domenica 1 novembre 2009

TEATRO - High School Musical

di Michele Miglionico


Il musical del XXI secolo Tutto ciò che può portare bambini e ragazzi a teatro è ben accetto, anche se in genere è merito della televisione. In questo caso, di un film confezionato per il canale satellitare della Disney che, con la sua onesta fattura, ha ottenuto un successo multi-mediale imprevedibile. Avendo come protagonisti alcuni giovani protagonisti di musical, non poteva che approdare su un vero palcoscenico. La storia del primo film della trilogia è esplicitamente ispirata a "Grease". Non è un caso che proprio la Compagnia della Rancia contribuì a far rivivere il genere portando la versione tradotta di quel famoso show nei teatri italiani; così il cerchio si chiude. L'assonanza aumenta se pensiamo che le versioni teatrali di entrambi i film si avvalgono dello stesso espediente per legare le scene: un dj, qui l'inedito Jack Scott. Tradurre le canzoni è stato più rischioso che mai. Si poteva deludere la generazione vittima del fenomeno, che conosce a memoria i testi anglofoni dell'opera e si diletta nel karaoke. Si nota nel finale, quando un coro di voci bianche accompagna i protagonisti in "Se provi a volare", l'unico pezzo adattato già noto al grande pubblico. Con il senno di poi, quindi, la scelta si rivela azzeccata, non foss'altro per non disturbare le performance degli attori con un eco degno di un concerto. I pre-adolescenti avrebbero potuto avvertire anche un certo disagio nella scotomia tra interpreti e personaggi, così poco avvezzi tanto a distinguere realtà e immaginazione. Eppure, nonostante queste premesse pericolose, bambini e ragazzini sembrano apprezzare lo spettacolo. Buona parte del merito va all'apparato estetico. La scelta dei costumi è fedelissima alle scene filmiche. Gran parte delle coreografie richiamano le originali, ma per prevedibili esigenze la loro complessità è sacrificata alla loro felice esecuzione. Le scenografie sono ricche, versatili e ben integrate con l'azione e la musica. L'effetto generale ottenuto da Saverio Marconi e Federico Bellone lascia il segno nell'immaginario visivo. Il libretto di David Simpatico coglie il cuore e i tratti salienti della sceneggiatura, ma riesce ad assumere una fisionomia propria. Il testo si arricchisse di comicità demenziale, perfetta per i più giovani, ma anche di un umorismo più ricercato, che strizza l'occhio ai loro accompagnatori; persino i personaggi assumono alcune sfumature inesplorate, in molti casi anticipando le caratterizzazioni future. Il repertorio è pressappoco lo stesso: i brani noti possono cambiare interpreti e cronologia, ma senza traumi; il tutto è condito da due brani inediti. Un ottimo rimedio contro la noia. Peccato che le traduzioni di Franco Travaglio facciano perdere molto, costrette dalla diversa musicalità delle lingue a un vocabolario molto povero. Per i più grandi, da segnalare i rodati Clelia Piscitello e Pierluigi Gallo alle prese con la professoressa Darbus e l'allenatore Bolton, divertente coppia litigarella. Nel cast svetta, nella realtà come nella finzione, l'interpretazione di Sharpay Evans da parte di Valentina Gullace, quasi impeccabile (riesce persino a citare la propria Maddalena di "Jesus Christ Superstar"!). E il pubblico ricorderà anche il brioso Ryan Evans di Raffaele Cutolo. Il Troy Bolton di Giuseppe Verzicco non fa rimpiangere il titolare Jacopo Sarno, e la sua partner Denise Faro canta con sicurezza, nonostante la giovane età. Peccato che in alcuni occasioni, come il coro di "Mix di cellulari", le parole cantate siano inintellegibili, e che gran parte dei giovani attori non spicchi per le sue qualità istrioniche o danzerine, con qualche notevole eccezione

Il VUOTO-PIENO LASCIATO DA STAN LEE

Il 12 novembre - inCULTURA ha partecipato la notizia - è improvvisamente venuto a mancare Stan Lee e il cordoglio si è ...