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martedì 3 marzo 2026

Bruce Springsteen in His Own Words. Come liberarsi di vissuti abbandonici e imparare a chiedere aiuto

 


 
Bruce Sprigsteen: in his own words è avvincente docufilm del 2017 tratto dalla autobiografia Born to run (come la canzone). Non è l'unico film a lui dedicato ma è quello in cui emergono temi esistenziali più intimi, problemi psichici su cui soffermarsi. 
Vi sono le origini oscure,  i vissuti abbandonici che ne avvilupparono l'anima di cantore (più che cantante), la sofferta ispirazione poetica e la scelta di creare una famiglia nuova con la sua band. Infatti Springsteen fu lasciato dai suoi genitori che si chiusero la porta dietro, come in una fiaba nordica. Il padre ambivalente lavorava come autista di bus ma era affetto da un  grave quadro psicotico che ne avrebbe condizionato tutta la esistenza: il figlio, dopo la pacificazione, lo definisce sul letto di morte come “il suo nemico ed eroe”. In un raro momento di lucidità mentale è stato il padre a presentarsi dopo anni bussando alla porta, pronto a chiedergli scusa: tu sei stato un bravo figlio, io non sono stato un bravo padre, gli confessa. La madre italoamericana Adele Zerilli rimane una figura sbiadita e appare in qualche foto stampata in B/N: morirà con la demenza di Alzheimer. 
Per anni continuò a tornare nella città dell'infanzia vagando in auto intorno alla casa che aveva abitato. Finalmente Bruce decise di chiedere aiuto e andò da uno psichiatra-psicoterapeuta. Gli chiese subito perchè, anche da star famosa, tornasse sempre lì senza mai fermarsi, quasi in trance autorflessiva. Il perchè gli fu rimbalzato: "Dimmelo tu perchè lo fai", rispose il professionista e lui si lamentò: pago la seduta per saperlo.
Forse, disse l'analista, vi è qualcosa di incompiuto che hai lasciato lì: vai e ri-vai per qualcosa che hai da chiudere nella tua mente. 
Era vero. Effettivamente Bruce lotta da tempo contro la depressione: finché è sul palco e "vive" concerti, la "adrenalina" fluisce e lo tiene su, iperattivo; quando si chiude un concerto o un tour ecco che le ombre del passato lo riportano maledettamente giù, in down. Come in una montagna russa, su e giù. Nato per correre, non per stare fermo, quando il silenzio dà voce alla psiche e i ricordi divengono assordanti. Ha molti lutti da elaborare e lo fa esprimendosi attraverso la musica e le parole struggenti delle canzoni. Non è ancora sublimazione però che acquieta. La sua famiglia vera dai diciotto anni è la sua band, la E Street Band che talora Bruce guida con estrema direttività, lo ammette egli stesso, ma il legame della band dura in maniera subcontinua tutta la vita artistica ed oltre. L'amicizia con il sassofonista nero Clarence Clemons la si palpa sul palco dagli sguardi affettuosi e dai duetti. 
 
Quando il sassofonista muore prematuramente il dolore lo pervade di nuovo. Grazie alla forza della natura che è Little Stevens Van Zandt, detto anche Miami Steve in quanto freddoloso, Bruce sa di poter contare sull'amico anche quando si allontana dalla band per i suoi progetti politici contro la apartheid del Sudafrica ma anche Little Steven può sempre contare su Bruce e lo infila sistematicamente nelle sue lotte filantropiche condotte a ritmo di rock.
Poi finalamente lo spigoloso Bruce incontra l'amore di colei che diverrà la sua seconda moglie e raggiunge il successo affettivo con la nascita del primo figlio che gli cambia la vita. Patty Scialpa è chitarrista della band e da lei avrà tre figli. 
 
Ora il suo copione di vita passa dall'oscurità alla luce ove fa bene anche la penombra. E può anche narrarsi, come qualunque Odisseo nella terra dei Feaci quando si svela al re Alcinoo. (achille m)
 





 



 

mercoledì 25 febbraio 2026

SUN CITY COME GAZA CITY? LA GAZA CITY DI TRUMP&Co RISCHIA DI ESSERE LA SUN CITY DELLA APARTHEID

 

 

 



SUN CITY DI 40 ANNI FA COME GAZA CITY DI DOMANI? 


 

LA GAZA CITY DI TRUMP&Co RISCHIA DI ESSERE LA SUN CITY DELLA APARTHEID

 

 



Allora nel 1985, Little Steven, chitarrista rock della band di Bruce Springsteen, dopo un viaggio pericoloso in Sud Africa si rese conto delle condizioni schiavistiche dei neri - Nelson Mandela era ancora in carcere (vi rimase 26 anni!). Nel 1985 decise di fondare un'associazione di artisti contro l'apartheid (Artists United Against Apartheid), in cui hanno militato Bruce Springsteen, U2, Bob Dylan e i Run DMC, che insieme collaborarono a una canzone intitolata Sun City che si scagliava contro un mega resort situato in un bantustan (ghetto per persone di colore) nel Sudafrica. Il boicottaggio avviato attraverso la musica contribuì alla caduta dell'apartheid ed alla liberazione di Nelson Mandela.

Il collettivo di Little Steven, il chitarrista con la bandana, andò oltre e avviò un altro ambizioso progetto, e l’11 giugno 1988 un cast all stars si riunì a Wembley per i 70 anni di Mandela, in carcere ormai da 24 anni. Tra gli organizzatori c’era anche Jim Kerr dei Simple Minds, che per l’occasione scrisse Mandela Day. Parteciparono in tanti musicisti, da Eric Clapton a Sting, dagli Eurythmics a Phil Collins: la diretta TV mondiale attrasse oltre 600 milioni di spettatori. Eppure la kermesse fu spinta solo come evento pop e persino censurata dal lato politico  negli USA. 

Mandela libero!

Il 16 aprile del 1990, il grande evento si ripete, stavolta alla presenza di Nelson Mandela, finalmente liberato dopo 26 anni di prigionia. La sua prima apparizione pubblica seguono 10 minuti di ovazione da parte di  80mila persone. Qui il futuro Presidente del Sudafrica tiene un lungo discorso di sensibilizzazione sull’apartheid, il tema della sua vita: ma sempre con il sorriso ottimista di chi vuole contribuire alla pace tra i popoli in un mondo migliore.

  

Quella assurda Sun City, una specie di Las Vegas in mezzo alla emarginazione più cruda, ci si è associata vividamente nella memoria presente visionando i progetti "palazzinari" che un club di plutocrati senza scrupoli guidati dal presidente Trump ha delineato quale futuro per il massacrato popolo palestinese: una Las Vegas come Sun City che non prevede il minimo vantaggio né la consultazione di popolazioni interessate. Il monoteismo del danaro impera. Il progetto di Gaza va avanti con quel Board of Peace che con la pace non c'entra proprio. 

Ieri come oggi. Non crediamo che stavolta ci salverà il rock. (am)


 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

martedì 11 novembre 2025

BARI: SCOMPARSO IMPROVVISAMENTE IL CHITARRISTA GUIDO DI LEONE. IL MONDO DEL JAZZ IN LUTTO.

 

 


Siamo bloccati tra stupore e immenso dolore. Quasi non vogliamo credere alla notizia che il grande chitarrista e Amico non ci sia più; che non lo vedremo più sul set del Il Pentagramma Bari - Ass. Cult. Duke Ellington, Lui il fondatore della scuola di jazz tra le più accreditate e famose in Italia. Abbracciamo tutti gli Amici che lo amavano e stimavano. Abbracciamo la moglie e la piccola figlia che in questo momento sono smarrite più di noi. Esprimiamo profondo cordoglio a parenti e al mondo della musica.




ABBIAMO CHIESTO AD ENZO FALCO DI PARLARCI DI GUIDO DI LEONE. CI HA RISPOSTO USANDO I VERBI AL PRESENTE. 


Musicista jazz, chitarrista, didatta, e' nato a Bari nel 1964, dove attualmente vive. 


Molto prolifico come compositore, bandleader e arrangiatore, dal 1990 ha inciso un centinaio di CD di cui circa la metà come leader, lavori pubblicati prevalentemente per le etichette "YVPMusic", "Philology", "Fo(u)r Records"e dal 2016 per la "Abeat Records".


Stilisticamente identificato nell'aria del Modern Mainstream, Di Leone incide la collana "Standards on Guitar" e, un particolare interesse per le sonorità e composizioni del chitarrista Jim Hall, lo vedono in "All for Hall", "Alonely flower for you "  il Live "Tribute To Jim Hall" al fianco di Peter Bernstein .

L' ultima pubblicazione lo vede ancora in un live " In duo" con Dario Deidda.


Non mancano le composizioni originali incise su" Isole", " Sax Line", "Duets", "Parents"...ed una certa attenzione verso il Latin Jazz: " Abrasileirado", "Jazz'n mambo", " Tudo Bem"... ; In Duo con la cantante Francesca Leone incide "Tudo em bossanova " " Coracao Vagabundo" e " Historia do samba".


Il suo apprezzato comping  e la buona conoscenza degli standards jazz, lo portano a suonare ed incidere frequentemente  con noti artisti internazionali: Mark Murphy, Jerry Bergonzi, Peter Bernstein, Paolo Fresu, Fabrizio Bosso, Jim Rotondi, Renato Chicco, Jim Snidero, Andy Watson,  Michele Hendricks,Tiziana Ghiglioni, Gianluigi Trovesi, Franco Cerri, Gianni Basso, Dado Moroni, Mal Waldron, Trio Corrente...


Nonostante l'intensa attività concertistica in Italia e all' estero, Guido Di Leone e' spesso impegnato nell'organizzazione di rassegne, Festival Jazz e nella direzione artistica  del  " Duke Jazz Club Bari".


Nel 1985 ha fondato la  scuola di musica "Il Pentagramma di Bari".

Attualmente insegna chitarra jazz presso il Conservatorio " Duni" di Matera. 


Ha scritto il testo " Metodo facile e completo di Teoria Jazz" edito da "Sinfonica Jazz -Carish" e nel 2012 la "Fo(u)r edition ha pubblicato il "Guido Di Leone Real Book ".


Abbiamo perso un magnete, una capacità attrattiva di benessere e piacere .. un coagulo di gioia e simpatia , di sensibilità e genialità con il rigore della organizzazione e della sistematicità giocate sul binario della improvvisazione e dell’estro.

Ma abbiamo anche perso una persona capace di dispensare sorrisi e comprensione, cultura ed intelligenza.

Saper vivere e saper ascoltare .. un altro incredibile pregio era quello di mettere a proprio agio chiunque e dargli importanza con la giusta umiltà.. non ricordo nessuno capace di tanto.

Forse resta un luogo comune ma il significato “ da oggi siamo un pò più poveri”, oggi assurge a verità

Ciao Guido, con il cuore pieno di affetto e rabbia per questo ultimo ed inatteso scherzo..


Enzo Falco (medico, percussionista e Amico)

domenica 19 gennaio 2025

Lettera alla Redazione di una Lettrice di Trani che ci parla di emozioni sul set.




LETTERA ALLA REDAZIONE


HO 36 ANNI E VIVO A TRANI, HO DECISO DI SCRIVERE QUESTA LETTERA PER CONDIVIDERE E TRASMETTERE EMOZIONI VISSUTE QUESTA ESTATE 2024. HO PARTECIPATO VIVAMENTE COME ATTRICE AD UNO SPETTACOLO TEATRALE DI MARCO PILONE IL 7 MAGGIO INTITOLATO “E’ STATA UNA BELLA SERATA” (MARCO PILONE E' ATTORE, REGISTA E AUTORE LEGATO ALLA ASSOCIAZIONE TEATRO MIMESIS DI TRANI).  E HO PARTECIPATO AD UN MUSICAL SU SAN FRANCESCO CON DON MICHELE INTITOLATO: “FORZA VENITE GENTE” IL 24 E IL 25 MAGGIO u.s. INOLTRE POICHE’ SUONO DA ANNI IL CLARINETTO, HO PARTECIPATO AD UN SAGGIO DI MUSICA IL 4 LUGLIO CON LA MIA ASSOCIAZIONE DI MUSICA IL PRELUDIO INTERPRETANDO IL BRANO SU SAN FRANCESCO “FRATELLO SOLE SORELLA LUNA”. IN QUESTE MERAVIGLIOSE ESIBIZIONI HO PROVATO INIZIALMENTE TANTA PAURA, ANSIA MA POI CREDENDO IN ME, NELLE MIE CAPACITA’, CONOSCENZE MI SONO LASCIATA ANDARE E HO TRASMESSO AL PUBBLICO TANTA ENERGIA E PARTECIPAZIONE HO COSI PROVATO UNA GIOIA IMMENSA PERCHE’ TUTTI MI APPLAUDIVANO E ADDIRITTURA CHIEDEVANO IL BIS. IO NON CI CREDEVO, NON PENSAVO DI POTER COSI SMUOVERE GLI ANIMI DELLA GENTE, SUSCITARE TANTE BELLE EMOZIONI MI SENTO VIVA E SPERO DI POTER AVERE SEMPRE AUTOSTIMA. E’ BELLO AVERE L’APPROVAZIONE DEGLI ALTRI E SOPRATTUTTO VEDERE LE PERSONE A ME PIU’ CARE, I GENITORI E AMICI APPLAUDIRE ALL’INFINITO CON GLI OCCHI COLMI DI LACRIME. UN ESTATE INDIMENTICABILE E SPERO SIA L’INIZIO DI UNA NUOVA VITA. RINGRAZIO TUTTI COLORO CHE CREDONO IN ME: I MIEI GENITORI LE FIGURE MEDICHE, GLI AMICI E QUELLA PARTE DI ME CHE MI INCITA A NON MOLLARE MAI E A METTERSI IN GIOCO SEMPRE.

ALESSANDRA ALBANESE



Grazie alla Lettrice per la genuina e sincera lettera che ci ha inviato e che attesta come passione e competenze vanno a braccetto e richiedano tenacia e coraggio per superare le nostre piccole o grandi ansie a livello psicosociale. 
Conosciamo personalmente Marco Pilone, un agente culturale di grande rilievo, non solo a Trani, uno che sa come coinvolgere e attirare nei suoi lavori teatrali sia a livello di pubblico sia a livello di attori (professionisti o dilettanti che siano).

La Compagnia Teatrale della parrocchia San Magno  (Trani) organizza da tempo eventi aggreganti.  "Forza venite gente!" parla di Francesco d'Assisi, della sua vita, attraverso uno spettacolo che prevede parti recitate, cantate e ballate. Sono ben quarant'anni che il musical ha successo. La parrocchia dedicata al martire  Vescovo tranese, si avvale di  un gruppo teatrale entusiasta di bambini, giovani, giovanissimi e adulti. Riproporre la vita del Poverello d'Assisi è sempre attuale e vincente in una società che appare centrata sulla cupidigia e visibilità mediatica. Con la direzione e regia di Don Michele Caporusso tutto appare spontaneo e attuale.
Continua così Alessandra a percorrere la strada che senti tua e continua a circondarti di persone attive e positive. Ad Maiora 👏

 

TRANI,13/1/2025

HO 36 ANNI E VIVO A TRANI, HO DECISO DI SCRIVERE QUESTA LETTERA PER RINGRAZIARE IL 2024 DA TREDICI GIORNI ORMAI PASSATO CHE MI HA DATO TANTE EMOZIONI, DI CUI HO PARTECIPATO VIVAMENTE COME ATTRICE AD UNO SPETTACOLO TEATRALE DI MARCO PILONE IL 7 MAGGIO INTITOLATO “ E’ STATA UNA BELLA SERATA” (MARCO PILONE E’ ATTORE REGISTA E AUTORE LEGATO ALLA ASSOCIAZIONE TEATRO MIMESIS DI TRANI). E HO PARTECIPATO AD UN MUSICAL SU S. FRANCESCO CON DON  MICHELE INTITOLATO : “FORZA VENITE GENTE” IL 24 E IL 25 MAGGIO. INOLTRE POICHE’ SUONO DA ANNI IL CLARINETTO, HO PARTECIPATO AD UN SAGGIO DI MUSICA IL 4 LUGLIO CON LA MIA ASSOCIAZIONE DI MUSICA IL PRELUDIO DEL MAESTRO ROMOLO ANASTASIA INTERPRETANDO IL BRANO SU S. FRANCESCO “FRATELLO SOLE SORELLA LUNA”. IL 27 DICEMBRE CON L’ASSOCIAZIONE DI MUSICA IL PRELUDIO ABBIAMO SUONATO PER TUTTA LA CITTA’ DOVE CI SIAMO FERMATI IN PIAZZA LIBERTA’ DAVANTI AL PRESEPE SUONANDO TUTTI I CANTI NATALIZI CON LA PARTECIPAZIONE DI TANTA GENTE CHE CANTAVA MENTRE NOI SUONAVAMO E ANCHE LE PARTECIPAZIONE DEI BAMBINI E SI VEDEVA NEGLI OCCHI TANTA FELICITA’. E’ STATO UN MOMENTO DI GRANDE COMMOZIONE VEDENDO LA FELICITA’ DI QUESTI BAMBINI. IL 28 E IL 29 DICEMBRE CON L’ASSOCIAZIONE XIAO YAN HO PARTECIPATO AL PRESEPE VIVENTE COME COMPARSA DOVE HO FATTO LA COMMERCIANTE DI STOFFE, E’ STATO UN MOMENTO EMOZIONANTE DOVE TANTA GENTE E’ VENUTA A VEDERCI AL PRESEPE VIVENTE. SI PUO’ DIRE CHE L’ANNO 2024 E’ STATO EMOZIONANTE. SPERO CHE IL 2025 SIA UN ANNO ALTRETTANTO POSITIVO PIENO DI EMOZIONI E SPERO DI REALIZZARE TUTTI I MIEI OBIETTIVI.

ALESSANDRA ALBANESE.

 

Alessandra A. ci ha scritto ancora e notiamo con soddisfazione che gli eventi culturali e musicali cui partecipa Le danno soddisfazione e La aiutano a costruire uno spazio relazionale e di pubblico sempre più ampi. Continua così Ale con i tuoi amici e colleghi. A presto


 

 

mercoledì 29 settembre 2021

HAI MAI MANGIATO UNA POESIA? LA CAMERIERA DI POESIA È A SERVIZIO IN CITTÀ #poesia#performance#claudiafabris#versosud#parolesottosale#lacamerieradipoesia#corato

 

HAI MAI MANGIATO UNA POESIA?
LA CAMERIERA DI POESIA È A SERVIZIO IN CITTÀ


A Corato, dal 17 settembre al 17 ottobre, in Piazza di Vagno è possibile prenotare gratuitamente il proprio posto per assistere alla performance “La cameriera di poesia” di Claudia Fabris, organizzata nel contesto del festival “Verso Sud”. Ho provato in prima persona la performance e di seguito le mie impressioni su questa esperienza.

CORATO, 23 SETTEMBRE- Avevo prenotato il mio posto per il turno delle 18. Arrivato in piazza, dopo qualche minuto di attesa, compare, dal buio delle scale fino ad affacciarsi in piazza, Claudia Fabris, che ci accoglie, ci saluta e ci porge subito i menù. La performance funziona così: dapprima, si prendono le ordinazioni “poetiche”. Sul pieghevole che ci è stato offerto si possono trovare antipasti, primi piatti, piatti unici, dolci e “parole sotto sale”, il vocabolario che l’artista sta scrivendo dal 2013. La “cameriera” ci spiega che gli antipasti sono poesie molto brevi, i primi piatti sono poesie di media lunghezza, mentre i piatti unici sono poesie più lunghe e se ne ordina una per tutti i partecipanti. I dolci, invece, sono poesie accompagnate da musica, cantate o con doppia voce. Ogni sezione del menù si divide in piatti “della casa”, cioè scritti originali di Claudia Fabris, “classici” e “contemporanei”. «È un pasto comunitario» avverte, quindi ciò che ciascuno ordina sarà “mangiato” anche dall’altro.

Una volta prese le ordinazioni si scende in questo locale sotterraneo tutto di pietra. Decorato e accogliente, pieno di lucine che offrono punti di luce ambrata e calda, libri, piccole candele, lettini e sedie a sdraio. Al centro vi è una grande libreria che fa il paio con quelle poste alle pareti laterali, mentre a un lato c’è un piccolo banco, con mixer e microfono, che è la postazione della “cameriera”.


Ci porge delle cuffie: ecco spiegato come avverrà la performance. Claudia Fabris ci leggerà le poesie da noi ordinate, mentre noi staremo tutto il tempo accomodati sul letto o sulla sdraio, liberi di goderci il momento come preferiamo.

L’atmosfera è molto rilassata, è evidente la cura, materiale e immateriale, dell’artista nel metterci a nostro agio, così mi siedo sul letto. Accendo la cuffia e la performance comincia. La voce calda e ammaliante di Claudia ci introduce al servizio con “pane” e “coperto”. La voce si accompagna a dei suoni naturali e registrazioni di voci di altri poeti.

Poco dopo prendo coraggio e sprofondo nel letto, ho gli occhi chiusi ma forzatamente, il corpo è rigido, mentre nelle mie orecchie le parole incalzano.


Poi, pian piano qualcosa succede: il corpo è morbido, gli occhi- che prima serravo e poi riaprivo- si chiudono spontaneamente, con grazia e dolcezza.

Le immagini della poesia iniziano a crearsi dentro di me, le vedo. Senza che io lo voglia, visualizzo le immagini suggerite dai vari componimenti. Tutto accade in modo immediato e senza il coinvolgimento della mia coscienza. Lo sciabordio dell'acqua che sento in cuffia crea l’acqua: vedo l'acqua, sono nell'acqua, e la sento. Sento la freschezza delle onde marine sul corpo e poi vedo il blu delle profondità nelle quali sono immerso.

Poi vedo un pesce. Poi una frattura nella terra e poi una donna. Le parole che ascolto, man mano che le poesie si avvicendano, generano immagini. Se si parla di acqua vedo acqua e così via. 


Sento di sprofondare in uno stato di coscienza alterato, come se stessi scavando più in profondità, perché ora inizio a vedere soltanto colori e forme che si muovono e si intersecano tra di loro e quando si uniscono mutano ancora forma e colore

È ormai solo pura forma e puro colore e questi cambiano di continuo. Solo verde, giallo, rosso, blu in cerchi, quadrati e cascate di forme geometriche. Sono come le immagini che vedi quando stai per addormentarti: le illusioni ipnagogiche.


Mi ero quindi addormentato? Non lo so. Non so davvero dire cosa sia successo, l'unica cosa sicura è che ero in uno stato di coscienza alterato, diverso, non nella veglia. Se torno indietro con la memoria non ho neanche coscienza precisa di cosa sia successo e cosa io abbia fatto in quei momenti (quanto lunghi, non so). Ho fatto esperienza di cose che non sapevo, ho visto cose che non immaginavo. Ero io e non ero io allo stesso tempo. Claudia ha toccato forse parti più profonde e sepolte della mia psiche


A proposito di Claudia Fabris. Mi chiedo quale sia il suo ruolo nella performance, a che archetipo ricondurla. 

Questo pensiero mi si presenta di tanto in tanto mentre, steso, ascolto la sua voce meravigliosa. Sì è presentata come una cameriera di poesia, poi ho iniziato a vederla come una psicoterapeuta che innesca e partecipa a un processo col suo gruppo di terapia, sempre mantenendo però il suo ruolo. Pian piano, però, inizio a vederla come una maga: le sue parole sembrano incantarmi. Lei sta creando dei mondi con la parola, il suo abracadabra poetico forgia e nel frattempo ammalia, ci fa sprofondare in un sopore magico, profondo e innaturale. Qualcosa di ricco e strano, mi vien da dire. 


Mi ridesto un poco, Claudia parla di Pino Sciola1, artista sardo che faceva “cantare” le pietre. Il suo proposito artistico era di dimostrare che la pietra era cosa viva, perché capace di cantare. 

Quindi, applicava dei tagli alle pietre che, una volta sfiorate, emettevano dei suoni simili a un canto. Ascoltiamo questo canto. Sento il bisogno di allungare la mano e toccare la parete di pietra che è accanto a me. La sento bagnata, morbida. Come se fosse viva e mi stesse sorridendo divertita. Claudia ci anticipa che il prossimo suono ha provato anche lei a produrlo da quella stessa pietra e non poteva collegare il suono che sentiva a quello che vedeva, non riusciva proprio a crederci. Sembra una sinfonia, un qualcosa di corale. E qui accade che il mio sguardo è come se acquisisse una seconda vista. Stavo guardando già da molti minuti la volta di pietra sopra di me, ma sembra che solo ora la stia guardando per davvero. Così con lo sguardo e la testa comincio a muovermi continuamente da destra a sinistra e poi ancora e di nuovo, a coprire interamente l’arco. È come se vedessi la pietra illuminarsi e viva risuonare e cantare come in una sinfonia.


Ho riacquisito un po' di lucidità, cerco di seguire il testo, di visualizzarlo ma ben presto sprofondo di nuovo in questo strano stato della coscienza.

La mia intelligenza fatica, si aggrappa ma non ci sta dietro. Prima di abbandonarmi realizzo che la poesia è primariamente voce, mentre noi ci fermiamo solo al testo, nelle analisi linguistiche e nelle strutture metriche. La natura sacra della poesia, il rapimento estatico che comporta, non sono solo cose scritte sui libri o anticaglie del passato. Sento come di aver sbagliato tutto nell’interpretare la poesia, ma non ho tempo per giudicarmi: sono già nuovamente ammaliato.

È arrivato il momento dei dolci, recitati ritmati, cantati o con doppia voce, accompagnati dalla musica. Claudia Fabris sta eseguendo Nature Boy di David Bowie, la mia scelta. Canta un verso in inglese e poi si ascolta la sua traduzione in italiano e così via ancora. L'effetto è quello di una magia ritardata o di una magia cosciente. La parte inglese incanta, quella in italiano si offre alla coscienza.

Poi, «come in ogni ristorante che si rispetti», caffè amaro, macchiato, brandy, vodka, sake, liquore africano e mille erbe. La nazionalità di ogni autore e l’effetto della sua poesia generano questa ripartizione alcolica. Un colpo poetico dietro l'altro, poesie brevissime che mirano al centro e fanno colpo. Sono emozionato. Risorge in me l'idea che l'uomo è una cosa piccola, che deve prendersi cura di sé e dell'altro e che deve vedere il bello anche nelle difficoltà.

Siamo giunti al termine, forse l'ho capito con un po' di ritardo. Non si sente più nulla nella mia cuffia. Claudia è andata via. Penso che sia un qualcosa di maieutico o una ritirata della maga, quand’ecco che ritorna con una grande borsa stretta a due mani e la porge davanti a ciascuno di noi, invitandoci a pescare qualcosa da dentro. Sono le sue “parole sotto sale”, titolo anche del suo libro, un “piccolo dizionario poetico” in cui ciascun componimento offre l’etimologia poetica di una parola2.

Pesco la mia, è “Formazione”. Per una serie di motivi personali (e quasi tutti relativi alla sola giornata di oggi) sembra la parola giusta per me. Sembra, ancora una volta, un’incursione magica e profonda nei miei pensieri più celati. 

Mi guardo intorno e sollevo il busto. Sono, siamo tutti intontiti. Ma paghi, soddisfatti. Io mi sento sazio, nutrito, ristorato. Dentro di me ribolle la voglia di dire “grazie”.

E qui ho un'illuminazione. Mi sento esattamente come dopo una bella mangiata. Ed ecco che trova soluzione e compimento un rovello, uno dei tanti fili che ha attraversato la mia mente in quella che mi è sembrata una vita a parte più che un'esperienza. Lei non è stata né la maga, né la cuoca, né la psicoterapeuta.

È stata esattamente quello che ci ha detto essere sin dal principio: una cameriera di poesia che ci ha servito e ristorato, attenta ai nostri bisogni e premurosa di farci tornare a casa più che sazi e accuditi. Abbiamo timidamente ripreso a parlare, a mezza voce le dico "grazie", ma non credo mi abbia sentito.

Non fa niente, basta così. Il conto, grazie.

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sabato 6 gennaio 2018

NAPOLI VELATA. Un film di difficile lettura quello di Ozpetek, vero "Turco napoletano"



Napoli Velata è il nuovo e discusso film di Ferzan Özpetek. Non è un thriller; non è un erotico (anche se vi è una imbarazzante ed interminabile scena di sesso agli inizi),  non appartiene a nessun genere, forse è da considerare solo un film drammatico.

Vi recitano - molto bene a parer nostro -  Giovanna Mezzogiorno, Alessandro Borghi, Anna Bonaiuto, Peppe Barra, Biagio Forestieri, Maria Pia Calzone, Luisa Ranieri, Loredana Cannata, Isabella Ferrari, Lisa Sastri. SCENEGGIATURA: Ferzan Ozpetek, Gianni Romoli, Valia Santella. FOTOGRAFIA: Gian Filippo Corticelli. MONTAGGIO: Leonardo Alberto Moschetta. MUSICHE: Pasquale Catalano. 

E' la colonna sonora la vera trama da seguire nel film che a qualcuno è sembrato sconclusionato e deludente. Notevole la interpretazione di Arisa in "Vasame"

"In una Napoli sospesa tra magia e superstizione, follia e razionalità, un mistero avvolge l'esistenza di Adriana (Giovanna Mezzogiorno) travolta da un amore improvviso e un delitto violento." Così recitano la trama articoli e trailer.  Girato interamente a Napoli, in sette settimane, l'opera conferma la passione mediterranea del regista turco di nascita e italiano di formazione. Perché la città partenopea? Napoli è la città che rassomiglia forse di più ad Istambul con la sua atmosfera sospesa tra antico e moderno, sacro e profano, con i suoi abitanti che animano strade e vicoli. Una atmosfera magica, intrisa di profumi e misteri. «Per la sua bellezza e per la sua fecondità gli Dei si contendono il possesso della città», scriveva lo storico greco Polibio pensando alla bella Parthenope.

Abbiamo privilegiato una lettura psicodinamica, non ritenendo altre letture possibili in un film costellato nelle trama da evidenti e volute irrazionalità. 


E l'irrazionale rimanda necessariamente al concetto di inconscio: inconscio personale in senso freudiano (di Adriana); i. transpersonale: copione familiare (famiglia di Adriana), copione culturale (del gruppo di appartenenza), inconscio collettivo in senso junghiano.  E' noto che il linguaggio digitale  ed analogico coesistono nella mente umana: Freud parlava di processo primario, il che equivale oggi al linguaggio analogico. I sogni sono basati prevalentemente sul linguaggio analogico e Freud diceva che i sogni sono la via regia per l'inconscio. Nel film non si accede all'inconscio attraverso sogni, vi si scende come Dante e Virgilio.

A nostro parere l'opera contiene tre dediche: al Velo, ad una Città (Napoli), ad una Donna in crisi (Adriana). 

Quando Ozpetek - con occhio antropologico -  introduce nella trama esistenziale della agonista principale la svolta (svolta comune a molti suoi personaggi filmici) lo fa mettendo in scena un rito pagano come "la figliata dei femminielli": sul set un femminiello partorisce un bambino priapesco.


Nel mentre sorge, tra gli astanti, la passione di Adriana e Andrea. Lui le rivolge come in un tango una "mirada". Si guardano con insistenza e, senza fronzoli, nasce il legame di dipendenza reciproca. Si ritroveranno a passare una notte in pieno Eros ma Thanatos è dietro l'angolo. 
Torniamo alla "svolta"nella vita del medico legale, Adriana: al termine della "figliata", un attore si rivolge al pubblico dichiarando che il "Velo" che lui stesso sta svolgendo dinanzi alla scena del parto avvenuto, è un velo che tende a coprire la verità conoscibile. Ma un velo copre e non copre; ciò che vorremmo non fosse ricordato o visto trapela egualmente. Napoli ne conosce diversi di Veli.

Il Cristo velato, di Giuseppe Sanmartino, (1753) nella Cappella Sansevero (che si vedrà nel film di Ozpetek), è  una delle opere statuarie più belle e difficili da realizzare al mondo: ritrae il cadavere di Cristo ricoperto da un velo che tutto lascia trasparire, copre ma non copre (come sia stato possibile realizzare tale finezza scolpendo il marmo lascia a bocca aperta anche scultori quotati).  




Napoli velata, è libro fotografico del napoletano Oreste Pipolo (1949-2015): fu chiamato Ferdinando Scianna "sciamano delle spose" per l'arte mostrata nel fotografare matrimoni, rendendoli occasioni estetiche non banali. Si tratta dell'ultimo progetto fotografico di Pipolo, prima della prematura scomparsa. Quando spiega il titolo del libro scrive: “Il velo è da sempre un simbolo di protezione. Velare i personaggi al margine, le statue fuori del circuito turistico è da una parte un rito propiziatorio e dall’altro un atto di denuncia”. Ognuno di noi ha veli calati sulla realtà interiore ed esteriore (filtri di copione).



Quale città presenta più analogie al concetto di inconscio freudiano? Napoli con i suoi sotterranei misteriosi che hanno occultato cose macabre e riparato gli abitanti durante i bombardamenti dell'ultima guerra mondiale? che presenta nelle sue viscere un reticolo di metropolitana altamente tecnologica (che si vede più volte nel film)? Quale città può vantare un passato storico che va dal paleolitico sino ai nostri giorni? Sotto l'ambivalente  guardianìa di un Vulcano che finge solo di dormire, si svolge  una frenesìa di termitaio  che sa rallentare in un blues partenopeo, in un'opera artistica, nella saggezza popolare, nel sorriso di accoglienza. L'esoterismo nel film è la stargate tra mondi paralleli, è la  porta tra inconscio e realtà, è una delle chiavi descrittive adoperate per palesarci aspetti e contenuti del copione personale e transpersonale di Adriana.  La Sibilla cumana interpreta il ruolo  di sciamano-analista nel film in una situazione tra il grottesco ed il melodrammatico, tenendo in mano un telecomando: una integrazione apparentemente impossibile. Sibilla che comunica tra mondi e viene in seguito inspiegabilmente uccisa, soffocata come va soffocata o velata ogni verità opprimente ed angosciante. Negli omicidi i destini copionali si intercettano provenendo da mondi diversi. Per questo non ha molta importanza identificare un assassino e indizi rimangono tali mai tramutandosi in prove come nei polizieschi di tipo police  procedurali. L'assassino è Napoli.

Napoli come Mater magna che diviene 'matrigna' con gli abissi sotterranei che sottendono il barocco. La donna anziana lo griderà a Napoli tutta questo atto di accusa, dalla terrazza, al funerale: "Tu uccidi i tuoi figli"


Qui l'individuale si diluisce nel collettivo.  La Grande Madre, secondo la psicologia analitica (Karl Gustav Jung), "in quanto immagine generale tratta dall'esperienza culturale collettiva, essa rivela una pienezza archetipica ma anche una polarità tra positivo e negativo." Su queste polarità opposte si organizzano le prime esperienze di vulnerabilità e dipendenza del bambino. In breve - spiegano Andrew Samuels et Al. (1987) - "il polo positivo riunisce qualità che sono il materno: la magica autorità del femminile, la saggezza e la elevatezza spirituale che trascende i limiti dell'intelletto; ciò che è benevolo, protettivo, tollerante; ciò che favorisce la crescita, la fecondità, la nutrizione. In breve la madre buona. Il polo negativo evoca la madre cattiva: ciò che è segreto, occulto, tenebroso; l'abisso, il mondo dei morti; ciò che divora, seduce, intossica; ciò che genera angoscia, l'ineluttabile" Polarità opposte originano ambivalenza. In analisi transazionale le polarità si esprimono, a livello dell'Io, nella struttura del Genitore Fata e Genitore Strega (G1+ e G1-).


In una atmosfera mai oniroide (alla Fellini, per intendersi), lo script del film va al di là del flusso di coscienza joyciano; la trama è solo un progetto inafferrabile che urta con la realtà degli eventi esterni (esogeni) ad Adriana ed interni (endogeni), rimbalzando tra qui-ed-ora e inconscio personale freudiano e transpersonale junghiano. Così la trama appare a tratti irrazionale macroscopicamente e certe evidenze scientifiche dello script sono ingoiate dal nulla, vanificate in uno script incongruente: in effetti la trama salta tra livelli diversi di sistema copionale, ricomponendoli nella unicità della esperienza umana.
Adriana scende la sua spirale non come un Ulisse in gonnella che naviga gli abissi dell’inconscio personale e transpersonale, tra passato traumatico rimosso e talora negato e riscoperta di continenti perduti: ricorda più un Dante che segue il suo Virgilio ambivalente in un mondo multistrato, a livelli, che è rifiutante e onnicomprensivo al tempo stesso. Le scene si susseguono lanciando sguardi a scale a chiocciola (citando Hitchcock e Argento), a buio tremolante di luci calde o di luci fredde di obitorio, come nelle serie televisive dei police procedural. Lo scontro tra opposti, tra realtà scientifica e psichismo inenarrabile, tra conscio ed inconscio, è lo scontro tra polarità inconciliabili che generano il superamento solo con la nascita del simbolo junghiano. Gli opposti sono facce di una stessa medaglia che non si vedranno mai contemporaneamente: si intuiscono come tertium quid, ci dice Jung. Ma procedere lungo il confine buio/luce, realtà/irrealtà significa anche rischiare las dissociazione, il delirio allucinatorio, come sperimenterà Adriana - esperta più di morti (che fa "parlare" con la sua professione di medico legale), assai meno esperta di vivi. Lo stesso Jung rischiò il breakdown psicotico navigando da solo dentro le proprie profondità, chiuso nell'eremo del lago svizzero ove si era allontanato volontariamente dalla "civiltà. In conclusione il "viaggio" proposto da Ozpeteck, pur senza finale e dalla trama che non regge, mi ha convinto. E' opera di uno che sa tradurre in cinema le contraddizioni umane.
Non pretendo di convincere con le considerazioni psicodinamiche: mi hanno solo rasserenato dopo la visione della pellicola ed una notte agitata. "Visto" così il film di Ozpeteck - che magari sorriderebbe leggendo queste righe, non riconoscendosi affatto - mi è apparso più concludente e bello di come lo hanno recensito in tanti. Vale la pena.

Abbiamo detto che la colonna sonora originale, reperibile in CD e su iTunes, è stata affidata al musicista e compositore italiano Pasquale Catalano mentre, alla camaleontica voce di Arisa, è stata affidata l’interpretazione, in lingua napoletana, del brano “Vasame” (E. Gragnaniello). Un brano "viscerale, accorato e graffiante", lo ha definito Arisa: 

“Baciami, credimi, o non ti cerco più…” 


(achille miglionico)

Peppe Barra












mercoledì 27 dicembre 2017

Concerto GOSPEL: il coro Roderick Giles & Grace






Corato, Teatro Comunale, 26 Dicembre 2017. Un nuovo appuntamento con la grande musica: li avevamo apprezzati anni fa a Roma e li abbiamo molto apprezzati qui in Puglia. La maggiore intimità di un teatro non mastodontico, ha consentito al leader dei Grace, il tenore Roderick Giles, di coinvolgere il pubblico e persino di esibirsi tra le poltrone contagiando tutti nella interattiva performance. 
Roderick Giles è nato a Washington DC ove ha cominciato a cantare a soli cinque anni ed ivi ha studiato canto e musica con il Dr. Joyce Garrett. All'età di 13 anni viaggia in Europa come uno dei solisti con il Children's Gospel Choir of America. Preso dai cori Gospel arriva, a 22 anni, alla fondazione di proprio gruppo con gli EXTOL e poi i Grace. Si esibiranno anche alla Casa Bianca, al Kennedy Center, parteciperanno all'evento della grande cantante Gospel Dorothy Norwood (n. 1935) componente originale del leggendario gruppo gospel The Caravans. 
E' membro attivo della Southern Baptist Church Praise. 
Il gruppo Roderick Giles & Grace può contare su validissimi cantanti come April Archer (soprano), Crystal Brooks (soprano), David Hammett (tenore), Jacqueline Tillery Williams (alto), accompagnati dal  simpatico e bravo tastierista Marcus James (al Kurzweil SP 88). 
Dopo il repertorio consueto, il gruppo ha riproposto canti prettamente natalizi in superbi arrangiamenti: nel finale, "Oh Happy Day" avrebbe scomposto ed "eccitato" anche il pubblico più riservato. Il gruppo ha anche atteso all'uscita del teatro, salutando e facendosi salutare fuori di ogni formalismo. Una lezione di modestia, senza divismi. L'avevamo notato anche in quel di Roma. (am)   



 





martedì 5 luglio 2016

BOLOGNA: Roberto VECCHIONI racconta e si racconta


A Bologna, presso i giardini il CUBO si tiene una importante rassegna estiva in cui sono ospitati personaggi importanti del mondo della cultura e dello spettacolo. Il 30 giugno è toccato al grande cantautore e professore, Roberto Vecchioni che, intervistato da Franz Campi, ha raccontato e si è raccontato. La serata è stata un’occasione per presentare e promuovere il suo nuovo libro “La vita che si ama”, titolo questo che è anche del suo tour 2016, e per cantare alcuni dei suoi pezzi più famosi come “Dimentica una cosa al giorno”.
L’artista ha spaziato parlando un po’ di tutto, dalla vita alla politica dall’importanza delle parole al racconto di suo padre.
Ha iniziato con un elogio della sua compagna sottolineando per un artista quanto sia importante avere a fianco una donna che lo capisca e quanto ciò faciliti il suo lavoro. Poi ha proseguito con un commosso omaggio ai suoi quattro figli Francesca, Carolina, Arrigo e Edoardo.
Dopo questa introduzione, Vecchioni è entrato nel vivo della narrazione trattando il tema principe del suo libro, la felicità. La felicità vista non come punto d’arrivo, come traguardo ma come continua battaglia, come percorso che ognuno deve umilmente percorrere.
Ha raccontato due aneddoti collegati tra loro dal tema dell’abbandono di una donna:  un suo alunno che, lasciato dalla ragzza la sera prima della maturità, ha rischiato di non superarla vanificando i sacrifici di anni di studio e appunto rischiando di non raggiungere mai quella felicità a cui aspirano gli esseri umani e la sua storia di quando fu lasciato dalla sua prima ragazza la sera prima di partire per il servizio militare.
Poi, da buon professore, si è abbandonato ad una riflessione sul valore delle parole nella società moderna e nella poesia chiedendosi se poeti famosi come Neruda avrebbero reso così bene il loro pensiero se avessero usato parole diverse, sinonimi. Le parole rischiano di perdere la loro importanza e le giovani generazioni non se ne rendono conto.
In fine ha voluto ricordare gli altri artisti con cui ha collaborato, da Branduardi a Dalla, passando per molti altri. Ma soprattutto ha voluto ricordare la grandezza dello scomparso Lucio Dalla, con cui si conosceva fin da giovanissimo, fin da quando iniziavano a far conoscere la loro musica a Bologna.

Una serata piacevole che è volata via su queste riflessioni giungendo a termine con un ricordo del padre e del suo arrivo a Milano da Napoli, della sua genialità, del rapporto con la moglie e dei suoi vizi; il gioco e le donne, vizi che però non impedivano, secondo l’Autore, di essere un grande uomo che amava sua moglie e i suoi figli.(andrea boccuzzi)