lunedì 20 ottobre 2014

Film: Il giovane favoloso -recensione




Il giovane favoloso -recensione

Se avessimo voluto ripassare la vita e le opere di Giacomo Leopardi avremmo potuto aprire le pagine del nostro vecchio libro di letteratura italiana. Quella di Mario Martone è una cronaca asettica ed incolore di una vita che ha segnato la storia della nostra letteratura, del poeta e filosofo fanciullo che più abbiamo amato al solo udir della voce, perché la sua voce l'abbiamo udita e la sua sofferenza si è fermata sulla pelle, naufragando dolcemente in quel suo mar, abbiamo guardato oltre attraverso i suoi occhi con una lucidità carica di ironia spingendoci al di là di ogni male terreno, sollevati dalla sua poesia. Elio Germano ha dato volto e figura al nostro Leopardi, in una patetica interpretazione, quasi comica nel mettere in scena una ribellione fine a se stessa, stridendo nel tono della voce, che di lui avevamo sognato melodica come la sua poesia, profonda e infinitamente avvolgente. Nessuno è stato testimone del suo tempo, ma tutti attraverso L'Infinito abbiamo osato superare l'orizzonte, abbiamo riconosciuto il suono del silenzio, e nessun altro ci ha dato la misura ed il valore dell'attesa, l'importanza del dubbio. Attraverso Martone ci si ferma sul bambino prodigio, sul giovane oppresso dall'amore soffocante del conte Monaldo e di sua moglie, rigidi entro i limiti di un'educazione che non va oltre i canoni di regole dettate dalla morale cattolica e di un etica che risponde al rispetto della fede monarchica, seguendone i passaggi solo cronologici, da Recanati a Firenze, poi Roma e Napoli indugiando più del necessario sull'ambigua amicizia con Antonio Ranieri. Dell'evoluzione del suo pensiero solo qualche balzo che va dalla sete di gloria alla ribellione solo immaginata nei confronti di suo padre, dalla fascinazione verso gli ambienti liberali, al pessimismo scaturito anche dalla precaria condizione fisica fino a fargli maturare l'odio verso una natura che definisce matrigna. In ultima analisi Leopardi approda all'esaltazione della noia come conseguenza del nulla dato dal senso di distacco dalla vita, e solo agli spiriti superiori è dato di riconoscerla e provarla. È stato questo il senso dell'opera di Martone, ricondurci al tedio e alla noia nei 137 minuti della sua pellicola, per rendere sublime il nostro spirito? Per cimentarsi in tali opere non basta riempire lo schermo col volto di Elio Germano, sempre più sgarbato e curvo sotto il peso di uno studio sfrenato, che recita pochi versi con poca enfasi sul palcoscenico di una cartolina bellissima, accompagnato dalle note di una colonna sonora in determinati passaggi anche inopportuna e non sarà capace tale opera di sbiadire il senso del suo passaggio dalle vite di ognuno di noi.


Antonietta D'Ambrosio


1 commento:

  1. Grazia Miccoli20 ottobre 2014 18:12

    Condivido pienamente la recensione. Coglie nel segno il disagio che prova lo spettatore, deluso nelle aspettative proprie di chi ama la poesia e ha come faro quella leopardiana. Il film è banalmente ambizioso, in alcuni passaggi inutilmente lezioso e non riesce ad esprimere, anche nella fotografia, sensazioni che coinvolgano in maniera positiva. Perfino la scelta delle musiche stona: ci sono dei salti stridenti, dalla classicità rossiniana alla modernità della musica elettronica di Sascha Ring, con la evidente, ma tradita, finalità di dare una immagine attuale del poeta.

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