giovedì 5 agosto 2021

Morto lo scrittore Antonio Pennacchi. In ricordo del "fasciocomunista".

Morto lo scrittore Antonio Pennacchi. In ricordo del "fasciocomunista".


Lo scrittore Antonio Pennacchi è venuto a mancare il 3 agosto, stroncato improvvisamente da un malore, all'età di 71 anni



Antonio Pennacchi



Lo scrittore Antonio Pennacchi è venuto a mancare il 3 agosto, stroncato improvvisamente da un malore, all'età di 71 anni

La sua parabola intellettuale-esistenziale lo vede dapprima operaio presso l'Alcatel cavi della sua Latina e militante nelle fila del MSI (il movimento sociale italiano, partito in qualche modo erede repubblicano del fascismo). Rompe coi missini per divergenze e, dopo un periodo di riflessione, si avvicina alla sinistra marxista-leninista, che lo porterà a una sequela di cambi e divergenze all'interno del mondo partitico e sindacale della sinistra, che sottolineano il soprannome affibbiatogli dalla madre, “catabrighe”, chi la lite se la cerca.

A metà anni Ottanta, mentre l’azienda per cui lavorava è costretta alla cassa integrazione, si laurea in Lettere per poi diventare scrittore con la sua opera d'esordio, Mammut, ambientata nell'ambiente delle fabbriche. Nel 2003 pubblica un romanzo autobiografico dal titolo Il fasciocomunista, che ripercorre la sua giovinezza dall'ingresso nel MSI fino alla rottura fino all’approdo nel mondo comunista, grazie anche a suo fratello, socialista convinto, prima interlocutore critico e poi alleato. Dal romanzo è stato poi tratto il film Mio fratello è figlio unico, per la regia di Daniele Luchetti, con le brillanti partecipazioni di Riccardo Scamarcio, Luca Zingaretti ed Elio Germano, quest'ultimo nei panni di “Accio” Benassi, alter ego letterario-cinematografico dell'autore. 


Elio Germano in un frame del film Mio fratello è figlio unico (2007), regia di Daniele Luchetti.



La sua attività di scrittura lo porta nuovamente alla ribalta con Canale Mussolini. Il romanzo, pubblicato nel 2010, ripercorre le vicende della famiglia Peruzzi trapiantata nell'Agro Pontino, zona paludosa nei pressi di Latina, bonificata dal regime fascista: medesima sorte toccata alla famiglia dell'autore.

L'opera vince il premio Strega, si qualifica finalista al premio Campiello ed è seguita da Canale Mussolini. Parte seconda, ultima fatica dell'autore, che narra le vicende della famiglia dal secondo dopoguerra in poi. 

È stato spesso ospite in televisione, particolarmente nei vari talk politici di la7, nei quali non ha mancato di dare sfogo alla sua vena civile e fumantina, per poi abbandonare volontariamente la televisione e vivere il suo privato e la sua attività di scrittura. Un ripiegamento doloroso, tra sofferenza del corpo e sofferenza civica,  confortato da una dimensione familiare, come dimostra nelle sue ultime interviste, in cui confessa il dolore della scrittura e le preoccupazioni, forse minime o forse solo tipiche del tramonto, per la morte e per il funerale (raccontò di essersi iscritto a un'associazione che dietro una risibile quota associativa annuale garantiva la copertura delle spese funerarie).

Si spegne un autore che si ricollega a una tradizione politico-civile molto radicata nel Novecento italiano, che raccontava di storia, di fabbrica, di provincia, di famiglia e che metteva al centro della sua opera il dovere e il lavoro. 

Per la triste occasione il comune di Latina ha proclamato lutto cittadino il 5 agosto, data del funerale dell’autore.



Claudio Leone


domenica 18 luglio 2021

VENTI ANNI FA, il 18 Luglio del 2001, moriva Michele Miglionico sr., uno dei Soci fondatori del SIEB.

 





VENTI ANNI FA,  il 18 Luglio del 2001, all’età di ottantacinque anni, veniva a mancare Michele Miglionico sr., uno dei Soci fondatori del SIEB.

E' stato definito  "un umanista" che ha indossato la divisa militare (con grandi competenze ed onore) più per contingenze storiche che per vocazione specifica: aveva in mente di fare il docente di Lettere con specializzazione in psicologia, di cui fu un ammiratore  dagli albori della disciplina. 
Invece le vicende belliche italiane e mondiali degli anni Quaranta  coinvolsero intere generazioni precipitandole nell'abisso della guerra, distruggendo vite e sogni individuali. Fu il Vietnam di quella generazione cresciuta nel Ventennio fascista. Lui ce la fece a rientrare in Italia, da ex prigioniero e potè farsi una vita ed una famiglia, diversamente da tanti altri. "Mi ritengo fortunato ad essere ancora vivo - diceva nei rari momenti in cui era incline a parlare del passato bellico - Una volta una pallottola ha trapassato il mio elmetto al di sopra della scatola cranica." Si spense serenamente, in un letto ospedaliero, dopo ingravescenti disabilità che da febbraio 2001 ne avevano compromesso la qualità di vita. 

Tracciare un profilo di Michele Miglionico sr. non è cosa agevole per le diverse fasi di vita storica e professionale che attraversò - come altri della sua generazione che furono privati della loro adolescenza e giovinezza -  e per i peculiari interessi per gli studi umanistici che aveva sempre mostrato. Indubbiamente Michele Miglionico sr. ha rappresentato un esempio di cultura ad ampio spettro, che nelle tendenza ultraspecialistica di oggi qualcuno sarebbe tentato di definire "tuttologica". Aveva un doppio diploma di maturità, classica e magistrale (insomma amava insegnare). Frequentò la Facoltà di Lettere della Università di Napoli prima di essere ingoiato dalle citate vicende belliche.  
Michele asseriva di essere stato fortunato perché nel corso esistenziale aveva avuto modo di vedere l’illuminazione delle strade passare dal gas alla elettricità; aveva seguito e visto l’Uomo giungere sulla Luna ed aveva condiviso con tanti di noi ansie e speranze del nuovo millennio. 

Era nato a Bari il 6 Settembre del 1915 da un riservato e poco loquace ufficiale di Finanza e dalla baronessa Lavinia dei Donato, più aperta ai contatti sociali. 

Ha vissuto in più riprese a Bari, Trani, Foggia, Roma e Napoli; il padre, Antonio, si vide bloccare la carriera per aver rifiutato la tessera del partito fascista.
Il padre Antonio in divisa di capitano GdF

Ampia e sconvolgente per i progetti giovanili fu poi la parentesi di vita in Africa ove si trovò coinvolto come ufficiale dell’Esercito dalla guerra di Etiopia (1936) sino allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale (1940). Fu decorato varie volte al valor militare per episodi di coraggio ed abilità indiscusse come comandante e soldato: nel 1936, ad Hadama in Etiopia resistette per ore agli attacchi di tremila avversari con un manipolo di soli trenta uomini sino all'arrivo delle forze aeree. Queste sproporzioni numeriche tra assediati e assedianti lo attendevano in maniera ancora più drammatica nell’ultima battaglia dell’Africa Orientale Italiana, nel novembre 1941, a Culqualber di Gondar, ove sopravvisse e fu fatto prigioniero.
I conflitti in serie interruppero quindi la attività di docente cui era votato ma risulta che anche in prigionia, nel Kenia (dal 1941 al 1946), nel dolore della separazione e nella risistemazione dei propri valori in trasformazione, Michele abbia insegnato a leggere e scrivere a innumerevoli italiani ivi reclusi, portandoli alla licenza elementare. Ufficiale di carriera nell’E.I. (giunse sino al grado di generale) non dimenticò mai i problemi delicati della gestione del personale (allora si chiamava "governo del personale"). 

Già negli anni Cinquanta introdusse in Italia l’insegnamento della psicologia nei corsi per ufficiali dell’Esercito italiano. 


Insegnò e scrisse molto sull’argomento e – pur con i limiti delle visioni del tempo – si può asserire, rileggendo gli scritti, che fu antesignano riguardo a taluni concetti di management che oggi ci appaiono ordinari ma che per i tempi non lo erano affatto (le aziende erano allora ancora di tipo pre-fordista e fordista, e si immagini la organizzazione militare che naturalmente ha da essere piramidale e verticistica). Si perfezionò nella organizzazione militare compiendo un lungo "stage" negli USA, agli inizi degli anni Sessanta. Al rientro in Italia, promosse e organizzò per il Ministero della Difesa alla Scuola di Fanteria (Roma) il corso "Arditi Incursori" che mirava a ottimizzare - secondo attuali vedute - la preparazione psicofisica e l’aggiornamento professionale dei conduttori di gruppi militari (ufficiali e sottufficiali): molta eco sollevò la modernità dell’insegnamento e delle tecniche addestrative che oggi appaiono "routinarie" se si guarda alle c.d. "forze speciali" delle forze armate e delle forze di Polizia nella società democratica. 

Qui con la moglie Olga Savoia, scomparsa nel 2020

Qui comandante del Presidio Militare di Trani sino al 1975.

Qui in alta uniforme da generale di brigata (1975)


Nella vita privata si rifugiava nel suo studio colmo in ogni dove di volumi di letteratura, arte, storia, psicologia: qui si notavano due messaggi scritti inequivocabili: uno era un detto popolare che suonava "Se non leggo da giovane cosa mi racconterò da vecchio?"; l’altra frase è una confessione di J. Paul Sartre che dice "Sono cresciuto in mezzo ai libri e morirò in mezzo ai libri." E così è stato. 

In molti gli erano legati - chi da vincoli di affetto, chi da vincoli di stima per la persona di singolare cultura ed umanità, chi per vincoli lavorativi, chi per tutte e tre le dimensioni relazionali. Nella vita militare, ove mostrò rare doti di organizzazione e competenza pluridisciplinare, non aveva per esempio mai comminato una punizione o una sanzione disciplinare perché usava sempre confrontarsi direttamente con chi aveva creato disservizio o aveva mancato ai propri compiti. Questa capacità di dialettica e confronto, aperta sempre ad accogliere novità culturali per una curiosità investigativa sulle cose umane, determinava al momento del pensionamento, una svolta - che era  poi un "recupero" -  nelle attività umanistiche e psicologiche: con l’ente morale "Agostino Gemelli",  da lui fondato assieme a docenti e specialisti di pari entusiasmo,  per un ventennio si occupò di problemi scolastici e didattici, di orientamento scolastico e di valorizzazione professionale. E' utile ricordare che, a  Roma, negli anni Sessanta, aveva approfondito in corsi speciali temi psicologici con il prof. Luigi Meschieri (1919-1985), noto medico e libero docente in psicologia presso il CNR, che seguì molto il nuovo corso di ricostruzione post-bellica attraverso interventi formativi dedicati a svariate organizzazioni, ivi compresa quella militare. L'Italia rinasceva sulle sue ceneri avviandosi al boom economico. 
Molti lo hanno apprezzato quale Presidente della Lega Navale Italiana di Trani, ove fornì un impulso ancora ricordato (1978-80). Aveva sempre considerato Trani, la città natale della moglie, come la sua città.


Come era la Lega Navale Trani negli anni Ottanta.



Nel 1996, quando già era costretto ad utilizzare (arrabbiandosi) il bastone per meglio sostenersi e deambulare, ha aderito alla idea di base ed ha voluto partecipare con i figli Achille e Paolo e con Giuseppe Caracciolo, alla fondazione dei Seminari Internazionali Eric Berne, SIEB,  dopo aver frequentato alcuni seminari che ne avevano destato interesse ed ammirazione.
Per quanto prevedibile, un ricordo vivo e doveroso per tutti noi. Sono volati venti anni. Chissà come avrebbe commentato, dalla posizione metastorica "di chi tanto ha visto, vissuto e mai dimenticato", la tragedia storica dell’11 Settembre 2001 e la pandemia COVID. Ciao padre indimenticato (a.m.)



venerdì 16 luglio 2021

It's coming to Rome #europei #italia #eurocup2020 #azzurri

 

It's coming to Rome

#europei #italia #eurocup2020 #azzurri


La nazionale italiana di calcio vince gli Europei 2020 contro un’agguerrita Inghilterra, che già da tempo cantava “It’s coming home”. A imporsi nella lotteria dei rigori, però, sono gli Azzurri, che ben presto stravolgono il motto in “It’s coming to Rome”.
In questo articolo proviamo a ricapitolare i motivi (o forse solo impressioni?) che ci hanno portato a gioire così per questa vittoria, elencati dal più serio fino al più divertente.



  1. Il Covid-19



  A vincere è la prima nazione europea a essere colpita dal Covid (1a), che ha pianto così tanti morti. Una nazione stremata dalle chiusure, dall’ansia del numero dei contagi e dei decessi, piena di paura e, spesso, di rabbia per le ricadute economiche, che però ha saputo riconoscersi unita già nei mesi terribili del 2020.

 

Per tutti quelli che hanno sofferto, per quei mesi terribili che sembravano senza speranza. Per le persone care che non ce l’hanno fatta che lo sapete che sono lì accanto a voi, per chi ha rubato dieci minuti di sonno accasciato sulla scrivania pronto a ricominciare per salvarne un altro. Per quelle bare sui camion, per i giorni passati a sentire solo ambulanze e per il coraggio di riprendersi, di lottare, di tornare a sorridere, per il coraggio di stare insieme, di andare sui balconi a esultare come faremo adesso. Siamo campioni d’Europa, alza la coppa, capitano, alzala!

 

Con queste parole Fabio Caressa, commentatore di Sky, ha accompagnato gli istanti precedenti la premiazione: una dedica che ha il sapore di preghiera per chi ha perso la vita o l’ha dedicata a salvarne il più possibile, con l’eco del dolore che lascia il posto alla gioia, con gli occhi che passano dalle camionette di Bergamo alle piazze in feste.


  1. Un pizzico di tradizione

 


La vittoria dell’Europeo giunge nel trentanovesimo anniversario della vittoria del Mondiale del 1982, quel mondiale spagnolo che è forse il più caro tutti. La nazionale torna vincere e a unire dopo momenti tristi: nel 1982 con gli strascichi dello scandalo del calcioscommesse, noto come “Totonero”[1], nel 2006 dopo lo scandalo di Calciopoli.

C’è la tradizione della vittoria sofferta, che giunge dopo i rigori, come nel Mondiale tedesco del 2006.

C’è la tradizione incarnata dal c.t. Roberto Mancini, icona del calcio anni ‘90, quel “campionato più bello del mondo”, che in molti suscita ancora nostalgia. Trent’anni fa, nel 1991, Mancini e il suo assistente Vialli, meglio noti come “i gemelli del gol”, conquistarono il tricolore e sfiorarono l’impresa l’anno successivo, perdendo in finale di Coppa dei Campioni contro il Barcellona[2], proprio nello stadio di Wembley, che oggi incorona gli Azzurri.




  1. Dal disastro alla gloria

L’Italia arriva alla vittoria dell’Europeo da reduce, a seguito di un cammino lungo e triste che comincia nella notte di San Siro del 13 novembre 2017, con un pareggio a reti inviolate che non ribaltò l’uno a zero dell’andata contro la Svezia




Fu la partita che estromise la Nazionale dal mondiale russo, quella di un Buffon in lacrime che si dispiaceva non per sé (aveva, infatti, affermato di voler lasciare la Nazionale dopo quella partita[3]) ma ammetteva “abbiamo fallito un qualcosa che, anche a livello sociale, poteva essere veramente importante”[4]. Fu l’ultima partita anche di De Rossi e Barzagli, che avevano conquistato il mondiale del 2006, e del c.t. Ventura. Fu la partita immortalata dal Corriere della Sera con la laconica frase: “L'Apocalisse ha un colore azzurro tenebra”[5]. Ma fu anche l’inizio di una programmazione, che dopo mesi di transizione, portò all’affidamento dell’incarico a Mancini, portatore di idee nuove, di una filosofia di gioco innovativa e di un ringiovanimento della Nazionale. Giunge così una lunga serie di vittorie consecutive, che stabiliscono il nuovo record di 34 vittorie consecutive[6], fino alla gloria di Wembley.


  1. L’Italia è in una piccola congiunzione felice tra sport e spettacolo

 

Il trionfo di Wembley avviene a pochi chilometri e a poche ore di distanza da Wimbledon dove Matteo Berrettini giocava la finale contro il campione Novak Đoković.

La vittoria azzurra qui non arriva ma non c’è delusione per il primo italiano a raggiungere la finale di Wimbledon, il più antico torneo tennistico[7].




C’è la nazionale femminile di softball che vince l’Europeo imponendosi sull’Olanda[8] e la nazionale maschile di basket che si guadagna un posto alle olimpiadi di Tokyo battendo la Serbia[9].

Qualche mese fa, invece, i Maneskin trionfavano all’Eurovision Song Contest e ora godono di successo e apprezzamento in tutto il mondo. E nonostante la grande perdita di Raffaella Carrà, a Wembley, nei minuti precedenti della semifinale, risuonavano le note di “A far l’amore comincia tu”[10].

 

  1. Un gruppo che ci ha divertito e in cui immedesimarsi

 


La nostra Nazionale ha vinto soprattutto grazie allo spirito di squadra, a un gruppo composto perlopiù da giovani che rappresentano la nuova e promettente generazione calcistica italiana. 
Un gruppo che si è mostrato spesso nel dietro le quinte, negli scherzi e nei momenti del privato, che hanno fatto divertire e commuovere. 

Si va dai filmati di Federico Chiesa, figlio del bomber Enrico, che tira i primi calci al pallone o risponde “Io” alla domanda del papà “chi segnerà i gol?” fino alla dedica di Florenzi a tutti gli Italiani che hanno sofferto per tutta la pandemia. C’è Spinazzola che è costretto a fermarsi ai quarti per un brutto infortunio e che a Wembley è in stampelle a esultare con quei compagni che gli avevano dedicato la vittoria in semifinale e che poi saltella per raggiungere il podio della premiazione. Ci sono Locatelli e Barella sorpresi in panchina a infastidirsi scherzosamente con tanto di lancio di una borraccia. C’è Insigne che è preso di mira dai compagni per la sua difficoltà nel pronunciare l’ostico gioco di parole “Se non sarà sereno, si rasserenerà”, ma che poi “perseguita” Immobile nascondendosi negli anfratti degli alberghi per spaventarlo, mentre l’Italia invoca, ormai con superamento del regionalismo, il famoso “tir a’ gir”. Proprio Ciro Immobile diverte le telecamere al grido di “Porca Puttena” dopo il secondo gol contro la Turchia, raccogliendo l’invito di Lino Banfi, quasi “padrino” di questa nazionale, e che si allarga al punto di inserirsi nel coro per eccellenza della nazionale (“Po Po Porca Puttena”). Sempre Immobile, però, commuove tutti con la dedica del suo secondo gol della competizione, giunto contro la Svizzera, a Daniel e David, i due bambini uccisi nella strage di Ardea[11]



C’è Bernardeschi, tartassato sui social per una frase a fine partita nella quale affermava che qui in nazionale gli facevano “rischiare la giocata” e che, nonostante tutto, dopo una stagione difficile, non sbaglia mai dal dischetto, in semifinale e in finale, e poi quasi piange per la gioia davanti alle telecamere di Wembley. Ci sono Chiellini e Bonucci, i due senatori della squadra azzurra, che regalano una difesa all’antica, a tratti “sporca”, e che condividono una grande amicizia e una lunga carriera insieme.  Un paio, forse, dei due amici Mancini e Vialli. L’ultimo dei due, “dimenticato” appositamente dall’autobus della squadra prima della partenza: era successo davvero alla prima partita dell’Europeo e, visto lo strabiliante 3-0, l’evento è diventato un rito scaramantico da ripetersi prima di ogni match, giusto qualche metro senza l’assistente del coach, prima di fermarsi e “riacchiapparlo”[12]. 

 

Insomma, un po’ tutto ciò che nel bene e nel male ci rende italiani: famiglia, tradizione, un pizzico di furbizia, divertimento, amicizia, spirito di gruppo e tanto cuore. Con una grande concessione alla retorica, ciò di cui avremo bisogno nei mesi a venire.


(Claudio Leone)


1a) https://www.adnkronos.com/covid-perche-litalia-e-stata-colpita-per-prima_1ZAjiCjODApZ4IdqwXMf7h?refresh_ce

[1] https://it.wikipedia.org/wiki/Scandalo_italiano_del_calcioscommesse_del_1980

[2] https://www.ilpost.it/2021/05/19/scudetto-sampdoria-1991/

[3] https://web.archive.org/web/20171114052524/https://sport.sky.it/calcio/nazionale/2017/11/13/italia-svezia-buffon.html

[4] https://www.youtube.com/watch?v=37gVXkvMNvc

[5] https://www.repubblica.it/sport/calcio/nazionale/2017/11/13/news/italia-svezia_0-0_azzurri_fuori_dai_mondiali-181031156/

[6] https://www.tuttomercatoweb.com/euro-2020/33-risultati-utili-di-fila-e-una-media-punti-da-record-tutti-i-numeri-della-nazionale-di-mancini-1557759

[7] https://www.gazzetta.it/Tennis/ATP/12-07-2021/wimbledon-berrettini-soltanto-l-inizio-djokovic-puo-battere-tutti-record-4102688299955.shtml

[8] https://www.greenme.it/vivere/sport-e-tempo-libero/nazionale-femminile-europei-softball/

[9] https://www.gazzetta.it/Basket/nazionali/04-07-2021/basket-italia-olimpiadi-tokyo-serbia-belgrado-4102502670741.shtml

[10] https://www.ansa.it/sito/notizie/sport/calcio/2021/07/06/europei-a-far-lamore...wembley-balla-con-musica-carra_84500866-1f23-426f-9317-a00b1a5cbbcc.html

[11] https://www.repubblica.it/dossier/sport/europei-di-calcio-/2021/06/17/news/immobile_dedica_gol_fratelli_ardea_david_daniel-306432505/

[12] https://www.corrieredellosport.it/news/calcio/euro-2020/italia/2021/07/10-83486190/vialli_il_ritardo_e_il_bus_litalia_ha_un_rito_scaramantico

sabato 10 luglio 2021

#GIORNATE IAT : PROSSIMO APPUNTAMENTO A #MATERA FINALMENTE "IN PRESENZA"

 




http://www.istitutoanalisitransazionale.it/

PER SAPERNE DI PIU'

La riflessione che ha dato origine al tema di queste giornate “Mutamenti umani e sociali, tra ambiente e tecnologie” è contestuale all’esperienza che abbiamo fatto e stiamo ancora facendo della pandemia: l’esperienza di essere umani e precari, di essere minacciati nella salute, di essere deprivati della libertà individuale e della socialità, almeno per come l’avevamo conosciuta fin qui. Ne contiene quindi le tracce.

Il cambiamento che stiamo vivendo in diretta è veloce ed è, per certi aspetti, generazionale: c’è un prima e un dopo pandemia, che diventa un drastico spartiacque, fisico e simbolico, per tutte le persone della nostra generazione. Un cambiamento che si fatica a mentalizzare, a far sì che diventi movimento di trasformazione, stimolo nuovo per il pensiero generativo e visione nuova del presente e del futuro. Da qui la proposta di riflettere insieme sulla importanza di integrare vecchio e nuovo, ambiente e tecnologia, bisogni individuali ed etica della responsabilità. L’integrazione infatti, insieme alla flessibilità possibile, diventa la cifra della sostenibilità.

Il protagonista che ci accompagnerà nello spirito di queste giornate sarà un personaggio per noi nuovo: l’ambiente. C’è una domanda infatti che speriamo apra ulteriori riflessioni e nuove domande in tutti noi: è possibile che il progresso tecnologico incorpori il rispetto e la cura per l’ambiente? È possibile una riflessione sui criteri della sostenibilità che sia scientificamente e umanamente fondata? In che modo e misura la preoccupazione per il destino dell’ambiente, inevitabilmente collegato al nostro, entra nei contesti professionali in cui ci troviamo a operare?

Come ogni anno, le Giornate si svolgeranno tra gli stimoli dei relatori e i gruppi laboratorio, nella splendida cornice della città di Matera. Il luogo di svolgimento delle Giornate, come sempre, non è casuale: Matera è città del mutamento, antropologico e sociale, dove paesaggio e ambiente fisico diventano elementi centrali. Ripercorreremo insieme la storia dei Sassi di Matera, nella parte introduttiva alle Giornate dedicata come d’abitudine ad una iniziativa culturale ispirata sia al tema dell’incontro che al luogo.

#InCULTURA : CHE CI FACCIAMO QUI? DA VENTI ANNI




Una bella domanda alla Bruce Chatwin. In questo libro Bruce Chatwin raccolse, negli ultimi mesi di vita, quei pezzi sparsi della sua opera che avevano segnato altrettante tappe di una sola avventura, di una vita intesa e interpretata come «un viaggio da fare a piedi».


VENTI ANNI DI PRESENZA. Come INCULTURA siamo poveri di mezzi, è vero, e fatichiamo a scalare il numero di visualizzazioni (la più imbranata fashion blogger realizza in un minuto quello che noi totalizziamo in un mese) ma PERSEVERIAMO.



Ne abbiamo parlato in redazione guardandoci in viso con un sorriso incosciente. Abbiamo pochi mezzi ma tra di noi ci sono testardi (valorosi?) contributors: di questi scriventi alcuni sono giovani adulti assai promettenti. Qualcuno ci critica in quanto spesso sulla vetrina di FB e Twitter noi "rimbalziamo" notizie sì ben fondate ma comunque "riprese" da grandi agenzie e testate di rilievo nazionale e transnazionale: scusateci, mai potremmo competere (né vogliamo) con chi è del mestiere (giornalista vero, intendiamoci); mai riusciremmo ad avvalerci di mezzi e finanziamenti per noi impensabili e non alla portata di una piccola testata di "cultura" e informazione, legata all'attività di un Istituto di formazione come il SIEB.
Sono piccolo e me ne vanto, come cantava Gigi Proietti-Ettore Petrolini.


Noi vogliamo occupare un centimetro quadrato di Web e lo difendiamo dagli opinionisti e lanzichenecchi che saccheggiano, laureati in nientologia alla facoltà di Internet: la Rete da essere un medium immenso di comunicazione si è contaminata. Ci piace la libertà che ha i confini del rispetto e ci piace la DIALETTICA, la discussione pacata, aperta e civile da cui tutti gli interlocutori risultano vincitori.


Noi crediamo nella relazione come INCONTRO e non come SCONTRO: non ci piacciono le POLEMICHE.





In una nostra aula universitaria con banchi di legno campeggiava la scritta VERUM=FACTUM (in senso vichiano). Cercare di perseguire i fatti crea fiducia in noi stessi e gli altri.
Non "copiamo" soltanto dalle fonti serie d attendibili di informazione. Sulla ezine in formato blog gli articoli sono invece tutti originali.

Noi commentiamo eventi che ci sembrano degni di rilievo e riflessione ed abbiamo la presunzione che uno spazio ben occupato, per quanto piccolo, di "cultura" sia comunque tolto ai "webeti" ed ai narcisi che postano di tutto in monologo spinto o caramelloso o rabbioso. Chi ci legge - e critica - è dunque benvenuto, quando le opinioni siano espresse con educazione e rispetto per tutti. E questo sta accadendo, dimostrando che lo spazio va occupato prossemicamente da quanti sono animati dal senso civico del confronto. Se cediamo lo spazio, restringendo il nostro nucleo esistenziale e relazionale, lo regaliamo a chi largheggia e invade.
In teatro si diceva una volta "Vieni avanti cretino!": oggi i "cretini" non fanno più ridere perché sono un po' troppi e vanno fatti indietreggiare.


Un INVITO. 


Partecipate pure al Giornale, questa piccola piazza, anche con contributi scritti, uscendo allo scoperto e abbandonando la naturale riservatezza e ritrosia. Cultura e politica soffrono più di assenze che di certe presenze discutibili.
Vi aspettiamo con un cordiale sorriso.


BUONA ESTATE all'insegna della ripresa e consapevolezza. E VACCINIAMOCI. I virus non parlano ma camminano con noi, si modificano grazie alle gambe di chi ignora le misure di sicurezza personale e sociale.
CIAO


La Redazione di InCULTURA







venerdì 18 giugno 2021

SIA LODE: LODE A FRANCO BATTIATO #Battiato










Dopo la grande perdita e il boom mediatico, riprendiamo  il fenomeno Battiato che continua a trovare sempre nuovi adepti anche grazie a  Radio nazionali e locali. Ce ne parla un ascoltatore di musica nato nel 1997, quindi generazionalmente non influenzato dalle suggestioni post-sessantottine.


SIA LODE: LODE A FRANCO BATTIATO 



Quando parliamo di arte si parla di cultura. La musica però, come forma di espressione artistica e culturale, merita un discorso a parte. A seguito del divario storico tra musica classica (cosiddetta musica "colta") e musica pop (nel senso lato di musica popolare), abbiamo assistito alla evoluzione di quest'ultima prevalentemente come prodotto di consumo. Naturalmente generi musicali prima definiti diversamente e criticati  sono divenuti dei "classici" oggigiorno e si insegnarono nei Conservatori con pari dignità (si pensi al jazz).  Comunque nel moltiplicarsi di musica "commerciale" non a caso "qualcuno" aveva giustamente notato già nei primissimi anni Ottanta che eravamo "sommersi soprattutto da immondizie musicali". Franco Battiato nello scenario convulso di fine Novecento rappresenta senza tema di smentite una rara e sublime eccezione a questo paradigma che lega la musica pop alla concezione di musica "leggera". La musica di Battiato non è mai "leggera", anzi, è proprio la sua intensità e la sua profondità, a fare della sua intera produzione artistica un'opera dal valore inestimabile per la nostra cultura e non solo. 



Appellato come il "Maestro" e considerato unanimemente da critica e pubblico come il "cantautore colto" per eccellenza e il "filosofo" della musica, la sua arte raggiunge le più alte vette proprio nelle due forme di espressione da lui padroneggiate, la musica e le parole. 


Franco Battiato è innanzitutto un musicista, un artista che conosce tecnicamente la musica. Inizia la sua produzione dedicandosi alla musica sperimentale e all'elettronica, è stato uno dei primi artisti ad introdurre l'utilizzo del sintetizzatore, riscuotendo con i lavori iniziali della sua carriera contrasti ma anche importanti riscontri anche a livello internazionale. Successivamente rompe con la musica d'avanguardia e dà inizio alla seconda fase della sua produzione, che lo rende definitivamente noto al grande pubblico, con un successo degno di una vera e propria star: come dimenticare tra l'altro i mitici balletti? Balletti che oltre ad essere indubbiamente accattivanti in realtà ci trasportano nei paesaggi e nei luoghi cardine della cultura orientale. Battiato si impone quindi definitivamente nella cultura di massa come fenomeno pop. Con l'album La voce del padrone è il primo artista italiano a vendere un milione di copie e la gente ascolta e canticchia frasi con accostamenti del tipo "lo shivaismo tantrico di stile dionisiaco" senza avere la più pallida idea di cosa stia effettivamente dicendo. Battiato dà vita così ad un personalissimo pop d'autore in un amalgama di musica classica a sonorità più tipicamente pop senza mai dimenticare nette incursioni di musica elettronica, insomma, un connubio di generi e di reminiscenze, che danno vita ad armonie mai sentite prima che caratterizzeranno inconfondibilmente lo stilema dell’autore: in radio si rende subito perfettamente riconoscibile anche alle orecchie di un pubblico giovane ma pronto a cogliere fondamenti di arte. Non mancano nel suo percorso artistico collaborazioni con musicisti ed artisti di respiro internazionale, così come reinterpretazioni di grandi classici della musica italiana riarrangiati magistralmente in "stile Battiato". La musica del Maestro è una musica diversa, l’Autore si rivela presto un "poeta in musica" e questo perché dietro l'artista, emerge l’uomo erudito ma non saccente: in ogni singola citazione ed in ogni verso di tutti i suoi testi, affiora anche il curioso viaggiatore (soprattutto di luoghi orientali). Alla vivace intelligenza si unisce la sensibilità talora venata di ironia e autoironia. Proprio per questo però, Battiato non è un artista facile. In tanti ora "saltano sul carro Battiato" perché fa molto “intellettuali”. Franco Battiato si è sempre schierato contro il potere e mai dalla sua parte, mostrandosi libertario, pacifista, il cittadino che avversa la mercificazione onnipresente dell’altro, l’iperconsumismo tipico della cultura dominante occidentale che favorisce materialismo e denaro. Ecco che ci esorta a concentrarci sulla "linea verticale", l’ inneres auge che "ci spinge verso lo spirito" piuttosto che sulla "linea orizzontale" che invece "ci spinge verso la materia" e che, come lui stesso ha affermato, "spesso gioca brutti scherzi". Ha cantato l'oppressione del potere affermando quanto sia "misera la vita negli abusi di potere" anticipando di fatto quello che poi nella nostra "povera patria" avrebbe preso il nome di tanti scandali giudiziari. Non si è fatto scrupoli a biasimare e a scagliare le sue invettive contro i governanti da lui definiti "gente infame che non sa cos'è il pudore" oltre che "perfetti e inutili buffoni", si è perfino (ironicamente) spinto a ringraziare la classe dirigente italiana per il fatto di avergli concesso così tanti spunti (negativi) per i suoi testi. 

Battiato è sempre stato capace di indignarsi e di soffrire davanti alla superficialità, all'opportunismo e non di meno dinanzi alla mancanza di umanità e di solidarietà. 


Tutto questo emerge esplicitamente nelle canzoni dell’Autore che voleva anche agire (non si è fatto mancare un'esperienza in politica finita piuttosto male). Memorabile la sua aria affranta quando gli chiesero cosa avesse imparato dalla sua breve permanenza nei palazzi del potere: "che...non si può far niente". Battiato è stato un libertario costruttivo, non un disfattista. Una persona talmente lontana dalle logiche dei politicanti e dei demagoghi che contaminano i media che si è potuto permettere anche di toccare con mano il "potere" senza rimanerci imbrigliato; lui ha sempre guardato al cielo, ha sempre volato troppo in alto per poter guardare allo "stivale che affonda nel fango dei maiali". Questo però non gli ha impedito di provare ad impegnarsi, a fare qualcosa per quanto possibile, a non arrendersi, come invitava in un suo famoso brano prendendo in prestito lo slogan che tempo indietro esortava all'arruolamento militare, snaturandone completamente il fine... "up patriots to arms!". Non è possibile poi dimenticare la sua dissacrante ironia e la sua elegante critica sociale ed antiborghese contro l'apparire e la vacuità imperante di chi "si mette degli occhiali da sole per avere più carisma e sintomatico mistero". 

Avere o Essere? come il saggio dello psicoanalista Erich Fromm sul dilemma amletico rivisitato. 


 Battiato scelse di esibirsi nel suggestivo e leggendario concerto di Baghdad nel 1992, portando la sua musica di pace e di solidarietà in Iraq e soprattutto sfidando i postumi della prima guerra del Golfo terminata pochi mesi prima. L'Iraq fu colpita da durissime sanzioni economiche ed alla popolazione mancavano beni di prima necessità e cure mediche. Durante il concerto furono reinterpretate dal cantautore alcuni testi della cultura tradizionale irachena in un mistico incontro tra due culture apparentemente lontanissime tra loro che egli cerca di fare in modo che possano arricchirsi reciprocamente. Ecco, in questo possiamo individuare un altro pilastro fondamentale dell'intera opera musicale dell'artista siciliano: lo sforzo costante e perpetuo di avvicinare, contaminare e fondere tra loro culture lontanissime, occidente e oriente. Battiato ci insegna che solo la conoscenza di altri "mondi lontanissimi" e la cultura, aumentano in maniera esponenziale la bellezza che c'è nel mondo, e noi non dobbiamo far altro che scoprire questa bellezza e godere di tanta ricchezza. Si, perché la diversità, secondo Battiato, altro non è che ricchezza. Il concerto di Baghdad fu trasmesso in televisione per raccogliere fondi per l'infanzia irachena e lo stesso Battiato dichiarò di non aver avuto scopi politici: "Lo scopo della mia visita in Iraq era umanitario, perché non trovo giusto che un popolo debba soffrire per colpe non sue". Oltre al Battiato più politico ed impegnato, abbiamo poi il Battiato esoterico e filosofico. A guardarlo bene, di questo straordinario artista, si può dire veramente che durante la sua permanenza terrena abbia raggiunto il tanto famoso "centro di gravità permanente" che è riuscito a farci cantare e ballare tutti almeno una volta nella vita. 

 E' stato a modo suo anche un mistico. 


Attraverso le pratiche di meditazione orientale da lui studiate ed approfondite durante tutta la sua vita è riuscito a "tendere all'aldilà". Il musicista tra l'altro ha conosciuto personalmente il filosofo, mistico e musicista armeno G. I. Gurdjieff e gran parte della sua produzione è influenzata dall'opera di quest’ultimo. Ha avuto in assoluto i rapporti più intensi con un grande filosofo italiano del Novecento, Manlio Sgalambro (coautore di molti dei suoi testi), con il quale nonostante la lunghissima collaborazione ha sempre continuato a darsi del "Lei". Franco Battiato ci conduce alle porte del metafisico e ci riconcilia con il senso dell'esistenza, con l'infinito, con l'atemporalità, con la nostra essenza. In una sorta di "panteismo spirituale”, credeva nella reincarnazione, questo lo possiamo affermare con certezza, ma non ha mai dato l'idea di essere rinchiuso in qualche dogma, in qualche sorta di decalogo, in qualche ideologia religiosa. Per lui il senso stesso del tutto era la costante ricerca, in primis dentro se stessi. Battiato, prima di iniziare a meditare, si dice pronunciasse queste parole: "Per ogni essere senziente". Questo penso che la dica lunga sul suo mondo interiore calato nella Natura. Non si può dimenticare quel canto sublime dedicato al volo degli uccelli che racchiudono codici di geometria esistenziale e i segnali di vita chiaramente percepibili nei cortili e nelle case all'imbrunire le cui luci fanno ricordare le meccaniche celesti, così come intensissime e profonde canzoni d'amore, una su tutte La cura. Un amore inteso, in questo caso, nella sua concezione più alta ed aulica. 

Un amore che il Maestro riconosce nel prendersi cura dell'Altro unilateralmente ed incondizionatamente, nel bisogno di darsi all'Altro senza necessariamente ricevere qualcosa in cambio. 


Credo che sia ben evidente il file rouge che lega tutto il percorso umano e artistico dell’A.: la conoscenza intesa come continua ed incessante ricerca. La conoscenza, a cui si accede solo attraverso la ricerca umana e spirituale dentro noi stessi, respirando libertà. ”Si può sperare che il mondo torni a quote più normali che possa contemplare il cielo e i fiori che non si parli più di dittature" Speriamo veramente che un giorno possa essere così. Non sappiamo quanto tempo ancora ci vorrà, noi, intanto, con Lui cantiamo: "finché non saremo Liberi, torneremo ancora, ancora... e ancora". 

 Emanuele Fabiano




giovedì 17 giugno 2021

#dante #centenariodantesco IN RICORDO DI ROBERT HOLLANDER: IL DANTISTA CHE HA "DIGITALIZZATO" LA DIVINA COMMEDIA

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IN RICORDO DI ROBERT HOLLANDER: IL DANTISTA CHE HA "DIGITALIZZATO" LA DIVINA COMMEDIA 

Nell'anno del Centenario dantesco si spegne l'illustre dantista statunitense, che compì una rivoluzione digitalizzando i commenti alla Commedia.


di Claudio Leone

1. Robert Hollander e Roberto Benigni a Firenze per la presentazione del commento di Hollander della Commedia (2011).


Robert Hollander, professore emerito di Letteratura Italiana a Princeton e dantista di fama internazionale, si è spento, il 15 giugno, all’età di 87 anni[1], nell'anno del Centenario Dantesco.

 Il suo nome potrà dire poco ai più, ma vale la pena conoscere, almeno un po’, uno dei giganti dello studio di Dante in America e nel mondo. Non stupisca il fatto che Dante sia studiato anche oltre i confini italiani: gli Stati Uniti, infatti, hanno una lunga e proficua tradizione di studi danteschi, basti pensare che la Dante Society of America, di cui Hollander è stato presidente[2], è stata fondata nel 1881[3], qualche anno prima della Società Dantesca Italiana (1888)[4].

Robert Hollander, nato a New York nel 1933, si laureò a Princeton nel 1955 e poi conseguì il dottorato di ricerca alla Columbia nel 1962[5].  Ha insegnato per più di quarant'anni proprio a Princeton, uno degli atenei più prestigiosi al mondo e tenuto corsi e lezioni in tutto il mondo. Nel 1982, invitato a tenere un corso su Dante a Dartmouth, noto college nel New Hampshire, avviò qui un progetto rivoluzionario per l’epoca e tuttora fondamentale per gli studiosi, il Darmouth Dante Project, una banca dati che contiene i più importanti commenti danteschi dal Trecento a oggi[6].

Non si trattava (né si tratta) semplicemente di una grande biblioteca digitale fine a sé stessa, ma di un vero e proprio strumento di lavoro per i dantisti di tutto il mondo. Uno studioso di Dante sa bene, infatti, che ogni sua intuizione richiede sempre il confronto con tutta la tradizione d’interpretazione precedente per valutare, eventualmente, il grado di originalità di una sua intuizione o per sondare le direttive del commento, disseminate in settecento anni di tradizione o per rintracciare le varie fonti nel Poema.

2. Robert Hollander.


Sviluppatasi tra il 1982 e il 1988 e costantemente in aggiornamento, la banca dati oggi consta di 75 commenti in italiano, latino e inglese, con un’estensione temporale che si dipana dalle origini, con il commento di Pietro Alighieri, figlio del Sommo Poeta, fino ai commenti pubblicati nei nostri giorni (il più recente è del 2015). Lo spoglio dei testi, che un tempo richiedeva spostamenti tra biblioteche, ora è possibile da un computer e la diffusione globale del progetto realizza ciò che Hollander scriveva già negli anni Ottanta: “Il Dante Darmouth Project diventerà, oserei dire, indispensabile»[7].

La sua vita è stata interamente dedicata allo studio della letteratura italiana, con centinaia di pubblicazioni scientifiche tra monografie su Dante e Boccaccio e articoli su riviste accademiche. 


Perfino la sua vita amorosa si legava intorno alla figura del Sommo Poeta: con sua moglie Jean, poetessa conosciuta proprio a Princeton, curò la traduzione della Commedia in inglese.

3. Robert Hollander e sua moglie Jean insieme al busto di Dante.


Necessariamente legato all’Italia, è stato più volte a Firenze, nella sede della Società Dantesca Italiana, dove, accompagnato dall’amico Roberto Benigni, presentò il suo commento al capolavoro dantesco: un legame che fu ricambiato dalla città toscana con il conferimento, nel 2008, del Fiorino d’Oro.

Va via, proprio nell’anno del Centenario dantesco, uno dei massimi studiosi del Sommo Poeta, un esempio di amore per la letteratura, rigore e innovazione nella ricerca, ma non privo di ironia, dimostrata quando raccontò di aver raccolto qualche dissenso per il nascente progetto in rete dedicato a Dante:

«Devo dire che tra i vari quesiti che mi sono stati posti, la domanda più ricorrente è sempre” Cosa ne penserebbe Dante di questo progetto?” La risposta più giusta a questa domanda credo di averla già fornita la prima volta “Sarebbe piaciuto tanto anche a lui”»[8].



 

 



[1]https://www.ansa.it/sito/notizie/topnews/2021/06/15/addio-a-robert-hollander-decano-dantisti-in-usa_6d0ef080-4b21-40b5-afc2-d8d20e0fb47f.html

[2] https://www.dantesociety.org/node/129

[3] https://www.dantesociety.org/about-society

[4] https://www.dantesca.it/

[5]https://www.princeton.edu/news/2021/05/13/robert-hollander-preeminent-scholar-dante-pioneer-digital-humanities-and-princeton

[6] https://dante.dartmouth.edu/

[7] R. HOLLANDER, Il «Dartmouth Dante Project», in Letteratura italiana e arti figurative: atti del XII Convegno dell'Associazione internazionale per gli studi di lingua e letteratura italiana (Toronto, Hamilton, Montreal, 6-10 maggio 1985), vol. I, 277-285: 280.

[8] Ivi, p. 282.