Non è un caso se Neil Simon è uno dei commediografi novecenteschi più rappresentati al mondo. Il suo lavoro nel cinema e nella televisione testimonia come da sempre riesca ad agganciare i gusti del pubblico, senza compromettere il proprio spessore artistico. Siamo nell'America di fine anni Ottanta, quando non erano ancora stati inventati i telefoni cellulari, in una candida e sobria casa residenziale (ben evocata dalla scenografia di Antonella Conte). Il vice-sindaco di New York Charlie Brock e sua moglie Myra (di cui, non a caso, non indichiamo gli interpreti) festeggiano il decimo anniversario di matrimonio e per l'occasione invitano a cena quattro coppie di amici, a ben guardare dipendenti o colleghi. I primi ad essere arrivati sono gli avvocati Ken Gorman (Nino Formicola/Gaspare) e la sua svanita moglie Chris (Eleonora d'Urso): quando si apre il sipario, sono già su di giri perché c'è da gestire una piccola crisi in casa Brock. Man mano li raggiungono il commercialista Len Ganz (Andrea Brambilla/Zuzzurro) e la sua Claire (Alessandra Schiavoni), lo psichiatra Ernie Cusack (Marco Zanuffo) con l'infantile Cookie (Elisa Gabrielli), e infine l'aspirante senatore Glenn Cooper (Simone Francia) e la nevrotica Cassie (Elisabetta Becattini), sull'orlo del divorzio. Se in un primo tempo si cerca di nascondersi a vicenda ciò che di sconveniente sta avvenendo fra le quattro mura, in una cascata di equivoci, il consesso di alto-borghesi dovrà far fronte comune contro la minaccia di un poliziotto (Paolo Giangrasso), con un duplice obiettivo: salvaguardare la carriera politica del padrone di casa e il buon nome di tutti gli invitati. "Rumors" vuol dire "pettegolezzi, voci di corridoio" e allude al lato oscuro dell'alta società, che dietro l'ipocrisia cela maldicenze e segreti da nascondere, ed è ciò che l'autore vuole mettere a nudo in questa "commedia truccata da farsa", come l'ha definita il regista Massimo Chiesa, il quale lavora con successo da quattordici anni con l'inossidabile coppia Brambilla-Formicola, tutti già cimentatisi con Neil Simon. Si avvertono l'esperienza e la complicità alle spalle: la messa in scena è rodata, impeccabile. Tutti gli attori reggono i serratissimi tempi comici e suscitano le dovute reazioni nel pubblico, pur sul filo del rasoio tra le esigenze sfarsesche del testo, il rischio - a volte tradotto in realtà - di andare sopra le righe e il tentativo di rendere verosimile una vicenda quasi surreale. Una menzione meriterebbe Alessandra Schiavoni, la cui interpretazione della pettegola e pungente Claire Ganz non si può immaginare più adeguata, efficace - e divertente.
sabato 23 gennaio 2010
TEATRO - Rumors
Non è un caso se Neil Simon è uno dei commediografi novecenteschi più rappresentati al mondo. Il suo lavoro nel cinema e nella televisione testimonia come da sempre riesca ad agganciare i gusti del pubblico, senza compromettere il proprio spessore artistico. Siamo nell'America di fine anni Ottanta, quando non erano ancora stati inventati i telefoni cellulari, in una candida e sobria casa residenziale (ben evocata dalla scenografia di Antonella Conte). Il vice-sindaco di New York Charlie Brock e sua moglie Myra (di cui, non a caso, non indichiamo gli interpreti) festeggiano il decimo anniversario di matrimonio e per l'occasione invitano a cena quattro coppie di amici, a ben guardare dipendenti o colleghi. I primi ad essere arrivati sono gli avvocati Ken Gorman (Nino Formicola/Gaspare) e la sua svanita moglie Chris (Eleonora d'Urso): quando si apre il sipario, sono già su di giri perché c'è da gestire una piccola crisi in casa Brock. Man mano li raggiungono il commercialista Len Ganz (Andrea Brambilla/Zuzzurro) e la sua Claire (Alessandra Schiavoni), lo psichiatra Ernie Cusack (Marco Zanuffo) con l'infantile Cookie (Elisa Gabrielli), e infine l'aspirante senatore Glenn Cooper (Simone Francia) e la nevrotica Cassie (Elisabetta Becattini), sull'orlo del divorzio. Se in un primo tempo si cerca di nascondersi a vicenda ciò che di sconveniente sta avvenendo fra le quattro mura, in una cascata di equivoci, il consesso di alto-borghesi dovrà far fronte comune contro la minaccia di un poliziotto (Paolo Giangrasso), con un duplice obiettivo: salvaguardare la carriera politica del padrone di casa e il buon nome di tutti gli invitati. "Rumors" vuol dire "pettegolezzi, voci di corridoio" e allude al lato oscuro dell'alta società, che dietro l'ipocrisia cela maldicenze e segreti da nascondere, ed è ciò che l'autore vuole mettere a nudo in questa "commedia truccata da farsa", come l'ha definita il regista Massimo Chiesa, il quale lavora con successo da quattordici anni con l'inossidabile coppia Brambilla-Formicola, tutti già cimentatisi con Neil Simon. Si avvertono l'esperienza e la complicità alle spalle: la messa in scena è rodata, impeccabile. Tutti gli attori reggono i serratissimi tempi comici e suscitano le dovute reazioni nel pubblico, pur sul filo del rasoio tra le esigenze sfarsesche del testo, il rischio - a volte tradotto in realtà - di andare sopra le righe e il tentativo di rendere verosimile una vicenda quasi surreale. Una menzione meriterebbe Alessandra Schiavoni, la cui interpretazione della pettegola e pungente Claire Ganz non si può immaginare più adeguata, efficace - e divertente.
giovedì 14 gennaio 2010
FUMETTI - The Spirit
di Michele Miglionico

Will Eisner è un gigante, un pilastro della letteratura disegnata: nutiamro stima infinita nei suoi confronti, abbiamo letto con piacere sue graphic novels.
Del suo The Spirit, però, non riusciamo a parlarne in termini entusiastici.
Apprezziamo l'originalità delle pagine di apertura, l'inventiva per certe soluzioni grafiche e di storytelling... insomma, tutto l'apparato sperimentale della serie sull'eroe, valutato con occhio clinico.
Però, a livello di pura fruizione, la lettura non ha granché divertito né appassionato. La colpa è anche da attribuire al numero di tavole imposta alle storie - otto, troppo poche per un giallo. Ci sono, com'è inevitabile, alti e bassi (ma quest'antologia non raccoglie il meglio della produzione?); gli "alti" si toccano negli episodi in cui alcuni personaggi estemporanei sono tratteggiati a tutto tondo in poche tavole, con quella capacità umana che esploderà nei romanzi a fumetti. Per il resto, l'umorismo rasenta la demenzialità, l'ingenuità delle trame è spesso degna di quegli anni (a differenza di molti altri comics tuttora intramontabili, nonostante la loro età) e il cast di protagonisti non suscita particolare simpatia.
Ed Ebony è un personaggio che non si può perdonare neppure a un genio come Will Eisner.
Will Eisner è un gigante, un pilastro della letteratura disegnata: nutiamro stima infinita nei suoi confronti, abbiamo letto con piacere sue graphic novels.
Del suo The Spirit, però, non riusciamo a parlarne in termini entusiastici.
Apprezziamo l'originalità delle pagine di apertura, l'inventiva per certe soluzioni grafiche e di storytelling... insomma, tutto l'apparato sperimentale della serie sull'eroe, valutato con occhio clinico.
Però, a livello di pura fruizione, la lettura non ha granché divertito né appassionato. La colpa è anche da attribuire al numero di tavole imposta alle storie - otto, troppo poche per un giallo. Ci sono, com'è inevitabile, alti e bassi (ma quest'antologia non raccoglie il meglio della produzione?); gli "alti" si toccano negli episodi in cui alcuni personaggi estemporanei sono tratteggiati a tutto tondo in poche tavole, con quella capacità umana che esploderà nei romanzi a fumetti. Per il resto, l'umorismo rasenta la demenzialità, l'ingenuità delle trame è spesso degna di quegli anni (a differenza di molti altri comics tuttora intramontabili, nonostante la loro età) e il cast di protagonisti non suscita particolare simpatia.
Ed Ebony è un personaggio che non si può perdonare neppure a un genio come Will Eisner.
mercoledì 13 gennaio 2010
LIBRI - Stan Trek
di Michele Miglionico
Ted Rall è un giornalista con le palle, e si sente. Ci dipinge un mondo davvero poco noto, in cui si fa a fatica ad orientarsi per mancanza di basi - perlomeno per il sottoscritto. Si legge con una certa avidità, grazie a uno stile concreto e, quando possibile, ironico. Apre la mente e indigna.
Se volessimo cercare il pelo nell'uovo, essendo una raccolta di scritti e fumetti prodotti in un certo lasso di tempo, il reportage pecca di disomogeneità, che si traduce a volte in ripetitività. Non che faccia poi così male, vista la complessità della materia.
Ted Rall, ad ogni modo, è molto più efficace e divertente in prosa che in graphic novel.
Ted Rall, ad ogni modo, è molto più efficace e divertente in prosa che in graphic novel.
venerdì 8 gennaio 2010
LIBRI - Il mistero dell'inquisitore Eymerich
Premettiamo di aver violentato l'opera e le intenzioni dell'autore. Dopo aver letto "Cherudek" e "Mater Terribilis", ed esserne rimasti intrigati ma storditi, abbiamo deciso di cambiare approccio. Abbiamo letto separatamente le tre (in realtà quattro) diverse storylines che compongono il romanzo, così da scampare l'effetto suspence tra i diversi capitoli e, incidentalmente, poter leggere gran parte del romanzo con il senno di poi.
L'esperimento è abbastanza riuscito: si comprende il disegno che sostiene il libro e si apprezza più degli altri questo episodio del ciclo.
Le diverse parti si sostengono a vicenda.
Il medievale Eymerich si confronta con una divinità di sapore lovecraftiano.
Non si può capire appieno la sua natura se non si seguono le vicende storiche e oniriche del geniale psicologo e scienziato Wilhelm Reich.
Il futuro distopico di un'America divisa dalla paura del diverso e della promiscuità sessuale chiude il cerchio alla perfezione, in un modo difficilmente prevedibile.
Evangelisti ha un cervello grande quanto una casa, e si sente. Un'opera per tutti i palati, a seconda dell'approccio con cui si vuole leggere.
giovedì 7 gennaio 2010
FUMETTI - La furia di Eymerich
di Michele Miglionico
Valerio Evangelisti svaluta il fumetto medium nel momento in cui rinuncia ai plurimi livelli di lettura, al ribaltamento dei concetti di spazio e tempo, allo spessore culturale che fanno da padrone nei romanzi sull'Inquisitore. Il paradosso è che il lettore medio apprezza: tutte le energie sono concentrate sul protagonista, sulla sua missione, sullo scontro tra ortodossia ed eresia, tra peccato e innocenza - cioé avventura, misticismo, eros, tutto ciò che può appassionare di primo acchito. Dicono che sia una versione a fumetti della radiofonica "Il castello di Eymerich"; ciò che possiamo dire con cognizione di causa è che è un seguito al romanzo "Mater Terribilis", per il quale l'autore sembrava aver escluso sequel.
La lettura scorre con agevolezza, fin troppo, consumando presto il prodotto: ritmo e azione non mancano. Il protagonista è tratteggiato in maniera umana come raramente il suo creatore ha fatto.
Dal punto di vista visivo, Francesco Mattioli è una buona scelta in quanto ad appropriatezza del tratto ed efficienza dello storytelling, ma il suo stile duro e scarno non è piacevole, quindi poco adatto al palato del grande pubblico.
La lettura scorre con agevolezza, fin troppo, consumando presto il prodotto: ritmo e azione non mancano. Il protagonista è tratteggiato in maniera umana come raramente il suo creatore ha fatto.
Dal punto di vista visivo, Francesco Mattioli è una buona scelta in quanto ad appropriatezza del tratto ed efficienza dello storytelling, ma il suo stile duro e scarno non è piacevole, quindi poco adatto al palato del grande pubblico.
In definitiva, una lettura necessaria per gli amanti dell'Inquisitore, una lettura possibile per chi non sa di cosa stiamo parlando.
LIBRI - boom!
Sul fatto l'Einaudi abbia giocato sporco, i dubbi sono pochi. Una rilegatura e una sovracoperta inutili, la fascia rossa per attrarre chi ha letto "Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte", la criptica quarta di copertina. Un pareggio dell'editore è il sottotitolo italiano, che costituisce uno spoiler (male) ma anche un monito (bene): questo è un libro di fantascienza.
Fatte queste dovute premesse, "boom!" è una lettura a dir poco godibile. E' necessario sospendere l'incredulità: il romanzo è scritto in prima persona da un ragazzino (come nella famosa opera succitata), con una sagacità impossibile per la sua età, ma l'impronta della sua età è la cifra accattivante, perché Haddon imbastisce su questo il suo adorabile umorismo anglosassone. Personalmente, ho riso sonoramente lungo tutta la lettura.
Sarà un romanzo breve per bambini (anche se certe scene mi avrebbero impaurito, a suo tempo...), ma diverte proprio nel confronto tra il nostro fanciullino e la nostra identità attuale.
Ribadisco che è un romanzo di fantascienza, ma non posso non avvertire che Mark non risparmia un grande sarcasmo sul genere letterario e sui suoi classici estimatori. Da leggere con auto-ironia, se fate parte anche voi della schiera.
Sarà un romanzo breve per bambini (anche se certe scene mi avrebbero impaurito, a suo tempo...), ma diverte proprio nel confronto tra il nostro fanciullino e la nostra identità attuale.
Ribadisco che è un romanzo di fantascienza, ma non posso non avvertire che Mark non risparmia un grande sarcasmo sul genere letterario e sui suoi classici estimatori. Da leggere con auto-ironia, se fate parte anche voi della schiera.
Una nota sulla traduzione: qualche passo falso in qualche adattamento eccessivo (v. il riferimento alla nostrana Radio Tre) o in qualche termine gergale poco noto.
domenica 1 novembre 2009
TEATRO - High School Musical
di Michele Miglionico
Il musical del XXI secolo Tutto ciò che può portare bambini e ragazzi a teatro è ben accetto, anche se in genere è merito della televisione. In questo caso, di un film confezionato per il canale satellitare della Disney che, con la sua onesta fattura, ha ottenuto un successo multi-mediale imprevedibile. Avendo come protagonisti alcuni giovani protagonisti di musical, non poteva che approdare su un vero palcoscenico. La storia del primo film della trilogia è esplicitamente ispirata a "Grease". Non è un caso che proprio la Compagnia della Rancia contribuì a far rivivere il genere portando la versione tradotta di quel famoso show nei teatri italiani; così il cerchio si chiude. L'assonanza aumenta se pensiamo che le versioni teatrali di entrambi i film si avvalgono dello stesso espediente per legare le scene: un dj, qui l'inedito Jack Scott. Tradurre le canzoni è stato più rischioso che mai. Si poteva deludere la generazione vittima del fenomeno, che conosce a memoria i testi anglofoni dell'opera e si diletta nel karaoke. Si nota nel finale, quando un coro di voci bianche accompagna i protagonisti in "Se provi a volare", l'unico pezzo adattato già noto al grande pubblico. Con il senno di poi, quindi, la scelta si rivela azzeccata, non foss'altro per non disturbare le performance degli attori con un eco degno di un concerto. I pre-adolescenti avrebbero potuto avvertire anche un certo disagio nella scotomia tra interpreti e personaggi, così poco avvezzi tanto a distinguere realtà e immaginazione. Eppure, nonostante queste premesse pericolose, bambini e ragazzini sembrano apprezzare lo spettacolo. Buona parte del merito va all'apparato estetico. La scelta dei costumi è fedelissima alle scene filmiche. Gran parte delle coreografie richiamano le originali, ma per prevedibili esigenze la loro complessità è sacrificata alla loro felice esecuzione. Le scenografie sono ricche, versatili e ben integrate con l'azione e la musica. L'effetto generale ottenuto da Saverio Marconi e Federico Bellone lascia il segno nell'immaginario visivo. Il libretto di David Simpatico coglie il cuore e i tratti salienti della sceneggiatura, ma riesce ad assumere una fisionomia propria. Il testo si arricchisse di comicità demenziale, perfetta per i più giovani, ma anche di un umorismo più ricercato, che strizza l'occhio ai loro accompagnatori; persino i personaggi assumono alcune sfumature inesplorate, in molti casi anticipando le caratterizzazioni future. Il repertorio è pressappoco lo stesso: i brani noti possono cambiare interpreti e cronologia, ma senza traumi; il tutto è condito da due brani inediti. Un ottimo rimedio contro la noia. Peccato che le traduzioni di Franco Travaglio facciano perdere molto, costrette dalla diversa musicalità delle lingue a un vocabolario molto povero. Per i più grandi, da segnalare i rodati Clelia Piscitello e Pierluigi Gallo alle prese con la professoressa Darbus e l'allenatore Bolton, divertente coppia litigarella. Nel cast svetta, nella realtà come nella finzione, l'interpretazione di Sharpay Evans da parte di Valentina Gullace, quasi impeccabile (riesce persino a citare la propria Maddalena di "Jesus Christ Superstar"!). E il pubblico ricorderà anche il brioso Ryan Evans di Raffaele Cutolo. Il Troy Bolton di Giuseppe Verzicco non fa rimpiangere il titolare Jacopo Sarno, e la sua partner Denise Faro canta con sicurezza, nonostante la giovane età. Peccato che in alcuni occasioni, come il coro di "Mix di cellulari", le parole cantate siano inintellegibili, e che gran parte dei giovani attori non spicchi per le sue qualità istrioniche o danzerine, con qualche notevole eccezione
Il musical del XXI secolo Tutto ciò che può portare bambini e ragazzi a teatro è ben accetto, anche se in genere è merito della televisione. In questo caso, di un film confezionato per il canale satellitare della Disney che, con la sua onesta fattura, ha ottenuto un successo multi-mediale imprevedibile. Avendo come protagonisti alcuni giovani protagonisti di musical, non poteva che approdare su un vero palcoscenico. La storia del primo film della trilogia è esplicitamente ispirata a "Grease". Non è un caso che proprio la Compagnia della Rancia contribuì a far rivivere il genere portando la versione tradotta di quel famoso show nei teatri italiani; così il cerchio si chiude. L'assonanza aumenta se pensiamo che le versioni teatrali di entrambi i film si avvalgono dello stesso espediente per legare le scene: un dj, qui l'inedito Jack Scott. Tradurre le canzoni è stato più rischioso che mai. Si poteva deludere la generazione vittima del fenomeno, che conosce a memoria i testi anglofoni dell'opera e si diletta nel karaoke. Si nota nel finale, quando un coro di voci bianche accompagna i protagonisti in "Se provi a volare", l'unico pezzo adattato già noto al grande pubblico. Con il senno di poi, quindi, la scelta si rivela azzeccata, non foss'altro per non disturbare le performance degli attori con un eco degno di un concerto. I pre-adolescenti avrebbero potuto avvertire anche un certo disagio nella scotomia tra interpreti e personaggi, così poco avvezzi tanto a distinguere realtà e immaginazione. Eppure, nonostante queste premesse pericolose, bambini e ragazzini sembrano apprezzare lo spettacolo. Buona parte del merito va all'apparato estetico. La scelta dei costumi è fedelissima alle scene filmiche. Gran parte delle coreografie richiamano le originali, ma per prevedibili esigenze la loro complessità è sacrificata alla loro felice esecuzione. Le scenografie sono ricche, versatili e ben integrate con l'azione e la musica. L'effetto generale ottenuto da Saverio Marconi e Federico Bellone lascia il segno nell'immaginario visivo. Il libretto di David Simpatico coglie il cuore e i tratti salienti della sceneggiatura, ma riesce ad assumere una fisionomia propria. Il testo si arricchisse di comicità demenziale, perfetta per i più giovani, ma anche di un umorismo più ricercato, che strizza l'occhio ai loro accompagnatori; persino i personaggi assumono alcune sfumature inesplorate, in molti casi anticipando le caratterizzazioni future. Il repertorio è pressappoco lo stesso: i brani noti possono cambiare interpreti e cronologia, ma senza traumi; il tutto è condito da due brani inediti. Un ottimo rimedio contro la noia. Peccato che le traduzioni di Franco Travaglio facciano perdere molto, costrette dalla diversa musicalità delle lingue a un vocabolario molto povero. Per i più grandi, da segnalare i rodati Clelia Piscitello e Pierluigi Gallo alle prese con la professoressa Darbus e l'allenatore Bolton, divertente coppia litigarella. Nel cast svetta, nella realtà come nella finzione, l'interpretazione di Sharpay Evans da parte di Valentina Gullace, quasi impeccabile (riesce persino a citare la propria Maddalena di "Jesus Christ Superstar"!). E il pubblico ricorderà anche il brioso Ryan Evans di Raffaele Cutolo. Il Troy Bolton di Giuseppe Verzicco non fa rimpiangere il titolare Jacopo Sarno, e la sua partner Denise Faro canta con sicurezza, nonostante la giovane età. Peccato che in alcuni occasioni, come il coro di "Mix di cellulari", le parole cantate siano inintellegibili, e che gran parte dei giovani attori non spicchi per le sue qualità istrioniche o danzerine, con qualche notevole eccezione
sabato 9 maggio 2009
FUMETTI - Trapassati Inc. #02
di Michele Miglionico
Diciamolo subito: oggigiorno, meno di sette euro per leggere quasi trecento pagine di fumetto sono un'occasione rara. Certo, la confezione editoriale non è lussuosa, ma è più che decente. L'Eura Editoriale sperava di alzare le vendite di "Skorpio" inserendovi lo spin-off del (relativo) best-seller "John Doe". Non sappiamo se la strategia abbia funzionato, ma per nostra fortuna punta a guadagnare ancora dal franchise, per così dire, con queste antologie di "Trapassati Inc.", le avventure di John Doe precedenti alla sua serie iniziali.
Chi è John Doe? Se non lo sapete, è probabile che questo volume non faccia per voi. Eppure, il redazionale introduttivo dà tutte le informazioni utili per la fruizione delle storie. E' un mondo surreale quello in cui si muove il protagonista, dipendente della Morte responsabile di far sì che le persone decedano nel modo e nel momento giusto. Questi scorci del passato sono affidati solo a Lorenzo Bartoli, il più poetico tra i due creatori di questo universo narrativo - abbastanza da concedersi più di una licenza sulle regole che lo dominano. Come in ogni antologia che si rispetti, la qualità non può essere costante: qualche idea rimane più impressa delle altre, come un certo omaggio a Carl Barks, con la discreta parodia di Zio Paperone e la Banda Bassotti.
Non bisogna trascurare il peso dei vari disegnatori, dagli stili più diversi, che spesso si fanno le ossa proprio sulle pagine della rivista che ospita la serie. Il più prolifico è Spartaco Ripa, aspirante erede di Giancarlo Alessandrini, con ancora un po' di strada da fare; tra i nomi più noti e interessanti, Walter Venturi.
Peccato per la grafica povera della copertina, ma si può chiudere un occhio davanti a un volume corposo e godibile.
Chi è John Doe? Se non lo sapete, è probabile che questo volume non faccia per voi. Eppure, il redazionale introduttivo dà tutte le informazioni utili per la fruizione delle storie. E' un mondo surreale quello in cui si muove il protagonista, dipendente della Morte responsabile di far sì che le persone decedano nel modo e nel momento giusto. Questi scorci del passato sono affidati solo a Lorenzo Bartoli, il più poetico tra i due creatori di questo universo narrativo - abbastanza da concedersi più di una licenza sulle regole che lo dominano. Come in ogni antologia che si rispetti, la qualità non può essere costante: qualche idea rimane più impressa delle altre, come un certo omaggio a Carl Barks, con la discreta parodia di Zio Paperone e la Banda Bassotti.
Non bisogna trascurare il peso dei vari disegnatori, dagli stili più diversi, che spesso si fanno le ossa proprio sulle pagine della rivista che ospita la serie. Il più prolifico è Spartaco Ripa, aspirante erede di Giancarlo Alessandrini, con ancora un po' di strada da fare; tra i nomi più noti e interessanti, Walter Venturi.
Peccato per la grafica povera della copertina, ma si può chiudere un occhio davanti a un volume corposo e godibile.
giovedì 7 maggio 2009
FUMETTI - Cornelio #05
di Michele Miglionico
Cornelio è uno scrittore di gialli che bazzica la televisione. Vi ricorda qualcosa? Soprattutto considerando che è uguale a Carlo Lucarelli... Ma era già tutto previsto dal sopratitolo della testata. Superato lo straniamento, ci si può immergere nella versione fantastica del mondo dell'autore, filtrata attraverso il nostro medium da Mauro Smocovich. Fantastica perché il paranormale è dietro l'angolo. Il protagonista è sull'orlo della follia, visto che interloquisce abitualmente con gli ectoplasmi di Sherlock Holmes, Philip Marlowe e Sandokan. La loro presenza è più di un omaggio: è un modo per citare in maniera massiva, forse eccessiva; è un modo per movimentare i dialoghi. E presuppone una buona conoscenza degli originali da parte dello sceneggiatore, il che gli fa merito e fa da contropeso all'escamotage. In fondo i comprimari in carne ed ossa non mancano, nelle forme di intriganti personaggi femminili come richiede una certa tradizione. Inaspettato, c'è anche un cameo di Cattivik.
"Fantasmi all'opera" parla di un teatro maledetto, prendendo suggestioni da una nota storia multi-mediale dal nome simile e da tutta una certa letteratura. Lo svolgimento vanta qualche originalità, con un finale non del tutto prevedibile. Francesco Bonanno lavora bene nel tratteggiare i personaggi e le ambientazioni, il suo stile è più pulito e leggibile che personale, e non sfigurerebbe affatto su un albo della Sergio Bonelli Editore.
Nonostante ciò che si potesse aspettare, la fattura della serie è onesta. Mini-serie, per la cronaca, che si conclude nel successivo numero, solo per ri-proseguire.
"Fantasmi all'opera" parla di un teatro maledetto, prendendo suggestioni da una nota storia multi-mediale dal nome simile e da tutta una certa letteratura. Lo svolgimento vanta qualche originalità, con un finale non del tutto prevedibile. Francesco Bonanno lavora bene nel tratteggiare i personaggi e le ambientazioni, il suo stile è più pulito e leggibile che personale, e non sfigurerebbe affatto su un albo della Sergio Bonelli Editore.
Nonostante ciò che si potesse aspettare, la fattura della serie è onesta. Mini-serie, per la cronaca, che si conclude nel successivo numero, solo per ri-proseguire.
martedì 5 maggio 2009
FUMETTI - Tesori Disney #01
Dopo le classiche testate di ristampa, le collane allegate ai quotidiani e la chiusura de "I Maestri Disney", ecco che l'editore di "Topolino" sforna una nuova serie monotematica per appasionati, dedicata a importanti saghe del passato, inaugurandola con la più amata epopea italiana con protagonisti i paperi, qui intitolata posticciamente "Paperino nel fantastico mondo di Reginella". La controversa e impossibile storia d'amore tra Donald Duck e la regina aliena si dipana tra il 1972 e 1994, in cinque avventure scritte dallo storico Rodolfo Cimino e disegnate da Giorgio Cavazzano, ad esclusione della più recente, con le matite di Anton Bancells Pujada. La raccolta permette di vedere l'evoluzione del maestro veneziano, che pur acquisendo man mano il suo stile è da sempre impeccabile. Il disegnatore spagnolo non lo scimmiotta, fa un buon lavoro che però sfigura per cause di forza maggiore.
Lo sceneggiatore è immaginifico, poetico e a tratti audace, considerando che ogni capitolo non può avere un lieto fine. Nonostante alcune incongruenze e l'assenza di Paperina, parliamo di pagine con toni che raramente possiamo o potremo rileggere su "Topolino".
L'edizione è lussuosa: un cartonato con carta lucida, molti articoli a corredo - di cui un'interessante anteprima di possibili prosecuzioni della saga, anche se si dice siano in parte riciclati. Una cura ancora maggiore avrebbe evitato l'inversione di due tavole nella prima storia e altre piccole pecche.
Purtroppo il prezzo scoraggerà i più. Contiamo comunque nelle sequele della collana.
domenica 3 maggio 2009
FUMETTI - Martin Mystère #300
di Michele Miglionico
Contro gran parte dei pronostici, un'ormai storica colonna della Bonelli ha tagliato un traguardo di tutto rispetto. Peccato che la pluriventennale carriera della testata inizi a farsi sentire. Carlo Recagno, braccio destro di Alfredo Castelli e qui suo sostituto, ricalca la tradizione dei precedenti centenari, impostando la storia in modo che il colore d'occasione non sia solo un extra, ma un perno della narrazione. Poteva funzionare la prima, la seconda volta... ma a lungo andare il meccanismo cigola. In quest'albo, più che mai, lo sceneggiatore non riesce a mascherare quest'impostazione forzata, strutturando l'albo in sette racconti dedicati agli altrettanti colori dell'arcobaleno, tenuti insieme alla bell'e meglio da una cornice non del tutto convincente, disegnata dal fido Giancarlo Alessandrini. Si viaggia nel tempo, nel passato di Martin Mystere e dei suoi comprimari... guarda caso. Una minaccia cosmica potrebbe stravolgere il corso della Storia e il nostro cast, senza neanche saperlo, ne viene coinvolto. Troppo classico e stereotipato; aggettivi calzanti anche per molti dialoghi. Al di là di questi limiti, un appassionato della serie non può non apprezzare l'approfondimento storico-introspettivo dei personaggi che, di episodio in episodio, il buon Recagno ci offre.
I disegnatori sono professionisti, eppure il tratto di nessuno riesce a sposare particolarmente bene la quadricromia. Non è chiaro se sia una questione di abitudine tecnica o abitudine del lettore. Dettagli veniali, di fronte alla possibilità di vedere all'opera firme dylandoghiane (e non) su queste pagine. Peccato che l'episodio di Bruno Brindisi non contempli l'interpretazione dei personaggi classici.
Dovendo scegliere tra due albi che vantano la presenza di Sergej Orloff... il n. 299 era molto più pregnante de "I sette signori dell'iride".
I disegnatori sono professionisti, eppure il tratto di nessuno riesce a sposare particolarmente bene la quadricromia. Non è chiaro se sia una questione di abitudine tecnica o abitudine del lettore. Dettagli veniali, di fronte alla possibilità di vedere all'opera firme dylandoghiane (e non) su queste pagine. Peccato che l'episodio di Bruno Brindisi non contempli l'interpretazione dei personaggi classici.
Dovendo scegliere tra due albi che vantano la presenza di Sergej Orloff... il n. 299 era molto più pregnante de "I sette signori dell'iride".
venerdì 24 aprile 2009
FUMETTI - Blue #192
di Michele Miglionico
Andiamo in edicola e, con un'eccessiva discrezione, compriamo una copia del fumetto di genere più esclusivo d'Italia. Non che nelle nostre edicole ci sia ampia scelta, se escludiamo qualche manga hentai.
Il pregio della rivista della coraggiosa Coniglio Editore risiede nel trattare l'erotismo con serietà, senza scadere in tutti i luoghi comuni dei benpensanti. Lo si evince già dalla confezione editoriale: grande formato, carta patinata, grafica elegante. E lo si evince dall'alto numero di articoli e rubriche, dedicati agli argomenti più disparati.
Nelle pagine disegnate, ora in bianco e nero, ora a colori, non c'è spazio per un approccio comune alla sessualità. In "2+1", Vince e Sybilline dipingono con un certo realismo il fenomeno dei menage à trois organizzati. Roberto Baldazzini, con le sue "inserzioni" pubblicitarie di "Casa Howard" ci proietta in una divertente distopia. Francesco Cattani, con "Barcazza 2", immagina per noi una vacanza al mare con implicazioni incestuose; il suo stile è molto europeo, sia nel tratto sia nei ritmi delle tavole. Corrado Mastantuono, autore eclettico per eccellenza, si concede per la tavola autoconclusiva "Afrori&Profumi", divertente quanto rivoltante. "Il camerino" di Juan Alvarez e Jorge G. è quello in cui ogni donna vorrebbe usare durante lo shopping, senza ammetterlo. Davvero underground lo stile perverso di Marco Corona e Domenico Vaiti, autori della serie "Benemerenze di Satana". Godibile l'episodio di "Cicca Du-dum" di Carlos Trillo e Jordi Bernet, anche se quattro pagine son troppo poche. Le vignette di Makkox hanno uno stile peculiarissimo e spassoso.
In definitiva, se cercate pornografia, non bussate a questa porta. Atmosfere conturbanti, situazioni stimolanti, ironia, ma non troverete sana e cruda eccitazione in queste pagine, ma storie di una certa classe.
Il pregio della rivista della coraggiosa Coniglio Editore risiede nel trattare l'erotismo con serietà, senza scadere in tutti i luoghi comuni dei benpensanti. Lo si evince già dalla confezione editoriale: grande formato, carta patinata, grafica elegante. E lo si evince dall'alto numero di articoli e rubriche, dedicati agli argomenti più disparati.
Nelle pagine disegnate, ora in bianco e nero, ora a colori, non c'è spazio per un approccio comune alla sessualità. In "2+1", Vince e Sybilline dipingono con un certo realismo il fenomeno dei menage à trois organizzati. Roberto Baldazzini, con le sue "inserzioni" pubblicitarie di "Casa Howard" ci proietta in una divertente distopia. Francesco Cattani, con "Barcazza 2", immagina per noi una vacanza al mare con implicazioni incestuose; il suo stile è molto europeo, sia nel tratto sia nei ritmi delle tavole. Corrado Mastantuono, autore eclettico per eccellenza, si concede per la tavola autoconclusiva "Afrori&Profumi", divertente quanto rivoltante. "Il camerino" di Juan Alvarez e Jorge G. è quello in cui ogni donna vorrebbe usare durante lo shopping, senza ammetterlo. Davvero underground lo stile perverso di Marco Corona e Domenico Vaiti, autori della serie "Benemerenze di Satana". Godibile l'episodio di "Cicca Du-dum" di Carlos Trillo e Jordi Bernet, anche se quattro pagine son troppo poche. Le vignette di Makkox hanno uno stile peculiarissimo e spassoso.
In definitiva, se cercate pornografia, non bussate a questa porta. Atmosfere conturbanti, situazioni stimolanti, ironia, ma non troverete sana e cruda eccitazione in queste pagine, ma storie di una certa classe.
venerdì 17 aprile 2009
TEATRO - Prove d'autore
di Michele Miglionico
Risate isteriche, respiri malati. Quanta solitudine c'è in quattro personaggi disturbati che condividono un palco, ma che non possono interagire tra di loro perché fanno parte di opere diverse? Marco De Santis, regista della compagnia "Schegge d'ortaet", conduce il suo insolito cast in esercizi di stile di teatro contemporaneo, contando sul nome di un premio Nobel in locandina. La scelta dei brevi monologhi rende in pieno il legame di Harold Pinter con il teatro dell'assurdo. Un classico come "Aspettando Godot" dell'amico e collega Beckett vanta, perlomeno, uno sviluppo, una dialettica tra i personaggi. In questi sketches drammatici, invece, lo spettatore viene abbagliato (come un cervo dai fari di una macchina), da questi scorci folli di vita; l'effetto è ancora più alienante con la messinscena consequenziale dei pezzi. Tutto ruota intorno alle ossessioni dei protagonisti, ostaggi del proprio passato e/o delle proprie paure di affrontare la realtà. Se il drammaturgo punta a generare angoscia e confusione nel pubblico, l'obiettivo è pressoché raggiunto. La regia condisce con un tocco di living theatre il dialogo immaginato di "Tess" (Margherita Curci), che coinvolge a sorpresa la prima fila. Purtroppo pezzi così difficili e raffinati andrebbero maneggiati da grandi professionisti, in grado di metabolizzarne il senso profondo e comunicarlo al meglio possibile. E' un grosso rischio affidarli a interpreti di livello amatoriale quali possono essere i partecipanti del Seminario di Drammaturgia Europea Contemporanea del prof. Amoruso dell'Università di Bari. I quattro giovani lavorano quanto possono sulla resa nevrotica delle loro controparti, ma ogni silenzio, gesto, sfumatura ha un suo peso in pieces così brevi e intense. E purtroppo è presuntuoso definirsi attori se non si ha una dizione degna di questo nome. In chiusura, una parentesi musicale: Michele Marzella accompagna il bis di Elettra Sparapano con il suo trombone, amplificando l'angoscia della parossistica variazione-sul-tema di "Scusatemi", mentre la chiusa è affidata a una tromba tibetana che fa da colonna sonora a un fugace pensiero del regista. Un interessante "saggio di fine anno", tirando le somme.
Risate isteriche, respiri malati. Quanta solitudine c'è in quattro personaggi disturbati che condividono un palco, ma che non possono interagire tra di loro perché fanno parte di opere diverse? Marco De Santis, regista della compagnia "Schegge d'ortaet", conduce il suo insolito cast in esercizi di stile di teatro contemporaneo, contando sul nome di un premio Nobel in locandina. La scelta dei brevi monologhi rende in pieno il legame di Harold Pinter con il teatro dell'assurdo. Un classico come "Aspettando Godot" dell'amico e collega Beckett vanta, perlomeno, uno sviluppo, una dialettica tra i personaggi. In questi sketches drammatici, invece, lo spettatore viene abbagliato (come un cervo dai fari di una macchina), da questi scorci folli di vita; l'effetto è ancora più alienante con la messinscena consequenziale dei pezzi. Tutto ruota intorno alle ossessioni dei protagonisti, ostaggi del proprio passato e/o delle proprie paure di affrontare la realtà. Se il drammaturgo punta a generare angoscia e confusione nel pubblico, l'obiettivo è pressoché raggiunto. La regia condisce con un tocco di living theatre il dialogo immaginato di "Tess" (Margherita Curci), che coinvolge a sorpresa la prima fila. Purtroppo pezzi così difficili e raffinati andrebbero maneggiati da grandi professionisti, in grado di metabolizzarne il senso profondo e comunicarlo al meglio possibile. E' un grosso rischio affidarli a interpreti di livello amatoriale quali possono essere i partecipanti del Seminario di Drammaturgia Europea Contemporanea del prof. Amoruso dell'Università di Bari. I quattro giovani lavorano quanto possono sulla resa nevrotica delle loro controparti, ma ogni silenzio, gesto, sfumatura ha un suo peso in pieces così brevi e intense. E purtroppo è presuntuoso definirsi attori se non si ha una dizione degna di questo nome. In chiusura, una parentesi musicale: Michele Marzella accompagna il bis di Elettra Sparapano con il suo trombone, amplificando l'angoscia della parossistica variazione-sul-tema di "Scusatemi", mentre la chiusa è affidata a una tromba tibetana che fa da colonna sonora a un fugace pensiero del regista. Un interessante "saggio di fine anno", tirando le somme.
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