il Bambino Ribelle domina; - denuncia l’assenza di mediazione (Adulto); - cerca, attraverso figure come Pertini, un possibile equilibrio.

Da un lato incontriamo spesso forme di dissenso senza direzione: sono ribellioni che nascono e muoiono in un giorno o poco più, non hanno alcuna reale autonomia, non nascono né da un bisogno autentico, né da obiettivi consapevoli, abitano corpi adulti ma non sono altro che l’esempio reiterato nel tempo del bambino adattato negativamente all’ambiente circostante: egli (il bambino ribelle) reagisce, crea un legame di dipendenza  “in opposizione” al volere altrui, e chiama impropriamente ogni sua reazione ribellione .. mentre, di fatto, ogni ribellione, priva di direzione, maturità e consapevolezza adulta, finisce per rivelare fragilità personali e rischia la deriva individuale e generazionale.


Infine, penso che la rappresentazione di una ribellione artistica così potente e creativa, come in Andrea Pazienza, in rottura con gli schemi culturali e artistici precedenti e densa di contenuti, abbia dato voce a una generazione inquieta, dai cui ideali possiamo ancora apprendere molto, sia come autenticità emotiva che come libertà espressiva: la sua non è solo reazione, ma una scelta evoluta e adulta di stili e contenuti comunicativi.

Oggi il dissenso tende a manifestarsi in forme più diffuse e immediate, spesso mediate dal digitale e dalla comunicazione rapida: meno radicale nella rottura, ma più accessibile e condiviso. Proprio per questo, il confronto con Pazienza evidenzia la differenza tra una ribellione vissuta fino in fondo e un dissenso diffuso che tende a disperdersi nella molteplicità dei linguaggi contemporanei.


Non tutte le guerre si fanno con le armi:

in un tempo di fonti incerte

di verità instabili 

e di realtà sempre più digitali, 

l’arte resta una forma potente di ribellione.



Lidia M. Ratti


venerdì 4 luglio 2025

RECENSIONE SPOILER: JURASSIC WORLD - RINASCITA

 

La pellicola è il sequel stand-alone di Jurassic World - Il dominio (2022) e il settimo film del franchise di Jurassic Park.

 

  JURASSIC WORLD - RINASCITA 

 

Con Jurassic World: Il Dominio si era ufficialmente chiuso il cerchio di una saga cinematografica iniziata nel lontano ‘93 con il rivoluzionario Jurassic Park di Steven Spielberg. Sembrava la fine definitiva dell’epopea dei dinosauri sul grande schermo. Ma poi, ecco arrivare Jurassic World: Rinascita, un nuovo capitolo che riapre le porte di un mondo preistorico dove l’uomo e le creature più temibili della storia continuano a incrociare i propri destini.


REGIA E SVILUPPATORI :
A dirigere questo film è Gareth Edwards, regista di successo già noto al grande schermo per aver diretto Godzilla (2014) e Rogue One: A Star Wars Story (2016). La sceneggiatura è di David Koepp, sceneggiatore dei primi due Jurassic Park, inoltre è presente Steven Spielberg come produttore esecutivo del film. 
CAST PRINCIPALE:
Scarlett Johansson – interpreta Zora Bennett, esperta di operazioni segrete. Due volte candidata all’Oscar (Jojo Rabbit, Marriage Story) e nota per il ruolo di Vedova Nera nel MCU 
Jonathan Bailey – è Dr. Henry Loomis, noto sul palco e schermo per Bridgerton, Wicked, vincitore di un Laurence Olivier e candidato Emmy 
Mahershala Ali – interpreta Duncan Kincaid, leader del team navale. 2 Oscar come miglior attore non protagonista (Moonlight, Green Book) 
Rupert Friend, Manuel Garcia‑Rulfo, Ed Skrein, Luna Blaise e altri completano il cast


LA TRAMA IN BREVE:
Il film si apre con una sequenza flashback sull’isola proibita di Saint-Hubert, nell’Atlantico, la InGen ha creato dinosauri transgenici, tra cui il pericoloso Distortus rex, un T-Rex mutante a sei arti che riesce a fuggire a causa di un malfunzionamento, costringendo la struttura all’abbandono.
Diciassette anni dopo, nel 2027, la Terra è diventata ostile per i dinosauri sopravvissuti, ormai rifugiati in aree isolate. Zora Bennett, agente sotto copertura, viene ingaggiata da Martin Krebs della ParkerGenix per una missione segreta: prelevare sangue da grandi esemplari di dinosauri sull’isola, utile a sviluppare un farmaco contro le malattie cardiovascolari.
Zora, il paleontologo Dr. Henry Loomis e il capo squadra Duncan Kincaid ottengono un primo campione da un Mosasaurus. Durante il tragitto, il team salva la famiglia naufragata di  Reuben Delgado, che stavano intraprendendo un avventura in mare, ma un attacco di Spinosaurus e Mosasaurus causa la morte di due membri della squadra e separa i Delgado dal gruppo.
Il team riesce poi a prelevare campioni da un Titanosaurus e da un uovo di Quetzalcoatlus, perdendo però un altro membro, Leclerc, durante un attacco. Nel frattempo i Delgado incontrano un piccolo Aquilops, battezzato Dolores, e sfuggono a un T-Rex grazie a un gommone.
I gruppi si riuniscono nel laboratorio abbandonato, dove vengono assaliti dai Mutadon, ibridi tra raptor e pterosauri. Il Distortus rex distrugge l’elicottero di salvataggio e uccide Martin Krebs. Il gruppo trova infine una barca collegata alla struttura tramite una pista sotterranea e riesce a fuggire dal D-rex, precedentemente distratto dal sacrificio di Duncan, poi rivelatosi vivo. Con i campioni in salvo, Zora e Henry decidono di distribuire il nuovo farmaco senza brevetto, rendendolo accessibile a chiunque ne abbia bisogno.


 
LE SCENE DI AZIONE E I DINOSAURI IN CGI:
Se c’è un elemento che Jurassic World: Rinascita riesce a portare in scena con grandissima efficacia, sono proprio le sequenze d’azione. Edwards da alla luce un film che vibra di tensione e spettacolarità, ma senza mai dimenticare la dimensione umana e la suspense tipica dei primi  Jurassic Park. 
Fin dai primi minuti, il film mette in chiaro le sue intenzioni: ci troviamo davanti a una storia che vuole farci sentire piccoli e vulnerabili di fronte a creature gigantesche e incontrollabili. E questo si traduce in scene mozzafiato, spesso girati con uno stile più fisico e “sporco”, molto vicino alla macchina a mano, che restituisce una sensazione di realismo e pericolo immediato. 
Nelle scene più spaventose, Edwards gioca sapientemente con le luci (neon, bagliori improvvisi, riflessi metallici) per creare un ambiente quasi horror, dove il pubblico è sempre sul filo del terrore. Tutte queste sequenze mostrano la capacità del regista di fondere azione pura e tensione thriller, senza mai scadere nel caos gratuito.
La CGI di Jurassic World: Rinascita è uno dei punti di forza del film. Edwards ha scelto di usarla con misura, integrandola spesso con animatronics e scenografie reali. Questo approccio dona ai dinosauri una presenza fisica più convincente, soprattutto nelle scene ravvicinate, dove pelle, occhi e movimenti appaiono straordinariamente realistici.


RIFERIMENTI, I CAMEO E LA NOSTALGIA:
Nel film ci sono moltissimi riferimenti ai precedenti Jurassic Park, disseminati come piccoli easter egg per gli appassionati della saga. Innanzitutto, troviamo il pullman con la scritta “Crichton Middle School”, un chiaro omaggio a Michael Crichton, l’autore dei romanzi originali da cui tutto ha avuto inizio.
L’arrivo su Saint-Hubert richiama moltissimo quello sull’isola del primo film, ricreando quell’atmosfera di meraviglia e mistero. Allo stesso modo, la sequenza dell’attacco degli Spinosauri è un evidente riferimento al terzo capitolo della saga. C’è poi la scena dei Titanosauri, in cui il paleontologo Henry Loomis si commuove fino alle lacrime: è un momento che ricorda molto da vicino la famosa scena di Grant accanto al triceratopo malato nel primo film, dove scienza ed emozione si intrecciano profondamente.
Un riferimento davvero interessante riguarda la scena dell’inseguimento del gommone da parte del T-rex. Questa sequenza, infatti, compare già nel primo romanzo di Crichton e inizialmente era stata concepita per essere inserita anche nel primo film. Tuttavia, venne scartata per motivi di budget e per le difficoltà tecniche dell’epoca.
 L’attacco dei Mutadon, invece, è un chiaro richiamo alla scena dei raptor in Il Mondo Perduto, mentre la fuga di Krebs verso il porto con i campioni ricorda molto da vicino quella di Dennis Nedry nel primo film.
Infine, anche la scena conclusiva con la visione dei delfini sembra un omaggio diretto a Jurassic Park, chiudendo il cerchio dei riferimenti e regalando agli spettatori un senso di continuità con la saga originale.
Molte di queste scene sono inoltre accompagnate dalla mitica colonna sonora di John Williams, trasferendo al film quella magia dei primi film che si è andata sempre più spegnendo con la trilogia World.
Ma perché tutto questo? Il regista Gareth Edwards ha dichiarato apertamente che questo film è una lettera d’amore a Steven Spielberg e ai primi  Jurassic Park. Sottolinea come il progetto sia nato dal desiderio di far rivivere la meraviglia e la paura sperimentate guardando il film originale del 1993—quel mix di avventura e suspense che ha segnato un’epoca . Ha voluto riprendere non solo lo spirito ma anche l’estetica, optando per la pellicola Kodak e un approccio visivo più "organico", con una scelta di camera e lente che richiamano i glow e la profondità della saga classica.


L’IMPORTANTE MESSAGGIO DEL FILM:
Il film ribadisce con forza il tema che da sempre contraddistingue la saga: la manipolazione della realtà, la presunzione di onnipotenza umana, e il desiderio di giocare a fare Dio. Ma stavolta il discorso va oltre: il finale, con la decisione di distribuire il farmaco genetico senza brevetto, suggerisce un monito morale: se riprendiamo il potere di alterare la natura, dobbiamo assumercene la responsabilità, e restituire alla collettività ciò che è stato sottratto.
In sostanza, Jurassic World: Rinascita non si limita a ripetere il monito contro le presunzioni umane, ma ci spinge a domandarci: come usiamo la conoscenza che abbiamo? È giusto farlo per il bene comune, o solo per profitto? 

Parafrasando Spielberg: non basta lasciare il cinema affamato, serve anche lasciare il pubblico speranzoso.

(giuseppe paparella) 

mercoledì 4 dicembre 2024

MONDO #MARVEL: PUNTO STORICO

 

 


 

 

 MARVEL: L'IMPERO CHE HA CONQUISTATO IL MONDO: 

Dagli albi a fumetti ai blockbuster hollywoodiani, la Marvel ha conquistato il mondo. Da Spider-Man a Iron Man, passando per gli Avengers e gli X-men, i supereroi creati dalla Casa delle Idee sono entrati nell'immaginario collettivo. Ma come è nata questa vera e propria industria dell'intrattenimento? Scopriamo insieme l'incredibile evoluzione della Marvel, dalle sue umili origini fino all'impero cinematografico che domina oggi il box office mondiale.

 

COME NASCE LA MARVEL: LE ORIGINI E LA RIVOLUZIONE DEGLI ANNI ’60

 

La Marvel Comics, nata nel 1939 con il nome di Timely Comics, ha avuto un’evoluzione straordinaria, trasformandosi da piccola casa editrice di fumetti a un colosso dell'intrattenimento globale. I principali esponenti erano: Jack Kirby, Steve Ditko e la leggenda Stan Lee, considerato da molti il padre della Marvel.
Negli anni '60, sotto la guida di questi tre colossi, la Marvel rivoluzionò il mondo dei fumetti. Personaggi iconici come Spider-Man, Iron Man, Thor, Hulk e i Fantastici Quattro fecero il loro debutto, introducendo un concetto innovativo, i supereroi imperfetti: i personaggi presentavano debolezze, conflitti interiori e una straordinaria umanità che li rendeva più vicini ai lettori.
Un notevole esempio è Peter Parker, il nostro amichevole Spider-Man di quartiere. Sotto la maschera è solo un adolescente che deve affrontare le stesse sfide di chiunque altro: problemi a scuola, difficoltà economiche, amori non corrisposti. Questa sua umanità fa sì che i lettori si identifichino con lui.
Un’altra idea di Stan Lee fu quella di creare un universo condiviso, l'Universo Marvel, dove tutti questi personaggi interagivano tra loro. Questa interconnessione narrativa, mai vista prima nel mondo dei fumetti, creò un senso di coesione e di continuità che catturò l'immaginazione dei lettori.


L’ETA’ D’ORO: GLI ANNI ’60 E ’70

 

Gli anni '60 e '70 rappresentarono l'età d'oro della Marvel, con la creazione di numerose testate e l'introduzione di nuovi personaggi come gli X-Men, i Vendicatori e il Dottor Strange. L'universo Marvel si espanse rapidamente, dando vita a saghe epiche e a crossover memorabili che coinvolgevano un numero sempre crescente di eroi e villain. Un esempio è Wolverine, inizialmente concepito come comparsa nel fumetto “The Incredible Hulk” n181 (ottobre 1974) e poi divenuto uno degli antieroi più amati di sempre.
Per chi volesse recuperare il fumetto, qui la ristampa di casa Panini Comics: https://www.panini.it/shp_ita_it/marvel-replica-edition-the-incredible-hulk-181-mfacs002isbn-it08.html


GLI ANNI ’80: SECRET WARS E L'IMPATTO DEGLI EVENTI CROSSOVER

 

Uno degli eventi più significativi degli anni '80 fu sicuramente Secret Wars. Questa maxi-serie, pubblicata tra il 1984 e il 1985, vide i più grandi eroi e villain della Marvel trasportati su un pianeta alieno per un'epica battaglia. Secret Wars segnò un punto di svolta per l'editore, introducendo nuovi elementi narrativi e visivi che avrebbero influenzato le storie a venire.
L'impatto di Secret Wars fu enorme:
Aumento delle vendite: L'evento attirò nuovi lettori e aumentò le vendite di tutte le testate Marvel.
Introduzione di nuovi elementi: Venne introdotto il simbionte alieno, che in seguito si sarebbe legato a Spider-Man diventando Venom, e vennero modificati alcuni aspetti dei costumi dei personaggi, come il famoso costume nero di Spider-Man o anche il costume marrone di Wolverine.
Nascita dei maxi-eventi: Secret Wars inaugurò l'era dei maxi-eventi crossover, che da quel momento in poi sarebbero diventati una costante nella produzione Marvel.
Per chi volesse recuperare il fumetto, qui la ristampa di casa Panini Comics: https://www.panini.it/shp_ita_it/marvel-replica-edition-marvel-super-heroes-secret-wars-1-mfacs007isbn-it08.html

GLI ANNI '90, UN DECENNIO DI CAMBIAMENTI: L’ASCESA DEI MUTANTI

Gli anni '90 sono stati un periodo di transizione per la Marvel. Dopo l'euforia degli anni '80, caratterizzati da eventi crossover epici e un'espansione dell'universo, gli anni '90 hanno visto un tentativo di tornare a storie più incentrate sui singoli personaggi e sulle dinamiche interne ai team.
Uno dei fenomeni più rilevanti degli anni '90 è stata l'ascesa degli X-Men. La saga "X-Men: Un Futuro Perfetto" ha avuto un impatto enorme, introducendo nuovi personaggi come Cable e Bishop e approfondendo i temi della discriminazione e della tolleranza. Questa saga ha contribuito a rendere gli X-Men uno dei team più popolari della Marvel.


È proprio in questo contesto che fa il suo ingresso Deadpool. Creato da Rob Liefeld e Fabian Nicieza e apparso per la prima volta in “The New Mutants” n98 (febbraio 1991), Deadpool, con il suo umorismo nero, la sua quarta parete e la sua follia, ha rapidamente conquistato il cuore dei lettori. Egli rappresentava una nuova generazione di antieroi, caratterizzati da una moralità ambigua e da un'ironia cinica. Il suo successo ha aperto la strada ad altri personaggi simili, come Venom, che ha visto una rinascita di popolarità in quegli anni.
Per chi volesse recuperare il fumetto, qui la ristampa di casa Panini Comics: https://www.panini.it/shp_ita_it/marvel-replica-edition-new-mutants-98-mfacs004isbn-it08.html
 


L'INVASIONE DEL GRANDE SCHERMO

 

Il vero punto di svolta per la Marvel arrivò con l'avvento del nuovo millennio e l'ingresso nel mondo del cinema. A fine anni ’90 e nei primi anni 2000 arrivano su grande schermo le prime pellicole: “Blade” (1998), “X-men” (2000), “Spiderman” (2002), “Fantastic Four” (2005) e i loro rispettivi sequel. Nel 2008, con l'uscita di "Iron Man", la Marvel Studios diede il via a un ambizioso progetto: creare un universo cinematografico condiviso, il Marvel Cinematic Universe (MCU).
Il successo del MCU fu immediato e travolgente. Film come "The Avengers", "Black Panther" e "Guardians of the Galaxy" diventarono dei fenomeni di cultura pop, incassando miliardi di dollari al botteghino e conquistando un pubblico vastissimo.
 

L'EREDITÀ DELLA MARVEL

L'impatto della Marvel sulla cultura popolare è innegabile. I suoi personaggi sono diventati icone globali, ispirando generazioni di lettori e spettatori. La Marvel ha dimostrato che i fumetti possono essere molto più di un semplice passatempo, diventando un mezzo per esplorare temi complessi come l'identità, la diversità, il potere e la responsabilità. Nemmeno l’emergenza coronavirus ha fermato questo colosso, la Marvel ha continuato a realizzare contenuti pubblicandoli sulla piattaforma Disney+.
 

IL FUTURO DELLA MARVEL

Il futuro della Marvel sembra luminoso. Con nuovi film, serie TV e progetti animati in arrivo, questo universo continuerà a espandersi e a sorprendere il pubblico. Inoltre, la Marvel è sempre più attenta alla rappresentazione di personaggi provenienti da diverse culture e background, dimostrando una grande sensibilità verso i temi della diversità e dell'inclusione.
In conclusione, la Marvel Comics è molto più di una semplice casa editrice. È un universo narrativo complesso e affascinante che ha lasciato un'impronta indelebile sulla cultura popolare. La sua capacità di evolversi e di adattarsi ai tempi, pur mantenendo la propria identità, è la chiave del suo successo.
 

by Giuseppe Paparella

lunedì 19 agosto 2024

#THE ACOLYTE FINALE DI SERIE #disney +: PRIME IMPRESSIONI

 







The Acolyte - La seguace (Star Wars: The Acolyte) è una serie televisiva USA ideata da Leslye Headland e prodotta da Lucasfilm. Distribuita sulla piattaforma streaming Disney+ (dal 5 giugno 2024), la serie, di cui si è conclusa la prima stagione, ha avuto successo e molta eco tra i fan dell'universo - illimitato quanto quello vero - di Guerre Stellari ed ha sollevato naturalmente anche tanti malumori in una epoca digitale in cui le opinioni personali contano forse troppo e non rimangono più confinate in un bar, tra amici o in famiglia ma si moltiplicano sui più svariati argomenti. In Rete è forte la tendenza tuttologica per cui ci si sente all'occorrenza critici cinematografici, geopolitici, medici, virologi, astrofisici, esperti di alimentazione ecc. 
Seguo quando posso serie televisive (non pluriennali) di vario tipo, amo da ragazzo e adulto la SF cui mi hanno introdotto grandi AA. - come Isaac Asimov e Carl Sagan, entrambi scienziati prima che scrittori, o Arthur Clarke che era un inventore . 
Mi affascinò da subito il vasto sapere  di Lucas nell'ideare la prima pellicola  della saga: infatti si è ispirato al pensiero del noto antropologo statunitense Joseph Campbell. George Lucas è stato il primo regista di Hollywood a subire l'influenza di Campbell. Lucas stesso ammise nel 1977 che la sua storia era stata ispirata, in parte, all'  L'eroe dai mille volti e altre opere di Campbell. 
A me la serie The Acolyte - La seguace è piaciuta senza si e senza ma, anche perché non è finita che la prima stagione: essa è  legata ad un mondo che ho visto crescere con gli occhi affascinati della mia stessa adolescenza. Certo colpisce chi segue film e serie della mitologica saga, la crescente capacità tecnologica di realizzazione in campo di SF per cui la finzione digitalica appare una iper-realtà. Per gli appassionati (e non) è la sesta serie televisiva live action ambientata nell'universo di Guerre stellari. Per chiarire la cronologia degli eventi pseudostorici occorre dire che le vicende narrate si svolgono 100 anni prima di quelle narrate in Star Wars: Episodio I - La minaccia fantasma. Il noto manicheismo rappresentato nella Saga si complica ulteriormente. Dove finisce il Lato Oscuro? e il Lato Chiaro? Buona lettura con  le considerazioni di Giuseppe Paparella, giovane e brillante neo-collaboratore della ns. e-zine. (a.m.)


Il cast




THE ACOLYTE FINALE DI SERIE: PRIME IMPRESSIONI

La nuova serie tv disney + targata star wars è giunta al termine. Sviluppata da Leslye Headland, è ambientata durante la fine dell'era dell'Alta Repubblica, un periodo antecedente agli eventi dei film principali di Star Wars. La trama esplora temi di mistero e potere oscuro, seguendo la storia di un personaggio che inizia come apprendista ("accolito") e viene attratto verso il lato oscuro della Forza. L’ottavo ed ultimo episodio della serie The Acolyte, chiude in maniera emozionante alcune importanti linee narrative, che hanno fatto da fulcro per questa prima stagione, e ne apre invece altrettante in vista di una seconda, di cui si parla ma di cui non si sa ancora niente (se ci sarà non ne abbiamo certezza, anzi) . 

IL FINALE DI THE ACOLYTE (no spoiler):

Questa puntata si intitola, come la serie, proprio “The Acolyte”, e ruota infatti intorno alla figura del vero Accolito che finalmente compie i primi passi verso il suo destino. Come detto l’episodio chiude le linee narrative principali che ci hanno introdotti alla serie, e che si sono diramate dagli eventi di Brendok, e ne introduce ulteriori fornendoci dettagli preziosi sul passato di altri protagonisti.

Anche in questa occasione gli scontri e i combattimenti, oltre ad essere coreografati alla perfezione, ci hanno mostrato elementi che si sono sposati perfettamente con la trama della serie. Per non parlare dei due camei principali, che hanno contribuito ad allargare notevolmente la narrazione per un’ormai certa seconda stagione. In questo senso i primi otto episodi rappresentano quasi “un’introduzione” che passo dopo passo ha ampliato la portata degli albori di quella che sarà la lotta tra lato chiaro e lato oscuro nella saga principale, coinvolgendo sia i jedi e i loro oppositori (sia politici che sith). Ma ora arriviamo al momento degli spoiler, quindi non proseguite se non avete visto il finale.

RESA DEI CONTI SU BRENDOK (spoiler):

Dopo le rivelazioni sul passato, le prime sequenze dell’episodio finale di The Acolyte ci preparano alla resa dei conti su Brendok nel presente. Osha e Mae si ritrovano sul loro pianeta natale insieme al Maestro Sol e a Qimir, che anche in questa occasione ingaggeranno un epico scontro senza esclusione di colpi. In questi frangenti avviene il definitivo scambio tra le sorelle, che però ormai sappiamo rappresentare l’equilibrio costante di un singolo individuo tra lato chiaro e lato oscuro. Se all’inizio il lato oscuro era predominante in Mae e quasi assente in Osha, ora è il contrario. Le gemelle, infatti, vanno viste come un’unica entità in due corpi separati, e in questo abbiamo la metafora di un Force user che lotta costantemente tra luce e oscurità, tra Bene e Male, in eterna antinomia (come materia e antimateria).

Dal canto suo, anche il Maestro Sol dimostra definitivamente di non essere l’affidabile jedi che abbiamo conosciuto inizialmente. Egli, infatti, è convinto di aver agito nel giusto, anche in merito all’assassinio di Madre Aniseya, e non esita ad incolpare Mae per aver fatto degenerare tutto 16 anni prima. Sarà proprio questa convinzione del jedi, unita alla scoperta della verità su sua madre, che porterà Osha a compiere il definitivo passaggio al Lato Oscuro. Sarà lei, infatti, ad eliminare Sol con un Force choke alla “Darth Vader”, riuscendo a far sanguinare il cristallo kyber del suo ex Maestro. 



LA SCELTA DI VERNESTRA:

L’ uccisione di Sol porterà quindi le gemelle a ritrovarsi, ma la loro reunion sarà breve. Nel frattempo, infatti Vernestra le ha seguite su Brendok con una squadra di jedi, e tra i tanti risvolti interessanti sul personaggio scopriamo che Qimir fu proprio un suo ex padawan. Vernestra dimostra ancora una volta un’indifferenza quasi inimmaginabile nella giovane se stessa del passato: ella, infatti, sfrutta Sol utilizzandolo come capro espiatorio per insabbiare tutta la faccenda agli occhi del Senato Galattico. Sicuramente in cento anni passati da quando l’abbiamo conosciuta è cambiata enormemente, ma personalmente sono convinto che anche in questo caso le questioni non siano così acclarate come vogliono mostrarci e che sotto questo suo comportamento inaspettato ci siano ben altre ragioni che ancora non conosciamo.


I CAMEI E L’AMPLIAMENTO DELLA NARRAZIONE:

Nella scena finale della puntata, la Maestra Vernestra si ritrova proprio a parlare con Yoda, dimostrandoci che potrebbe esserci molto altro sotto. Si delineano dettagli per una seconda stagione che la vedrà più protagonista, ampliando il punto di vista dei jedi e del Senato sui sistemi galattici e politici che porteranno alla trilogia prequel. Sempre in contrapposizione tra i due lati della Forza, nella puntata finale avviene anche il clamoroso debutto in live action di Darth Plagueis, ufficialmente confermato come Muun anche nel canone audiovisivo.

Se da un lato quello di Yoda allarga la prospettiva narrativa sui jedi, il cameo di Plagueis “ridimensiona” la figura di Qimir e lo lascia per il momento un semplice Force user oscuro (ma non di certo meno interessante). È probabile, infatti, che il ragazzo sia una pedina nelle mani del Muun, che aspetta il momento adatto per capire chi dei due tra lui e Osha sia realmente degno di essere suo Apprendista Sith. Oppure che ci sia dell’altro, dopotutto mancano infatti ben 50 anni alla nascita di Palpatine, e tutto può ancora accadere.


CONSIDERAZIONI FINALI:


Finisce così l’ultima puntata della prima stagione di The Acolyte, questa serie ha sicuramente tanti pregi e alcuni lati "oscuri" da dipanare ma la considero in tutto e per tutto un ottimo prodotto di Star Wars. Infatti, questa serie gode di un primato: aver portato per la prima volta su schermo molti elementi rivenienti da opere cartacee, integrandoli perfettamente con la trama. Un esempio può essere il Voto di Barash, il Cortosis, il rituale del Sanguinamento, la Vergenza e molti altri elementi che rendono questa serie davvero originale. Come detto in precedenza però sono presenti alcuni difetti come, ad esempio, la scrittura talora frettolosa ( o tagli di montaggio?) su alcuni punti a causa dello scarso minutaggio degli episodi imposto dalla Disney.

Per il resto questa serie ci ha regalato spunti notevoli tra scenografia e scenotecnica tra tutti i prodotti live action di Star Wars. Continuerà?


(Giuseppe Paparella)


NOTE: 

accòlito (ant. acòlito) s. m. [dal lat. eccles. acoly̆thus, che è dal gr. ἀκόλουϑος «compagno di viaggio», comp. di ἀ- copulativo e κέλευϑος «sentiero»]. 



martedì 9 luglio 2024

Inside Out 2 , campanello rosso: in arrivo la pubertà! e nuove emozioni.

 



Inside Out 2 , campanello rosso: in arrivo la pubertà! e nuove emozioni.




Riflettori accesi su Inside Out 2 nelle sale cinematografiche a partire dal 19 Giugno ed è già campione di incassi. Grandi ascolti, aspettative, spunti di riflessione psicoeducativi. Il cartoon sta conquistando grandi e piccoli. Perché?

Inside Out 2 : è un film d'animazione del 2024 diretto da Kelsey Mann. Il film è il sequel di Inside Out (2015) prodotto da Pixar Animation Studios, in co-produzione con Walt Disney Pictures, e distribuito da Walt Disney Studios Motion Pictures. 

Il film delle Emozioni. Tra Out(side) e Inside, tra Fuori e Dentro (la psiche)

È il film delle emozioni, con una trama su due livelli: l’ Out, ovvero ciò che accade fuori, dunque la vita della ormai adolescente tredicenne Riley alle prese col primo brufolo e peli, con la passione per il gioco dell’ hockey e che vive con la sua famiglia, a San Francisco (un trasloco che coincide con l’ingresso nella pubertà) e l’ Inside, ovvero ciò che succede dentro il cervello di Riley. 


Inizialmente i cinque personaggi di questo suo mondo interiore sono le emozioni base del nostro animo: Gioia, Tristezza, Rabbia, Paura e Disgusto. Ed è qui la vera novità della pellicola: mettere in primo piano emozioni che di solito vogliamo tenere ben nascoste, a noi stessi e agli altri aggiungendone altre. Le prime cinque emozioni hanno nel frattempo creato una nuova sezione della sua mente, chiamata Senso di Sé, che ospita ricordi e sentimenti che costituiscono la personalità fondamentale di Riley. Gioia, ha l'intento di riempire il Senso di Sé solo con ricordi positivi, ha anche inventato un meccanismo che lancia qualsiasi ricordo negativo nel retro della mente della ragazza. 
Riley e le sue migliori amiche, Bree e Grace, sono invitate per un week-end a un campo di hockey, dove Riley spera di qualificarsi per la squadra della sua scuola, i Firehawks. La notte prima del campo, suona un allarme: pubertà e un gruppo di operai della mente irrompe nel quartier generale per aggiornare la console delle emozioni. Riley, la protagonista del film non solo nota il suo corpo cambiare, ma cambiano le esigenze e la lista delle sue priorità.

 Arrivano nuove emozioni al Quartier Generale e si presentano: Ansia, Invidia, Imbarazzo ed Ennui. 

Ennui è la Noia, ma nella accezione filosofica, alla Sartre.



Sebbene inizialmente amichevoli, le nuove e le vecchie emozioni si scontrano per i loro approcci diversi; in particolare, Gioia pensa che Riley dovrebbe concentrarsi sul divertirsi al campo, mentre Ansia vuole che lei ottenga un posto nella squadra e faccia nuove amicizie con le ragazze popolari, soprattutto dopo aver appreso che Bree e Grace andranno in un liceo diverso creando un senso di sé diverso da quello di gioia, pieno di proiezioni. 

Perché l'Out del film conta tanto quanto l'Inside? 

Il film dimostra quanto i fatti e le esperienze della vita incidano sulla reazione emotiva degli adolescenti. Riley diventa sempre più esigente con se stessa durante il campo estivo, anche perché i suoi genitori "non vedono" la sua sofferenza e il suo disagio. Il mondo dell’Out non capisce che cosa succede dentro (Inside) la testa della ragazzina. 

Quando un figlio sperimenta un’emozione negativa ha bisogno di adulti che sappiano leggerla e che sappiano accompagnarlo, sostenendo la sua fatica e non avendo paura del suo dolore, della sua ansia. 

Di solito gli adulti sanno interagire solo con la rabbia del bambino, ma a volte nemmeno con quella: la tristezza, l’ansia di un figlio invece fa male. Vorrebbero avere un piccolo ometto sempre felice e, se soffre, spesso i genitori si fanno in quattro per insegnargli a non subire, per provare a fargli credere che il suo stare male non serve a nulla, che non c’è un motivo valido. Quanti maschi si sentono dire: Non piangere, perché è una cosa da femminucce ? Quanti bambini di fronte ad un dolore vengono accompagnati da frasi inutili come: Ormai sei grande non devi soffrire per questo ? Invece, 

entrare nelle emozioni negative di un adolescente significa prima di tutto sapere che ci sono e imparare ad accettarle insieme a lui.


Ci sono almeno tre buoni motivi per mettere l’esperienza filmica al centro dell’attenzione psicoeducativa. 

Il film offre vari spunti di riflessione in primis sulla PUBERTÀ. Che cos’è? É il periodo in cui si raggiunge la maturità sessuale e l’individuo diventa capace di procreare. Consiste in una serie di trasformazioni fisiche e psico-fisiche attraverso le quali il corpo del bambino si trasforma nel corpo di un adulto. L’insorgere e la durata di questi cambiamenti varia da individuo a individuo: 10 ai 13 anni circa per le femmine -12 ai 15 anni circa per i maschi, si verificano cambiamenti radicali che trasformano i bambini in uomini e donne. Questo periodo, chiamato pubertà, è difficile e delicato, coinvolge profonde trasformazioni sia fisiche sia psicologiche. Nel difficile compito dell’educazione emotiva si evince dal film quello che lo studioso, John Gottman suggerisce ai genitori e insegnanti: Indossare i panni degli allenatori, accettando e ascoltando le emozioni dei loro figli, interessandosi delle loro vite, imparando a riconoscere prima che si trasformino in crisi durante la pubertà.

John Gottman

Secondo motivo per riflettere per riflettere: nel film Inside Out 2 sono le emozioni di Tristezza e Ira che svolgono un ruolo cruciale nella vita dei genitori di Riley. Esploriamo perché queste emozioni sono così significative: 

1. Tristezza ed empatia materna:

La tristezza è un'emozione complessa e multiforme. Spesso la società tende a concentrarsi sulla gioia e la felicità, relegando la tristezza in secondo piano. Tuttavia, Inside Out 2 ci dimostra che anche la tristezza ha la sua funzione vitale. La tristezza ci permette di elaborare le perdite, imparare da esperienze dolorose e connetterci con gli altri. Nel caso della madre di Riley, la tristezza materna è sostenuta dall’ empatia. Capisce le emozioni di sua figlia e può sintonizzarsi con i suoi bisogni emotivi. L'empatia materna significa sentire e comprendere le emozioni dei figli, il che richiede una profonda connessione con la tristezza. La madre di Riley è in grado di consolarla, convalidare i suoi sentimenti e offrire supporto emotivo.

2. Rabbia e Protezione paterna:

La rabbia è un'altra emozione fondamentale del film. Anche se a volte è associato alla negatività, ha anche il suo scopo. La rabbia sorge quando percepiamo una minaccia o un'ingiustizia. Il padre di Riley rappresenta l'istinto protettivo. La sua rabbia si attiva quando sente che sua figlia è in pericolo o quando qualcosa non funziona correttamente. La rabbia paterna è come uno scudo che difende Riley e fissa limiti alla sua sicurezza. La rabbia è anche legata all'azione e al processo decisionale. Il padre di Riley agisce per proteggerla, il che riflette il suo ruolo attivo nella sua vita. Tristezza erabbia, nei genitori, possono diventare strumenti per crescere, proteggere e guidare i loro figli.

Terzo spunto di riflessione che offre il film è conoscere le proprie emozioni. Come afferma la scrittrice Emanuela Breda Reprimere le proprie emozioni è come avere una bomba a orologeria nel corpo.
Può capitare di dover «regolare» cioè controllare le proprie emozioni (spesso le spiacevoli) per renderle funzionali ad affrontare la situazione. Tale processo di regolazione ha un costo che prende il nome di «emotional labor», che tradurremo con «costo del controllo emotivo». 

Inside Out 2 ci insegna che è importante valorizzare la tendenza a vedere la situazione da più punti di vista e attraverso modalità maggiormente orientate al processo e al cambiamento anziché al giudizio. Nel film vi è l’invito ad esprimere le proprie emozioni e legittimare quelle altrui. La validazione emotiva diviene elemento importantissimo nelle relazioni. Tutte le emozioni, anche quelle considerate negative, sono essenziali per il nostro adattamento e sopravvivenza. Inside Out 2, oltre a dare un nome alle emozioni, attribuisce loro  un volto e caratteristiche salienti, aiuta gli adolescenti a dare una collocazione precisa alle sensazioni che tutte le età sentiamo nel cuore e nella pancia. Così, alla fine della giornata, il film ci ricorda che tutte le emozioni hanno il loro posto e scopo nella nostra esperienza umana anche per la protagonista in piena adolescenza. Insieme, le emozioni abbracciano questo terzo Senso di sé e lo stabilizzano, permettendo finalmente a Riley di calmarsi e riconciliarsi. Inside Out 2 invita a riflettere sia dentro che fuori di noi e sulle note dell’autore di molti libri. Da Alessandro Baricco impariamo che: 

A volte le parole non bastano. E allora servono i colori. E le forme. E le note. E le emozioni.

(Pistillo Sabina)


sabato 27 novembre 2021

Strappare lungo i bordi … è impossibile

 Strappare lungo i bordi … è impossibile

Recensione della serie tv Netflix "Strappare lungo i bordi" animata e diretta dal fumettista Zerocalcare.

(Spoiler alert: il presente articolo contiene anticipazioni sulla trama)

Strappare lungo i bordi è la serie animata scritta e diretta dal fumettista Zerocalcare sbarcata su Netflix il 17 novembre. ”Strappare lungo i bordi” è la metafora che pervade tutta la narrazione, tutta la vita di Zero (protagonista della serie e alter ego dell’autore) e dei suoi amici e che poi si scopre essere l’ansia comune a tutta una generazione. “Strappare lungo i bordi” è ciò che è stato insegnato a ogni Millennial, solo per scoprire che strappare lungo i bordi è impossibile.

Ma cosa significa strappare lungo i bordi? È la promessa che è stata fatta a ogni Millennial, è quello che Zero pensa da sempre, è seguire tutti i passi “giusti” nella vita, come una linea tratteggiata appunto, per arrivare ad avere un lavoro, una casa, una famiglia: una promessa di felicità irrealizzabile. I Millennials sono l’ultima generazione nata ed educata in un contesto prettamente novecentesco esattamente quando il Novecento è finito. La precarietà del lavoro, l’instabilità delle relazioni, il mondo che è cambiato più e più volte hanno reso impossibile seguire la strada indicata, quella “giusta”. La perenne incertezza lavorativa e sentimentale diviene precarietà esistenziale proprio in virtù di quella premessa/promessa pedagogica inconsciamente e gentilmente inoculata in Zero come in tutta la sua generazione; una generazione partita con una dotazione “sbagliata” già in partenza. Si pensi ancora alla metafora, che è sviluppata a più riprese lungo la serie. È una metafora cartacea: niente di più “antico”. È sintomo di una vita che è nata con la carta (e non facciamo riferimento solo all’immediata connessione autobiografica con il lavoro di fumettista di Zerocalcare), tanto da dipingere, nell’ultima puntata, ogni vita come un pezzo di carta, che da lontano appare perfetto, cioè tagliato “lungo i bordi”, ma che poi, visto da vicino, è colmo di tutte le incertezze e le fragilità.



L’ansia di strappare lungo i bordi è talmente alta e operante nella vita di Zero che, per un periodo della sua vita, ha pensato bene di non fare nulla, coltivando l’illusione di non arrecare danni, di lasciare intonso il pezzo di carta. Solo per scoprire, però, che se il pezzo di carta resta in mano si accartoccia, si guasta, si riempie di sudore e si sgualcisce ugualmente. È così che poi Zero si accorge che, dopo dieci anni di pia illusione, la ragazzina che lui seguiva per le ripetizioni private è ormai laureata e lavora, mentre lui non ha realizzato nulla nel frattempo, così la frustrazione di sentirsi inutile e incapace si mischia col sentirsi vecchio, altro male di questa generazione.

Insomma, un campione vero della strategia evitante o, come meglio riassunto dall’Armadillo che è la sua coscienza, una “cintura nera a scansare la vita”.

In questa ipermoderna Coscienza di Zero, l’evitamento va sempre a braccetto col dialogo interiore, reso attraverso questo continuo confronto tra Zero e il suo Armadillo, cioè la sua coscienza: cinica, svalutante, oppressiva. Anche se la resa dialogica e la brillantezza delle battute lo rende un personaggio divertente e spassoso («io ti raggiungo col coso... col cazzo») il contenuto verbale è pesante e lo inchioda spesso, come quando, nel bagno di un treno, armato di penna e taccuino, gli chiede se perlomeno è consapevole del perché stia pensando solo al freddo creato nello scompartimento dall’aria condizionata troppo alta: “per non pensare” ammette infine Zero, mentre l’Armadillo annota e sentenzia “Il soggetto è cosciente”, per poi sparire, sigillando la condanna col silenzio e l’assenza.



Zero è quindi un personaggio bloccato, soffocato dalle ansie, dai mille ragionamenti che non portano mai all’azione tanto che deve essere rassicurato due volte, in due momenti molto lontani tra loro, da un’immagine dall’effetto distensivo propostagli dall’amica Sarah: siamo come fili d’erba, il mondo non gira intorno a te. I personaggi con cui Zero interagisce di più propongono infatti modelli di vita possibili. La visione distensiva di Sarah, che abbraccia la molteplicità e la complessità della vita e degli esseri umani, proponendo di vivere in questa inconoscibilità del tutto e delle ragioni profonde, certa della parzialità di ogni punto di vista, di ogni conoscenza, e di una gaddiana inconoscibilità delle relazioni di causa-effetto. È una visione che non propone però di arrendersi di fronte a questa consapevolezza ma di vivere con questa consapevolezza, che può solo donare leggerezza; dall’altra parte c’è la visione menefreghista di Secco, che si guadagna da vivere giocando a poker online, non fa piani per il futuro, mostra totale disinteresse alle pressioni altrui e vive ai limiti dell’apatia proponendo ogni due per tre di andare a prendere il gelato. Infine c’è Alice, che vive tutta la sua vita coltivando un sogno: diventare insegnante. Vive preparandosi a quel sogno, impartisce ripetizioni private non per guadagnare qualcosina (come farà Zero emulandola) ma credendo fermamente nel valore pedagogico della sua azione. Un sogno che è però infranto dalla precarietà del mondo del lavoro, tanto da essere costretta prima a lasciare Roma per tornare a casa dei genitori a Biella, obbligata dunque- per l’impossibilità economica di autosostenersi- a vivere una frustrante regressione nel nido familiare e poi ad accettare lavoretti part time in cui “porta i caffè a gente che non sa nemmeno il suo nome”. Privata della sua realizzazione personale ed economica nel lavoro e nelle relazioni amorose, Alice non può che spegnersi pian piano fino a giungere all’estrema decisione: suicidarsi. Si conclude proprio così la serie, con i tre amici che raggiungono Biella per assistere alla celebrazione del funerale di Alice, che si svolge in una palestra di pugilato, lo sport che l’aveva sostenuta in quei tempi bui e che, come diceva a fronte della scarsa convinzione del padre per la scelta di uno sport violento, “la vita ti dà comunque cazzotti in faccia, tanto vale imparare a incassarli e a darli indietro”, mostrando così- come sottolineato dal discorso funebre dei suoi genitori- la rinuncia ad autoidentificarsi solo e soltanto come vittima.



Le figure genitoriali (quelle di Zero e quelle di Alice) aleggiano sulla vita del protagonista come modelli di vita impossibili, anche se mai rifiutate del tutto: sono pur sempre i fautori dello “strappare lungo i bordi” e perciò sono viste come fonte di “accollo” (il sostantivo romanesco che indica fastidiosa pesantezza: una persona che si accolla è una persona che reclama sempre la tua presenza e responsabilità ed è quindi vissuta come un peso e un fastidio), ma sempre presenti per le emergenze, perché -quasi meravigliosamente- capaci di sbrigare le cose della vita, di gestirla. La madre di Zero, caricaturalmente associata al dittatore jugoslavo Tito, è infatti capace di cambiare la ruota della macchina, di tenere ordinata e pulita la sua casa che, come sostiene la matriarca, è il biglietto da visita (nonché cartina al tornasole, ci vien da dire) della gestione della propria vita. Zero, infatti, racconta di come sia per lui impossibile mantenere il controllo sulla sua casa, trasfigurata come in Game of Thrones, in una costellazione di regni in lotta tra di loro per giungere al dominio dell’ambìto “Divano di spade”, il vero fulcro della casa e della vita di Zero. Il divano, vera ossessione generazionale, in cui si svolge la maggior parte della vita domestica, perché qui si può fare di tutto: mangiare, dormire, pensare, parlare, “appoggiare” oggetti e lavorare. Gli oggetti che riempiono lo casa creando disordine, nella filosofia domestica di Zero, trovano il loro naturale posto sul divano quando non appartengono a nessuna categoria definita: ma buttarli è impossibile dice, il Corona virus ci ha insegnato che tutto può servire (battuta umoristica che sottolinea come la pandemia abbia aggiunto un’ulteriore incertezza  nel sistema di vita). Per tenere pulito, infine ammette, bisogna combattere giorno per giorno e il compito è impossibile (risulta possibile solo ai genitori) perché sarebbe un “accollo”. La paura dell’accollo è una costante che è poi la paura delle responsabilità (esito di un non sentirsi capaci o all’altezza), è la paura di vivere la vita con volontà e pienezza, per rifugiarsi in una piatta ma sicura zona grigia della vita, un placido vivere a metà che ben si comprende attraverso la relazione tra Zero e Alice. Solo al termine della serie, quando Alice non c’è più, Zero scopre dai suoi amici che lei ha mostrato a più riprese interesse nei suoi confronti ma Zero, troppo impegnato a evitare accolli e a schivare la vita, non l’ha mai notato; in particolare, non le ha risposto a un messaggio che, come scoprirà da Secco che ha raccolto poi lo sfogo di Alice, è una richiesta di attenzione dopo la fine di una relazione: l'ennesima relazione tossica in cui si era imbattuta e che era perfino degenerata nella violenza fisica. Il protagonista entra dunque nel suo solito imbuto di autoaccuse e sensi di colpa (anche e soprattutto perché si sente responsabile della vita di Alice) ma è interrotto dall’immagine salvifica proposta da Sarah, che assume qui anche la sfumatura dell’autodeterminazione e del libero arbitrio di ogni individuo. Quel libero arbitrio che, nella prima puntata, è vissuto da Zero come una condanna, per esempio quando deve scegliere una serie su Netflix ma, imbottigliato nel paradosso della scelta e nella sistematica posposizione di film belli in un futuro ipotetico in cui le cose andranno meglio (“quanno me pija bene”), finisce a sfogliare il catalogo fino a notte fonda e non guardare nulla. Una scena che è banale se letta nel semplice rispecchiamento in questa abbondanza capitalistica, divertente per l’autoironica allusione marchettara alla piattaforma che ospita il suo lavoro, potente se letta come metafora contemporanea del blocco individuale di fronte alle varie possibilità della vita, esaminate, selezionate, procrastinate ma alla fine mai colte, per rimanere in un eterno limbo.



La serie si conclude con la morte che è la morte non solo di Alice ma anche di un ciclo di vita di Zero, che, nelle puntate precedenti, sembra aver compreso ed espiato i suoi mali anche grazie alla visione di Sarah: la lagna social, lo schivare la vita, il non cogliere i messaggi di interesse amoroso, la sua condizione di uomo privilegiato che però si lamenta sistematicamente, l'egocentrismo e così via. I tre dunque rimangono soli, sembra che sia qui tutto quello che è rimasto e da cui ripartire. Tuttavia, si ha l’impressione che non sia un morte da cui risorgere una volta per tutte, non sembra giunta, insieme alle varie consapevolezze, una palingenesi individuale e collettiva (Zero conosceva l’immagine dei fili d’erba già dalle scuole medie), ma una morte simbolica e passeggera, nell’eterno ciclo di morti e resurrezioni blande a cui è costretto ogni sistema di vita e di pensiero dei membri di questa generazione.

A fronte di questo, forse si capisce, perché a volte è meglio di niente andare a prendersi un gelato.

 

Claudio Leone