sabato 28 marzo 2020

#iorestoincasa #coronavirus ITALIA IN ROSSO aggiornamento











ZONA ROSSA ESTESA A TUTTA L'ITALIA

E' l'appello di tanti ma va ripetuto ai sordastri. Ora bisogna stare a casa e non uscire se non per motivi indispensabili e previsti dall'ultimo modulo DPCM.  Bisogna informarsi e rispettare le regole. Dobbiamo farlo per il nostro Paese e anche per aiutare gli operatori della sanità che sono in trincea da settimane a lottare per la nostra vita e per la nostra salute. Ora è il momento della responsabilità civile e dell'unità, per essere utili gli uni agli altri 




martedì 3 marzo 2020

RIFLESSIONI SULLA GINESTRA LEOPARDIANA




LA GINESTRA O LA PIETÀ  PER LA SOFFERENZA

Appassionata fruitrice dell’Opera leopardiana, altrettanto veemente, impetuosa divulgatrice della sua Arte, sento la necessità indifferibile di scriverne, in un momento storico critico, contrassegnato da squilibri, diseguaglianze, divisioni, paure, intolleranze, ossia da quanto di più lontano esiste dalla chiara conoscenza e dalla serena interpretazione del reale.




LA GINESTRA O IL FIORE DEL DESERTO

La lirica fu composta da Leopardi nel 1836 nella villa Ferrigni di Torre del Greco (davanti all’abitazione si ergeva il Vesuvio) e apparve postuma nell’edizione dei Canti del 1845, pubblicata da Ranieri a Firenze.
La sua forma metrica è composta da sette strofe libere con 183 endecasillabi e 134 settenari variamente alternati; ciascuna strofa è chiusa da rima e da verso endecasillabo.
La prima strofa si apre con la descrizione di un paesaggio desolato, quello del Vesuvio: qui cresce la Ginestra con i suoi fiori profumati. Il poeta ricorda che anche tra le rovine dell’antica Roma è possibile sentire l’odore di questa pianta; egli invita gli ottimisti, ossia coloro che di solito esaltano la condizione degli uomini, a visitare questo paesaggio desolato per capire come la natura non si curi degli uomini.
Nella seconda strofa il poeta accusa il XIX secolo di aver abbandonato il razionalismo dell’Illuminismo per tornare, invece, a credenze religiose ed irrazionali che portano l’uomo verso un gravissimo regresso culturale. 
Nella terza strofa Leopardi invita gli uomini a prendere atto della triste condizione di infelicità in cui si trovano e soprattutto esalta la solidarietà tra loro: occorre infatti stringersi insieme in una <<social catena>> (v. 149). 
La quarta strofa si apre con la contemplazione della volta celeste: guardando questi spazi immensi, ci si accorge di quanto l’uomo sbagli a credersi al centro dell’universo. Egli polemizza quindi anche con la religione (vv. 190-195) che ha creato delle illusioni perché ha spinto l’uomo a pensare che esso sia al centro dell’universo.
La quinta strofa comincia con una similitudine: il poeta paragona la distruzione ad opera del vulcano con una mela caduta da un albero che uccide un intero popolo di formiche in un solo istante; in tal modo simboleggia l’assoluto disinteresse della natura nei confronti dello stato umano.
Nella sesta strofa viene descritta l’eruzione del Vesuvio di notte con particolari cupi, proprio per dimostrare che la vita dell’uomo è molto breve mentre la natura è eterna e minacciosa.
La settima ed ultima strofa è dedicata alla Ginestra. Il fiore viene esaltato perché è capace di sottostare al proprio destino senza alzare il capo, quindi è capace di diventare superbo, senza supplicare il vulcano di risparmiarla. Gli uomini dovrebbero quindi evitare sia la viltà che l’orgoglio e diventare umili ma tenaci come la Ginestra per continuare a vivere la loro esistenza in maniera degna.
La Ginestra è il simbolo della pietà verso la sofferenza: c’è un’analogia tra la Ginestra, compagna consolatrice, ed il poeta e la poesia. Leopardi dà l’incipit al suo componimento citando il Vangelo di Giovanni: <<E gli uomini vollero piuttosto le tenebre che la luce>> (Giovanni, III, 19). Le tenebre rappresentano le concezioni spiritualistiche ed ottimistiche della società contemporanea; la luce è la verità sul destino umano: Leopardi polemizza contro la religione, al fine di ricercare il vero. Sulle pendici desolate del Vesuvio, sterminatore, sorge, solitaria, la Ginestra. Nai primi versi ci sono toni sublimi ed orridi; paesaggi idillici, richiamati a contrasto per descrivere ciò che non è idillico: il monte, le strade, le ceneri, la lava. Le terre vicino Napoli, coperte dalla cenere del Vesuvio, furono un tempo fertili campagne, ameni giardini, magnifici palazzi, città famose: il terribile vulcano travolse poi tutto. Emerge così il sentimento del tempo e della natura che tutto consuma, che suscita il sentimento della vanità della vita e degli sforzi umani.
Nei primi versi Leopardi ricorda che su queste terre, ricoperte di lava, sterili, ormai, sorge la Ginestra che dà profumo, abbellisce le strade desolate che un tempo attraversavano le città. Contrappone il paesaggio brullo, che si è creato in seguito all’eruzione del vulcano, ai luoghi che un tempo erano cosparsi di lussuose ville ed attraversati da persone illustri; personifica il Vesuvio come un possente gigante con la bocca di fuoco. La Ginestra, questo fiore gentile che sembra avere pietà, commiserazione delle sofferenze degli altri e che inonda la terra col suo profumo dolcissimo che arriva sino al cielo, consola il deserto. La Ginestra è la pietà verso la sofferenza umana ma è anche la Poesia ed il poeta stesso che nella sua acuta sensibilità si fa voce di chi soffre e riesce con le parole a consolare ed a far giungere al cielo il suo grido di dolore. Leopardi, con tono ironico, condanna la cultura del suo tempo, troppo ottimistica perché esalta la forza dell’uomo, mentre la quotidianità dimostra la vanità della forza umana rispetto alla forza della natura che in un attimo può distruggere tutto, proprio quando l’uomo si sente più sicuro.
Il poeta proietta nel cielo le immagini di desolazione e morte che vede intorno a sé: sottolinea l’incommensurabile distanza tra la Terra e le altre costellazioni che paiono granelli di sabbia, punti luminosi nel vuoto: assurda è la presunzione dell’uomo di considerare se stesso re dell’universo, visto che i colpi della sorte sono sconosciuti. Fa riferimento ai miti religiosi, secondo cui gli dei diedero all’uomo il potere sulla Terra: questi miti furono già derisi dalla filosofia illuministica per poi essere trascurati dagli intellettuali del suo tempo. Il suolo che l’uomo calpesta è segno della sua condizione umile e passeggera; l’età  contemporanea è cresciuta riprendendo gli antichi miti ed è perciò regredita. 
Descrive un quadro di vita quotidiana: ricorda le persone semplici che faticano ogni giorno per costruirsi una casa, un nido, un luogo degli affetti che dia calore e sicurezza. In un attimo tutto questo può essere distrutto: quando si sente tremare la terra e si vede il vulcano riprendere la sua attività, la gente si raduna, afferra ciò che può e fugge per scampare la morte. A distanza di tempo dall’eruzione, le città tornano a fiorire ed a popolarsi; ciò che rimane dalla distruzione diventa oggetto di studio per gli scienziati. La natura non si occupa né si preoccupa di tutto ciò: prosegue secondo i suoi ritmi e le sue leggi, è cieca ed ineluttabile: cambiano i regni, passano le genti, cambiano le lingue, ma la natura non vede, non si preoccuopa di nulla, mentre l’uomo si arroga il vanto dell’eternità, crede di essere il depositario della verità, della forza.
La Ginestra, a differenza delle azioni umane e di quelle distruttrici della natura, ha un moto lento. Essa è la Poesia che si sottrae al ritmo frenetico della vita per coglierne il senso. Certo anche la Ginestra, libera, profumata, pura, consolatoria come la Poesia, è destinata a perire perché sottoposta alla natura, ma morirà con dignità perché non si leverà insensata, presuntuosa verso le stelle, ostentando una forza che non ha; non supplicherà le stelle, la natura o gli dei per risparmiarla e nemmeno morirà nel deserto, nonostante sia un fiore solitario: sarà colta e spargerà il suo profumo tra l’umanità. Essa è il simbolo della nobiltà dell’uomo che non deve essere né ottuso a rincorrere le <<superbe fole>>, intese come religioni, né vantarsi di essere forte come non è e nemmeno essere vile e piangere e disperarsi, perché non serve a nulla: non gli viene risparmiato per questo il suo destino di morte. L’uomo deve accettare con dignità la verità sulla sua esistenza: può solo stringersi con gli altri simili per dare aiuto e lanciare la sfida alla natura, affidata alla Ginestra, ossia alla Poesia.
Questa è la nuova Poesia del vero, perché l’Io è immerso in una realtà scabra; Leopardi non si sente un Titano che sfida il mondo: la sua non è una fuga dal mondo, non è ribellione sociale, ma è raccoglimento interiore che gli consente di calarsi nella cultura del suo tempo e di farsi portavoce della realtà del dolore umano: ha un anelito all’azione. Egli dichiara che non morirà con la vergogna di essersi asservito ad una cultura vacua, sterile; mostra tutta la sua fierezza di volersi dissociare dagli altri intellettuali e l’intenzione di denunciare le storture del presente, anche a rischio di essere dimenticato, nella consapevolezza che anche il presente è destinato all’oblio.
La grandezza dell’uomo sta, per Leopardi, nel riconoscere ed accettare la verità: questo è ciò che insegna La Ginestra. L’uomo non può cambiare il suo destino di morte, ma può accettare questa verità, tenendosi unito agli altri esseri umani, lanciando la sua sfida contro la natura, unico e vero male. Il messaggio positivo che da qui emerge è la <<social catena>>, l’importanza dell’essere uniti tra gli uomini, evitando di farsi guerra, perché in questo modo si aggraverebbe la situazione, l’uomo si procurerebbe altro male. Solo la solidarietà è il conforto ed insieme il tentativo di ribellarsi contro la natura selvaggia. L’uomo nobile è chi, pur essendo nato in miseria o essendo malato, non si nasconde dietro false maschere, ma è chi ha un animo retto e rifiuta di mostrarsi come non è, mentendo a se stesso ed agli altri. (Rosa Maria Ciritella)


LA VITA. Giacomo Leopardi nacque dal conte Monaldo e da Adelaide dei marchesi Antici a Recanati, nell’allora Stato Pontificio, il 29 giugno 1798. Primo di cinque figli, crebbe in un ambiente chiuso e bigotto, in compagnia dei fratelli Carlo e Paolina; dotato di una notevole intelligenza, si formò una vastissima cultura, sotto la guida di suo padre e di istruttori privati: imparò Latino, Greco, Ebraico e si dedicò giovanissimo a lavori filologici ed eruditi. Dal 1815 si impegnò nello studio dei classici, Orazio, Dante, Virgilio ma anche dei moderni, Rousseau, Alfieri, Foscolo, Goethe. L’amicizia con Pietro Giordani, sin dal 1817, contribuì all’apertura culturale di questo periodo.
Nel 1819 attraversò un periodo di grave crisi: il suo fallito tentativo di fuggire dalla casa paterna ed il peggioramento della malattia agli occhi lo gettarono in un profondo sconforto. Nasce in questo anno L’Infinito e successivamente gli Idilli, le Canzoni e lo Zibaldone, un diario intellettuale nel quale c’è la summa di tutto il suo pensiero.
Nel 1822 riuscì finalmente a recarsi a Roma dallo zio Carlo Antici, ma subì una forte delusione rispetto all’idea che si era fatto della città e dei suoi ambienti culturali.
Nel 1823 tornò a Recanati e cominciò la composizione delle Operette Morali, abbandonando la poesia e dedicandosi alla prosa. 
Nel 1825 sottoscrisse un contratto con l’editore Stella di Milano, dove si trasferì, rasserenandosi molto e motivandosi ulteriormente a continuare nella sua incessante opera di scrittura.
Nel settembre del 1826 si trasferì a Bologna, sempre stipendiato da Stella; dal novembre 1826 all'aprile 1827 fu a Recanati; quindi passò di nuovo a Bologna. Nel giugno del 1827 fu a Firenze e nell’inverno 1827-28 a Pisa: qui cominciò una nuova stagione creativa, compone A Silvia e la serie dei Grandi Idilli.
Nel novembre del 1828  problemi di natura economica e di salute lo indussero a tornare a Recanati, dove trascorse, come scrisse, <<sedici mesi di notte orribile>>.
Nel maggio del 1830, grazie agli aiuti economici di Pietro Colletta e di altri collaboratori dell'Antologia di G. P. Viesseux, tornò a Firenze, dove entrò nel vivo del dibattito culturale e dove visse anche l’amore deluso per Fanny Targioni Tozzetti. Qui conobbe Antonio Ranieri, con il quale, dal dicembre 1830, decise di vivere insieme e di mettere in comune le proprie risorse - dal luglio 1831 riuscì a ottenere dalla famiglia un modesto assegno mensile. In questo periodo scrisse una serie di componimenti, il Ciclo di Aspasia.
Nel 1833 si trasferì insieme all’amico Antonio Ranieri a Napoli, allietato dalla sua amicizia: qui trovò un ambiente bigotto, dominato da tendenze idealistiche e spiritualistiche; la sua polemica con questo ambiente si espresse ne La Ginestra o il fiore del deserto, composta nel 1836, un anno prima della sua morte, avvenuta il 14 giugno 1837 a Napoli per <<idropisia>> (pericardite) e per una conseguente crisi asmatica, dopo essere scampato ad un’epidemia di colera. 

BIBLIOGRAFIA: 
Francesco de Sanctis, Leopardi (1885), a cura di Carlo Muscetta e Antonia Perna, Torino, Einaudi, 1960
Federico De Roberto, Giacomo Leopardi, Milano, Treves, 1898; prefazione di Nino Borsellino, Roma, Lucarini, 1987
Benedetto Croce, Leopardi, in Poesia e non poesia, Bari, Laterza, 1923
Sergio Solmi, Studi leopardiani (1967-74), Milano, Adelphi «Opere II», 1987
Walter Binni, La protesta di Leopardi, Firenze: Sansoni, 1973, 1982
Natalino Sapegno, Leopardi, in Storia della letteratura italiana, a cura di Emilio Cecchi e N. Sapegno, vol. L'Ottocento, Milano, Garzanti, 1988
Giorgio Ficara, Il punto di vista della natura. Saggio su Leopardi, Genova, Il melangolo, 1996
Franco Cassano, Oltre il nulla. Saggio su Giacomo Leopardi, Roma-Bari, Laterza, 2003
Gaspare Polizzi, Giacomo Leopardi: la concezione dell'umano tra utopia e disincanto, Mimesis, Milano-Udine, 2011
Giovanni Nencioni, Giacomo Leopardi lessicologo e lessicografo (1981), in Tra grammatica e retorica. Da Dante a Pirandello, Torino, Einaudi, 1983

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