lunedì 27 aprile 2026

COLE ALLEN, ENNESIMO ATTENTATO A DONALD TRUMP: MOTIVAZIONI ADDOTTE secondo #NYPost

 

Chi è Cole Allen?

Il post-confessione del «prof» ingegnere che voleva uccidere Trump e i suoi ministri ove si autodefinisce l’«amichevole assassino». Guido De Franceschi ne parla su "Il Corriere della Sera" del 26 Aprile us. Chi è Cole Allen? Ci aspettavamo un trucido sbandato come lupo solitario. Californiano, 31 anni, laureato, Cole Allen è arrivato a Washington in treno via Chicago, proveniente da Los Angeles. E nel suo «messaggio» raccomanda agli studenti di non fare come lui: «Restate a scuola, ragazzi». Tanto "pazzesco" il gesto  (anche se non raro nella storia degli USA) che persino il Presidente degli USA, in un'intervista a Cbs news, ha sentenziato che  "viviamo in un mondo pieno di matti"  (senza specchiarsi per altro). Trump ha  poi attaccato duramente l'intervistatrice della Cbs quando lei ha citato un passo del manifesto dell'assalitore in cui dice di "non essere più disposto a permettere a un pedofilo, stupratore e traditore di macchiarmi le mani con i suoi crimini", in un lampante riferimento al presidente. "Non sono uno stupratore, né un pedofilo. E tu sei una persona orribile per aver letto queste parole. Dovresti vergognarti", ha duramente attaccato il tycoon.
Tratto da New York Post  del 26/04/26

Cole Thomas Allen, l'individuo autore della sparatoria di sabato sera alla cena di gala con Trump e corrispondenti della Casa Bianca, ha in effetti inviato un manifesto ai parenti poco prima di aprire il fuoco, descrivendosi come un «amichevole assassino federale» e rivelando che stava cercando di uccidere funzionari dell'amministrazione. Lo riferisce il New York Post, citando funzionari statunitensi. Ha scritto Allen nel manifesto, che un parente ha fornito alla polizia: «Non sono più disposto a permettere a un pedofilo, stupratore e traditore di macchiarmi le mani dei suoi crimini», ha scritto Allen, riferendosi apparentemente a Trump. Nel manifesto l'aggressore ha deriso la «folle» mancanza di sicurezza al Washington Hilton, affermando che agenti iraniani avrebbero potuto portare con sé una potenza di fuoco ancora più devastante della sua (un fucile a pompa e una pistola semiautomatica)   e «nessuno si sarebbe accorto di niente». 

«La prima cosa che ho notato entrando nell'hotel è stata l'arroganza. Entro con diverse armi e nessuno lì dentro prende in considerazione la possibilità che io possa rappresentare una minaccia», ha scritto. «La sicurezza all'evento è tutta all'esterno, concentrata sui manifestanti e sui nuovi arrivati, perché a quanto pare nessuno ha pensato a cosa succederebbe se qualcuno si presentasse il giorno prima. Questo livello di incompetenza è assurdo...».
Il messaggio, un mix di sarcasmo e drammaticità, non fa trapelare appartenenze politiche, razziali, religiose. Allen, d'altro canto, non era ritenuto un soggetto a rischio né un estremista. L'attentatore trentunenne, ingegnere meccanico, pare sia stato premiato come insegnante del mese nella scuola di appartenenza.  

Ecco il testo:  «Ciao a tutti! Oggi potrei aver sorpreso molte persone. Permettetemi di iniziare chiedendo scusa a tutti coloro di cui ho abusato della fiducia. Chiedo scusa ai miei genitori per aver detto di aver avuto un colloquio di lavoro senza specificare che si trattava di un'intervista per «Most Wanted». Chiedo scusa ai miei colleghi e studenti per aver detto di avere un'emergenza personale (quando qualcuno leggerà questo, probabilmente avrò davvero bisogno di andare al pronto soccorso, ma non si può certo dire che non sia stata una situazione autoinflitta). Chiedo scusa a tutte le persone che hanno viaggiato accanto a me, a tutti i dipendenti che hanno maneggiato i miei bagagli e a tutte le altre persone non direttamente coinvolte nell'attentato che ho messo in pericolo semplicemente stando nelle vicinanze. Chiedo scusa a tutti coloro che sono stati abusati e/o uccisi prima di questo, a tutti coloro che hanno sofferto prima che io potessi tentare questa impresa, a tutti coloro che potrebbero ancora soffrire dopo, indipendentemente dal mio successo o fallimento. Non mi aspetto il perdono, ma se avessi visto un altro modo per arrivare così vicino, l'avrei colto. Ancora una volta, le mie più sincere scuse». Poi aggiunge: 
«Ecco perché ho fatto tutto questo: sono cittadino degli Stati Uniti d'America. Le azioni dei miei rappresentanti si riflettono su di me. E non sono più disposto a permettere a un pedofilo, stupratore e traditore di macchiarmi le mani con i suoi crimini. (Beh, a essere del tutto sincero, non ero più disposto già da tempo, ma questa è la prima vera opportunità che ho avuto per fare qualcosa al riguardo.) Mentre ne parlo, illustrerò anche le mie regole di ingaggio previste (probabilmente in un formato pessimo, ma non sono un militare, quindi pazienza). Funzionari dell'amministrazione (escluso il signor Patel): sono obiettivi, classificati in ordine di priorità dal più alto al più basso. Servizi segreti: sono bersagli solo se necessario, e da neutralizzare in modo non letale se possibile (ovvero, spero che indossino giubbotti antiproiettile perché colpire il centro del corpo con i fucili a pompa fa male alle persone che *non*. Sicurezza dell'hotel: evitare di essere un bersaglio, se possibile (a meno che non mi sparino addosso). Polizia del Campidoglio: stessa cosa della sicurezza dell'hotel. Guardia Nazionale: come la Sicurezza dell'Hotel Dipendenti degli hotel: non sono affatto obiettivi Ospiti: non sono affatto obiettivi Per ridurre al minimo le perdite, utilizzerò anche pallini da caccia anziché proiettili singoli (minore penetrazione attraverso i muri). Se fosse assolutamente necessario, sarei disposto a esaminare quasi tutti i presenti per arrivare ai bersagli (partendo dal presupposto che la maggior parte delle persone `abbia scelto´ di partecipare a un discorso di un pedofilo, stupratore e traditore, e sia quindi complice), ma spero davvero che non si arrivi a tanto».

Nel messaggio si nota uno sfaldamento psicolinguistico: dal "Ciao a tutti!" si passa alle scuse per la sorpresa che indurrà il suo gesto in chi lo conosce e in seguito si perde coerenza nei nessi associativi in un sovraffollamento di idee pervase da angoscia e paranoidismo. Si attendono nuove informazioni ma l'accaduto e il non-accaduto del singolo richiama fortemente la violenza di fondo della cultura americana che sembra essere stata sdoganata dalla stessa direzione politica del Paese. Non dimentichiamo, a livello di comunicazione dissoviata, che lo stesso Trump ha pubblicato per primo la foto dell'attentatore prono e immobilizzato: una immagine violenta che alimenta nuove incertezze. 


 

Attentato a Trump: Allen formalmente accusato di tentato assassinio del presidente degli Stati Uniti

Nel complesso, sono i tre i capi d'accusa: oltre a quello del tentato assassinio di Trump, figurano poi il trasporto di arma da fuoco e munizioni con l'intento di commettere un reato grave e l'aver esploso colpi d'arma da fuoco nel corso di un crimine violento. (am)

LA CULTURA DEL DISSENSO [Non sempre si muore]. LA MOSTRA ROMANA DEDICATA AD #ANDREAPAZIENZA



Illustrazione di “Storie 1986-1988”, 
raccolta di racconti brevi, Andrea Pazienza - Fonte Ansa -


LA CULTURA DEL DISSENSO 

[Non sempre si muore]


Da aprile a settembre, nel quartiere Flaminio di Roma, sarà possibile visitare una grande mostra dedicata ad Andrea Pazienza, ospitata negli spazi della MAXXI – Museo nazionale delle arti del XXI secolo. L’esposizione, intitolata “Andrea Pazienza. Non sempre si muore”, prende il nome da una sua intervista del 1988 e raccoglie oltre 500 tavole, materiali d’archivio, tra cui bozzetti, lettere e poesie, e un grande murale restaurato, offrendo la possibilità di guardare al suo lavoro, edito e non, in modo ampio e immersivo.  

In modo naturale, complice la vicinanza con la Festa della Liberazione e il suo valore simbolico, questa notizia diventa per me più di un semplice evento culturale: si trasforma in un’occasione per tornare a riflettere su di una stagione del fumetto italiano in cui il disegno era anche una forma di dissenso, di critica, di linguaggio politico e generazionale. 


Andrea Pazienza, noto anche con lo pseudonimo PAZ, è stato uno degli autori più radicali e innovativi del fumetto europeo. Formatasi al DAMS di Bologna, nel pieno degli anni del movimento del ’77, ha esordito giovanissimo diventando rapidamente una figura centrale della controcultura italiana. 




Andrea Pazienza


Nella memoria di quanti hanno amato e amano il genere del fumetto, questa arte visiva, sequenziale e narrativa, in cui il racconto si svolge tra onomatopee, vignette e nuvolette, su tavole disegnate in cui prendono vita immagini e storie, Pazienza ha dato vita a personaggi – da Zanardi a Pentothal, fino a Pompeo – che non sono semplici protagonisti narrativi, ma veri e propri strumenti di lettura del disagio, del desiderio e delle contraddizioni di un’epoca.

Co-fondatore e figura chiave del collettivo di Frigidaire, rivista di fumetti, satira e inchiesta, questo straordinario artista ha contribuito a ridefinire il linguaggio del fumetto italiano, spingendolo oltre i confini tradizionali. Il suo segno, rapido e visionario, mescola energia, ironia e libertà compositiva, trasformando la tavola disegnata in uno spazio narrativo aperto e, assai spesso, spiazzante.

Scomparso prematuramente nel 1988, a soli trentadue anni, Pazienza lascia un’eredità che continua a interrogare non solo il mondo del fumetto, ma più in generale il modo in cui raccontiamo la realtà, il dissenso e le sue forme. Anche per questo, una mostra come quella del MAXXI non è soltanto un omaggio: è un invito a rileggere un’intera stagione culturale in cui il disegno, come tratto a mano e forma di pensiero, lontano dalle attuali contaminazioni dell’Intelligenza artificiale generativa, era, prima di tutto, espressione diretta e personale dell’autore. Sono dunque molteplici gli elementi per i quali, nonostante la breve carriera e una vita emotiva intensa, segnata da eccessi, Pazienza ha lasciato un’impronta profonda nella cultura visiva italiana ed è ancora oggi un punto di riferimento per molti artisti ed estimatori.




Frigidaire, la rivista

(https://www.frigolandia.eu)


“Paz e Pert”: quando il fumetto racconta il 25 aprile


Dicevamo che proprio di questi giorni cade la ricorrenza del 25 aprile, Festa della Liberazione, in cui l’Italia celebra la fine dell’occupazione nazifascista e la riconquista della libertà. Nel corso degli anni, questa memoria è stata raccontata in molti linguaggi: tra i più incisivi, c’è quello del fumetto, capace di descrivere vicende e momenti politici, semplificando, tra racconto, satira ed ironia, fatti e idee, generalizzando, ridicoleggiando, smontando i meccanismi del potere e riuscendo, assai più spesso di qualunque discorso, a fissarsi saldamente nella nostra memoria. 


Andrea Pazienza, artista geniale e ribelle, è stato certamente capace di intrecciare impegno civile, ironia e visione e se con Zanardi (Zanna), nichilista e crudele, incarna il disincanto degli anni ’80, con Pentothal simboleggia il movimento del ’77, sospeso tra sogno e conflitto, con Pompeo, fragile e autobiografico, racconta la vita di eccessi e la discesa nella spirale dell’eroina, con “Pertini il Partigiano”, apre un nuovo filone in cui Sandro Pertini si fa simbolo della Resistenza e presidente amato dagli italiani.






Pazienza trasforma Sandro Pertini in “Pert” e ne fa il protagonista di vignette surreali (Cfr. Pertini, Primo Carnera Editore, 1983) in cui Pertini si presenta come comandante duro e umano insieme mentre Paz è il suo goffo e sbadato “luogosergente” e, insieme, raccontano tra omaggio e parodia, in modo alternativo e originale la Liberazione: anche quando il modulo narrativo di Pazienza si fa leggero, ma non banale, il messaggio resta forte. Il lavoro artistico di Andrea Pazienza ci ricorda che la memoria non è solo celebrazione, ma anche interpretazione, dubbio, persino ironia. E che la libertà, per restare viva, ha bisogno di essere raccontata in diversi modi e linguaggi - anche quelli più irriverenti.





Arte e dissenso


Il “dissenso” e la “ribellione” rivisitati attraverso la narrativa fumettistica rivelano fattori storici, comuni e non, caratteri distintivi tra le generazioni e i loro ideali, si prestano ad una lettura stratificata permettendoci di cogliere quanto il dissenso sia importante nel condurre una generazione dal suo stato infantile alla sua piena maturità. A ciò potremmo aggiungere la fondamentale considerazione, di matrice analitico-transazionale, che ci offre il quadro dinamico di come gli stati dell’Io si alternino tra norme, regole, giudizi, razionalità, impulso e ribellione. 

Il fumetto di Pazienza diventa così anche una sorta di laboratorio emotivo: - mostra cosa accade quando il Bambino Ribelle domina; - denuncia l’assenza di mediazione (Adulto); - cerca, attraverso figure come Pertini, un possibile equilibrio.

Da un lato incontriamo spesso forme di dissenso senza direzione: sono ribellioni che nascono e muoiono in un giorno o poco più, non hanno alcuna reale autonomia, non nascono né da un bisogno autentico, né da obiettivi consapevoli, abitano corpi adulti ma non sono altro che l’esempio reiterato nel tempo del bambino adattato negativamente all’ambiente circostante: egli (il bambino ribelle) reagisce, crea un legame di dipendenza  “in opposizione” al volere altrui, e chiama impropriamente ogni sua reazione ribellione .. mentre, di fatto, ogni ribellione, priva di direzione, maturità e consapevolezza adulta, finisce per rivelare fragilità personali e rischia la deriva individuale e generazionale.


Infine, penso che la rappresentazione di una ribellione artistica così potente e creativa, come in Andrea Pazienza, in rottura con gli schemi culturali e artistici precedenti e densa di contenuti, abbia dato voce a una generazione inquieta, dai cui ideali possiamo ancora apprendere molto, sia come autenticità emotiva che come libertà espressiva: la sua non è solo reazione, ma una scelta evoluta e adulta di stili e contenuti comunicativi.

Oggi il dissenso tende a manifestarsi in forme più diffuse e immediate, spesso mediate dal digitale e dalla comunicazione rapida: meno radicale nella rottura, ma più accessibile e condiviso. Proprio per questo, il confronto con Pazienza evidenzia la differenza tra una ribellione vissuta fino in fondo e un dissenso diffuso che tende a disperdersi nella molteplicità dei linguaggi contemporanei.


Non tutte le guerre si fanno con le armi:

in un tempo di fonti incerte

di verità instabili 

e di realtà sempre più digitali, 

l’arte resta una forma potente di ribellione.



Lidia M. Ratti


lunedì 6 aprile 2026

UNA STORIA NELLA STORIA: I GIOVANI CADUTI DI SAN RUFFILLO A BOLOGNA. LE FOTO INQUIETANTI #25APRILE #LIBERAZIONE #PARTIGIANI MASSACRATI

 



La strage assurda quanto inutile: la banalità del Male.

Un semplice cippo a forma di parallelepipedo ricorda uno dei tanti eccidi perpetrati dalle forze nazifasciste in Italia pur essendo al termine della II Guerra Mondiale. Camminando per una Bologna meno nota e centrale, si incontra il monumento nel verde della piazza Caduti di San Ruffillo. Nel silenzio del quartiere, reso vitale dal cinguettio primaverile degli uccelli e da qualche cane che gironzola portando a spasso umani, fermarsi è d'obbligo incuriositi da quel pezzo di oblio: poi ci si ritrova con un groppo in gola a scorrere la lista di oltre ottanta nomi che apprenderemo poi sono stati desunti dal riconoscimento tardivo delle salme  da parte dei familiari. All'elenco triste di tanti giovani prelevati dalle carceri con l'inganno della deportazione e uccisi così, con la sola determinazione di cancellare - a guerra già perduta - tante vite, si aggiunge la amara considerazione che in ogni orrore bellico vi sono vittime dell'ultimo minuto quasi a ribadire che la morte non guarda in faccia a nessuno e neanche al calendario. 

Che sfortuna, per chiunque, morire a guerra già al termine.  


Piazza Caduti di San Ruffillo, a Bologna. 



CADUTI DI SAN RUFFILLO

Tra il 10 gennaio e il 16 marzo 1945 gruppi di partigiani catturati nelle settimane precedenti in provincia di Bologna, a Imola, Castelfranco Emilia e Bondeno (FE), vennero prelevati dalle carceri di San Giovanni in Monte, condotti nei pressi della piccola stazione di San Ruffillo e fucilati da militi della GNR e da SS tedesche. I cadaveri furono gettati nei crateri prodotti dai bombardamenti alleati nell'area ferroviaria, usati come fosse comuni. Gli eccidi furono scoperti nel maggio 1945, quando cadaveri cominciarono a riaffiorare dal terreno. Solo 73 delle 96 salme rinvenute furono riconosciute dai familiari. Il monumento in memoria venne realizzato nella citata piazza Caduti di San Ruffillo, non lontano dal luogo dell'eccidio.

Fu una delle maggiori stragi di detenuti politici fra quelle avvenute durante l'intero periodo di occupazione tedesca in Italia, preceduta per entità solo da quella delle Fosse Ardeatine (335 civili), da quella di 67 internati di Fossoli compiuta al poligono di tiro di Cibeno, e da quella di 59 detenuti genovesi al Passo del Turchino. 


La differenza è sostanziale: mentre in quei casi i tedeschi avevano dato pubblico annuncio delle esecuzioni quali rappresaglie in risposta ad azioni ostili contro di loro, la strage a San Ruffillo seguì la perversa logica del sistematico sterminio segreto dei partigiani.


L'esecuzione del 10 febbraio fu infatti solo la prima fra quelle che ebbero luogo alla piccola stazione di periferia - così documenta la preziosa fonte dei registri del carcere bolognese. Altre esecuzioni avvennero il 20 febbraio, poi l'1, il 2, il 16 e il 21 marzo, per un totale di novantaquattro 94 vittime accertate. Risulta dagli archivi che nel corso del mese di aprile (!), in tre date, furono fucilati complessivamente altri trentanove 39 detenuti provenienti da arresti compiuti nella provincia di Bologna e a Bondeno, nel Ferrarese: furono prelevati per essere uccisi nello stesso modo ma in un'altra località, forse Rastignano di Pianoro, e risultano a tutt'oggi dispersi. Anche alla loro memoria, dunque, va intesa qualsiasi iniziativa che ricordi le vittime di Sabbiuno e San Ruffillo. L'eccidio di San Ruffillo venne invece scoperto nei primi giorni del maggio 1945, quando casualmente furono rinvenuti alcuni corpi affioranti dal terreno smosso da altre esplosioni. Abbiamo evitato prima di pubblicare le atroci foto d'epoca ma riteniamo che esse possano contribuire alla formazione di generazioni che talora fanno fatica a distinguere reale e virtuale.


Solo pochi giorni prima, il 21 aprile, Bologna era stata finalmente liberata, e il 25 Aprile l'Italia si liberava e procedeva verso la democrazia.

(Ardito Nunzia Lucia e Achille Miglionico)

Quel che rimaneva della stazione di San Ruffillo nel 1945.

Per le fosse comuni si approfittò dei crateri delle bombe.

Arturo Ansaloni (al centro)  redige il verbale per il ritrovamento dei cadaveri dei partigiani fucilati dai nazifascisti a San Ruffillo. (Ansaloni).