venerdì 14 novembre 2014

Anime nere - recensione










Non è il grande schermo che può proteggerci dal nero che scivola da Milano ad Africo, di cui se ne respira quasi l'odore sotto un cielo che ne sfuma appena il tono a dispetto di ogni giorno che nasce e di un amore che balza da padre in figlio, da fratello a fratello, ed è il nero lucido di una bara, di un dolore che si tramanda e di una sete di vendetta che non si placa. Tutto troppo vero e crudo tanto da annullare lo schermo e dipingere di nero anche le nostre anime cancellando i confini tra il bene e il male, perché quello di Francesco Munzi non è un film di denuncia che ci consente di riconoscere una realtà crudele e prenderne le distanze, noi ci siamo dentro, e siamo ombre del nero che respiriamo. Ci sembra quasi di essere cresciuti nel più profondo Aspromonte, su distese di roccia brulle sagomate da una natura ostile e da una cura incompleta ed aspra dell'uomo che lascia case e strade rifinite solo a metà, di cui Munzi ci regala una fotografia netta entrando nella vita più autentica di quei luoghi attraverso la loro lingua, il folklore, i pascoli sul mare, il peperoncino affettato su un tagliere in una casa di lusso della Milano borghese, e lo fa con lo stesso occhio senza filtri con cui Winspeare osserva il Salento. Munzi comincia la sua narrazione puntando lo sguardo sui profili di Luigi (Marco Lonardi) e Rocco, a cui presta il volto Peppino Mazzotta che abbiamo conosciuto nelle vesti del fidato Fazio in Montalbano (scelta non casuale se pensiamo a quanto sia probabile che chi opera per sconfiggere il male ne venga poi ingoiato), due fratelli che hanno spostato i loro traffici illeciti da Africo a Milano, e su Luciano (Fabrizio Ferracane) , fratello maggiore , che sopisce il dolore di un padre ammazzato molto tempo prima dal clan rivale, dedicandosi alla preghiera e alle capre. E' Leo (Giuseppe Fumo), figlio di Luciano, cresciuto tra i pascoli e nel rancore silente di suo padre verso il clan rivale, che risveglia la sete di vendetta con una provocazione dopo la quale si va dritti verso la tragedia. È la 'ndrangheta che va in scena nella pellicola di Munzi, ed è nera come le anime che la ospitano, consumate fin nel profondo da una logica che risponde ad un sistema che va oltre uno Stato fermo ad un passo dai confini di terre poste al margine, ed osanna santi con una mano e con l'altra impugna una pistola, che riconosce il suo potere attraverso il consenso di famiglie fedeli, ma non ammette ingenuità. E' il nero in tutte le sue sfumature dove l'unica figura che si staglia è quella della moglie di Rocco, Valeria, a cui presta volto e colori Barbara Bobulova, autentica nel suo essere al di fuori del coro, e con lei lo sfarzo dorato e barocco di un contorno falsamente borghese. Sui titoli di coda un brivido di disagio ci sfiora dato da un epilogo asfissiante e da un vago ed inconsapevole sentimento di solidarietà. Ottimo nel disegnare i contorni di una realtà scomoda, dove tutto il resto rimane fuori tranne noi.(Antonietta D'Ambrosio) 






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