venerdì 19 marzo 2010

TEATRO - Faust

di Michele Miglionico


Sergio Maifredi, il nuovo direttore artistico del Teatro Curci di Barletta ha introdotto personalmente in sala lo spettacolo del Faust, parlandone come della più alta e innovativa scommessa della stagione barlettana. Questo perché presentare a un pubblico italofono, e di frequentatori quasi abituali, uno spettacolo interamente recitato in lingua polacca è palesemente un azzardo. Maifredi ha così raccontato del suo personale incontro col Nowy Teatr, in occasione del celebre Festival di Edimburgo, nel 2005, proprio in occasione della prima rappresentazione del Faust. Incontro non solo folgorante in quanto spettatore, ma professionalmente stimolante e proficuo in qualità di regista, se da quel momento nasce una collaborazione duratura tra lui e il Nowy Teatr. Il regista è infatti chiamato a dirigere a Poznan allestimenti di opere teatrali italiane, mettendo in scena dei Pirandello e dei Goldoni tuttora in cartellone. Da questa personale esperienza, pienamente riuscita nonostante l’ostacolo della lingua straniera non conosciuta dal regista italiano, nasce l’idea di presentare al pubblico pugliese questa versione teatrale del Faust diretto da Janusz Wisniewski. Quest’opera, adattamento basato sul capolavoro di Goethe, è stata allestita con un nutrito cast di attori, addirittura diciassette: essi percorrono il palco con frenesia, narrando la celeberrima storia del medico che vende la sua anima al diavolo in cambio della sapienza con ritmo sostenuto e sincopato, dando sfoggio a ventisei cambi di scena. In un mondo temporalmente compreso tra la morte e la resurrezione di Cristo, un mondo quindi senza Dio, le anime dei morti accompagnano le vicende di Faust con espressività e gesti fortemente caratterizzati. Musiche e movimenti corali ricordano a volte le atmosfere balcaniche dei film di Emir Kusturica. Ma il pubblico può davvero apprezzare uno spettacolo in prosa recitato in lingua straniera? A nostro parere solo in parte. Sicuramente una operazione di questo genere ha molti pregi, tra cui un’apertura al grande teatro internazionale, e alla stimolazione verso la riscoperta della vera magia del teatro. Ma la scelta di non usufruire dei sovratitoli – ormai largamente utilizzati anche negli allestimenti delle opere liriche - penalizza la comprensione e il godimento pieno di un’opera validissima. Se davvero i sovratitoli avrebbero potuto distogliere l’attenzione dal palco e la mimica dei personaggi, usarli quantomeno per contestualizzare i cambi di scena (come visionabile sulla locandina nel foyer) sarebbe stato utilissimo per contestualizzare ed apprezzare appieno l’evolversi della storia di Johan Faust, Mefistofele e Margherita. La scelta di questa rinuncia rimane quindi discutibile agli occhi del pubblico, e fa vincere solo in parte la scommessa della presentazione di questo singolare spettacolo.

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