domenica 27 gennaio 2019

FIGLI DI N.N. - I COGNOMI DEI TROVATELLI NELL‘800


Ruota degli esposti dello Spedale di Santa Maria degli Innocenti di Firenze


I COGNOMI. Il cognome, o nome di famiglia: quando si è formato? In base a quali esigenze?









l cognome, o nome di famiglia: quando si è formato? In base a quali esigenze? Su questi interrogativi si sono cimentati specialisti di diverse discipline, dai linguisti agli storici e agli antropologi ai giuristi e storici del diritto, ai demografi, agli esperti di statistica e di genetica. Gli studiosi Monique Bourin e Gregorio Salinero hanno ripensato i processi di cognominazione alla luce dei fenomeni migratori e hanno messo fortemente in discussione l’idea di una sostanziale stabilità antroponimica nel corso del tempo, al contrario di quanto si pensava in passato. Vi è stata una spiccata indeterminatezza del processo di diffusione e fissazione del cognome e anche di una profonda frattura tra l’Italia Settentrionale e quella Centrale. Nel Mezzogiorno, nonostante la ricerca in questo caso non disponga ancora di dati sufficienti, l’avvento del cognome sembra che abbia seguito una periodizzazione più in linea con quella riscontrata al Nord. Le diversità regionali appaiono quindi piuttosto marcate, con una precocità della fissazione ereditaria a Venezia, nelle aree urbane della Lombardia padana e anche in Piemonte dove la generalizzazione dell’uso del cognome pare aver preso le mosse già nel XIII secolo, per affermarsi completamente agli inizi del XVII, mentre in Toscana, Marche, Romagna, Abruzzo non si era ancora avviato questo cambiamento antroponimico. Al centro della Penisola nelle aree rurali permangono, per gran parte dell’Età Moderna, forme d’identificazione alternative, ottenute affiancando al nome di battesimo specificazioni patronimiche, toponomastiche, soprannomi, indicazioni di mestieri e appellativi diversi, che in alcuni casi possono assolvere la stessa funzione del cognome e designare il lignaggio d’appartenenza, in altri non sono però ancora divenute delle designazioni stabili e ereditarie. La spiegazione di questo “ritardo” pare che debba essere ricondotta ad un concorso di cause: prassi amministrativa, più omogenea e uniforme al Nord; l’uso di favorire forme di auto-rappresentazione dell’individuo più appropriate al contesto. In realtà il cognome è solo uno dei molti elementi connotativi del nome, più utile per alcune funzioni civili, e molto meno per altre.

Il cognome è stato quindi suscettibile di modificazioni nel corso del tempo: queste variazioni non vanno addebitate alla negligenza e trascuratezza degli ufficiali, ecclesiastici o secolari, preposti all’identificazione.


Il nome di famiglia cambia forma in ogni momento, se esaminato in una prospettiva cronologica di lungo periodo.



Ciò che fa variare il cognome possono essere, ad esempio, fattori economico-sociali (ripartizioni delle proprietà e loro trasmissione ereditaria); tipi di insediamento; migrazioni. Questo è accaduto soprattutto in Italia centrale, di meno in Italia settentrionale. In alcuni casi si è deciso di non avvalersi affatto del proprio cognome, pur possedendone uno, preferendogli altre designazioni, più consone ad un contesto comunitario, come ad esempio un patronimico, un’appartenenza di mestiere, un soprannome. Perciò l’odierno sistema cognominale non è il prodotto del retaggio genetico delle famiglie e delle parentele, ma il frutto invece di un faticoso processo iniziato nel Medioevo e protrattosi per buona parte dell’Età Moderna nel corso della quale, poi, furono le istituzioni ad imprimere finalmente una fissità burocratica all’uso delle designazioni familiari. Altro nodo da sciogliere è legato alle anagrafi sacramentali che registravano battesimi, matrimoni e sepolture: esse non fotografano fedelmente una realtà, e risentono della personalità del registrante, il quale può interpretare il suo ruolo in maniera più o meno aderente all’istituzione che rappresenta. Questo modo di operare è particolarmente marcato tra i ministri del culto almeno fino al Settecento inoltrato. Il parroco è, certo, il rappresentante della Chiesa, ma è contemporaneamente espressione della sua comunità d’appartenenza, perciò, a seconda del caso e del momento, fa prevalere ora l’uno, ora l’altro suo ruolo e, per conseguenza, mescola linguaggi e logiche onomastiche differenti. La volontà razionalizzatrice delle burocrazie statali dell’800, con il suo rigore poliziesco, riduce l’arbitrarietà precedente con i suoi formulari a stampa, imprimendo regolarità agli atti amministrativi.


I COGNOMI INVENTATI e gli "infanti abbandonati"





Capitolo a parte è costituito dai cosiddetti cognomi “inventati”, pur in considerazione della circostanza per cui tutti i cognomi sono stati originati da un atto creativo collettivo: di certi cognomi è possibile conoscere in effetti la data di nascita e le case della loro origine. Il primo di questi casi di cognomi creati “ad arte” è quello degli infanti abbandonati a partire dai primi dell’800; il secondo è quello dei cognomi modificati coattivamente nel periodo tra le due guerre (cognomi di minoranze alloglotte inserite all’interno dei confini italiani); il terzo è invece quello di chi ha voluto deliberatamente cambiare il proprio cognome, considerandolo disdicevole. In realtà esiste un quarto caso di cognomi creati ex novo: quelli dei convertiti al cristianesimo, provenienti dall’Islam o anche ebrei, già ridotti in schiavitù tra gli inizi del ’600 e la fine del ’700. Essi venivano cognominati secondo i desideri dei loro padrini, ecclesiastici o laici appartenenti a famiglie aristocratiche: molti di loro diedero ai neofiti i loro cognomi o gli anagrammi di questi. In alcuni casi diedero cognomi legati alla Vergine o a santi: spesso il santo era il patrono della Chiesa in cui avveniva il battesimo o il santo che si celebrava il giorno del battesimo. In altri casi il cognome assegnato traeva spunto dalla provenienza geografica dei convertiti al cristianesimo. Tra i musulmani battezzati troviamo molti Barberini, Colonna, Orsini, Patrizi, Zuccari, Spada, Corsini, Santacroce, Corradini, Albani, Savelli.






L’INFANZIA ABBANDONATA A FINE ‘800

La questione dell'infanzia abbandonata in Italia nell'ultimo quarantennio dell’800 è densa di implicazioni sociali: 150mila bambini, in genere al di sotto dei dieci anni, assistiti annualmente dai brefotrofi e dalle amministrazioni locali; circa 40mila neonati abbandonati ogni anno alla “carità” pubblica e privata. Le cause di questo fenomeno sociale erano varie e spesso difficilmente individuabili: spesso il movente era costituito dalle misere condizioni delle famiglie d’origine. Informazioni sulle madri di questi bambini sono scarse, poiché era fatto divieto dal Codice civile di ricercare sulla maternità naturale. Un esempio ci è comunque fornito dalla relazione sull'Ospizio provinciale degli Esposti di Como, redatta dal suo direttore, per gli anni 1876-78, da cui si evince che delle 163 donne ricoverate nel «comparto ostetrico» durante il triennio (comprese 5 esistenti al 31 dicembre 1875), 66 erano contadine, 51 «setaiole», 23 «serventi», 5 sarte, 4 «cucitrici», 2 «girovaghe», 7 «crestaie, negozianti o civili» e 5 senza alcuna professione. Probabilmente le due donne classificate come girovaghe e le cinque senza alcuna occupazione erano delle prostitute. Un altro fattore che probabilmente contribuiva a mantenere alto il numero delle esposizioni era la mentalità dell'epoca che non ammetteva la procreazione fuori dal matrimonio. Indubbiamente era positivo, sia dal punto di vista psicologico che da quello sanitario, il fatto che nella seconda metà dell'Ottocento la maggior parte dei trovatelli vivesse presso “tenutari” esterni piuttosto che all'interno degli istituti; tuttavia si deve tener presente che le famiglie ritiravano dai brefotrofi questi bambini quasi unicamente perché li ritenevano un buon “investimento”: una volta cresciuti, questi bambini avrebbero potuto diventare nuova forza-lavoro o nuove fonti di entrate. Un altro aspetto del problema dell'infanzia abbandonata si collega alle scarse condizioni igienico-sanitarie dei brefotrofi del Regno, tanto che davvero alta fu la mortalità infantile all’interno di queste istituzioni. Emerge una diversità di organizzazione dell'assistenza agli esposti tra le regioni italiane, sia per i salari percepiti dalle balie e dagli allevatori, sia per il limite d'età fino a cui i bambini rimanevano a carico delle amministrazioni locali, sia per i metodi di raccolta dei trovatelli, diversi soprattutto tra Centro-Nord e Sud: in meridione, soprattutto in Sicilia, alla fine dell'Ottocento esistevano ancora moltissime ruote, mentre esse erano state quasi tutte abolite negli altri comuni del Regno.

Dal 1861 al 1900 non fu promulgata in Italia nessuna legge che regolasse in modo uniforme il servizio degli esposti. I brefotrofi del Regno, che nel 1881 erano 102 e nel 1894 raggiungevano la cifra di 121; erano quasi tutti enti autonomi, regolati da ordinamenti speciali. Alcuni si limitavano a ricevere i bambini per affidarli subito a balie esterne o ad istituti centrali, altri li tenevano per un periodo più o meno lungo, talvolta permanentemente. I bambini venivano in ogni caso accolti senza alcun controllo e così illegittimi, legittimi, figli di ricchi o di povera gente entravano a far parte della “categoria” degli esposti, i figli di “N.N.” (Nomen Nescio) o di “M. IGNOTA” (da cui il termine dispregiativo “mignotta”). Spesso si sapeva chi era la madre del trovatello, perché aveva partorito nel «reparto ostetrico» annesso al brefotrofio, tuttavia il neonato veniva registrato come figlio di ignoti. Se la madre era benestante, pagava una certa somma, se era povera si prestava come balia all'interno dell'istituto per un certo periodo. Molti bambini venivano lasciati nelle ruote con qualche segno particolare: una medaglia, l'immagine di un santo, un foglio con una frase qualsiasi, in cui si avvertiva che erano già stati battezzati e si precisava il nome che era stato loro imposto. Le amministrazioni dei brefotrofi o gli incaricati comunali che si occupavano degli esposti annotavano scrupolosamente, accanto al numero d'ordine con cui i bambini venivano registrati negli «atti d'ingresso», tutti questi potenziali elementi di riconoscimento; si riteneva infatti che indicassero la volontà, da parte delle madri, di rintracciare un giorno i propri figli. Con ogni probabilità buona parte dei trovatelli che recavano questi segni particolari erano legittimi: questo metodo veniva adottato da parecchie madri legittime che poi si presentavano agli istituti come nutrici mercenarie per ottenere i figlioletti a baliatico esterno (le balie avevano la libertà di sceglier l’infante da nutrire). Una volta che l'istituto aveva ricevuto l'esposto, era tenuto tempestivamente a provvedere, dopo averlo convenientemente nutrito, a portarlo all'ufficiale incaricato dello Stato civile (vi erano degli atti di nascita appositi per loro) e poi dal parroco per il battesimo, se non ricevuto, con iscrizione in analogo registro. Il brefotrofio certamente mirava all'adozione; la nuova disciplina napoleonica, peraltro, incentivava gli affidi: anche il comune o la pia commissione istituita nel comune poteva provvedervi, rivolgendosi, però, ad una figura specifica, quella della levatrice, che riceveva una sorta di "stipendio". Le balie si impegnavano ad allevare il bambino per un anno; generalmente però, una volta preso in consegna il piccolo, lo tenevano presso di sé sempre divenendo «tenutarie»; se dopo lo svezzamento lo riconsegnavano al brefotrofio, si cercava di collocare subito l'esposto presso altri «allevatori campagnoli



CRITERI DI SCELTA DEI COGNOMI


I trovatelli in Italia sono stati per secoli nominati assegnando loro solamente il nome di battesimo a cui si aggiungeva un cognome eguale per tutti indicante la loro comune esperienza di brefotrofio. Ad esempio a Firenze ed in Toscana, dove l’istituzione per l’infanzia abbandonata fu per secoli lo Spedale di Santa Mariadegli Innocenti, gli esposti ebbero tutti il cognome di Innocentinelle sue varianti di Innocente, Degli Innocentio Nocentida cui i derivati Nocentini, Nocentino. A Milano, invece, l’istituto che si occupava dell’infanzia abbandonata era l’ospizio di Santa Caterina della Ruota, annesso all’antico complesso dell’ospedale sforzesco, che aveva come simbolo una colomba, perciò qui i trovatelli vennero cognominati molto frequentemente come Colomboe Colombini. Per lo stesso motivo a Pavia, ad esempio, gli esposti vennero chiamati spesso Giorgi, mentre a Siena Della Scala: si rafforzava così il legame filiale che legava il bambino abbandonato all’istituto che l’aveva accolto. Ancor più spesso, però, gli abbandonati venivano chiamati con cognomi che riportavano chiaramente alla mente la loro condizione di abbandono: Esposto, Esposti, Orfano, Proietti, Sposito, Spositi, Trovatelli, Trovato, Ventura, Venturelli, Venturini. Altro modo di definirli era fare riferimento alla loro nascita illegittima: Bastardo, Bastardi, Dell’Incerti, D’Ignoto, D’Ignoti, D’Incerti, D’Incerto, D’Incertopadre, Ignoto, Ignoti, Incerto, Incerti, Incertopadre, Parentignoti, Spurio, Spuri. Si usava anche cognominarli riferentesi alla pietà pubblica e/o religiosa: Cadei, Casadei, Casadidio, Casagrande, Di Dio, Diotallevi, Diotiguardi. In ogni caso, non tutti i cognomi summenzionati possono ricondursi all’infanzia abbandonata: per averne la certezza, occorre sempre svolgere ricerche d’archivio.

All’inizio del XIX secolo questa esplicita trasparenza dei cognomi dei trovatelli cessò in seguito ad una nuova sensibilità di ordine etico, al fine di non far gravare più sul trovatello l’umiliazione derivante da una facile rintracciabilità del suo passato di bambino abbandonato. Nel 1811 Gioacchino Murat abolì con un decreto l’antico uso del Regno di Napoli di chiamare quasi tutti i trovatelli Espositoo Proiettie decise che gli amministratori degli istituti di accoglienza dovessero stabilire i cognomi degli abbandonati. Nel 1813 un analogo provvedimento di Giuseppe Beauharnais impose l’obbligo del cognome a tutti gli abitanti del Regno d’Italia. Con una successiva circolare imperiale del 29 novembre 1825 venne imposta la regola secondo cui ogni trovatello avrebbe dovuto ricevere un cognome individualizzato. Da questo momento per le istituzioni finalizzate all’accoglimento dei trovatelli si pose un nuovo problema: quello di inventare per ognuno di loro un cognome di fantasia. Così il cognome inventato fu non solo il prodotto della creatività del singolo amministratore dell’istituto di accoglienza, ma anche il riflesso dell’immaginario, della mentalità e delle vicende dell’epoca della sua attribuzione. Molte, perciò, furono le variabili: l’estro del momento; un richiamo all’aspetto fisico del bambino o alle sue origini sociali o geografiche; una prefigurazione di un destino possibile; un richiamo a fatti storici o di cronaca del momento. Occorreva in ogni caso trovare un cognome che nessun altro avesse, per evitare che un domani l'esposto si presentasse davanti a qualcuno che portava quel cognome chiedendogli conto di una paternità rifiutata: ciò diventava fondamentale nel caso di figli illegittimi.

Tra i vari modi di operare, lo Spedale degli innocenti di Firenze dal 1812 attribuì un cognome distinto per ogni trovatello. Qui i cognomi scelti terminavano con la lettera “i” al fine di armonizzarli con la prevalente terminazione vocalica dei cognomi più diffusi in Toscana e si scelsero per determinati periodi cognomi che iniziavano con la stessa lettera. Altra impostazione usata fu quella di segnalare, nel nome e cognome, la data particolare di accoglienza (ad esempio Prima Gennai). Il 30 giugno 1875 fu l’ultimo giorno di funzionamento della ruota degli esposti di questo ricovero fiorentino, perciò i bambini nominati in quel frangente furono una Laudata Chiusuried un Ultimo Lasciati.

Le fonti d’ispirazione nella ricerca dei cognomi possibili furono molte: oggetti correnti (Mestoli, Quaderni,Inchiostri, Tetti, Valigi); piante (Pioppi, Peri, Susini, Limoni); fiori (Rosai, Gelsomini, Gerani); mestieri (Artisti,Osti, Tintori, Merciai); nomi (Adeli, Angeli, Alberti, Teodori); personaggi storici (Benvenuto Napoleoni, MariaStuarda); geografici (Mantovani, Romani, Senesi, Tamigi, Sassarini, Asiatici, Tirolesi); alcuni cognomi illustri, anche se vietati (Levi, Peruzzi, Tornabuoni); un richiamo all’abbandono (Portati, Venuti, Abbandonati,Soccorsi, Lasciati, Trovetti, Bastardi, Bastardini, Incerti, Ignoti); il mese in cui il bambino fu abbandonato (Gennari, Marzi, Maggi, Maggini); il giorno del mese (Tredici, Sedici, Quattordici); il santo del giorno o la specifica ricorrenza religiosa (Natale, Carnevali, Quaresimini); un augurio (Fortunati, Benarrivati, Bonaventuri); una difficoltà (Cascai, Borbotti, Scacciamondi); dati morali e comportamentali (Ridenti, Giusti, Pietosi, Placidi). A volte venivano modificati cognomi già esistenti o le vocali di un cognome già attribuito (Aschi/Eschi; Ameri/Amiri); o le consonanti (Faci/Fami, Fadi/ Fapi/Fasi) oppure si riprendeva nel cognome il nome (Anna Annetti).

A Lucca si cominciò a cognominare gli esposti solo dal il 1848, dopo l’annessione del Ducato lucchese al Granducato di Toscana: qui si usarono i nomi delle località e delle città di provenienza dei trovatelli (Lucchesi,Carraia, Carmigliano, Farneta, Camaiore, Nocchi).

A Pavia a fine 1825 si smise l’uso di chiamare i trovatelli Giorgi e si decise di scegliere per ogni anno una lettera con cui avrebbero dovuto iniziare i cognomi, attinti da un elenco sufficientemente lungo.

A Palermo il Conservatorio di Santo Spiritoseguì lo stesso sistema alfabetico di Pavia (qui una lettera durava alcuni mesi per poi essere sostituita da un’altra). Qui, come all’Annunziatadi Napoli, vennero usati cognomi detoponimici, tratti cioè da toponimi della più varia natura (nomi di città, regioni, nazioni, fiumi).

Anche a Crema si usò un analogo sistema alfabetico, ma qui una lettera iniziale poteva essere usata per anni. Fino al 1839, si ricorse a cognomi spesso quasi impronunciabili derivati dalle denominazioni scientifiche delle piante, per poi decidere di usare anagrammi e giochi di parole che potevano rifarsi o alle caratteristiche fisiche e caratteriali dei trovatelli (Accampoloni= “mano piccola”) o ad azioni compiute dall’infante (Aberlacusi= “se baci urla”) o ad atteggiamenti dei genitori (Decorcipo= “cedi corpo”) o ad azioni compiute dall’inventore del cognome (Cittastore= “te riscatto”).

In Italia si è avuto anche il caso di cognomi inventati dagli istituti di accoglienza tra il 1885 ed il 1896 legati a località, personaggi e fatti connessi con la prima colonizzazione italiana; essi sono disseminati in tutta la Penisola: Adua, Alagi, Ambalagi, Asmara, Dogali, Eritreo, Macallè.

Moltissimi di questi cognomi sono rimasti in archivio, data l’alta mortalità infantile in quel periodo; i cognomi femminili, ovviamente, si sono estinti, in seguito ai matrimoni; una parte è scomparsa in seguito alle adozioni. In ogni caso sono molti ancora quelli che sussistono ancor oggi. (Rosa Maria Ciritella)




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