giovedì 21 luglio 2022

IL POTERE DELLA BUGIA E LA BUGIA DEL POTERE: UNA #CRISI DI GOVERNO ITALIOTA IN PIENA EMERGENZA MONDIALE






OGGI in Parlamento si è consumata una "Follia". Se non concordate, abbandonate la lettura dell'articolo, vi avviso.


Come ci hanno fatto notare in tanti, il premier Draghi è stato applaudito con ipocrisia da tutti i parlamentari, anche da quelli che hanno contribuito ad ostracizzarlo. Paradosso. Per questo riprendiamo, al di là della psichiatria, il mito della Nave dei Folli cui alludeva anche Focault.

Michell Foucault nella sua Storia della follia nell’età classica allude al mito della nave dei folli. Sosteneva che il mito poteva essere anche Storia in quanto può basarsi su fatti reali, poiché alcuni autori dell’antichità e del Medioevo accennano a delle navi con il “carico insensato”. Secondo questi racconti, ai folli non era consentito attraccare in nessun porto. Dovevano stare lontani da tutti. OGGI l'Italia è alla deriva. Una Nave di Folli, la Stultifera Navis: nell’anno 1486, agli albori del Rinascimento Sebastian Brant scrisse un lungo poema chiamato Das Narrenschiff o Stultifera navis. Questo poema parla di un viaggio per mare compiuto da oltre un centinaio di "folli" verso un luogo chiamato Narragonia e che procede fino al Paese di Cuccagna. Per noi il viaggio verso la Narragonia è appena incominciato nella fase storica più difficile dell'Umanità: 

Pandemia pluriennale, guerra ottocentesca di invasione in Europa, catastrofe ecologica con siccità, nuova crisi energetica, scadenze economiche improrogabili per evitare il fallimento di più di una nazione, ecc. Non è un bel periodo. 



In tutto questo vi è chi brinda alla caduta di Draghi, indicato da aree social neofasciste come un "Duce". 

Ecco c'è chi oggi brinda a vodka ed esulta nell'aver destabilizzato l'Italia e l'Europa in già in gravissima difficoltà. 

Lo scontro ora almeno si è fatto  più chiaro: tra "sfascisti" ed "europeisti". 


C'è più di uno che brinda al Cremlino nell' aver contribuito ad abbattere la compattezza dell'Europa. Si può anche ipotizzare che il piano del Cremlino sia stato e sia proprio destabilizzare l'Occidente (vecchio "pallino" dell'URSS), oltre che invaderlo:   c'è più di una suggestione che i personaggi ritratti in foto sottostante - che oggi si attaccano tra di loro per manciate di voti elettorali - siano riuniti da un filo comune allo Zar della PanRussia. 




Non è un caso che nella stessa giornata delle dimissioni del Governo italiano, il ministro-mastino Lavrov abbia dichiarato che alla Russia non basta il Donbass (si veda comunicato ANSA), i russi andranno oltre questo obiettivo. Dunque la guerra di invasione dell'Ucraina subdolamente condotta dalla Federazione Russa (o Impero?) andrà ancora per molto avanti - con rischi di nuclearizzazione - e magari dopo l'Ucraina l'appetito dell'Orso russo - non quello benevolo di Masha - si farà sempre più grande con mire ulteriori di conquista: non è un caso che i Paesi viciniori o confinanti siano già in ansia e chiedono appoggio all'UE e al Patto Atlantico.



Ecco perché con tutti i social a nostra disposizione abbiamo stigmatizzato che 

OGGI non è un giorno qualsiasi di Luglio: è un DIES ALLIENSIS PER L'ITALIA NEL MENTRE SI PROFILA LA "TEMPESTA PERFETTA". 


Per chi non ricordasse o non sapesse, i Romani celebravano così una loro sconfitta subita ad opera degli invasori Galli Senoni ad Allia, vicino Roma. Ma da una sconfitta si pervenne poi ad una vittoria da non dimenticare, come la sonora sconfitta: oggi (ed è LUGLIO come allora) la chiamiamo RESILIENZA la capacità di risollevarsi da una sconfitta simile con tanto di tradimento (anche allora ci fu un TRADIMENTO, sapete?).

Ora spetta a noi resistere e sconfiggere i nemici dell'Europa, con tutte le armi della democrazia e, se necessario, andando oltre. 


(achille miglionico)



PS:Il 18 luglio del 390 a.c., era indicato dai Romani nel loro calendario come Dies Alliensis (giorno dell’Allia), a memoria della data in cui ricorreva la terribile sconfitta subita presso il Fiume Allia, un piccolo affluente del Tevere, per mano dei temibili Galli Senoni.

martedì 19 luglio 2022

La sacralità del tempo #tempo #sacro #cristodelladomenica #pordenone


Una riflessione sul tempo, sulla sua regolamentazione e sacralità a partire da un piccolo affresco.


A Pordenone, nella chiesa di Santa Maria agli Angeli (conosciuta da tutti come “Chiesa di Cristo Re”), sulla parete sinistra c’è un piccolo affresco noto come “Il Cristo della Domenica”. Rappresenta Gesù Cristo, a petto nudo di fronte allo spettatore. Ci guarda col volto sorridente mentre il suo corpo è pervaso di punti rossi dai quali sprizza sangue, rappresentato con una semplicissima linea rossa. La miriade di traiettorie ematiche trova, alla sua estremità finale, un oggetto, un ferro del mestiere: coltelli, asce, martelli…

Vi è insomma rappresentata, in questa popolana sineddoche, tutto il cosmo dei mestieri. 

L’immagine è di una ingenuità commovente, banale ai limiti del pianto di commozione. È un tipico esempio di immagine devozionale che ammaestra il popolo, ai tempi dell’analfabetismo di massa ma anche dell’immagine ancora sacra, non scaduta al rango di pornografia né cannibalizzata da un cervellotico logocentrismo. 

Il messaggio riportato da questa iconografia, assai diffusa nel Nord Italia e in altri stati europei (1) tra secoli  XIV e XVI, è semplice: non lavorare di domenica; se impugni un attrezzo nel giorno del Signore fai sanguinare Cristo. 

Non ci imbatteremo nelle questioni più strettamente storico-artistiche legate a questa diffusa iconografia (per questo rimandiamo alla sintetica bibliografia indicata nelle note a fine articolo) ma a delle riflessioni più laterali che si possono sviluppare intorno a questo tema. 

Questo messaggio “se fai X succede Y” ha dietro sé un mondo infinito di significato e da solo basterebbe a spiegare un’intera civiltà. 




Le mie riflessioni personali da molto tempo girano intorno al tempo, perciò mi è parso istantaneo che quella immagine così semplice contenesse in sé non solo una regolamentazione del tempo ma un modo intero di stare al mondo, corredato da un incrollabile e inscalfibile senso di significato dello stare al mondo, che, a noi uomini moderni e laici (e che abbiamo smarrito un senso profondo della vita e dello stare al mondo) non può che commuovere fino al desiderio, che è quasi invidia, verso questa fede, nel suo senso etimologico di fides ossia fiducia, nel Significato.


Torniamo al Tempo. Non un concetto di poco conto se si guarda non solo ai grandi nomi del pensiero occidentale che si sono occupati dell’argomento (Seneca, Agostino, Petrarca solo per citare alcuni nomi) ma a una frase dello psichiatra americano Eric Berne, fondatore dell’Analisi Transazionale, il quale sosteneva che «l’eterno problema umano è la strutturazione delle ore di veglia» (2).

Per Berne, dicendola in soldoni, è proprio questa “fame di struttura” che ci fa compiere tutte quelle azioni che ci lanciano nello sconforto e nel malessere. La gestione del tempo, dunque, regola la nostra vita. Ora si pensi, per un attimo e di nuovo, al nostro “Cristo della Domenica”.

Non si lavora di domenica. Che punto fermo. Che meravigliosa strutturazione del tempo in azione e inazione. 

Ma c’è di più, la mia azione, che oggi ritengo banalissima e insignificante, era in contatto diretto con la divinità, al punto tale che se impugnassi uno strumento di lavoro, potrei far sanguinare il Cristo. 

Il sacro viveva dunque, per davvero, nel quotidiano e la vita del singolo era davvero importante. 


Arrivati a questo punto verrebbe naturale sia sentire dentro di sé il rammarico del paradiso perduto sia la voglia di tornare alle origini, la fantasia a occhi aperti di cancellare la nostra civiltà tecnologica e chiedersi come mai l’uomo sia stato così sciocco da cancellare tutto ciò.

Forse perché dietro la Regola c’è sempre l'Oppressione e la Repressione (anche questa iconografia, storicamente, nasce come imposizione: "quasi un’enciclopedia del divieto" (3), che, tra l'altro, proibiva feste, balli e attività sessuali anche tra coniugi(4)) .


E qui si giunge sempre al nodo finale di chi, in una certa qual maniera si occupa di cose umane: ciascuna direzione porta con sé un estremo e ciascuna scelta porta con sé, insieme a delle conquiste, delle inevitabili perdite. E l’equilibrio e il compromesso sono più miraggi che altro. 

O è semplicemente il senso del nostro tempo che, chiuso in una razionalità cervellotica, si arresta poi al bivio delle decisioni e s’incanta poi, di tanto in tanto, di fronte alla sacra ingenuità degli antichi.

O forse ancora, siamo solo chiamati in questi tempi a decidere per noi, all’obbligo di costruirci le nostre regole e i nostri valori, in un cammino senz’altro faticoso, ma che ci permette di essere liberi. 


Claudio Leone


NOTE


(1) M. FERRERO, Il Cristo della Domenica: un’iconografia tra arte e religione. Un esempio vicentino, in «Progetto restauro. Trimestrale per la tutela dei Beni Culturali», 42, 2007, pp. 33-37: «Le testimonianze artistiche di tale precisa volontà espressa dalla Chiesa –note sotto il nome di

Cristo della Domenica–sono oggi poco più di una sessantina, ubicate prevalentemente nelle aree a ridosso dell'arco alpino centro-orientale: Austria,Germania, Italia settentrionale e Svizzera oltre a Repubblica Ceca e Istria, quasi si fosse trattato in maniera specifica di un ambito culturale concentrato tra le popolazioni abituate a convivere con climi difficili e minori possibilità di diluire il proprio lavoro nell’arco di un periodo di maggiore respiro. Al di fuori di siffatto contesto geografico compatto e sostanzialmente omogeneo, l’immagine del Cristo  

sofferente e trafitto dagli oggetti della quotidianità ha trovato ampio spazio in Inghiterra, particolarmente nell'area meridionale incluso il Galles».



(2) E. BERNE, A che gioco giochiamo, traduzione di V. Di Giuro, Einaudi, Milano 2013 (prima edizione 1964), p. 17.


(3)  M. FERRERO, op. cit. p. 35.


(4) G. BRECCOLA,  Il" Cristo della Domenica" nella basilica di S. Flaviano a Montefiascone, in «Rivista storica del Lazio», 2002, 16, pp. 4-44: «Questo Cristo aveva quindi, secondo l’antica tradizione pittorica popolare, finalità didattiche e catechetiche per meglio far comprendere il male compiuto lavorando nei giorni festivi. Immagini quindi con funzione di sermone didattico popolare, di predica ad alto contenuto apocalittico e terrifico: l'autorità religiosa chiedeva ai contadini e agli artigiani di tornare a santificare il settimo giorno, di lasciare per qualche ora il lavoro, di non frequentare l’osteria e neppure il letto coniugale. Diventano allora comprensibili il dolore del Cristo,trafitto dagli strumenti di lavoro e di divertimento, e il riferimento alla domenica». 





mercoledì 2 marzo 2022

 


A causa degli eventi tragici che stiamo vivendo in Europa siamo in tanti ad essere indignati e logorati dalle preoccupazioni per il futuro comune. Il dittatore dallo sguardo anempatico (non a caso l’eroico Presidente dell’Ucraina ha descritto di Putin “gli occhi senza sguardo”) continua a vagheggiare sogni ottocenteschi di egemonia dimostrando che i dittatori non sono caratteristica solo del Novecento. Io credo che la guerra offensiva in atto con sterminio di civili si spiega da sola: una folle corsa entropica che porta alla distruzione di tante vite, anche russe. Questa è la guerra di Putin non del popolo russo che protesta in piazza anche con i bambini.

E il dittatore che ha accerchiato gli ucraini praticamente è accerchiato dal mondo libero, e forse messo in discussione anche dall’interno.  Come Hitler ha adoperato la guerra-lampo ma non ha raggiunto gli obiettivi prefissi in quanto gli ucraini resistono e muoiono per le loro famiglie.  Speravamo tutti che dopo la lezione della pandemia che ci ha messo in ginocchio collezionando più morti di tante guerre combattute nel Novecento, speravamo tutti  che non ci fossero più dittatori e invasioni nel nuovo Millennio ma non è stato e non è così L’unica nota positiva degli eventi funesti occorsi è che la EU ha risposto assertivamente con massicce iniziative individuali e di gruppo  frapponendosi al colosso militare. L’EU foriera di ideali-guida di convivenza civile, ha operato con compattezza ed efficienza e si sta comportando geopoliticamente all’unisono nel rafforzare i nostri valori di libertà  e rispetto della diversità. Mi chiedono spesso i genitori come raccontare loro la guerra ai piccoli : non negando, non nascondendo la verità, va spiegato che attaccare è un fatto e difendersi/difendere è un atto legittimo. Dobbiamo spiegare che il Male esiste quanto il Bene e solo conoscendoli attraverso la Storia passata e presente siamo in grado di scegliere da che parte stare. Poi dobbiamo rassicurarli, questi figli e nipoti (non ne hanno i dittatori?), con la nostra presenza. Il futuro è loro ma qualcuno minaccia di toglierlo a tutti anche rispolverando armamenti nucleari. Come Hitler e Stalin che stritolarono la Polonia quasi non fosse abitata da esseri umani. Come tutti i dittatori che hanno ucciso direttamente ed indirettamente, che hanno operato sistematicamente etnocidi. Basta. Che cessino di parlare le armi. (am)


mercoledì 29 dicembre 2021

CHI E' PADRE ALDO GIULIANI DEL PROGETTO SERERIT. AIUTIAMO L'ASSOCIAZIONE DIRECT ACTION SERERIT

 


foto achille miglionico


Da XMAS PROJECT DOC che dal 2001 aiuta a realizzare sogni di associazioni impegnate sul campo - in questo caso la DIRECT ACTION SERERIT con sede a Parigi - prende vita il 

PROGETTO SERERIT: sorgerà un dormitorio femminile di 40 letti che consentirà istruzione e emancipazione alle donne Samburu. 

L'opera, che verrà a costare meno di trentamila euro,  sorgerà presso la Catholic Mission Sererit, che dipende dalla Diocesi di Mararal, in Kenya. La missione è stata fondata appunto da padre Giuliani. Si vuole incentivare, vincendo la riluttanza degli anziani Samburu, la alfabetizzazione e istruzione primaria sempre sostenuta da Direct Action Sererit con un ambizioso e difficile obiettivo che mira a integrare le culture senza alterarne la identità. 

Anche lo studio dei servizi igienici è stato oggetto di riflessione in quanto l'acqua è un bene prezioso per chi conosce gli sforzi messi in atto da padre Aldo al servizio della comunità Samburu: un recupero di acqua piovana con due cisterne da duemila litri ciascuna. Si ricorda che il Sererit, che da il nome al luogo, è un fiume inquinato dagli escrementi degli animali domestici e no e all'uopo sistemi di recupero delle acque fluenti dai monti sono stati già approntati da anni (chilometri di tubature posate da padre Aldo). 

Senza il dormitorio - ve ne è già uno maschile parzialmente in uso e inaugurato nel Febbraio 2021 - non è possibile realizzare istruzione in quanto Sererit non è un villaggio vero e proprio ma il centro di una comunità dispersa sul territorio per cui un bimbo deve fare cinque chilometri in andata e ritorno (con i rischi connessi) per raggiungere la scuola già presente; alcuni villaggi distano ancora di più e noi lo sappiamo bene perché li abbiamo raggiunti in jeep (negli anni 2013-14) per rifornire di acqua le manyatte, i villaggi circolari dei pastori seminomadi Samburu, una subcultura Masai.

La missione sorge ai piedi delle Ndoto Mountains (Montagne dei Sogni) e Sererit, il fiume che si chiama appunto acqua che scorre, ora per i cambiamenti climatici è tendenzialmente secco (rispetto a quando lo abbiamo osservato noi otto-nove anni fa). Problemi su problemi per la comunità.

 

Chi è Aldo Giuliani, uno dei tanti missionari della Consolata nel mondo ?






Aldo Giuliani, classe 1940, è un  trentino della Valle di Non (Val di Non), il che fa emergere la caratteristica di non essere quel che si dice uno yes-man. Due sorelle sono suore. La comunità di Sererit, ove opera da anni, sotto le Ndoto Mountains, nel Kenya centro-settentrionale, l'ha fondata lui nel 1999: la missione della Consolata serve migliaia di Samburu con alcuni gruppi di Rendille e Turkana sparsi su oltre 1400 Kmq. La vicina Baragoi risale al 1952, compare sulle carte e non richiede come Sererit le coordinate geografiche per reperirla sul Globo (LAT N 01° 40' 46,90"-LONG. E 037°10' 36,94", per la precisione, come indicava il ns. telefono satellitare Thuraya).


L'acqua del fiume Sererit, che da nome all'area abitativa della missione e la rende verdeggiante, non è potabile in quanto inquinata, a tratti salmastra, a tratti contaminata dagli escrementi degli animali domesticati dei Samburu, in primis zebù, capre, pecore dalla testa nera (verso il deserto anche dromedari) e così Aldo ha scoperto ed utilizzato una sorgente d'acqua incontaminata verso la cima della montagna, che tanto gli ricorda il Trentino. 


Lo sguardo lanciato ai monti - scrivevamo - è diverso da quello lanciato al mare: nel primo c'è una sfida contemplativa, nel secondo una sfida esplorativa. Aldo Giuliani ha entrambi gli sguardi,  è in grado di contemplare ed esplorare. 

(achille miglionico)















Vedere articoli con etichetta AFRICA, in particolare:
Un Uomo che non dimenticherò mai: Aldo Giuliani e le missioni della #Consolata

giovedì 23 dicembre 2021

Strategie in comunicazione Berniana Corso Introduttivo alla Analisi Transazionale "101".

 







Sieb - Seminari Internazionali Eric Berne

SATURDAY, JANUARY 22, 2022 AT 10 AM – 7 PM

Strategie in comunicazione Berniana Corso Introduttivo alla Analisi Transazionale "101".

CAT Imprese Nord Baresi srl, Via Vittorio Malcangi 197, Trani



Tali corsi introduttivi alla metodologia sono rivolti a quanti sono interessati ad incrementare le proprie conoscenze sulla comunicazione interpersonale (professionisti di aiuto, operatori della salute, docenti, manager, etc). l'attestato finale ha valore internazionale per gli organismi formatori di tutto il mondo che si riconoscono nell' ITAA (International Transactional Analysis Association, USA) ed EATA (European Association for Transactional Association).


Il "101" è propedeutico alla iscrizione a qualunque training in analisi transazionale. 

Costo:
80 euro
50 euro studenti universitari e no

Formatori
Dott.Achille Miglionico
Dott.Paolo Miglionico

-Si accede con green pass
-Il seminario è fruibile anche on line. I link per collegarsi saranno forniti qualche giorno prima dell'evento.

SEDE: CAT Imprese Nord Baresi srl, Via Vittorio Malcangi 197, Trani


mercoledì 22 dicembre 2021

Addio a Michele Baccarani, luminare dell'ematologia

 







Ci lascia il professor Michele Baccarani, 79 anni, ematologo, allievo del professor Sante Tura (scomparso lo scorso ottobre).


Il bolognese Baccarani è morto all'età di 79 anni nella sua città. Da tempo soffriva di una malattia che improvvisamente si è aggravata.
Aveva seguito il suo maestro Sante Tura nella formazione e nella crescita, sotto le Due Torri, ove operava il primo nucleo ematologico di ciò che oggi è l’Istituto di Ematologia ’Seragnoli’ del Sant’Orsola, diretto all’inizio da Tura, dal 2001 al 2012 da Baccarani e attualmente da Michele Cavo.
Ematologo di fama internazionale, a lungo professore all'Università di Bologna, ha speso gran parte della sua carriera nello studio della leucemia mieloide cronica. La notizia della scomparsa è stata data dall'ateneo bolognese. Le sue principali aree di ricerca e di attività clinica hanno riguardato: leucemie acute, leucemia mieloide cronica, linfomi maligni, cinetica cellulare, chemioterapia antitumorale, meccanismi di resistenza ai farmaci antiblastici, trapianto di midollo allogenico e autologo.
A Lui il nostro ricordo - ho compiuto i miei studi di Medicina a Bologna. Ai familiari porgiamo le nostre sentite condoglianze. 

(achille miglionico)

sabato 27 novembre 2021

Strappare lungo i bordi … è impossibile

 Strappare lungo i bordi … è impossibile

Recensione della serie tv Netflix "Strappare lungo i bordi" animata e diretta dal fumettista Zerocalcare.

(Spoiler alert: il presente articolo contiene anticipazioni sulla trama)

Strappare lungo i bordi è la serie animata scritta e diretta dal fumettista Zerocalcare sbarcata su Netflix il 17 novembre. ”Strappare lungo i bordi” è la metafora che pervade tutta la narrazione, tutta la vita di Zero (protagonista della serie e alter ego dell’autore) e dei suoi amici e che poi si scopre essere l’ansia comune a tutta una generazione. “Strappare lungo i bordi” è ciò che è stato insegnato a ogni Millennial, solo per scoprire che strappare lungo i bordi è impossibile.

Ma cosa significa strappare lungo i bordi? È la promessa che è stata fatta a ogni Millennial, è quello che Zero pensa da sempre, è seguire tutti i passi “giusti” nella vita, come una linea tratteggiata appunto, per arrivare ad avere un lavoro, una casa, una famiglia: una promessa di felicità irrealizzabile. I Millennials sono l’ultima generazione nata ed educata in un contesto prettamente novecentesco esattamente quando il Novecento è finito. La precarietà del lavoro, l’instabilità delle relazioni, il mondo che è cambiato più e più volte hanno reso impossibile seguire la strada indicata, quella “giusta”. La perenne incertezza lavorativa e sentimentale diviene precarietà esistenziale proprio in virtù di quella premessa/promessa pedagogica inconsciamente e gentilmente inoculata in Zero come in tutta la sua generazione; una generazione partita con una dotazione “sbagliata” già in partenza. Si pensi ancora alla metafora, che è sviluppata a più riprese lungo la serie. È una metafora cartacea: niente di più “antico”. È sintomo di una vita che è nata con la carta (e non facciamo riferimento solo all’immediata connessione autobiografica con il lavoro di fumettista di Zerocalcare), tanto da dipingere, nell’ultima puntata, ogni vita come un pezzo di carta, che da lontano appare perfetto, cioè tagliato “lungo i bordi”, ma che poi, visto da vicino, è colmo di tutte le incertezze e le fragilità.



L’ansia di strappare lungo i bordi è talmente alta e operante nella vita di Zero che, per un periodo della sua vita, ha pensato bene di non fare nulla, coltivando l’illusione di non arrecare danni, di lasciare intonso il pezzo di carta. Solo per scoprire, però, che se il pezzo di carta resta in mano si accartoccia, si guasta, si riempie di sudore e si sgualcisce ugualmente. È così che poi Zero si accorge che, dopo dieci anni di pia illusione, la ragazzina che lui seguiva per le ripetizioni private è ormai laureata e lavora, mentre lui non ha realizzato nulla nel frattempo, così la frustrazione di sentirsi inutile e incapace si mischia col sentirsi vecchio, altro male di questa generazione.

Insomma, un campione vero della strategia evitante o, come meglio riassunto dall’Armadillo che è la sua coscienza, una “cintura nera a scansare la vita”.

In questa ipermoderna Coscienza di Zero, l’evitamento va sempre a braccetto col dialogo interiore, reso attraverso questo continuo confronto tra Zero e il suo Armadillo, cioè la sua coscienza: cinica, svalutante, oppressiva. Anche se la resa dialogica e la brillantezza delle battute lo rende un personaggio divertente e spassoso («io ti raggiungo col coso... col cazzo») il contenuto verbale è pesante e lo inchioda spesso, come quando, nel bagno di un treno, armato di penna e taccuino, gli chiede se perlomeno è consapevole del perché stia pensando solo al freddo creato nello scompartimento dall’aria condizionata troppo alta: “per non pensare” ammette infine Zero, mentre l’Armadillo annota e sentenzia “Il soggetto è cosciente”, per poi sparire, sigillando la condanna col silenzio e l’assenza.



Zero è quindi un personaggio bloccato, soffocato dalle ansie, dai mille ragionamenti che non portano mai all’azione tanto che deve essere rassicurato due volte, in due momenti molto lontani tra loro, da un’immagine dall’effetto distensivo propostagli dall’amica Sarah: siamo come fili d’erba, il mondo non gira intorno a te. I personaggi con cui Zero interagisce di più propongono infatti modelli di vita possibili. La visione distensiva di Sarah, che abbraccia la molteplicità e la complessità della vita e degli esseri umani, proponendo di vivere in questa inconoscibilità del tutto e delle ragioni profonde, certa della parzialità di ogni punto di vista, di ogni conoscenza, e di una gaddiana inconoscibilità delle relazioni di causa-effetto. È una visione che non propone però di arrendersi di fronte a questa consapevolezza ma di vivere con questa consapevolezza, che può solo donare leggerezza; dall’altra parte c’è la visione menefreghista di Secco, che si guadagna da vivere giocando a poker online, non fa piani per il futuro, mostra totale disinteresse alle pressioni altrui e vive ai limiti dell’apatia proponendo ogni due per tre di andare a prendere il gelato. Infine c’è Alice, che vive tutta la sua vita coltivando un sogno: diventare insegnante. Vive preparandosi a quel sogno, impartisce ripetizioni private non per guadagnare qualcosina (come farà Zero emulandola) ma credendo fermamente nel valore pedagogico della sua azione. Un sogno che è però infranto dalla precarietà del mondo del lavoro, tanto da essere costretta prima a lasciare Roma per tornare a casa dei genitori a Biella, obbligata dunque- per l’impossibilità economica di autosostenersi- a vivere una frustrante regressione nel nido familiare e poi ad accettare lavoretti part time in cui “porta i caffè a gente che non sa nemmeno il suo nome”. Privata della sua realizzazione personale ed economica nel lavoro e nelle relazioni amorose, Alice non può che spegnersi pian piano fino a giungere all’estrema decisione: suicidarsi. Si conclude proprio così la serie, con i tre amici che raggiungono Biella per assistere alla celebrazione del funerale di Alice, che si svolge in una palestra di pugilato, lo sport che l’aveva sostenuta in quei tempi bui e che, come diceva a fronte della scarsa convinzione del padre per la scelta di uno sport violento, “la vita ti dà comunque cazzotti in faccia, tanto vale imparare a incassarli e a darli indietro”, mostrando così- come sottolineato dal discorso funebre dei suoi genitori- la rinuncia ad autoidentificarsi solo e soltanto come vittima.



Le figure genitoriali (quelle di Zero e quelle di Alice) aleggiano sulla vita del protagonista come modelli di vita impossibili, anche se mai rifiutate del tutto: sono pur sempre i fautori dello “strappare lungo i bordi” e perciò sono viste come fonte di “accollo” (il sostantivo romanesco che indica fastidiosa pesantezza: una persona che si accolla è una persona che reclama sempre la tua presenza e responsabilità ed è quindi vissuta come un peso e un fastidio), ma sempre presenti per le emergenze, perché -quasi meravigliosamente- capaci di sbrigare le cose della vita, di gestirla. La madre di Zero, caricaturalmente associata al dittatore jugoslavo Tito, è infatti capace di cambiare la ruota della macchina, di tenere ordinata e pulita la sua casa che, come sostiene la matriarca, è il biglietto da visita (nonché cartina al tornasole, ci vien da dire) della gestione della propria vita. Zero, infatti, racconta di come sia per lui impossibile mantenere il controllo sulla sua casa, trasfigurata come in Game of Thrones, in una costellazione di regni in lotta tra di loro per giungere al dominio dell’ambìto “Divano di spade”, il vero fulcro della casa e della vita di Zero. Il divano, vera ossessione generazionale, in cui si svolge la maggior parte della vita domestica, perché qui si può fare di tutto: mangiare, dormire, pensare, parlare, “appoggiare” oggetti e lavorare. Gli oggetti che riempiono lo casa creando disordine, nella filosofia domestica di Zero, trovano il loro naturale posto sul divano quando non appartengono a nessuna categoria definita: ma buttarli è impossibile dice, il Corona virus ci ha insegnato che tutto può servire (battuta umoristica che sottolinea come la pandemia abbia aggiunto un’ulteriore incertezza  nel sistema di vita). Per tenere pulito, infine ammette, bisogna combattere giorno per giorno e il compito è impossibile (risulta possibile solo ai genitori) perché sarebbe un “accollo”. La paura dell’accollo è una costante che è poi la paura delle responsabilità (esito di un non sentirsi capaci o all’altezza), è la paura di vivere la vita con volontà e pienezza, per rifugiarsi in una piatta ma sicura zona grigia della vita, un placido vivere a metà che ben si comprende attraverso la relazione tra Zero e Alice. Solo al termine della serie, quando Alice non c’è più, Zero scopre dai suoi amici che lei ha mostrato a più riprese interesse nei suoi confronti ma Zero, troppo impegnato a evitare accolli e a schivare la vita, non l’ha mai notato; in particolare, non le ha risposto a un messaggio che, come scoprirà da Secco che ha raccolto poi lo sfogo di Alice, è una richiesta di attenzione dopo la fine di una relazione: l'ennesima relazione tossica in cui si era imbattuta e che era perfino degenerata nella violenza fisica. Il protagonista entra dunque nel suo solito imbuto di autoaccuse e sensi di colpa (anche e soprattutto perché si sente responsabile della vita di Alice) ma è interrotto dall’immagine salvifica proposta da Sarah, che assume qui anche la sfumatura dell’autodeterminazione e del libero arbitrio di ogni individuo. Quel libero arbitrio che, nella prima puntata, è vissuto da Zero come una condanna, per esempio quando deve scegliere una serie su Netflix ma, imbottigliato nel paradosso della scelta e nella sistematica posposizione di film belli in un futuro ipotetico in cui le cose andranno meglio (“quanno me pija bene”), finisce a sfogliare il catalogo fino a notte fonda e non guardare nulla. Una scena che è banale se letta nel semplice rispecchiamento in questa abbondanza capitalistica, divertente per l’autoironica allusione marchettara alla piattaforma che ospita il suo lavoro, potente se letta come metafora contemporanea del blocco individuale di fronte alle varie possibilità della vita, esaminate, selezionate, procrastinate ma alla fine mai colte, per rimanere in un eterno limbo.



La serie si conclude con la morte che è la morte non solo di Alice ma anche di un ciclo di vita di Zero, che, nelle puntate precedenti, sembra aver compreso ed espiato i suoi mali anche grazie alla visione di Sarah: la lagna social, lo schivare la vita, il non cogliere i messaggi di interesse amoroso, la sua condizione di uomo privilegiato che però si lamenta sistematicamente, l'egocentrismo e così via. I tre dunque rimangono soli, sembra che sia qui tutto quello che è rimasto e da cui ripartire. Tuttavia, si ha l’impressione che non sia un morte da cui risorgere una volta per tutte, non sembra giunta, insieme alle varie consapevolezze, una palingenesi individuale e collettiva (Zero conosceva l’immagine dei fili d’erba già dalle scuole medie), ma una morte simbolica e passeggera, nell’eterno ciclo di morti e resurrezioni blande a cui è costretto ogni sistema di vita e di pensiero dei membri di questa generazione.

A fronte di questo, forse si capisce, perché a volte è meglio di niente andare a prendersi un gelato.

 

Claudio Leone


domenica 14 novembre 2021

Verdone l'ha fatto strano: recensione della serie tv "Vita da Carlo"

Verdone l'ha fatto strano: recensione della serie tv "Vita da Carlo"

“Vita da Carlo”, la serie TV con protagonista Carlo Verdone, sbarca su Amazon Prime Video il 5 novembre, dopo mesi di attesa.




Dopo il film "Si vive una volta sola" (2021), trasmesso sulla piattaforma streaming per via dei continui rinvii dell'esordio cinematografico a causa della pandemia, questa volta l'attore romano esordisce con la sua prima serie TV. "Si vive una volta sola" non ha goduto del favore del pubblico e della critica: finale scontato, battute fuori tempo massimo e una certa staticità non hanno reso giustizia a uno dei re della comicità italiana.

Di tutt'altra pasta, però, è "Vita da Carlo", serie TV in dieci puntate, in cui si dipanano le vicende di Carlo in un frangente di quella che dovrebbe essere la sua vita privata.

Naturalmente tutto è frutto di copione e ricorda un esperimento televisivo di Fabio Volo, Untraditional (2016), anche qui una sorta di ripresa dal vivo della vita del protagonista che interpreta se stesso, un “mockumentary”




Carlo vive nella sua casa di Roma, insieme a una bisbetica domestica, sua figlia e il suo fidanzato accampatosi in casa. Tutto comincia così: l’attore romano, spesso in giro col suo amico Max Tortora, al termine da una delle sue frequenti visite in farmacia (allusione alla nota conoscenza medico-farmacologica dell’attore che gli è valsa una laurea honoris causa in Medicina), commenta pubblicamente, con un discorso accorato, la caduta di un motociclista in una delle ormai famose buche di Roma. Parla, auspica una Roma amministrata da qualcuno che sia romano e che ami Roma per davvero: tutto è ripreso dai cellulari e subito diventa virale, attirando le attenzioni del presidente della regione che gli propone la candidatura a sindaco di Roma. La serie quindi affronta le vicende di questa difficile decisione: diventare o no sindaco della sua Roma, mentre, sullo sfondo si presentano delle sottotrame: bisogna affrontare progetti cinematografici (da un lato un ambito film d’autore che lo celebri come regista drammatico e raffinato, dall’altro un remake caciarone dei suoi cult propostogli dal suo produttore) e poi le strane conoscenze propostegli da Max Tortora e sua moglie per trovargli una compagna, l’accasamento abusivo di Chicco, il fidanzato di sua figlia, le perfidie della domestica e la dolce conoscenza della farmacista (Anita Caprioli).




Verdone appare qui lucidissimo, ben consapevole della sua immagine, nel bene e male. La vicenda ha sia connotazione "autoriflessiva" che "politica". Appare ben consapevole che, a sessant'anni, la gente lo ama ancora per i personaggi, che lo resero famoso con i primi sketch di “Non stop” (1977) e coi primi due film “Un sacco bello” (1980) e “Bianco, rosso e Verdone” (1981), tanto che, nella serie, il suo produttore, un romano avido, grasso e ignorante, gli propone con insistenza un remake di tutte le sue scene leggendarie, un "Viaggi di nozze" trent'anni dopo in cui l'iconica frase "O famo strano" è trasformata in "O famo anziano". L’attore romano è senza dubbio uno dei continuatori della grande commedia all’italiana che, dietro al riso, castigava i costumi: Verdone l’ha sempre fatto (senza che i più se ne accorgessero) e qui, seppur in modo blando, continua a farlo, raccontando l’avidità, i sotterfugi politici e la superficialità. Da questo quadro, però, sembrano salvarsi i giovani. Sua figlia è una ricercatrice universitaria (che decide di andare all’estero), suo figlio un giovane avvocato (due Millenials tra lavoro e precariato), ma a colpire sono gli universitari (la generazione Z), da lui incontrati in “campagna elettorale”: informati, scettici e con giudizi personali. Tra l’altro uno di questi sostiene di non vedere i suoi film perché guarda altro, un’allusione forse, all’aver relegato Verdone sempre a una commedia di grasse risate, senza contare esperimenti di commedie corali e con un certo dramma di fondo come “Compagni di scuola” o le raffinate commedie “Maledetto il giorno che t'ho incontrato” (1992)  e “Sono pazzo di Iris Blond” (1996).




In conclusione, “Vita da Carlo” merita di essere vista: è una serie godibile, con un buon ritmo in cui si sorride spesso. È, in fin dei conti, la via espressiva che meglio sembra aderire a Verdone in questo momento, che gli ha permesso di disincagliarsi da alcuni colpi a vuoto dei film precedenti, permettendogli ora e finalmente una narrazione più intima, metafilmica, intelligente e divertente, tra l’europeo e il romano, con il modo più intelligente per citare la grande struttura citazionistica che ha creato nei suoi anni di carriera e con una linfa vitale che potrebbe dar vita anche a nuove stagioni.


Claudio Leone


giovedì 21 ottobre 2021

A Corato i morti ballano sui muri. Intervista all'artista Clelia Catalano #streetart #art #arte #murales #cleliacatalano #versosud #festival #corato

A Corato i morti ballano sui muri. Intervista all'artista Clelia Catalano


Nella cittadina pugliese il festival Verso Sud ha organizzato "Street Art & Santità" che ha chiamato a raccolta diversi artisti che hanno creato dei murales nel centro storico. 

Abbiamo intervistato una di loro, la siciliana Clelia Catalano, che per la sua arte si ispira al motivo della danza macabra.


1. Particolare del murales di Clelia Catalano. Corato, Chiostra d'Onofrio.

D: Ciao Clelia, parlaci un po' del tuo percorso artistico e di come ti è capitato di collaborare col festival Verso Sud.

R: « Ho studiato a Firenze come illustratrice, presso la scuola internazionale di comics. Durante la permanenza nel capoluogo toscano ho iniziato a dipingere. I miei soggetti, che sembrano essere sospesi fra sogno e realtà, hanno catturano l’attenzione del regista Romeo Conte, che mi ha invitato ad esporre le mie opere durante il film festival del Salento. Nel 2017 sono stata costumista per  La compagnia dei giovani del teatro Vascello” di Roma e poi, dal 2019 al 2020, ho collaborato con l’artista Ra Di Martino  sempre come costumista per il video arte “AFTERALL” a cura di Lorenzo Benedetti e per il video arte AAAA!” a cura del Macro - Museo di Roma.  Nel 2019 mi sono avvicina alla video arte animata e ho creato il video clip musicale Mammut” del cantautore romano Gimbo, mentre nel 2021 ho realizzato il video clip musicale di Roots in Heaven.
Quanto alla collaborazione con Verso Sud, sono stata contattata direttamente da uno dei direttori artistici, che aveva notato i miei lavori».

D: Cosa rappresenta il murales che hai deciso di creare a Corato, in Chiostra d'Onofrio e come mai questo interesse per il motivo della danza macabra? Hai altre influenze artistiche?

R: «Il murales che ho dipinto a Corato rappresenta uno scheletro con le ali e l’aureola, fa parte della mia ultima serie pittorica “Morte in vita” che ho iniziato a sviluppare durante il secondo lockdown e viene dopo la mia serie pittorica “LockMouth”, che invece ho dipinto durante il primo lockdown.
L’idea era quella di comporre una trilogia di appunto tre serie pittoriche: nella terza, infatti, andrò a interpretare una “danza macabra” tra umani e scheletri appunto intesi come simbolo della morte.
In “Lockmouth” i protagonisti delle mie illustrazioni -digitali- avevano la bocca scarnificata, come se fosse stata la mascherina a provocarla.
In “Morte in vita” invece i protagonisti sono scheletri, intesi come morte ma anche come rinascita.
Era comune nel Medioevo dipingere la danza macabra sulle pareti dei palazzi, essendoci molte epidemie di peste: i dipinti ricordavano alla gente che la morte sarebbe arrivata per tutti, e per tutte le classi sociali senza differenza alcuna. I dipinti esorcizzavano la figura della morte, sdrammatizzandola.
Durante i mesi in casa mi è venuto spontanea la realizzazione di questi soggetti che poi ho associato al periodo storico che stiamo attraversando.
Per quanto riguarda le altre influenze artistiche non saprei. Ogni giorno è diverso. Ogni cosa che guardo o che leggo mi da sicuramente degli input che nel corso del tempo interiorizzo e poi inconsciamente butto fuori in qualche modo.
Devo dire che il cinema mi ha sempre dato grande ispirazione, in particolare modo i primi film di Tim Burton».

2. Murales di Clelia Catalano. Corato, Chiostra d'Onofrio.



D: Cosa rappresenta per te l'arte pubblica e in che modo si può propagare ancora di più nei paesi?

R: «L’arte pubblica -se ben organizzata- è molto importante per le città. Purché esprima l’essenza del posto e racconti una storia. Secondo me ogni città dovrebbe avere un quartiere in cui la Street Art sia molto presente: soprattutto se fatta in quartieri abbandonati, sarebbe un ottimo modo per riqualificarli e abbellirli. Tra l’altro mi è già capitato, nel 2014, di creare un murales ad Atene nel quartiere di Psyrri, che è totalmente dedicato alla Street Art».

L'artista Clelia Catalano


D: Quali sono le prossime tappe della tua carriera e cosa ti auguri per il futuro?

R: «In questo momento sto finendo di realizzare un video musicale per Roots in Heaven, in cui animo dei miei disegni. E a breve realizzerò un cortometraggio animato in collaborazione con il regista Stefano Lorenzi, intitolato “Spring Walts” che parla di una storia d’amore tra due persone durante la costruzione del muro di Berlino.
Il mio sogno è quello di realizzare cortometraggi e lungometraggi d’animazione che raccontano le storie che ho in testa e partecipare a festival importanti con la speranza di vincerne uno un giorno».


Intervista a cura di Claudio Leone
Tutte le immagini sono di proprietà di Clelia Catalano.