lunedì 24 novembre 2014

Tribute to Walter Bonatti: la Mostra di Milano in previsione dell'EXPO

Walter Bonatti nasce a Bergamo nel 1930. Pochi avrebbero predetto che sarebbe diventato un leggendario alpinista quel ragazzo nato in pianura, dal volto pulito ed il corpo scolpito e fremente.  Nel 1951 è alla sua prima grande impresa alpinistica: con Luciano Ghigo scala la parete est del Grand Capucin nel gruppo del Monte Bianco. Nel 1954 Bonatti è il più giovane partecipante alla spedizione di Ardito Desio, che porterà Achille Compagnoni e Lino Lacedelli sulla cima del K2: una impresa che favorì nella opinione pubblica nazionale ed internazionale la rinascita dell’Italia postbellica. Il K2 ha mietuto sempre vittime per il carattere estremamente ripido della cima e per la difficoltà di posizionare utili campi-base. 

Eppure quella grande impresa italiana (che costò la vita alla guida Mario Puchoz e molte dita amputate dal freddo ad altri partecipanti), nella veridicità, fu contaminata da polemiche e vicende giudiziarie che, non  nuove nella nostra tradizione italiana, si sono placate solo molti anni più tardi, sancendo che la versione di Walter Bonatti sui fatti occorsi era la più onesta e corretta. Dopo quell'impresa comunque nulla sarà più eguale nella vita dell’alpinista: da allora in poi, dalla scalata del K2, Bonatti preferirà imprese “solitarie”.  « Quello che riportai dal K2 fu soprattutto un grosso fardello di esperienze personali negative, direi fin troppo crude per i miei giovani anni. » (Walter Bonatti, Le mie montagne). 
Nel 1955 scala - in solitaria -   il pilastro sud-ovest del Petit Dru, nel massiccio del Monte Bianco: il celebre dado Liebig "il condimento ideale", gli dedicò una figurina dedicata alla "conquista delle grandi cime". Sembra incredibile. Altro che sponsorizzazioni odierne. Appeso alla parete del Dru, lo si vede raggiungere la meta con uno zigzag temerario e le manovre di pendolo: in un punto della parete lancia più volte la sua corda finché questa si impiglia sulle rocce, consentendogli l'ascesa. Mi sono sempre chiesto come facciano questi eroi quando si bloccano o devono tornare indietro.
Nell’inverno del 1965 scala in solitaria la parete nord del Cervino aprendo una nuova via. È la sua ultima impresa di alpinista estremo. Da allora in poi si dedicherà unicamente all’esplorazione e all’avventura come inviato del settimanale Epoca, settimanale  famoso – lo diciamo per i più giovani – edito da Mondadori nel periodo 1950-1997. 


Non a caso il Catalogo in vendita sulla Mostra lo ritrae come su questo numero di Epoca.
Nel 1979 Bonatti lascia Epoca. Dagli anni Sessanta pubblica tanti volumi e fotoreportage che narrano le sue avventure in ogni luogo che fosse poco o nulla calpestato dall’Uomo. Muore a Roma il 13 settembre 2011, all’età di 81 anni, consumato da un fulmineo carcinoma del pancreas. Negli ultimi viaggi lo aveva seguito l’attrice Rossana Podestà, divenuta, dopo un incontro semifortuito, sua compagna di vita. Balzò al (dis)onore della cronaca il fatto che alla Podestà non era stato concesso dal personale ospedaliero di assistere il compagno, in quanto non “moglie”. Lei è deceduta 2 anni dopo la morte del compagno.
Bonatti imparò a fotografare per documentarsi prima delle scalate e per documentare le imprese alpinistiche. Poi si innammorò della fotografia naturalistica. Alessandra Mauro e Angelo Ponta scrivono nel Catalogo della mostra: “Molte tra le sue folgoranti immagini sono grandiosi ‘autoritratti ambientati’ e i paesaggi in cui si muove sono insieme luoghi di contemplazione di scoperta. Bonatti si pone davanti e dietro l’obiettivo: in un modo del tutto originale è in grado di rappresentare la sua fatica e la gioia per una scoperta, ma al tempo stesso sa cogliere le geometrie e le vastità degli orizzonti che va esplorando.”
Negli anni dell’alpinismo Bonatti usò fino al 1954 una macchina Voigtlander; fino al 1965 una modesta Ferrania Condoretta: una camera compatta (non reflex! a mirino galileiano), risalente come modello al 1951, con obiettivo fisso  Terog f4/40 mm diaframmabile sino a f/22, otturatore Aplon con posa B, 1 sec, 1/2, 1/5, 1/10, 1/25, 1/50, 1/100, 1/300; la messa a fuoco da 1m ad infinito si attuava ruotando la lente anteriore. Il formato della pellicola era 24x36 mm cioè il formato 135 che è stato il formato Leica adottato da ogni reflex (Nikon, Canon ecc.) sino all'avvento del digitale.



Dai fotoreportage con Epoca si dotò di Olympus (è passato dalla Pen? la famosa reflex M-1, poi OM-1, è solo del 1972-73) e Nikon (la famosa Nikon F data dal 1959). Immagino che scelse via via sistemi più avanzati anche per poter scattare foto a distanza con filo e radiocomandi.
L’esposizione dal titolo Walter Bonatti. Fotografie dai grandi spazi, con l’ausilio di video, di documenti inediti e di un allestimento particolarmente coinvolgente, ripercorre il racconto visivo, le vicende esistenziali e le avventure dell’alpinista ed esploratore italiano. La mostra è all’interno del fascinoso Palazzo della Ragione Fotografia a Milano e va dal 13 novembre fino all’8 marzo 2015.
Le immagini in mostra testimoniano oltre 30 anni di viaggi. Scatti unici nel loro genere che ritraggono un uomo in scenari  da “infinito” leopardiano.

“È difficile separare il ricordo di Walter Bonatti da quello delle sue fotografie – dicono gli organizzatori della mostra  che prelude alla Expo 2015 -  Ed è sorprendente scoprire quanto la sua figura e le sue imprese siano radicate nella memoria di un pubblico tanto differenziato per età e interessi. La persistente popolarità di Bonatti ha più di una spiegazione. Imparò a fotografare e a scrivere le proprie avventure con la stessa dedizione con cui si impadronì dei segreti della montagna: alpinista estremo, spesso solitario, ha conquistato l’ammirazione degli uomini e il cuore delle donne, affascinando nello stesso tempo l’immaginario dei più giovani.
 Il mestiere di fotografo per grandi riviste italiane, soprattutto per Epoca, lo portò a cercare di trasmettere la conoscenza….. Molte tra le sue folgoranti immagini sono grandiosi “autoritratti ambientati” e i paesaggi in cui si muove sono insieme luoghi di contemplazione di scoperta. Bonatti si pone davanti e dietro l’obiettivo: in un modo del tutto originale è in grado di rappresentare la sua fatica e la gioia per una scoperta, ma al tempo stesso sa cogliere le geometrie e le vastità degli orizzonti che va esplorando.”
Quando ero ragazzo mi affascinavano di lui le foto su Epoca scattate all’isola di Komodo con gli enormi varani komodensi sullo sfondo: allora nessuno aveva tentato un avvicinamento del genere. Quella foto non l’ho trovata alla mostra ma ce l’ho stampata nella memoria : avrebbe condizionato la mia indole di viaggiatore. Grande l'Ulisse dentro di lui e lo ha trasmesso.

Personalmente della bella mostra mi ha colpito la poco credibile attrezzatura di tante imprese al limite dell’umano: scarponi tipo "anfibi" militari, corde completamente atecnologiche, come in uso negli anni Cinquanta: sembra impossibile che corde così siano state adoperate su ghiacciai o per inerpicarsi sull'impossibile. Sono più sicure le cose acquistabili a un centro commerciale sportivo. Mi ha colpito il regalo fattogli dopo la celebrità raggiunta da un negoziante: una semplice macchina da scrivere Everest (un caso?) ; dalle macchine successive ci sarà anche la scritta "Everest K2".
 E le foto? La foto che riporto è stata scattata all’Isola di Pasqua (1969) e mi ha colpito perché mai io – nel mio soggiorno a RapaNui – sarei potuto salire su quella rupe, di basalto vacuolare friabile e umida: 

ma lui si è arrampicato in posizioni assurde per esempio risalendo La Coda di Canguro, una crepa immane di oltre 150 m ad Ayers Rock (1969) o tuffandosi a più riprese dalle rocce delle cascate Murchison del Nilo-Vittoria in acque pericolose o nelle vicinanze di un ippopotamo, animale assai killer in quanto fortemente territoriale. Eppure Bonatti non era un matto e andava via  sempre per tornare. E raccontare. (achille miglionico)

lunedì 17 novembre 2014

Salgado & Il sale della terra



«Siamo animali molto feroci, animali terribili» commenta amaro il settantenne fotografo






Se la parola ha in sé la magia di dar forma a stati d'animo e sentimenti, il potere di catturare il tempo e dilatarlo, di rendere eterno un momento, il Cinema che si esprime in gran parte attraverso le immagini, per mano di Wim Wenders e Juliano Ribeiro Salgado, con Il sale della terra compie il miracolo, e rendendo omaggio a chi ha saputo scrivere sulla luce, ci offre il ritratto artistico ed umano di Sebastião Salgado, il fotografo brasiliano che ha saputo trasformare l'immagine in poesia. La forza della sua fotografia è tale che ogni parola potrebbe essere un insulto al cospetto dell'immensità; scrivere di questo film è come profanare qualcosa di sacro, perché viverlo è un'esperienza quasi mistica, è un percorso attraverso il dolore, è guardare con un occhio cosmico la vita e la morte in una dimensione che va oltre la prospettiva di ognuno di noi, è saper vedere attraverso lo sguardo di un bambino adagiato in una bara, spento ma ancora vibrante, cosa c'è al di là di quel limite oscuro, è l'attimo di felicità nel sorriso e nella complicità di due amici su un barcone tra l'orrore di una migrazione di massa, è l'uomo nella realtà di ogni continente che si misura con il suo ambiente e col tempo, che accelera il passo o lo ferma. Wim Wenders come Omero e Juliano Ribeiro Salgado come Telemaco, attraverso la sua arte ed ascoltando la sua stessa voce, sono testimoni dell'infinito viaggio di Sebastião Salgado, di cui ne seguono la partenza dalla terra di origine, e spingendosi verso le foreste tropicali dell'Amazzonia, passano dall'Indonesia alla Nuova Guinea, dal Congo, dalla Jugoslavia al Kuwait, attraversano i ghiacciai dell'Antartide, indugiano in Rwanda di cui ogni fotografia è il nero sul bianco dell'orrore del genere umano sull'uomo, è lo spettacolo di come l'uomo operi alla distruzione del suo stesso genere, si fermano su guerre e schiavitù, sono occhi nei suoi occhi perché "una foto non parla solo di chi è ritratto, ma anche di chi ritrae". Ed attraverso i suoi occhi ci fermiamo tutti sull'evoluzione di ogni specie animale  scoprendo che siamo cellule di una stessa cellula, ospiti di una meravigliosa terra che non sempre siamo in grado di amare e l'orrore ci scava l'anima fino a consumarla ed un magone di impotenza e sfiducia nel nostro genere ci pervade finché Salgado stesso ci conduce verso la cura con il suo ritorno alle origini, dove la vita irrompe e ci circonda. La circolarità del suo viaggio fino al recupero dei valori di origine ci regalano conoscenza, consapevolezza, nuova fiducia, e la riconquista definitiva di ogni valore che ci lega alla vita. L'impegno nella riforestazione di una terra resa brulla dalla siccità è la sfida della luce dell'esistenza  sulle tenebre della morte, è il senso dell'eternità. Sebastião Salgado come Ulisse torna dal suo Telemaco, nella sua terra e dalla sua donna che ha sostenuto il suo viaggio tessendo la tela della sua rinascita. L'umanità è Il sale della terra ed è anche un'opera grandiosa, è arte che si concede all'arte, e scava l'anima fino a levigarla e renderla migliore. 

Antonietta D'Ambrosio




venerdì 14 novembre 2014

Anime nere - recensione










Non è il grande schermo che può proteggerci dal nero che scivola da Milano ad Africo, di cui se ne respira quasi l'odore sotto un cielo che ne sfuma appena il tono a dispetto di ogni giorno che nasce e di un amore che balza da padre in figlio, da fratello a fratello, ed è il nero lucido di una bara, di un dolore che si tramanda e di una sete di vendetta che non si placa. Tutto troppo vero e crudo tanto da annullare lo schermo e dipingere di nero anche le nostre anime cancellando i confini tra il bene e il male, perché quello di Francesco Munzi non è un film di denuncia che ci consente di riconoscere una realtà crudele e prenderne le distanze, noi ci siamo dentro, e siamo ombre del nero che respiriamo. Ci sembra quasi di essere cresciuti nel più profondo Aspromonte, su distese di roccia brulle sagomate da una natura ostile e da una cura incompleta ed aspra dell'uomo che lascia case e strade rifinite solo a metà, di cui Munzi ci regala una fotografia netta entrando nella vita più autentica di quei luoghi attraverso la loro lingua, il folklore, i pascoli sul mare, il peperoncino affettato su un tagliere in una casa di lusso della Milano borghese, e lo fa con lo stesso occhio senza filtri con cui Winspeare osserva il Salento. Munzi comincia la sua narrazione puntando lo sguardo sui profili di Luigi (Marco Lonardi) e Rocco, a cui presta il volto Peppino Mazzotta che abbiamo conosciuto nelle vesti del fidato Fazio in Montalbano (scelta non casuale se pensiamo a quanto sia probabile che chi opera per sconfiggere il male ne venga poi ingoiato), due fratelli che hanno spostato i loro traffici illeciti da Africo a Milano, e su Luciano (Fabrizio Ferracane) , fratello maggiore , che sopisce il dolore di un padre ammazzato molto tempo prima dal clan rivale, dedicandosi alla preghiera e alle capre. E' Leo (Giuseppe Fumo), figlio di Luciano, cresciuto tra i pascoli e nel rancore silente di suo padre verso il clan rivale, che risveglia la sete di vendetta con una provocazione dopo la quale si va dritti verso la tragedia. È la 'ndrangheta che va in scena nella pellicola di Munzi, ed è nera come le anime che la ospitano, consumate fin nel profondo da una logica che risponde ad un sistema che va oltre uno Stato fermo ad un passo dai confini di terre poste al margine, ed osanna santi con una mano e con l'altra impugna una pistola, che riconosce il suo potere attraverso il consenso di famiglie fedeli, ma non ammette ingenuità. E' il nero in tutte le sue sfumature dove l'unica figura che si staglia è quella della moglie di Rocco, Valeria, a cui presta volto e colori Barbara Bobulova, autentica nel suo essere al di fuori del coro, e con lei lo sfarzo dorato e barocco di un contorno falsamente borghese. Sui titoli di coda un brivido di disagio ci sfiora dato da un epilogo asfissiante e da un vago ed inconsapevole sentimento di solidarietà. Ottimo nel disegnare i contorni di una realtà scomoda, dove tutto il resto rimane fuori tranne noi.(Antonietta D'Ambrosio) 






venerdì 7 novembre 2014

The judge - recensione




Quello dei Palmer è un dramma famigliare che che rimbalza oltre parole e gesti fermi tra le pieghe del tempo, che si traducono non solo nel male di chi li ingoia, ma divorano anche chi ne riempie il vuoto caricandolo di rancore e odio. David Dobkin mette a nudo sul palcoscenico di un'aula di tribunale, le diverse identità di un padre ed un figlio, i cui profili vengono definiti attraverso il loro conflitto che prende corpo nel corso della pellicola facendo ricorso ad un caso giudiziario che vede coinvolti Joseph PalmerThe Judge (interpretato da un ancora brillante Robert Duvall), accusato di omicidio, ed il figlio Hank (Robert Doweny jr), il miglior avvocato difensore degli indifendibili di Chicago, che si reca nella piccola cittadina natale dell'Indiana dopo aver ricevuto la notizia della morte di sua madre e dove è costretto a fermarsi per difendere l'odiato padre. Al di là di situazioni improbabili ed alquanto grottesche, e montaggio scenico mediocremente abbozzato, la narrazione si snoda in maniera fluida giocando sulle relazioni di una famiglia fin troppo americana, che attraverso lo sguardo di Hank si presenta come un quadro di Picasso, fatta di pezzi diversi ma uniti fino a toccarsi, dove la prospettiva è stata cancellata dall'ingombrante mano di un uomo, socialmente irreprensibile, che i tre figli chiamano Il Giudice. È il giudizio e l'accusa che pesa sulla vita di ogni figlio; su Hank costretto a lasciare la cittadina dove è cresciuto per sottrarsi allo sguardo di suo padre e riscattarsi, su Glen (Vincent D'Onofrio), il maggiore dei tre, grande promessa del basket non mantenuta a causa di un incidente provocato da Hank e che avrà conseguenze estreme sui rapporti, e sul minore, Dale (Jeremy Strong), affetto da ritardo mentale, nascosto sempre dietro una cinepresa. La permanenza di Hank nella cittadina dell'Indiana gli permette di soffiare su strati di polvere che coprono sentimenti ancora vivi, di far pace con le sue radici, e di ritrovare intatto l'amore di Samantha (Vera Farmiga). È una pellicola dove non  mancano momenti di forte intensità emotiva su cui Dobkin indugia poco evitando di scadere nel melodramma, smorzati dalla giusta ironia di Hank a cui Robert Doweny jr presta il volto in maniera eccellente duellando per bravura con un inossidabile Robert Duvall. 

Antonietta D'Ambrosio


venerdì 31 ottobre 2014

Boyhood - recensione






La bellezza e la purezza di questa pellicola è da riconoscersi nell'assoluta semplicità data dallo scorrere del tempo, in un frammento di vita che si srotola tra sogni, gioie e dolori, fallimenti e riscatti e nella consapevolezza abbagliante che la vita è battito che segue il battito, è tempo che segna il corpo, la mente e l'anima  e tutto si traduce in pensieri, sorrisi, lacrime, parole e gesti che crescono, vivono e cambiano, come cambia il mondo in un continuo divenire.  La magia di Richard Linklater sta nel condurre lo spettatore all'arte di saper guardare e cogliere l'attimo, ma ci solleva anche dall'affanno di aspettare che l'attimo colga noi, permettendoci di far pace col tempo che comincia a scorrere allo stesso ritmo del nostro respiro. Lo fa in maniera sublime mentre mescola finzione e realtà attraverso un progetto durato 12 anni, catturando con la macchina da presa qualche giorno ogni anno, e comincia dallo sguardo di Mason (Ellar Coltrane), disteso su un prato, che vaga oltre le nuvole, consentendoci di seguire la sua crescita reale mentre il mondo che lo circonda cresce e si trasforma con lui passando attraverso mutamenti sociali e politici (da Bush ad Obama), che hanno il solo scopo di scandire il suo tempo con riferimenti storici, in un'America che emerge negli spazi sconfinati attraverso una fotografia bellissima, ed in tutte le sue contraddizioni il giorno del suo sedicesimo compleanno, quando i genitori della nuova compagna di suo padre gli regalano fieri la bibbia e gli affidano il fucile di famiglia.
E' la vita di Mason dagli otto anni fino ai venti, figlio di genitori divorziati (Patricia Arquette ed Ethan Hawke), che vive con sua sorella poco più grande di lui (Lorelei Linklater) e con sua madre che, seppur amorevole e presente con i figli, si muove alternando alla sua crescita professionale nuovi matrimoni che naufragano tra alcool e violenza, e costringe Mason e Samantha a continui trasferimenti, il primo dei quali rimane scolpito nel cuore mentre attraverso la mano di Mason cancelliamo con un pennello le tacche sul muro che hanno segnato il tempo vissuto in quella casa, e con i suoi occhi lanciamo un doloroso addio al suo compagno di giochi. Linklater, aiutato dalle note di una splendida colonna sonora che spazia dai Coldplay a Bob Dylan, da Lady Gaga ai Pink Floyd,  lascia scorrere la vita di Mason senza grandi tragedie raccontandoci dei primi amori, passando attraverso i tormenti adolescenziali ed incomprensioni generazionali, e raggiunge un'alta intensità narrativa durante i momenti vissuti con suo padre, musicista poco affermato, determinante per lo sviluppo esistenziale di Mason, e nonostante per gran parte della pellicola ci appaia eternamente ragazzo, d'improvviso e con grande audacia cinematografica, Linklater ce lo mostra maturo anche nei tratti del viso, di una maturità che la madre di Mason non ha avuto la pazienza di aspettare, ma che era solo rimasta sospesa nel tempo. 

Antonietta D'Ambrosio




lunedì 20 ottobre 2014

Film: Il giovane favoloso -recensione




Il giovane favoloso -recensione

Se avessimo voluto ripassare la vita e le opere di Giacomo Leopardi avremmo potuto aprire le pagine del nostro vecchio libro di letteratura italiana. Quella di Mario Martone è una cronaca asettica ed incolore di una vita che ha segnato la storia della nostra letteratura, del poeta e filosofo fanciullo che più abbiamo amato al solo udir della voce, perché la sua voce l'abbiamo udita e la sua sofferenza si è fermata sulla pelle, naufragando dolcemente in quel suo mar, abbiamo guardato oltre attraverso i suoi occhi con una lucidità carica di ironia spingendoci al di là di ogni male terreno, sollevati dalla sua poesia. Elio Germano ha dato volto e figura al nostro Leopardi, in una patetica interpretazione, quasi comica nel mettere in scena una ribellione fine a se stessa, stridendo nel tono della voce, che di lui avevamo sognato melodica come la sua poesia, profonda e infinitamente avvolgente. Nessuno è stato testimone del suo tempo, ma tutti attraverso L'Infinito abbiamo osato superare l'orizzonte, abbiamo riconosciuto il suono del silenzio, e nessun altro ci ha dato la misura ed il valore dell'attesa, l'importanza del dubbio. Attraverso Martone ci si ferma sul bambino prodigio, sul giovane oppresso dall'amore soffocante del conte Monaldo e di sua moglie, rigidi entro i limiti di un'educazione che non va oltre i canoni di regole dettate dalla morale cattolica e di un etica che risponde al rispetto della fede monarchica, seguendone i passaggi solo cronologici, da Recanati a Firenze, poi Roma e Napoli indugiando più del necessario sull'ambigua amicizia con Antonio Ranieri. Dell'evoluzione del suo pensiero solo qualche balzo che va dalla sete di gloria alla ribellione solo immaginata nei confronti di suo padre, dalla fascinazione verso gli ambienti liberali, al pessimismo scaturito anche dalla precaria condizione fisica fino a fargli maturare l'odio verso una natura che definisce matrigna. In ultima analisi Leopardi approda all'esaltazione della noia come conseguenza del nulla dato dal senso di distacco dalla vita, e solo agli spiriti superiori è dato di riconoscerla e provarla. È stato questo il senso dell'opera di Martone, ricondurci al tedio e alla noia nei 137 minuti della sua pellicola, per rendere sublime il nostro spirito? Per cimentarsi in tali opere non basta riempire lo schermo col volto di Elio Germano, sempre più sgarbato e curvo sotto il peso di uno studio sfrenato, che recita pochi versi con poca enfasi sul palcoscenico di una cartolina bellissima, accompagnato dalle note di una colonna sonora in determinati passaggi anche inopportuna e non sarà capace tale opera di sbiadire il senso del suo passaggio dalle vite di ognuno di noi.


Antonietta D'Ambrosio


martedì 7 ottobre 2014

I nostri ragazzi - recensione







Se il cinema è lo specchio della realtà, questo film rivela tutte le crepe di uno specchio in frantumi, e sfiorandolo appena, i mille frammenti ci feriscono senza lasciare scampo. Una realtà infranta da un benessere di pochi e per pochi, paradossalmente anacronistica, di una società senza padri e senza maestri, di ragazzi figli di un unico dio che sprigiona i suoi infiniti volti attraverso la rete. Con l'uomo nasce la sua sete di riconoscimento, di cura, ed il web attraverso i suoi svariati mezzi, soddisfa in pieno tale bisogno primario, in un click, sempre. E c'è da chiedersi se siano stati prima i genitori a sentirsi sollevati dall'impegno amorevole di esserci, o se d'un tratto si siano sentiti rimpiazzati da un così grande dio, pronto a rispondere prima di loro. Ivano De Matteo, ispirandosi liberamente al romanzo di Erman Koch "La cena"a due anni di distanza da " Gli equilibristi", col suo film presentato a Venezia nella sezione Giornate degli Autori,  pone il suo sguardo ancora una volta su uno spaccato di vita borghese, dove le esistenze di due fratelli dai caratteri e dalle vite diametralmente opposti scorrono in parallelo incrociandosi solo una volta al mese in un ristorante di lusso per parlare di nulla e dove emergono evidenti ipocrisie, pregiudizi e falsi moralismi della coppia interpretata da Luigi Lo Cascio, chirurgo pediatrico, e Giovanna Mezzogiorno, madre fragile ma attenta, che si pone in contrasto col mondo sterile e patinato di Alessandro Gassmann, avvocato di grido, e di sua moglie Barbara Babulova, bella, sofisticata, intellettualmente vuota, ma devota. Quando le telecamere di sorveglianza riprendono una scena che vede i rispettivi figli protagonisti di un crimine, vengono giù le maschere e lo spettatore, che poco prima aveva attribuito i ruoli del buono e del cattivo, si vede costretto a ribaltare le sue posizioni. Michele, taciturno ed introverso, interpretato dal giovanissimo Jacopo Olmo Antinori, e Benedetta, a cui presta il volto Rosabell Laurenti Sellers, hanno i loro nomi ma sono i nostri ragazzi, figli di un tempo in cui il tempo non ha più valore, dove il silenzio, la solitudine e l'attesa hanno assunto un significato diverso rispetto al tempo in cui l'attesa veniva prima di una presenza, il silenzio lasciava spazio alla conferma e alla riflessione sui valori trasmessi, la solitudine consentiva di fermarsi. Lo sguardo di De Matteo è lucido e nitido ed attraverso i protagonisti, ognuno eccellente nel proprio ruolo, ci regala una pellicola per certi versi imperfetta per la povertà dei dialoghi, ma che a ben vedere si riempie di senso se tale povertà si legge come lo spazio lasciato ad ognuno per ascoltare la voce della propria coscienza. Prima dei titoli di coda, ad una voragine di troppe domande senza risposta, l'epilogo aggiunge un drammatico senso di vuoto dettato dall'assoluta assenza di amore.

Antonietta D'Ambrosio


domenica 28 settembre 2014

XXVIII Congresso Nazionale della S.I.C. a Bari dal tema scottante: "Bad or Mad?"


Bari, 28 Settembre 2014. Si è svolto con esito positivo il XXVIII Congresso Nazionale della Società Italiana di Criminologia dal titolo quanto mai indovinato di “Bad or Mad? Il controverso rapporto fra Disturbo Mentale e Crimine violento”. L’incontro, tra specialisti criminologi, psichiatri forensi e medici legali nonché psicologi, avvocati e assistenti sociali, era valido ai fini di ECM (Educazione Continua in Medicina). Va subito detto che il Congresso è stato ben organizzato ed ha avuto luogo nella accogliente sede della Villa Romanazzi Carducci dal 25 al 27 Settembre u.s. L’unico disturbo è stato il maltempo “epocale” che ha visto alternarsi caldo, freddo e pioggia nel giro di poche ore. A queste microstagioni  e microclimi instabili sembra che ci stiamo tutti oramai abituando (ombrello onnipresente come in Francia, vestiti “a cipolla” ecc.) ma per fortuna i momenti di break tra i lavori hanno consentito saluti e scambi socioculturali nei gradevoli giardini che dividono le sale congressuali.

Ha aperto i lavori scientifici una lezione magistrale del prof. Seena Fazel, docente di Psichiatria forense all’Università di Oxford, che ha parlato del rapporto tra crimine e malattia mentale, associazioni, fattori di rischio e predittività. Il ricercatore ha sottolineato come sia aumentato il rischio di violenza nei disturbi neuropsichiatrici ma a complicare il quadro epidemiologico odierno vi è il crescente abuso, anche multiplo, di sostanze di droghe. Il disturbo mentale grave può essere un fattore di rischio variabile anche nella ripetizione dell’atto criminoso (e così anche l’abuso di sostanze psicoattive). Fin qui non abbiamo avuto che conferme a quanto l’intuizione clinica ha già percepito in anticipo rispetto ai dati epidemiologici che vengono sempre dopo le osservazioni.
La “Criminologia narrativa” è stata illustrata dal prof. Adolfo Francia (Univ. Insubria) che si è soffermato sul “narrato” operato dalle varie criminologie che si profilano oggi: una criminologia folk (quella dibattuta sui media che anticipa l’operato dei tribunali troppo lenti e talora li stimola) e la criminologia scientifica; tra loro sembra dibattersi la “criminologia dei tribunali”. Si è anche soffermato sulla “coazione a godere” dei nostri tempi (injunction: Enjoy, interessante da un punto di vista AT), che ricorda il concetto di “soluzione biografica” (diciamo noi) di Zygmunt Bauman (vivere la propria vita avulsa da passato e futuro, come se fossimo l’unica generazione ad avere ogni diritto e nessun dovere sociale verso i posteri).
Stefano Ferracuti, professore associato di Psicologia Clinica alla “Sapienza” di Roma) ci ha illustrato i risultati di una meta-analisi sulle “Alterazioni delle attivazioni cerebrali correlate a compiti che valutano le funzioni attentivo-mnestiche enella psicopatia e nel disturbo antisociale”. Il titolo è già un sommario. Si è parlato di metodiche con Stroop Test e Neuroimaging funzionale.
L’intervento di Cristiano Barbieri (docente di Psicopatologia forense, Univ. Pavia) è stato di impronta psicodinamica e antropofenomenologica e verteva su di un caso particolare: “L’alta cucina del delitto: il cuoco, la sua amante e gli amanti di lei. Un percorso comprensivo dalla oralità alla distruttività”.
La relazione su “Una vita da balente” della prof.  Lilianna Lorettu (past-President della Soc. Italiana di Psichiatria Forense, Univ. Di Sassari) ha descritto antropologicamente la condizione della Balentìa e la potenza del codice barbaricino (al di sopra della Lex, quasi una sharia)  tra faide e isolamento culturale della società barbaricina: sono stati ammessi tratti paranoidi della subcultura con diffidenza e sospettosità nell’ambito di una società matriarcale ove le donne usano indurre nel maschio il sentimento della vendetta interfamiliare. A dire il vero in sede di discussione alcuni specialisti si sono contrastati un po’ troppo vivacemente per un consesso scientifico, quantunque le asserzioni di ambo i fronti fossero più che condivisibili, mettendo a disagio le nuove leve universitarie (ma è noto che qualche personaggio della psichiatria forense usa talora “debordare” teatralmente  incrementando escalation relazionali piuttosto che mediare relazionalmente). Per altro la relazione della Lorettu ha il grande pregio di essere stata coraggiosa nel distinguo Bad-Mad a genesi culturale.
Il prof. Vittorio Volterra, professore emerito di Psichiatria alla Univ. Di Bologna, - ebbi l’onore da studente di essere esaminato da lui in psicofarmacologia, molti anni fa… - ha condiviso la sua esperienza pluriennale di scienziato, sul tema dell’ Infanticidio, con umiltà e classe. Quante volte ci siamo chiesti dinanzi ad eventi di cronaca se l’autore-autrice di siffatto crimine sia bad oppure mad?  Ha esposto e discusso casi esemplari di madri “inconsapevoli” di essere in stato di gravidanza che si sono “liberate” del neonato in circostanze assurde; madri vittime di violenze antiche, anche incestuose, che hanno esploso la loro violenza sui figli; madri ipercuranti affette da sindrome di Munchausen per procura, che per eccesso di farmaci arrivano ad ammazzare i figli; genitori che uccidono i figli pietatis causa; madri gravemente depresse e deliranti che uccidono figli per sottrarli al dolore del mondo; “Medee” che uccidono i figli per vendicarsi di abbandoni (qui potremmo aggiungere come l’alienazione parentale tanto discussa sia in continuum un omicidio psichico dei propri figli); madri affette da ritardo mentale o schizofrenia; donne socioculturalmente svantaggiate ecc.
 Il venerdì ci è piaciuta molto la dotta relazione su “Imputabilità ai tempi di Epimeteo” del prof. Marco Marchetti (Med. Leg. Univ. Molise) che spaziando dalla mitologia perviene ai Sistemi 1 e 2 di Kahneman . Ricordiamo che gli studi sul processo decisionale condotti ormai da molti anni dal premio Nobel Daniel Kahneman hanno mostrato quanto illusoria sia la razionalità e come, in realtà, siamo sempre esposti a condizionamenti - magari da parte del nostro stesso modo di pensare - che possono insidiare la capacità di giudicare e di agire lucidamente. Kahneman ci guida in un'esplorazione della mente umana e propone come la mente sia caratterizzata da due processi di pensiero ben distinti: uno veloce e intuitivo (sistema 1), e uno più lento ma anche più logico e riflessivo (sistema 2). Se il primo presiede all'attività cognitiva automatica e involontaria, il secondo entra in azione quando dobbiamo svolgere compiti che richiedono concentrazione e autocontrollo. Efficiente e produttiva, questa organizzazione del pensiero ci consente di sviluppare raffinate competenze e abilità e di eseguire con relativa facilità operazioni complesse. Ma può anche essere fonte di errori sistematici (bias), quando l'intuizione si lascia suggestionare dagli stereotipi e la riflessione è troppo pigra per correggerla. Marchetti poi cita il pensiero evoluzionistico di Telmo Pievani, epistemologo di Padova, dove ricopre la prima cattedra italiana di Filosofia delle Scienze Biologiche (ma presso lo stesso Dipartimento è anche titolare dell’insegnamento di Antropologia). Insomma noi “siamo sia buoni sia cattivi”, dice Marchetti: noi siamo metaforicamente come i personaggi e lavoranti di un circo ove convivono – entro certi limiti – nani e domatori, giocolieri e animali ecc. ; siamo tutti accomunati dal Circo. Insomma siamo aggressivi e solidali (due aspetti contraddittori moralmente ma non filogeneticamente) ma si apprende socialmente a non essere aggressivi. Ed Epimeteo meno conosciuto del fratello Prometeo attesta la duplicità umana tra pensiero veloce e pensiero lento: nonostante  i due Titani siano fratelli (e cugini di Zeus), sono molto diversi. Prometeo (il cui nome significa "colui che riflette prima") è molto furbo e astuto mentre Epimeteo (il cui nome significa "colui che riflette in ritardo") sembra un tardone. Noi necessitiamo secondo la visione di Marchetti di entrambi, con tutti i pro ed i contro allorché attiviamo un sistema per l’altro nel momento sbagliato.




Citiamo tra le tante relazioni presentate quella su Legami pericolosi, relazioni perverse (Rolando Paterniti), relazione in cui mancava solo la descrizione della simbiosi schiffiana per completare l’excursus; Mafia e psicopatia (Vincenzo Caretti); La follia normale degli uomini che uccidono le donne (Cinzia Cinquegrana); CSI effect o Tech Effect? (Ivan Galliani e Fabrizio Rasi) ove si è dibattuto il tema delle tante serie tv su crimini ed investigazioni iperlaboratoristiche.  
Nel pomeriggio di venerdì abbiamo seguito tra i molti workshop paralleli quello moderato dai proff. Antonello Bellomo, Adolfo Ceretti, Ernesto Ugo Savona su un argomento scottante: Il trattamento degli offenders al tramonto degli OPG (Ospedali Psichiatrici Giudiziari). Si è parlato di misure di sicurezza provvisorie (ex art. 206 c.p.), della mancanza di dialogo operativo tra Magistratura di Sorveglianza (Giuseppina d'Addetta) e Dipartimenti (Luigi Ferrannini, Francesco Scapati, Pietro Ciliberti)  nel momento storico in cui si aboliscono definitivamente gli OPG (ultima scadenza in marzo 2015) quando mancano risorse e strutture intermedie e controllate (non ci sono le REMS previste). Si è parlato di modelli di trattamento comunitario del malato di mente autore di reato pericoloso e reiterabile come il modello R-FACT proveniente dagli USA: si è riassunta la esperienza della Comunità Forense “Gonzaga” di Castiglione delle Stiviere nella presa in carico di pazienti “liberi vigilati” (Simona Traverso et al.).
Tanti gli interventi e tanti i relatori che meriterebbero una menzione specifica ma non è possibile: Felice Carabellesi, Jutta Birkohoff, Francesco Carrieri, Vincenzo Mastronardi e tante altre presenze autorevoli.
Chiudiamo con la tavola rotonda del Sabato 27 Settembre – prima della chiusura dei lavori -  con i proff. Roberto Catanesi , Presidente della SIC che ha ceduto la carica a  Isabella Merzagora (neoeletta) e Vito Mormando (Ordinario di Diritto penale a Bari): Psicopatologia e Diritto a confronto: Imputabilità e pericolosità sociale al tempo delle neuroscienze.

Abbiamo omesso tanto ed è una nostra precisa responsabilità aver scelto taluni argomenti ma è anche vero – e questo l’unico appunto ad un congresso così ben organizzato – che era impossibile seguire tutto senza avere il dono della ubiquità. (achille miglionico)