venerdì 24 aprile 2009

FUMETTI - Blue #192

di Michele Miglionico


Andiamo in edicola e, con un'eccessiva discrezione, compriamo una copia del fumetto di genere più esclusivo d'Italia. Non che nelle nostre edicole ci sia ampia scelta, se escludiamo qualche manga hentai.
Il pregio della rivista della coraggiosa Coniglio Editore risiede nel trattare l'erotismo con serietà, senza scadere in tutti i luoghi comuni dei benpensanti. Lo si evince già dalla confezione editoriale: grande formato, carta patinata, grafica elegante. E lo si evince dall'alto numero di articoli e rubriche, dedicati agli argomenti più disparati.
Nelle pagine disegnate, ora in bianco e nero, ora a colori, non c'è spazio per un approccio comune alla sessualità. In "2+1", Vince e Sybilline dipingono con un certo realismo il fenomeno dei menage à trois organizzati. Roberto Baldazzini, con le sue "inserzioni" pubblicitarie di "Casa Howard" ci proietta in una divertente distopia. Francesco Cattani, con "Barcazza 2", immagina per noi una vacanza al mare con implicazioni incestuose; il suo stile è molto europeo, sia nel tratto sia nei ritmi delle tavole. Corrado Mastantuono, autore eclettico per eccellenza, si concede per la tavola autoconclusiva "Afrori&Profumi", divertente quanto rivoltante. "Il camerino" di Juan Alvarez e Jorge G. è quello in cui ogni donna vorrebbe usare durante lo shopping, senza ammetterlo. Davvero underground lo stile perverso di Marco Corona e Domenico Vaiti, autori della serie "Benemerenze di Satana". Godibile l'episodio di "Cicca Du-dum" di Carlos Trillo e Jordi Bernet, anche se quattro pagine son troppo poche. Le vignette di Makkox hanno uno stile peculiarissimo e spassoso.
In definitiva, se cercate pornografia, non bussate a questa porta. Atmosfere conturbanti, situazioni stimolanti, ironia, ma non troverete sana e cruda eccitazione in queste pagine, ma storie di una certa classe.

venerdì 17 aprile 2009

TEATRO - Prove d'autore

di Michele Miglionico


Risate isteriche, respiri malati. Quanta solitudine c'è in quattro personaggi disturbati che condividono un palco, ma che non possono interagire tra di loro perché fanno parte di opere diverse? Marco De Santis, regista della compagnia "Schegge d'ortaet", conduce il suo insolito cast in esercizi di stile di teatro contemporaneo, contando sul nome di un premio Nobel in locandina. La scelta dei brevi monologhi rende in pieno il legame di Harold Pinter con il teatro dell'assurdo. Un classico come "Aspettando Godot" dell'amico e collega Beckett vanta, perlomeno, uno sviluppo, una dialettica tra i personaggi. In questi sketches drammatici, invece, lo spettatore viene abbagliato (come un cervo dai fari di una macchina), da questi scorci folli di vita; l'effetto è ancora più alienante con la messinscena consequenziale dei pezzi. Tutto ruota intorno alle ossessioni dei protagonisti, ostaggi del proprio passato e/o delle proprie paure di affrontare la realtà. Se il drammaturgo punta a generare angoscia e confusione nel pubblico, l'obiettivo è pressoché raggiunto. La regia condisce con un tocco di living theatre il dialogo immaginato di "Tess" (Margherita Curci), che coinvolge a sorpresa la prima fila. Purtroppo pezzi così difficili e raffinati andrebbero maneggiati da grandi professionisti, in grado di metabolizzarne il senso profondo e comunicarlo al meglio possibile. E' un grosso rischio affidarli a interpreti di livello amatoriale quali possono essere i partecipanti del Seminario di Drammaturgia Europea Contemporanea del prof. Amoruso dell'Università di Bari. I quattro giovani lavorano quanto possono sulla resa nevrotica delle loro controparti, ma ogni silenzio, gesto, sfumatura ha un suo peso in pieces così brevi e intense. E purtroppo è presuntuoso definirsi attori se non si ha una dizione degna di questo nome. In chiusura, una parentesi musicale: Michele Marzella accompagna il bis di Elettra Sparapano con il suo trombone, amplificando l'angoscia della parossistica variazione-sul-tema di "Scusatemi", mentre la chiusa è affidata a una tromba tibetana che fa da colonna sonora a un fugace pensiero del regista. Un interessante "saggio di fine anno", tirando le somme.

mercoledì 1 aprile 2009

TEATRO - Il marchese Del Grillo

di Michele Miglionico


Cerchiamo di dimenticare "Il Marchese del Grillo" interpretato da Alberto Sordi e diretto da Mario Monicelli. Non è una provocazione che fa torto alla trasposizione teatrale pensata da Pippo Franco, anzi: è proprio per far vivere di luce propria questo spettacolo, concepito nella piena consapevolezza delle differenze tra schermo e palcoscenico. A giudicare dal comunicato di presentazione, l'adattamento ad opera di Pippo Franco, Massimiliano Giovanetti e Claudio Pallottini ha avuto il placet degli autori originali, il che non stupisce. Il cuore del quasi-storico protagonista c'è tutto. Onofrio del Grillo è e rimane l'emblema della volontà di rompere gli schemi e superare la morale comune, echeggiando (inconsapevolmente?) il super-uomo e lo spirito dionisiaco di Nietsche. Il nobile può permetterselo facendo leva sul suo potere aristocratico ed economico e sulla sua paradossale amicizia con papa Pio VII (un ottimo Ciro Ruoppo). Ciò che cambia è la connotazione dei personaggi di contorno e, in un circolo virtuoso, la trama a sostegno della messinscena. Le figure della madre, dello zio, della sorella, della cugina di Onofrio vengono qui ridisegnate sulla moglie Ortensia del Lezzo (Monica Guazzino), il figlio Leopoldino, artista sensibile e malinconico (Marco de Francesca) e il fratello Oronzo, aspirante Cardinale (Pino Michienzi). Sono loro, insieme all'amministratore Fiorone (Roberto Attias), gli artefici della congiura che si dipana per oltre due ore e che arriva a coinvolgere Gaspare il carbonaio, il sosia del Marchese (una migliore interpretazione di Franco) fino a livelli non previsti dalla sceneggiatura originale. Un complotto forse troppo amaro per i toni di una commedia, che si riscatta in un lieto fine in cui risplende la superiorità morale del Marchese sul parentame. Alcuni degli episodi più memorabili transitano indenni oltre il sipario: p.e. le beffe ai danni del falegname ebreo Aronne Piperno o del rigattiere (suo gemello immaginato per esigenze sceniche), entrambi impersonati da Andrea Perolli. I caratteri, in soldoni, sono al servizio della drammaturgia, resa il più coerente e coesa possibile. Per il giusto timore del confronto con Sordi, Pippo Franco rifugge il suo stile e si cuce addosso l'interpretazione. Purtroppo il suo Marchese, pur nella dignità della sua autonomia, non ha la grinta e la veracità che ci si aspetterebbe dal personaggio, e non è neanche abbastanza "romano", a differenza dei servitori Ricciotto (Francesco Biolchini) e Faustina (Francesca Ceci). La scenografia richiama paesaggi della città eterna, ma si affida molto alla fantasia dello spettatore; ciò non toglie che sia abbastanza mobile e versatile da far passare indenni i cambi di ambientazione, anche tra interni ed esterni. La vita come uno scherzo Cerchiamo di dimenticare "Il Marchese del Grillo" interpretato da Alberto Sordi e diretto da Mario Monicelli. Non è una provocazione che fa torto alla trasposizione teatrale pensata da Pippo Franco, anzi: è proprio per far vivere di luce propria questo spettacolo, concepito nella piena consapevolezza delle differenze tra schermo e palcoscenico. A giudicare dal comunicato di presentazione, l'adattamento ad opera di Pippo Franco, Massimiliano Giovanetti e Claudio Pallottini ha avuto il placet degli autori originali, il che non stupisce. Il cuore del quasi-storico protagonista c'è tutto. Onofrio del Grillo è e rimane l'emblema della volontà di rompere gli schemi e superare la morale comune, echeggiando (inconsapevolmente?) il super-uomo e lo spirito dionisiaco di Nietsche. Il nobile può permetterselo facendo leva sul suo potere aristocratico ed economico e sulla sua paradossale amicizia con papa Pio VII (un ottimo Ciro Ruoppo). Ciò che cambia è la connotazione dei personaggi di contorno e, in un circolo virtuoso, la trama a sostegno della messinscena. Le figure della madre, dello zio, della sorella, della cugina di Onofrio vengono qui ridisegnate sulla moglie Ortensia del Lezzo (Monica Guazzino), il figlio Leopoldino, artista sensibile e malinconico (Marco de Francesca) e il fratello Oronzo, aspirante Cardinale (Pino Michienzi). Sono loro, insieme all'amministratore Fiorone (Roberto Attias), gli artefici della congiura che si dipana per oltre due ore e che arriva a coinvolgere Gaspare il carbonaio, il sosia del Marchese (una migliore interpretazione di Franco) fino a livelli non previsti dalla sceneggiatura originale. Un complotto forse troppo amaro per i toni di una commedia, che si riscatta in un lieto fine in cui risplende la superiorità morale del Marchese sul parentame. Alcuni degli episodi più memorabili transitano indenni oltre il sipario: p.e. le beffe ai danni del falegname ebreo Aronne Piperno o del rigattiere (suo gemello immaginato per esigenze sceniche), entrambi impersonati da Andrea Perolli. I caratteri, in soldoni, sono al servizio della drammaturgia, resa il più coerente e coesa possibile. Per il giusto timore del confronto con Sordi, Pippo Franco rifugge il suo stile e si cuce addosso l'interpretazione. Purtroppo il suo Marchese, pur nella dignità della sua autonomia, non ha la grinta e la veracità che ci si aspetterebbe dal personaggio, e non è neanche abbastanza "romano", a differenza dei servitori Ricciotto (Francesco Biolchini) e Faustina (Francesca Ceci). La scenografia richiama paesaggi della città eterna, ma si affida molto alla fantasia dello spettatore; ciò non toglie che sia abbastanza mobile e versatile da far passare indenni i cambi di ambientazione, anche tra interni ed esterni.

Il VUOTO-PIENO LASCIATO DA STAN LEE

Il 12 novembre - inCULTURA ha partecipato la notizia - è improvvisamente venuto a mancare Stan Lee e il cordoglio si è ...