venerdì 24 maggio 2019

Enzima mangia-plastica: scoperto dalla equipe del prof.McGeehan (UoP) per sbaglio, potrebbe salvarci dall’inquinamento. Degraderebbe una bottiglia in 100 ore

Serendipity: Professor John McGeehan and colleagues inadvertently engineered an enzyme better at degrading plastic than the enzyme which evolved in nature  CREDIT Stefan Venter, UPIX Photography – www.upixphotography.com

Close-up: Electron microscope image of enzyme degrading PET plastic CREDIT: Dennis Schroeder / NREL


Nell'articolo del PNAS "Engineering a plastic-eating enzyme" (postato dal Press Office della rivista in Aprile 2018) si annuncia che la equipe del prof. John McGeehan e Coll. della Università di Portsmouth (UK) è riuscita - casualmente - a isolare un enzima in grado di rendere estremamente più biodegradabili le sostanze plastiche (si tratterebbe di giorni e non decenni). Se la ricerca venisse confermata il contributo scientifico dello scienziato potrebbe avere un riverbero mondiale sul problema dell'inquinamento da plastiche. Il che non ci esime dal proseguire nella lotta alla plastica che la EU ha già dichiarato, proibendo entro il 2021 ogni materiale monouso in plastica.

Il contenuto dello stomaco di una tartaruga. Credit: Ocean Cleanup Foundation







___________________________________________________ approfondimento

Notoriamente gli scienziati sono al lavoro per risolvere il gravissimo problema della plastica che, da essere la scoperta del secolo scorso, col tempo si è rivelata un tale danno a livello ambientale da poter compromettere la biosfera quanto e più del riscaldamento globale. 


I nostri mari accumulano plastiche di ogni tipo che, oltre a rovinare il paesaggio, aggrediscono direttamente gli esseri viventi di ogni ecosistema: ultimamente uno chef di Puglia mi ha rivelato che un aiutante di cucina aprendo una spigola ha trovato dentro lo stomaco del pesce della plastica (ma non ha scattato alcuna foto per non compromettere il ristorante. Non è colpa dei ristoranti e dei pescatori. Dunque gli stomaci di pesci e cetacei sembrano delle pattumiere in un mare-pattumiera. 
Ma i pesci stessi possono sulle nostre tavole essere delle "bombe tossiche" se quei frammenti di resine ingeriti veicolano anche sostanze inquinanti? Possibile. Western and Eastern Pacific Garbage Patches, letteralmente “isole di immondizia occidentale e orientale”, questo il nome dei due continenti i cui confini cominciavano già nel 2016, a circa 500 miglia nautiche dalla costa californiana, attraversavano le Hawaii e arrivavano quasi fino al Giappone. Una sconfinata distesa di plastica sminuzzata, bottiglie, palloni, spazzolini da denti, buste di plastica, filtri di sigarette ecc. 



Published: 22 March 2018 Evidence that the Great Pacific Garbage Patch (GPGP) is rapidly accumulating plastic
L. Lebreton et Al., Scientific Reports, volume 8, Article number: 4666 (2018). I dati sono comunque del 2015-2016.
La sua scoperta si deve a Charles Moore che nel 1997 si ritrovò durante una regata nel gigantesco “blob galleggiante”; la sua angoscia fu talmente ingestibile da indurlo a lasciare il suo lavoro e creare una fondazione dedicata alla salvezza degli Oceani. D'altronde le isole sono semisommerse e quindi galleggiando sotto il pelo dell'acqua non sono molto visibili agli occhi dei satelliti. 


La Great Pacific Garbage Patch ha una estensione in kmq che oscillerebbe tra il Texas e 3 volte la Francia.

I ricercatori ritengono che il 20% dei rifiuti che compongono questa discarica marina provenga dallo tsunami in Giappone del 2011. Comprende 42 mila tonnellate di megaplastiche (ad esempio reti da pesca, il 46% dell’intero ammasso), 20 mila di macroplastiche (cassette e bottiglie), 10 mila di mesoplastiche (tappi di bottiglia) e 6.4 mila tonnellate di microplastiche (frammenti di oggetti di plastica rigida, componenti delle reti da pesca). 
La plastica riduce la possibilità di ossigenazione dell’acqua rendendola asfittica, limita il passaggio di luce e trattiene il calore (contribuendo al riscaldamento degli oceani), oltre a trattenere anche buona parte degli inquinanti oleosi derivanti dal petrolio; in sintesi, un disastro. A essere danneggiati sono anche gli uccelli marini che scambiando i rifiuti per cibo se ne nutrono per settimane e forse mesi, per poi andare a morire sulle coste in preda a una dolorosa e lunga agonia. Sono circa un milione di uccelli appartenenti a varie razze a morire ogni anno per ingestione di sostanze plastiche. 


Auguri al Pianeta Terra. E grazie Greta per averci svegliato. 



(am)






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