giovedì 20 dicembre 2018

AUGURI


AUGURI A TUTTI 
DA PARTE DELL'ISTITUTO SIEB 
E DELLA REDAZIONE DI INCULTURA


Gentile da Fabriano, Adorazione del Magi, Galleria degli Uffizi, FI.

lunedì 17 dicembre 2018

IL NUOVO MONDO DEGLI ITALIANI: EMIGRAZIONE ITALIANA TRA XIX E XX SECOLO





Cristofiru Culumbu, chi facisti?


La megghiu giuvintù tu rruvinasti.



Ed eu chi vinni mi passu lu mari



Cu chiddu lignu niru di vapuri.



L’America ch’è ricca di danari



È girata di paddi e cannuni,



e li mugghieri de li “mericanni”



chianginu forti chi rristaru suli.

(canto dei contadini calabresi raccolto sul numero dell’Avanti!del 25 dicembre 1908)





L’EMIGRAZIONE ITALIANA TRA XIX E XX SECOLO

Un proverbio del XV secolo recita: <<Passeri e fiorentini son per tutto il mondo>>: l’emigrazione italiana è un fenomeno antico, anche se il grande esodo è avvenuto negli ultimi tre decenni dell’800, quando l’Italia fu colpita da una grave crisi in agricoltura. Dall’Italia sono partiti 5,5 milioni di persone per gli USA, 4,5 per la Francia, 4 per la Svizzera, 3 per l’Argentina, 2,5 per la Germania, 1,5 per il Brasile, 600mila per il Canada, 500mila per l’Australia, 300mila per il Venezuela.


Oggi 110 milioni di persone nel mondo portano un cognome italiano




La mortalità infantile tra gli italiani era molto alta: nell’ultimo trentennio dell’800 era intorno ai 6,5 anni (dati Istat). <<La morte di quelli che sono impotenti o poco adatti al lavoro […] è un fatto che cagiona molte volte minor dolore della morte […] di una semplice pecora>> relaziona il medico Luigi Alpago Novello a fine XIX secolo (in Monografia agraria dei distretti di Conegliano, Oderzo e Vittorio).




Molte erano le malattie che affliggevano la popolazione italiana: il gozzo, dovuto all’assenza di iodio nella dieta quotidiana; gastroenterite; tubercolosi; pellagra, al Nord, causata dalla continua assunzione di polenta, spesso fatta da farine di mais di scarto. Il vino veniva usato per integrare la scarsa dieta di ogni giorno: frequentemente al Nord si usava far fare la colazione ai propri figli, già da bambini, con una scodella di vino e di polenta vecchia, così l’alcolismo e le sue conseguenze su tutti gli organi diventava un’altra delle piaghe che affliggevano la popolazione.

L’Italia era un Paese molto violento: solo nel 1880 gli omicidi furono 5.418, 12 volte più di oggi. Dal Sud sino alla Romagna, grave era il problema del brigantaggio: la delinquenza comune si associava al rifiuto della piemontesizzazione – d’altro canto la repressione fu durissima. Molti dei nostri emigranti fuggivano da questa società violenta.

Tra il 1876 ed il 1900 espatriano 5.257.830 persone, soprattutto dal Veneto, dalla Venezia Giulia, dal Piemonte, dalla Campania, dalla Campania e dalla Lombardia; tra il 1901 ed il 1915 invece espatriano 8.768.680 italiani in primis dalla Sicilia, seguita dalla Campania, dal Veneto, dal Piemonte, dalla Lombardia, dalla Calabria e dalla Venezia Giulia; tra il 1916 e il 1942 emigrano 4.355.240 persone in modo particolare dal Piemonte, dalla Lombardia, dalla Sicilia, dal Veneto, dalla Calabria, dalla Venezia Giulia, dalla Campania e dalla Toscana; tra il 1946 ed il 1961 gli italiani che espatriano sono soprattutto veneti, campani, siciliani, calabresi, pugliesi, abruzzesi e friulani, per un totale di 4.452.200 persone (fonte Istat).

Il tasso di analfabetismo in Italia tra il 1861 ed il 1991 era pari al 78% nel 1861; 72,96% nel 1871; 67,26% nel 1881; 56% nel 1901; 46,2% nel 1911; 35,8% nel 1921; 21% nel 1931; 12,9% nel 1951; 8,3% nel 1961; 5,2% nel 1971; 3,1% nel 1981; 2,1% nel 1991 (fonte: Genovesi, Storia della scuola in Italia dal Settecento ad oggi, Laterza; M. Dei, La scuola in Italia, ed. Il Mulino).

L’età media della morte dal 1861 al 1955 si è così accresciuta: tra il 1861 ed il 1870 era pari a 6,58 anni; tra il 1871 ed il 1880 5,5 anni; tra il 1881 ed il 1890 6,44; tra il 1891 ed il 1900 14,64; tra il 1901 ed il 1910 24,99; tra il 1911 ed il 1920 30,06; tra il 1921 ed il 1930 43,59; tra il 1931 ed il 1940 57,84; tra il 1941 ed il 1950 58,56; tra il 1951 ed il 1955 68,69 (fonte: Sommario statistiche storiche italiane, 1861-1955, Roma, 1958).

Il numero di omicidi per abitante in Italia nel 1881 è uno ogni 5.959 abitanti; nel 1891 ogni 7.857; nel 1901 ogni 10.466; nel 1911 ogni 11.734; nel 1921 ogni 6.787; nel 1931 ogni 18.509; nel 1941 ogni 23.875; nel 1951 ogni 19.983; nel 1961 ogni 31.443; nel 1971 ogni 36.163; nel 1981 ogni 23.056; nel 2001 ogni 75.024 (fonte Istat – nel 1941, dalle cifre ufficialmente dichiarate dal regime fascista, risultava un omicidio ogni 48.767).








L’EMIGRAZIONE DAL SUD


L’emigrazione dal Sud Italia è stata un vero e proprio dissanguamento: tra il 1901 ed il 1910 espatriano ogni anno, su mille abitanti, 33,4 abruzzesi e molisani, 31,6 calabresi, 29,7 lucani, 29,5 veneti e friulani, 21,6 campani, 21,5 siciliani, 20,6 marchigiani; senza di loro si svuotano campagne, città e paesi. Fame, crisi agraria, carestie, siccità, alluvioni, terremoti, bassi salari, uniti al desiderio di diventare piccoli proprietari generano la spinta ad abbandonare la propria terra di nascita. Di contro i grandi proprietari terrieri restano senza quei braccianti che consentivano loro di condurre una vita agiata: i “signori” maledicono i “cafoni” che osano desiderare di mangiare il pane bianco, di far studiare i propri figli e di far vestire le loro mogli come le “signore”. Così l’immagine del meridionale-tipo, apatico, povero, affamato e scalzo, si trasforma agli occhi del mondo in quella di chi si impegna per vivere un’esistenza diversa e più decorosa: quella “razza maledetta” trova il modo per risorgere.





DAL MONDO NUOVO AL NUOVO MONDO


Il “mondo nuovo” era un apparecchio ottico attraverso il quale i nostri avi hanno cominciato a scoprire le bellezze del Nuovo Mondo: Goldoni ne parla nell’omonima commedia come di <<un’industriosa macchinetta che mostra all’occhio meraviglie tante ed in virtù degli ottici cristalli anche le mosche fa parer cavalli>>. Molti erano gli sfruttatori che, oltre a vendere biglietti di viaggio, vendevano i lavoratori stessi a quei Paesi che richiedevano manodopera. Venne organizzata una vera e propria campagna pubblicitaria: alcuni venditori, vestiti come saltimbanchi, giravano su carrozze per le campagne italiane, nei mercati, sui sagrati delle chiese, per reclamizzare le ricchezze che avrebbero guadagnato quanti si fossero imbarcati per l’America. Chi avesse deciso di emigrare avrebbe trovato a sua disposizione per il viaggio navi pulite, ordinate, colorate, e, dopo un po’ di tempo, sarebbe giunto a destinazione, certo di una fortunata svolta della sua grigia esistenza in Italia. Chiunque decideva perciò di partire, dopo aver venduto tutti i suoi averi per il biglietto o dopo aver chiesto denaro in prestito per pagarsi il viaggio, avrebbe trovato le strade americane completamente lastricate d’oro. Per un certo periodo il viaggio verso il Brasile fu addirittura gratuito in cambio di essere inviati là dove voleva il governo, ossia a sostituire gli schiavi liberati in zone malsane e selvagge.

Il viaggio della nave a vapore India fu quello più lungo e sventurato: il marchese francese Charles Breil de Rays aveva fatto affiggere in tutta Europa 500mila manifesti per magnificare la Nouvelle France, una colonia fertilissima e cattolicissima che si trovava oltre il Borneo. Così 300 trevisani partirono clandestinamente il 4 aprile 1880 per raggiungere prima Marsiglia, poi Barcellona e da lì proseguire fino alla meta. Il viaggio fu disastroso: decine furono i morti, soprattutto fra i bambini. Una volta giunti a destinazione, i sopravvissuti si resero conto dell’enorme truffa organizzata ai loro danni: invece degli splendidi hotel e delle chiese e delle campagne provenzali, si trovarono di fronte ad un’impenetrabile giungla da cui sbucò un uomo nudo che, con un forte accento genovese, disse loro di essere l’unico superstite della spedizione precedente, decimata dalle malattie e dalla morte inflitta dai tagliatori di teste. Costoro non si arresero di fronte a tutto questo: cercarono caparbiamente di fondare una colonia, non riuscendovi, però, ed essendo ulteriormente falcidiati da nuove morti; così decisero di sequestrare la nave alla fonda e di farsi portare in Nuova Caledonia e poi a Sydeny, dove giunsero, stremati dalla fame e dai parassiti il 7 aprile 1881. Al loro arrivo vennero, però, separati l’uno dall’altro dalle autorità australiane al fine di imparare bene la lingua inglese; si ritrovarono un anno dopo e fondarono Cea Venessia, cioè Piccola Venezia.



LO SFRUTTAMENTO


A fine XIX secolo non era raro osservare nei porti <<centinaia di famiglie sdraiate promiscuamente sull’umido pavimento, o sui sacchi, o sulle panche, in lunghi stanzoni, in sotterranei, o soffitte miserabili, senz’aria e senza luce, non solo di notte ma anche di giorno>> (padre Pietro Maldotti in Relazione sul porto di Genova) o anche, come da un verbale sanitario del 1903, <<nei fondi di detto esercizio in due ambienti privi d’aria, sporchi, umidi e puzzolenti dormivano 50 emigranti la maggior parte per terra>>. Basta leggere il testo teatrale di Raffaele Viviani, Scalo marittimo, del 1918, nel quale narra la storia di Colantuono, un emigrante che intona uno straziato inno alla patria contro chi vuole a tutti i costi rubargli i soldi che ha mentre si trova sul molo napoletano dell’Immacolatella:

<<E io lasso ‘a casa mia, lasso ‘o paese,

e me ne vaco ‘n America a zappare.

Pe’ fa’ furtuna parto, e sto nu mese

Senza vede cchiù terra, cielo e mare.

E lasso ‘a casa mia, l’Italia bella,

pe’ ghi luntano assaie, ‘n terra straniera.

E sotto a n’atu cielo e n’ata stella

Trasporto li guaglioni e la mugliera.

E là accummencia la malincunia penzanno

a la campagna addò so’ nato;

a chella vecchia santa ‘e mamma mia,

e a tutt’ ‘e ccose care d’’o passato...>>


La scoperta della verità per un emigrante era sempre traumatica: nel momento in cui si imbarcava, prendeva contatto diretto con l’amara realtà. Scrive alla Voce cattolica di Trento nel 1887 un emigrante partito nello stesso anno da Genova: <<Quel bastimento aveva servito a condurre dall’America del carbon fossile e, pensando che noi emigranti fossimo roba da poco conto, i marinai non si erano pigliati la briga di ripulirlo. Al primo salirvi noi lo abbiamo trovato sì lurido che ci veniva schifo e già da molti di noi si alzava lamenti contro l’ingaggiatore che ci cacciava in mezzo a tanta sozzura>>.

Non era diverso il viaggio per colori i quali sceglievano Paesi europei o per quelli che, invece di imbarcarsi direttamente in Italia, scelsero di imbarcarsi dalla Francia, ad esempio: scrive dall’America nel 1898 Regina Favretti alla sorella Clotilde che <<da Basilea ad Havre ci si fece viaggiare in treni orribili, pigiati come le acciughe, e ci facevano sfilare in processione da un luogo all’altro in mezzo ad un migliaio di emigranti di tutte le razze e di tutti i colori, cacciati con la frusta come tanti maiali>>.

Scrive il colonnello medico Teodorico Rosati in L’assistenza sanitaria degli emigranti e dei marinai, 1910: <<la distribuzione del cibo era fatta in maniera umiliante, senza l’osservanza delle elementari norme igieniche. Accovacciati sulla coperta, presso le scale, col piatto fra le gambe ed il pezzo di pane tra i piedi, i nostri emigranti mangiano come i poverelli alle porte dei conventi. E’ un avvilimento del lato morale e un pericolo da quello igienico, perché ognuno può immaginarsi cosa sia la coperta di un piroscafo sballottato dal mare, sul quale si rovesciano le immondizie volontarie ed involontarie di quelle popolazioni viaggianti>>. Diversamente la 1^ classe delle navi era dotata di tutti i comfort: il viaggio qui era una crociera con balli, tornei di carte, giochi in coperta. Rosati descrive anche i dormitori degli emigranti: <<l’emigrante si sdraia vestito e calzato sul letto, ne fa deposito di fagotti e valigie, i bambini vi lasciano orine e feci, i più vi vomitano: tutti in una maniera o nell’altra l’hanno ridotto dopo qualche giorno ad una cuccia da cane. A viaggio compiuto, quando non lo si cambia, ciò che accade spesso, è lì come fu lasciato, con sudiciume ed insetti, pronto a ricevere un nuovo partente>>.

Leggiamo in un Rapporto del medico della White Star Line: <<la temperatura non è il solo fattore che rende nei dormitori l’atmosfera irrespirabile. Vi concorre il vapore acqueo e l’acido carbonico della respirazione, i prodotti volatili che salgono dalla secrezione dei corpi, dagli indumenti dei bambini e degli adulti, che per tema o per pigrizia non esitano a emettere urine e feci negli angoli del locale. La puzza è tale che il personale si rifiuta spesso di entrare per lavare i pavimenti>>.



LA BANDIERA GIALLA


Caricate all’inverosimile, queste sgangherate carrette del mare erano esposte a svariate epidemie. Talvolta le imbarcazioni erano le stesse che erano servite per la tratta degli schiavi con una velocità di 8 miglia e meno di 2 metri cubi di aria per ogni migrante. Molte furono le navi respinte dai porti del Sudamerica perché infestate da epidemie. Spesso il viaggio era la fine della vita dei più piccoli a bordo: molte furono le epidemie di morbillo e varicella e molti furono i corpicini di bambini gettati in mare. Colera, tifo, morbillo, varicella, asfissia (quando le camerate erano vicino ai motori), fame le cause di morte sulle navi.




IL TERRORE


L’oceano era terrificante: i santuari erano colmi di ex-voto di chi aveva concluso il viaggio. Molti furono anche i piroscafi che affondarono, pieni di migranti. Il bastimento inglese Utopia era partito da Trieste ed aveva fatto tappa a Napoli: portava 3 passeggeri di 1^ classe, 3 clandestini, 59 membri dell’equipaggio e 813 emigranti, quasi tutti italiani: la sera del 17 marzo 1891 sbagliò manovra e colò a picco in pochissimo tempo, andando a sbattere contro il rostro di una corazzata e portando alla morte 576 italiani del Sud.

Il Bourgogne, un piroscafo francese, carico di migranti italiani, affondò il 4 luglio 1898, dopo una collisione con un veliero inglese: 549 furono i morti.

Il 25 giugno 1901 si schiantò contro una scogliera nelle acque di Terranova il piroscafo Lusitania e il 7 maggio 1915 venne affondato da un sottomarino un secondo piroscafo con lo stesso nome, mentre navigava da New York verso l’Europa: i morti furono 1.198, quasi tutti lavoratori europei che rientravano in patria.

Il 4 agosto 1906 si inabissò il piroscafo Sirio, in una splendida giornata di sole, davanti alla costa spagnola di Cartagena; una parte dell’equipaggio calò in acqua una scialuppa e se ne andò, lasciando in acqua i viaggiatori, tutti contadini e montanari che non avevano la più pallida idea di come comportarsi: costoro, terrorizzati, si gettavano in mare o si rovesciavano addosso le scialuppe di salvataggio. La nave affondò dopo 16 giorni; morirono circa 500 persone.

L’Ancona era un piroscafo modernissimo: costruito nel 1908, era dotato di due eliche e la 3^ classe poteva ospitare 2.500 passeggeri. Il 7 novembre 1915 la nave fu sorpresa da un sottomarino austriaco mentre era diretta a New York: 206 furono i morti, tutti emigranti.

Anche tra i 1.523 morti del Titanic, affondato la notte del 14 aprile 1912, c’erano degli italiani.

La nave Principessa Mafalda nel 1927 perse l’asse di un’elica: le notizie ufficiali minimizzarono l’incidente, parlando di poche decine di vittime, ma in realtà i morti furono 314 (a Buenos Aires ne furono denunciate circa il doppio, 657).

Sull’Arandora Star furono caricati 700 immigrati italiani, per ordine di Churchill, dopo l’entrata in guerra dell’Italia, con l’accusa di essere spie del regime fascista: erano stati destinati ad un campo di prigionia in Canada. Molti di loro in realtà erano indifferenti alla politica o vivevano in Inghilterra da decenni o erano addirittura antifascisti o ebrei fuggiti dall’Italia dopo le Leggi razziali del’38. Sulla nave erano stati fatti salire anche 500 prigionieri tedeschi. Il 2 luglio 1940 la nave fu intercettata da un sottomarino tedesco e silurata ed affondata: morirono 446 italiani ma sui giornali dell’epoca non si menzionò minimamente l’accaduto.



I CLANDESTINI – WOP


Negli USA WOP è uno dei soprannomi più comuni e più offensivi rivolti agli italiani. Pronunciato uapp - suona come guappo- WOP è l’acronimo di “without passport”, senza passaporto, ossia clandestino. Il boss Albert Anastasia dichiarò che la mafia in pochi anni era riuscita a far entrare 60mila nostri emigrati solo a New York; gli italiani “WOP” in più di un secolo sono stati circa 4 milioni.



L’ARRIVO


Tutti i migranti, una volta sbarcati in America, venivano accolti nell’isoletta di Ellis Island, l’isola delle ostriche, di fronte a New York. Ellis Island era un filtro a maglia strettissima: qui venivano effettuate le visite mediche, i test attitudinali umilianti e vessatori. Gli italiani venivano descritti come affetti da molte malattie, deformi, ciechi, zoppi. Gli USA con la Legge del 26 febbraio 1891 vietò l’ingresso a ciechi, zoppi, sordi, sordomuti, mutilati o deformi, alle donne sole con bambini, alle donne sole incinte. Il 20 febbraio 1907 questa legge venne ulteriormente inasprita, vietando l’ingresso a persone fisicamente e intellettualmente difettose (uno dei test a cui sottoponevano gli immigrati era la conta in ordine decrescente). Molti venivano rimpatriati e, in questi casi, gli americani non si facevano scrupolo di separare definitivamente le famiglie, i figli dalle madri, i mariti dalle mogli.



LE CASE DEGLI IMMIGRATI


Nel 1898, come si legge nel libro di Jacob Riis, Come vive l’altra metà, in un solo isolato di caseggiati vi erano 132 stanze nelle quali vivevano 1.324 immigrati italiani, che spesso cadevano dalle finestre dei solai, dormendo su letti a castello vicino alle finestre (se ne trovavano almeno 10 per stanza); in effetti costoro in patria vivevano in condizioni assai peggiori.





COMM’È AMARO STU PANE


I mestieri più umili erano svolti da immigrati italiani: operai addetti alla costruzione di ferrovie, musicanti ambulanti, balie, arrotini, braccianti nelle piantagioni di canna da zucchero. Nei periodi di crisi erano in concorrenza con i cittadini americani poiché accettavano paghe più basse e orari più pesanti, “rubando” loro il lavoro, come accade in tutti i processi migratori: ciò attirò le ire dei locali.



LO SFRUTTAMENTO DEI BAMBINI


Fra XIX e XX secolo vennero venduti decine di migliaia di bambini a sfruttatori che li facevano lavorare nei cantieri svizzeri o nelle miniere americane, nelle vetrerie francesi o ai musicanti in America: costavano 100 £ l’uno, metà del prezzo di una macchina da cucire. Nelle vetrerie, ad esempio, i turni di lavoro erano massacranti: lavoravano seminudi per 16 ore al giorno e dormono dai tre ai cinque bambini per letto (un pagliericcio gettato per terra). Mangiano minestre cucinate con gli scarti degli ortaggi del mercato dalle mogli degli incettatori e del pane. La metà di questi moriva di stenti e di fatica.



MORIRE SUL LAVORO


Molte furono le morti di italiani sul lavoro. Il 25 marzo 1911, a causa di un incendio divampato agli ultimi piani di un palazzo in cui lavoravano, in una camiceria, con la porta sbarrata, 500 donne, 146 furono le vittime, di cui 39 italiane.

Nel luglio 1913, a Calumet, in Michigan, i minatori cominciarono uno sciopero che durò mesi; a Natale fecero una festa per i loro figlioletti nell’Italian Hall: i proprietari delle miniere si vendicarono dei disordini dei mesi precedenti, inviando alcuni dei loro guardiaspalle che urlarono “Al fuoco!” all’interno dell’Italian Hall, creando il panico tra i presenti. Le porte vennero sbarrate e, nel tentativo di uscire dalla hall, morirono calpestate 73 persone, tra cui molti bambini.

Un’altra protesta sedata col sangue fu quella dei minatori greci ed italiani di Ludlow, in Colorado, nel 1914: John Rockfeller fece radere al suolo con l’uso di mitragliatrici la tendopoli che i minatori avevano realizzato in mesi di protesta, uccidendo così 66 persone.



GLI ANARCHICI


Gli americani hanno nutrito per molto tempo il terrore per gli anarchici: il caso emblematico è quello di Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, il primo pugliese ed il secondo piemontese, che il 5 maggio 1920 furono arrestati con l’accusa di aver commesso una sanguinosa rapina. Prove a loro carico non ve n’erano: si scatenò la reazione del mondo intero – si riuscì a raccogliere in loro favore 10 milioni di firme, inutilmente. Furono giustiziati il 23 agosto 1927 - saranno riabilitati soltanto cinquant’anni dopo, nel 1977.



I SOPRANNOMI INFAMANTI


Oltre al nomignolo WOP in senso dispregiativo, affibbiato ai “clandestini”, cioè coloro che erano privi di passaporto, anche altri erano i soprannomi che designavano gli italiani in America: BAT (pipistrello), negli USA veniva usato per gli italiani ad indicare la mescolanza di bianco e di nero, allo stesso modo del pipistrello, che è un po’ topo ed un po’ uccello; DAGO, da dagger, pugnale, individuandoli come “accoltellatori”; GUINEA, cioè “negro”; MACARONI o SPAGHETTI, deridendo l’uso italiano di mangiare la pasta. Gli immigrati italiani in Brasile, poi, venivano detti CARCAMANO, sottolineando l’abilità truffaldina di calcare la mano sul piatto della bilancia mentre si pesa della merce; gli italiani in Argentina li si definiva PAPOLITANI, un misto di “pappone” e “napoletano”; in Svizzera tedesca venivano chiamati CINCALI, ossia “cinquaioli”, nel senso di giocatori di morra; in Francia BABIS, rospi.

Secondo il Dizionario delle razze del 1911, prodotto dalla Commissione per l’immigrazione, in Italia c’erano due razze: “ariana”, al Nord, e “mediterranea” in tutto il resto della Penisola (Genova compresa!); il confine tra il Nord ariano ed il Sud mediterraneo era segnato indiscutibilmente dal 45° Parallelo Nord, cioè a metà tra il Polo Nord e l’Equatore.





XENOFOBIA ANTI-ITALIANA


Negli USA gl’italiani sono stati per lungo tempo al secondo posto, insieme con i cinesi e subito dopo i neri, nella “lista nera” dei linciaggi. Nel 1899 a Tallulah, in Louisiana, 5 italiani (tre fratelli e due amici) vennero trucidati dopo una banale lite per una capra perché erano stati troppo gentili con i neri. Nel 1910 altri due italiani, Angelo Ficarotta e Costanzo Albano, furono linciati dagli operai di una fabbrica di tabacchi per non aver partecipato ad uno sciopero insieme a loro.

In Francia, l’11 agosto 1893, avvenne un massacro ad Aigues Mortes: secondo le fonti ufficiali vennero uccise 11 persone (nel processo gli operai francesi che accusarono gli italiani di rubare loro il lavoro e poi li assassinarono furono tutti assolti), ma da altre stime e da altre fonti pare che siano stati molti di più, almeno una cinquantina, i cui corpi vennero inghiottiti dalle paludi (furono massacrati da una folla inferocita al grido di “Dagli all’orso!” perché in Francia gli italiani venivano associati agli “orsanti”, ossia coloro che giravano per le fiere con orsi e cammelli).

In Svizzera a Göschenen nel 1875, durante una protesta per le durissime condizioni di lavoro nella costruzione della galleria del San Gottardo (erano morte 144 persone a causa delle fughe di gas e dei conseguenti crolli), 5 italiani furono uccisi nella repressione ad opera della milizia armata. A Zurigo, invece, nel 1896, si organizzarono treni speciali per portare in salvo gli italiani che rischiavano di essere massacrati da una caccia all’uomo. Sempre in Svizzera, l’ultimo dei tanti omicidi per motivi di odio razziale nei confronti degli italiani, commesso nel 1971 ai danni di Alfredo Zardini, fu punito con soli 18 mesi di reclusione, nonostante l’assassino avesse già a suo carico più di 150 denunce per violenza di vario genere.


MEDITATE GENTE, si diceva in tv

(Rosa Maria Ciritella)







LACREME NAPULETANE (Francesco Buongiovanni, Libero Bovio, 1925)


Mia cara madre,
sta pe' trasí Natale,
e a stá luntano cchiù mme sape amaro.
Comme vurría allummá duje o tre biangale,
comme vurría sentí nu zampugnaro.


Mia cara madre,
sta per arrivare Natale,
e stare lontano ha un gusto più amaro.
Come vorrei accendere due o tre bengala.
come vorrei sentire uno zampognaro.



A 'e ninne mieje facitele 'o presebbio
e a tavula mettite 'o piatto mio.
Facite, quann'è 'a sera d' 'a Vigilia,
comme si 'mmiez'a vuje stesse pur'io.


Ai miei bambini fate il presepe
ed a tavola mettete il mio piatto.
Fate, la sera della Vigilia,
come se tra voi ci fossi anch'io.



E nce ne costa lacreme st'America
a nuje Napulitane.
Pe' nuje ca ce chiagnimmo 'o cielo 'e Napule,
comm'è amaro stu ppane.


E ce ne costa lacrime quest'America
a noi Napoletani.
Per noi che piangiamo il cielo di Napoli,
come è amaro questo pane.



Mia cara madre,
che só', che só' 'e denare?
Pe' chi se chiagne 'a Patria, nun só' niente.
Mo tengo quacche dollaro, e mme pare
ca nun só' stato maje tanto pezzente.


Mia cara madre,
cosa sono, cosa sono i soldi?
Per chi piange la Patria, non sono niente.
Ora ho qualche dollaro, e mi sembra
che non sono mai stato così povero.



Mme sonno tutt' 'e nnotte 'a casa mia
e d' 'e ccriature meje ne sento 'a voce,
ma a vuje ve sonno comm'a na "Maria"
cu 'e spade 'mpietto, 'nnanz'ô figlio 'ncroce.


Mi sogno tutte le notti casa mia
e dei miei figli sento la voce,
ma a voi vi sogno come una "Maria"
con le spade in petto, davanti al figlio in croce.



E nce ne costa lacreme st'America.


E ce ne costa lacrime quest'America.



Mm'avite scritto
ch'Assuntulella chiamma
chi ll'ha lassata e sta luntana ancora.
Che v'aggi' 'a dí? Si 'e figlie vònno 'a mamma,
facítela turná chella "signora".


Mi avete scritto
che Assuntina chiama
chi l'ha lasciata ed è ancora lontano.
Cosa vi devo dire? Se i figli vogliono la mamma,
fatela tornare quella "signora".



Io no, nun torno, mme ne resto fore
e resto a faticá pe' tuttuquante.
I', ch'aggio perzo patria, casa e onore,
i' só' carne 'e maciello, só' emigrante.


Io no, non torno, resto fuori
e resto a lavorare per tutti.
Io che ho perso Patria, casa e onore,
io sono carne da macello, sono emigrante.



E nce ne costa lacreme st'America.

E ce ne costa lacrime quest'America.














































BIBLIOGRAFIA:

AA.VV: Racconti dal mondo. Scrivere le migrazioni. Antologia di narrazioni 1990-2007, Roma, FILEF, 2007

Luigi Botta, Figli, non tornate! (1915-1918) Lettere agli emigrati nel Nord America, prefazione di Gian Antonio Stella, Torino, Nino Aragno Editore, 2016

Renata Broggini (a cura di), Eugenio Balzan, L'emigrazione in Canada nell'inchiesta del «Corriere» 1901, Fondazione Corriere della Sera, Milano 2009

Martino Marazzi, Misteri di Little Italy. Storie e testi della letteratura italoamericana, Milano, F.Angeli, 2003

Mario Puzo, Mamma Lucia, Milano, Mondadori, 1988

Teodorico Rosati, L’assistenza sanitaria degli emigranti e dei marinai, 1910

Jacob Riis, Come vive l’altra metà, Edizioni Associate, 1890

Pamela Reeves, Ellis Island, Gataway to American Dream, New York, Barnles-Noble Books, 2002

Marco Santillo, Le migrazioni interne e il Mezzogiorno (PDF), Università degli Studi di Napoli Federico II, 2009

Patrizia Salvetti, Corda e sapone, Roma, Donzelli Editore, 2003

Ercole Sori, L'emigrazione italiana dall'Unità alla seconda guerra mondiale, Bologna, Il Mulino, 1979

Gian Antonio Stella, L'orda (quando gli albanesi eravamo noi), Milano, Rizzoli, 2002



SITOGRAFIA:

https://www.aise.it/modulo-pi%C3%B9-letti/rapporto-istat-2018-le-emigrazioni-degli-italiani/113617/2

http://www.mantovaninelmondo.eu/banche-dati-emigrati-italiani.html

https://www.alinari.it/it/esplora-immagini/immagini?q=EMIGRAZIONE+ITALIANA

https://libertyellisfoundation.org/immigration-museum

http://www.aiha-wrc.org/

http://www.asei.eu/

http://cedei.univ-paris1.fr/

http://www.museostorico.it/

http://www.rapportoitalianinelmondo.it/

http://www.terzaclasse.it/

http://www.italianinelmondo.ws/archivio-storia-emigrazione/135-le-navi-degli-emigranti-italiani.html



















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