mercoledì 8 settembre 2010

LIBRI - Basyl Argyros

di Michele Miglionico


Questo non è un romanzo, è un'antologia di racconti, impostati come una serie televisiva: episodi autonomi, ma legati da una certa continuity. L'ambientazione è la caratteristica più suggestiva: un medioevo senza l'islam. Il protagonista è un magistrianos dell'Impero Romano: un personaggio che non suscita grande simpatia, intelligente e fortunato fino all'inverosimile, il cui unico peccato è una lussuria di poco conto. 
Per il resto, Turtledove sfoggia una certa cultura nel dipingere spazi, tempi e costumi. La lettura, però, non è affatto liscia come l'olio. 
Consigliato solo agli appassionati di utopie o di storia bizantina.

domenica 15 agosto 2010

LIBRI - Gesù Figlio dell'Uomo

di Michele Miglionico


Grazie alle note biobibliografiche finali, si scopre che la famiglia di Gibran era cattolica maronita. Ma né questo né l'autobiografica poesia finale mi chiariscono del tutto le idee: come l'autore considera Gesù? "Figlio dell'uomo" è il criptico titolo che il Cristo più si attribuisce nei quattro Vangeli, e la scelta per la raccolta di monologhi poteva essere interpretata come una dichiarazione d'intenti, un approccio umano alla leggenda. Invece il Gesù che riportano i settantasette testimoni dell'opera, seguaci o avversari che siano, è il Figlio di Dio, uomo e divinità, che incute soggezione per la sua prestanza fisica e il suo carisma superumano. Le contaminazioni new age non mancano, lo dimostrano i richiami ad altri culti o il rapporto tra Gesù e la Terra; non manca neanche il revisionismo contemporaneo che bolla San Paolo come colui che ha rubato l'immagine del Cristo e ne ha abusato per creare una religione che, fondamentalmente, ha tradito il suo ispiratore. Dove collocare l'opera nello spettro tra ortodossia ed eresia, dunque? 
Meglio sospendere le elucubrazioni su approccio filosofico e contenuti, per godere solo dello stile suggestivo e mistico dell'autore, tanto nelle poesie propriamente dette, quanto nella prosa poetica dei vari monologhi. Gibran riesce a inventare e re-inventare le parole del Verbo con credibilità, e spesso con maggiore efficacia dell'originale. Di questo talento non gli si può non dare atto. 
Consigliata una lettura da comodino, occasionale e casuale.

lunedì 12 luglio 2010

FUMETTI - Capitan Kentucky #01

di Michele Miglionico


Da quanto apprendiamo dall'introduzione al primo dei tre volumi dell’opera, per la prima volta in assoluto “Capitan Kentucky” è stato tradotto dall’inglese. Alberto Becattini, che ha curato la traduzione e le note, e Luca Boschi, responsabile dell'apparato critico e dell'introduzione, entrambi redattori della Disney Italia, in collaborazione con Andamar Press, hanno creato un’edizione raffinata e impeccabile, che rispecchia il formato originale.
La storia di queste strips è narrata in dettaglio nei redazionali: in sintesi, Don Rosa prende il suo vecchio alter ego fumettistico, Lancelot Pertwillaby (protagonista dei Pertwillaby Papers, avventure con molti echi barksiani e colme di spunti ripresi in future storie "papere") e lo trasforma in un super-eroe, secondo i canoni più classici del genere, ma con una forte vena sarcastica. In fondo, Capitan Kentucky è il paladino di Louisville, la città in cui il cartoonist è nato e vive ancora. Nel tentativo di usare per il bene della comunità i suoi poteri (volo, forza, invulnerabilità), ricevuti dall'ingestione di liquami radioattivi, l'eroe fronteggia i personaggi più in vista del paese, dall'odiato sindaco al più noto disc-jokey, passando per la redazione del quotidiano su cui questo fumetto era ospitato. In realtà ciò che Lancelot riesce a portare è, in gran parte, la distruzione dissacrante dei luoghi caratteristici di Louisville, molto familiari ai suoi abitanti. Finirà per essere osteggiato a livelli superiori di quanto avviene al classico Uomo Ragno. Un supereroe con superproblemi: concetto preso alla lettera, per esempio con le difficoltà economiche per comprare nuovi costumi ogni volta che nelle battaglie ne viene distrutto uno!
L'attenzione per il dettaglio non è cambiata nel corso degli anni. Il disegno è direttamente derivato dal fumetto underground e, con i dovuti accorgimenti, è poi mutuato nella produzione Disney di Rosa: le vignette sono anche più fitte di ciò a cui siamo abituati e in più, da un certo punto in poi, Don decide di non lasciare nessuno spazio bianco e riempie con divertenti o agrodolci messaggi lo spazio tra le due strisce di ogni tavola; da questi, si evince ulteriormente la sua passione per il passato, il collezionismo, il cinema antico (Hitchcock, l'immancabile Welles, il western), le auto d'epoca, con un terribile effetto nostalgia per un mondo che si sta inaridendo per colpa dei vuoti palinsesti televisivi, delle multinazionali e via dicendo.
L'acquisto è obbligato per tutti gli appassionati dell'autore. Per tutti gli altri, 15 € potrebbero essere un ostacolo troppo grosso. Infatti solo chi è intimamente connesso con l'immaginario e la sensibilità di Don Rosa può apprezzare appieno quest'opera "giovanile" (in realtà risalente agli anni '80). Non a caso, le vendite non hanno premiato gli sforzi dei curatori e gli ultimi due capitoli della saga non vedranno, al momento, la luce.

domenica 4 luglio 2010

SALUTE - Uno stile di vita controverso

di Michele Miglionico

Se siete stanchi di sentir parlare di diete, vi capiamo.
Se vi vengono i brividi all'idea di digiunare, vi capiamo ancora di più.
Là fuori, però, c'è qualcuno che vi dice: non dovete soffrire troppo per perdere perso. Potrete mangiare quello che volete, quanto ne volete. E perderete peso... a patto che vi regoliate su quando mangiare.
Con più di 3000 seguaci su Twitter, un blog molto visitato (bradpilon.com) e alcuni e-book alquanto venduti, Brad Pilon è un punto di riferimento per le scelte dietetiche di migliaia di persone negli Stati Uniti e non. Da autodidatta, ha studiato la fisiologia della nutrizione del corpo umano, così ha iniziato a fare a pezzi le idee tradizionali sulle diete, promuovendo al contrario i benefici del “digiuno intermittente” (che preferisce chiamare “nutrimento intermittente”) associato all'esercizio muscolare ed altro. Dalle sue foto in Rete, si può capire che non è “rachitico”, a dispetto delle sue abitudini a tavola.
Il principio è semplice: l'uomo primitivo non era predisposto a mangiare spesso quanto siamo abituati noi. Brad Pilon suggerisce di metter a riposo l'apparato digerente, per almeno due volte a settimana, per 24 ore filate. Sì, esatto: digiunare un giorno intero! Prima che sveniate, specifichiamo che nel calcolo sono comprese le ore di sonno. In questo modo, il corpo entrerebbe in modalità “perdita di peso”, senza gli effetti collaterali del digiuno prolungato. Se non volete perdere massa magra, cioé muscoli, dovete comunicarlo al vostro organismo facendo esercizi mirati con pesi o simili. Una follia? Probabile. Vi suggeriremmo di consultare il vostro medico di fiducia, ma è difficile che vi dia il permesso di seguire questo regime.
Nel dubbio, abbiamo rivolto un paio di domande al suo ideatore.

MM: Le basi del tuo stile di vita si possono trovare sui tuoi portali, come eatstopeat.com, ma potresti dire ai nostri lettori, in poche parole, cosa hai scoperto sulla nutrizione, e come?

BP: Ciò che ho scoperto sull'alimentazione non è per niente complicato come ci è sempre stato voluto far credere. La maggior parte delle cose per cui ci preoccupiamo, ossessioniamo o stressiamo sono semplicemente inutili. E, mentre un'alimentazione ottimale per una salute ottimale è qualcosa su cui stiamo ancora lavorando, le basi nutrizionali per la perdita di peso possono essere facili come imparare una facile e piacevole via di imparare a mangiare di meno. Eat Stop Eat è il risultato di questa consapevolezza. Io credo che il metodo Eat Stop Eat sia il modo più semplice ed efficace per perdere peso e mantenerlo a lungo termine. L'obiettivo di qualsiasi dieta dimagrante è trovare il modo più facile possibile per imparare semplicemente a mangiare meno.

MM: Sei stato in tv [in America, NdR], ma hai scelto Internet come il mezzo principale per comunicare, e in particolare per vendere i tuoi libri digitali. Cosa ti ha portato a questa scelta? Sei soddisfatto? Riesci a sbarcare il lunario o i canali tradizionali sono ancora i più remunerativi?

BP: Ho scelto il mondo on-line per l'accessibilità. Eat Stop Eat vende grazie a un eccellente passaparola. Non ho bisogno di un agente o di un pubblicitario, né devo conquistarmi un posto tra gli scaffali di una grande libreria. Ciò mi permette di impiegare più tempo a discutere in Rete con i miei clienti. Il mondo on-line mi permette anche di aggiornare i libri quando ce n'è bisogno, mandandone copie aggiornate a chi ha già acquistato la versione precedente. In breve, mi permette di dare più valore e accessibilità a chiunque compri Eat Stop Eat.

MM: Di cosa ti occupi adesso? Dopo la pseudo-dieta di “Eat Stop Eat” ti stai concentrando sulla massa muscolare con “Anabolic again”, vero?

BP: Giusto, il mio principale focus da un po' di tempo a questa parte è rispondere alla domanda “Perché i nostri muscoli smettono di crescere?”.
L'idea generale che fare sollevamento pesi faccia metter muscoli è vero, ma è limitata dal tempo. Dopotutto, se fossimo in grado di guadagnare un'oncia di muscolo a settimana con un buon programma di allenamenti, ovviamente vorrebbe dire che dopo 4 anni dovremmo avere più di 200 once di muscoli scheletrici. Ovviamente questo non accade. Ma non sappiamo in realtà però. Perciò il punto di “Anabolic again” è scoprire come succede quando smettiamo di metter su muscoli, e se c'è qualcosa che possiamo fare per invertire la rotta.

mercoledì 23 giugno 2010

INTERVISTA AL DIAVOLO


INTERVISTATORE: signori e signore a grande richiesta ecco a voi il diavolo!
cla clap clap (battito di mani)
DIAVOLO: buonasera, buonasera.
INTERVISTATORE: Di recente si è sentito parlare molto di te! Ok non di recente ma da secoli si sente parlar di te, certo che sei proprio un bel mascalzone, non ti sei stancato di tanti misfatti?
DIAVOLO: Prima di rispondere posso salutare qualcuno?
INTERVISTATORE: Ma certo!
DIAVOLO: Saluto la mamma, Cleto ed Eliana che mi hanno venduto di recente l' anima, ciao! Ritornando a noi, certo che non mi sono stancato sono anni che continuo a farlo, eppure non ho mai smesso un motivo ci sarà non credi?
INTERVISTATORE: ehm, ecco, forse perche sei l' essre piu malvagio in assoluto sulla terra!
DIAVOLO: Come immaginavo, è qui che ti sbagli, vi sbagliate tutti! Ammetto di non essere buono come il figlio del Capo, però non mi definirei "l' essere piu malvagio sulla terra" ecco, sono un imprenditore diciamo. Io vi faccio delle offerte non vi obbligo ad accettarle, ma per vostra sfortuna sono un bravo venditore e voi ci cascate sempre! Dio vi mette alla prova attraverso le tentazioni e poi, in base ai peccati commessi vi giudica. Dovreste considerarmi come un suo alleato, se nn ci fossi io le tentazioni non esisterebbero e quindi non si distinguerebbero nepuure i buoni dai cattivi! Il problema è che io svolgo il "lavoro" sporco mentre lui che giudica solamente appare come il buono della situaziione.
INTERVISTATORE: In effetti nn ci si dovrebbe basare solo su cio che dice la Bibbia o altri racconti! Vorrei continuare ad approfondire questo argomento ma il tempo scorre e devo lanciare la pubblicità, quindi continuiamo con le domande, come vanno i rapporti in famiglia?
DIAVOLO: Sono sempre stato la pecora nere di casa, infatti tutta la famiglia è dell' altra sponda, cioè "vivono" in paradiso. Ma io mi definisco un rivoluzionario, mi sono ribellato all' autorità di Dio, parla dell' uguaglianza tra gli uomini ma alla fine lui si crede il migliore, il capo in assoluto ma chi gli ha dato tutto questa autorita? Se l' è presa e queste sono vere e proprie ingiustizie!
INTERVISTATORE: Hai moglie o figli?
DIAVOLO: Sono il diavolo posso avere quante donne voglio pensi che mi accontenterei solo di una? Per quanto riguarda i bambini, no grazie! Non voglio marmocchi che mettano scomiglio nell' inferno più di quanto gia ce ne sia.

INTERVISTATORE: Ti ringrazio per essere venuto! Gentili spettatori ci vediamo la prossima settimana. Buonasera (Tatoli Martina, anni 12)

martedì 22 giugno 2010

CINEMA - Io e Orson Welles [anteprima]

di Michele Miglionico


Richard Linklater è un versatile regista americano indipendente. Ha conquistato il cuore di romantici e filosofi con Prima dell'alba e sequel (Prima del tramonto), la testa dei filosofi più duri con l'onirico ibrido Waking life, gli amanti della musica con School of Rock e gli amanti della fantascienza con A scanner darkly da Philip Dick. Tra il 2008 e il 2009, ha puntato la freccia del suo talento verso altri lidi, accettando di girare l'adattamento del romanzo "Me and Orson Welles" di Robert Kaplow.

Nel novembre 1937, Richard (Zac Efron) è un aspirante attore che a suo dire ama "teatro, film, musica, poesia, romanzi, radio" e che non spasima per la scuola, con buona pace di sua madre e di sua nonna. Da un giorno all'altro guadagna il ruolo - ufficialmente pagato, ufficiosamente gratuito - nel piccolo ruolo di Lucio nel Giulio Cesare diretto da Orson Welles (Christian McKay) a pochi giorni dalla prima, in un modo che unisce faccia tosta e fortuna da tipico immaginario americano. Le prove sono l'occasione per conoscere meglio il misterioso regista, che lo prende in simpatia e lo etichetta come "Junior", e per fare il filo alla desideratissima e intrigante segretaria di produzione, Sonja (Claire Danes). Gli ostacoli sono tutti dietro l'angolo: incidenti, ritardi, litigi con la produzione. 
E' al Teatro Mercury di Broadway va in scena questa acclamatissima interpretazione dell'opera di Shakespeare, ripensata in abiti moderni e in chiave anti-nazista - il genere di eventi che vorrebbe farti possedere una macchina del tempo.

La pellicola è esteticamente retrò: non solo in scenografie, costumi e musiche, tutte rigorosamente della Golden Age; non solo nella recitazione, alquanto teatrale e che vogliamo pensare voluta, in linea con l'ambientazione e il tema; ma anche nelle inquadrature, nella sceneggiatura da manuale dei coniugi Palmo, o ad esempio nella scelta di radiare il sesso, nonostante questa eleganza sia sporcata dai "son of a bitch" e dalle bestemmie che ogni due per tre il regista si lascia sfuggire. 
E a proposito di Orson Welles, indubbiamente il suo personaggio catalizza l'attenzione.Larger than life, direbbero gli anglofoni. Sonja ne parla in questi termini: "... molto egotico, molto brillante, ha letto qualsiasi cosa, sa qualsiasi cosa... non criticarlo mai", e in effetti il ritratto è un burbero e anempatico genio, esigente sul lavoro, brillante come attore di cinema, teatro e radio, implacabile, permaloso, traditore; sposato, in attesa di un figlio, non è frenato dal corteggiare qualunque femmina degna di questo nome. Portare sullo schermo un gigante di tal fatta, una colonna portante della cinematografia mondiale dev'essere stata una sfida da far tremare i polsi per il regista, per gli sceneggiatori e soprattutto per McKay che ci ha messo la faccia e la voce. Pur mancando in avvenenza e fascino dell'originale, la sua interpretazione è vigorosa e degna. E ambigua, del tipo che lascia lo spettatore spiazzato e confuso.

Alle fan di Zac Efron farà piacere sapere che il loro idolo ce la mette tutta per essere all'altezza dell'ottimo cast, con risultati apprezzabili; si avverte la fatica e la serietà con cui affronta i suoi copioni. E Linklater (o i produttori per lui) non si lascia sfuggire l'occasione di fargli sfoggiare la sua versatilità, facendolo cantare in scena con un ukulele (!) e con un'interpretazione coreografata pur se in prosa. 
Il mistero sta nel fatto che il film è stato presentato al Festival di Cannes, è di un autore apprezzato dalla critica e vede come protagonista il giovane Efron che ha centinaia di migliaia di fan nel mondo e in Italia. Perché tante difficoltà nel distribuirlo in patria e da noi?

sabato 19 giugno 2010

LIBRI - Su un raggio di luce [inedito!]

di Michele Miglionico


Nel 1995 il biologo americano Gene Breweresordisce come scrittore con il romanzo K-PAX. La classificazione di un genere non è immediata. La vicenda ruota intorno a uno psichiatra che si ritrova a dover curare un paziente che afferma di essere l'alieno prot, proveniente dal pianeta K-PAX, con una civiltà utopica che, tra le altre cose, conferisce solo ai corpi celesti l'onore del "maiuscolo" (ecco perché il nome del protagonista è sempre in minuscolo). L'analisi dello specialista porta a galla la storia di Robert Porter, un uomo traumatizzato dalla morte della sua famiglia che si è apparentemente rifugiato nella fantasia del suo amico extraterrestre. Tutto sembrerebbe rientrare nella normalità, senonché il dubbio permane nella mente del lettore: prot (in Italia ribattezzato "trob" per non meglio specificabili motivi) è sensibile alla luce ultravioletta, dimostra di avere nozioni ignote di astronomia e fa venire il sospetto di saper parlare con gli animali. Ciliegina finale: quando l'alieno "riparte" (ovvero, il suo alter ego Robert entra in uno stato di catalessi), un'altra paziente scompare insieme a lui, misteriosamente. L'ha portata con sé su K-PAX, come aveva più volte preannunciato? L'autore lascia decidere al lettore se il romanzo sia di fantascienza o no?
Nel 2001 il romanzo, pubblicato in Italia da Baldini&Castoldi, ormai fuori catalogo, è stato la base di un film con protagonisti Kevin Spacey, nel ruolo di Robert/prot, e Jeff Bridges, nei panni dello psichiatra Mark Powell. La pellicola traspone fedelmente la trama e lo spirito del libro. Entrambi, però, non ricevono il successo che meritano, nel nostro paese. Per questo gli editori nostrani non si sono cimentati nella pubblicazione del seguito della saga.

Sì, perché a "K-PAX" hanno fatto seguito tre romanzi, traducibili come "Su un raggio di luce", "I mondi di prot" e "Un nuovo visitatore dalla costellazione della Lira".
Dal momento che queste opere rimarranno inedite a tempo indeterminato, abbiamo letto per voi "On a beam of light", il secondo capitolo della saga di prot.
Brewer riprende lo schema fondante del lavoro precedente: ogni capitolo è dedicato ad una seduta tra Powell e prot, corredata da tutti gli eventi che concorrono ad ogni incontro. La narrazione riprende un lustro dopo dove era stata interrotta: quando prot era "scomparso" dal Manhattan Psichiatric Institute, aveva preannunciato che sarebbe tornato cinque anni più tardi. Poco tempo prima del termine, l'attesa si fa spasmodica. Puntuale come un orologio, Robert Porter esce dal suo stato catatonico per dare voce al suo alter ego alieno.
Come nella precedente esperienza, la sua presenza provoca un certo scalpore, maggiore che in passato. prot, da buon alieno proveniente da una civiltà superiore, ha un approccio diverso al mondo terrestre e, in particolare, al microcosmo dell'istituto psichiatrico in cui si trova (volontariamente?) recluso. I suoi interventi riescono a far migliorare lo stato di salute dei suoi colleghi internati in un batter d'occhio, superando gli sforzi di anni degli specialisti del luogo, Mark Powell compreso. Centinaia di persone hanno saputo del suo precedente "passaggio" e desiderano mettersi in contatto con lui, soprattutto per chiedergli di portar loro con sé su K-PAX. Scienziati di ogni campo chiedono colloqui con il paziente, che dimostra ancora una volta di essere un discretoidiot savant, di avere un innaturale feeling con gli animali... e, incredibilmente, in diretta televisiva, sembra dimostrare di poter viaggiare davvero alla velocità della luce! prot infatti ha sempre dichiarato di poter viaggiare sui raggi di luce - da cui il titolo del libro. Le prove a sostegno della sua natura extra-terrestre, pur tra mille dubbi, aumentano; eppure, parallelamente, le ricerche dello scettico dottor Powell sembrano smentire tutto. La psiche ferita di Robert Porter rivela ferite sempre più profonde, un disturbo della personalità ancora più accentuato di quello diagnosticato in precedenza.
Dove sta la verità? Anche per questo episodio, l'autore ci lascia nel dubbio. La spiegazione paranormale è che prot riesca a vivere in simbiosi con il suo amico terrestre e a lasciare il suo corpo a piacimento. In realtà, tutto porta a credere che prot sia solo un parto della mente malata di Robert. Ma come si spiegano le sue doti innaturali e le sue peculiarità? Forse il predominio della mente umana sul corpo arriva fino a tanto?
A corredo della trama principale, Gene Brewer caratterizza un intenso brulicare di personaggi intorno alle figure dei protagonisti, tra i dottori e i pazienti dell'istituto e i parenti di Mark Powell, mostrandoci come un "malato di mente" riesca a sconvolgere, in positivo, la vita di tante persone che lo circondano, indirettamente o meno.
Per concludere, il vero fascino della saga risiede probabilmente nelle esternazioni di prot. Esprimendo un punto di vista esterno alla Terra, tramite la sua voce l'autore riesce a mettere in discussione tutto il nostro sistema, in maniera satirica e molto pungente. Il lettore è costretto a rivedere il proprio mondo da un altro punto di vista inedito. Forse, se tutti leggessero le pagine di Gene Brewer, qualcosa potrebbe davvero cambiare...?

Per chi fosse interessato, ulteriori informazioni possono essere trovate sul sito ufficiale dell'autore, mentre i libri della saga possono essere acquistati nei negozi on-line.

lunedì 17 maggio 2010

TEATRO - Il lago dei cigni

di Michele Miglionico

Assistere alla messa in scena de "Il lago dei cigni" sotto l'egida del Bolshojsignifica rasentare l'acme del balletto classico. Bari ha ospitato i primi ballerini della compagnia, e solo una visione moscovita delle sue étoiles potrebbe superare l'esperienza estetica di questo spettacolo.
L'opera debuttò nel dicianovvesimo secolo proprio nel leggendario teatro russo, tempio sacro del genere, e rappresenta con pochi dubbi la sua espressione più famosa. Il successo nei secoli è da imputare all'emotiva bellezza delle musiche, in cui il suo autore Tchaikovsky ha infuso buona parte del suo dramma di omosessuale in una società che a malapena ne tollerava la concezione.
Una visione della vita cupa che si riflette in grandi archetipi: la maledizione della principessa Odette, che di giorno è stata condannata a essere un cigno dallo stregone Rothbart e che solo di notte ritorna se stessa, è la stessa sorte che capita al borghese, che solo di notte può smettere l'ipocrisia della vita mondana; il principe Siegfried che deve riconoscere la vera Odette contro l'impostura della falsa Odile incarna la maturazione dell'uomo che deve imparare a distinguere il bene dal male; infine, il destino nefasto inellutabile che colpisce i protagonisti è il sintomo più eclatante della pessimistica visione dell'autore, che non a caso scelse questa fiaba tedesca come ispirazione. A dir la verità, a seconda delle versioni i due amanti protagonisti si salvano, muoiono entrambi o meno. Non vi diremo qual è questo il caso, se non suggerendovi che deludente e fugace è l'interpretazione della morte del cigno...
L'ossessione pessimistica del compositore è suggerita già dalle prime note e dal tema portante.
Il livello della messa in scena è tale da far sfigurare tutti gli altri appuntamenti in cartellone e, come accennato poc'anzi, solo dalle stelle di Mosca ci si potrebbe aspettare di meglio.
I ruoli di Odile e Odette, come nella migliore tradizione, sono interpretati dalla stessa strabiliante ballerina, che incarna altissima tecnica e altissima capacità espressiva, dovendo veicolare due personaggi dall'aspetto simile ma dal carattere antitetico, solo grazie allo stile dei suoi passi.
Notevolissimo anche il protagonista nei panni del principe Siegfried, nonostante qualche incertezza in alcuni atterraggi e in alcuni passi a due.
Lo stesso dicasi per l'ampio cast, coordinato come la scuola mediterranea difficilmente riesce a raggiungere. Una combinazione vincente risiede senz'altro nella scelta di acquistare in toto il pacchetto originale, con ballerini e musicisti russi, il che si è tradotto nel miglior affiatamento possibile.

Peccato per alcune scelte di economia: tagliata la scena della caccia e della famosa balestra con Siegfried rischia di uccidere il cigno di cui si innamorerà; i noti divertissment dei balli di corte, con le ambasciate straniere delle aspiranti principesse, non sono particolarmente curati, il che rende poco immediata l'identificazione delle varie danze con la loro nazionalità italiana, spagnola, polacca e ungara.
Tutto questo è detto per pura pignoleria.
Lo spettacolo lascia senza fiato il fruitore profano quanto l'intenditore.

venerdì 14 maggio 2010

TEATRO - Come spiegare la storia del comunismo ai malati di mente


di Michele Miglionico


La stagione del Teatro Curci di Barletta chiude portando in scena uno spettacolo diretto da un suo, ormai celebre, concittadino. E' infatti di Giampiero Borgia la messinscena dell'opera di Matei Visniec Come spiegare la storia del comunismo ai malati di mente.

Il drammaturgo rumeno ambienta la storia a Mosca, nel 1953 - l'anno in cui muore Stalin - nell'Ospedale Centrale per Malattie. Il direttore dell’ospedale psichiatrico si fa artefice di un progetto educativo innovativo, ritenendo di poter riabilitare i pazienti del suo manicomio attraverso un racconto semplificato e diretto della storia del comunismo. Tale impresa è affidata al poeta Yuri Petrovski (nome impossibile da dimenticare per lo spettatore, poiché viene menzionato decine di volte in maniera ossessiva da tutti i personaggi) che, con tale compito, inizia un viaggio tra i malati di mente.
La scena è dinamica: tra un letto e una scrivania, si muovono i pazienti dietro grate in continuo movimento, tra medici adoranti e infermiere idolatranti Stalin. I "pazzi" – suddivisi in leggeri, medi e gravi - sembrano i meno esagitati nelle loro esternazioni, quasi più equilibrati: infatti Petrovski trova da subito una sintonia e un modo di comunicare congruo con loro. Tanto che nella seconda parte dello spettacolo la dirigenza ospedaliera comincerà a sospettare di eversione lo stesso poeta da loro incaricato del piano educativo.

L'opera in scena si configura infatti come una farsa grottesca, senza nessun intento didascalico o di revisionismo storico. Quello che di affascinante c'è da sempre nel totalitarismo è il modo in cui le masse si piegano con facilità a una idea, stravolgendo le proprie vite pur di far loro una ideologia inculcata con meccanismi esterni: e le stesse regole che si applicano alle grandi masse, valgono per un gruppo ristretto di pazienti psichiatrici. Ovviamente, come spesso accade in narrazioni di queste genere, il tutto si mescola e confonde con facilità, tra ritmi sostenuti e parole scandite con ossessività. I malati e i sani perdono quella netta distinzione tra loro, un poeta del regime può diventare un sovversivo, facendo sconfinare il gioco nell'assurdo e nell'irreale (un po' come nel recente Shutter Island di Martin Scorsese). Fino a confondere, forse troppo, lo spettatore.

Un plauso dovuto al costumista. La regia di Borgia si dimostra esperta e decisa. Il barlettano, egli stesso in scena, dirige con maestria la recitazione del protagonista Angelo Tosto e dei molti comprimari – del Teatro Stabile di Catania - che lo affiancano sul palco, con anche alcuni pezzi canori degni di attori completi.

lunedì 10 maggio 2010

MUSICA - Concerto per l'Europa di Giovanni Allevi

di Michele Miglionico

Nonostante un mal di gola con annessa febbricola, il maestro Allevi si è concesso a titolo gratuito alla selezionata platea del Petruzzelli per celebrare i cinquant'anni dalla proposta di Robert Schuman di una collaborazione economica tra Francia e Germania, che pose le basi per la futura Unione Europea.
La presentazione del prof. Michele Mirabella e delle autorità non ha mancato di ricordare la critica situazione del mondo dello spettacolo, che colpisce realtà come la Fondazione Petruzzelli, i cui dipendenti, a rischio per il taglio dei fondi governativi, hanno manifestato con discrezione tramite volantini.
Il musicista si è speso per un'ora in una dozzina di pezzi propri e non, introdotti come di rito da una sua breve e sentita presentazione. Apertura con Bach, "il più grande musicista di tutti i tempi", passando per una travolgente "Morte di Isotta" di Wagner, da lui definita non a torto come la più felice traduzione musicale dell'amore sensuale, e l'auditorio risponde con entusiasmo. Ma presto si passa al repertorio proprio dell'autore, con "Back to life" dedicata alla sua rinascita spirituale; l'inno alla vita di "L'orologio degli dei", il battito pulsante; "Meditazione per sola mano destra", per una collega che rischiava di non poter più suonare dopo un incidente all'arto sinistro. Fino alla famosa "Prendimi", omaggio al pubblico offerto solo durante il bis.
A detta dell'artista, la serata è paragonabile a una seduta di psicoterapia, perché ogni suo brano è associato a un ricordo, a un'emozione, rivissuta nel momento in cui lo ri-esegue. E si sente. Non mancano i virtuosismi e gli esercizi di stile, come la falsa improvvisazione dello studiatissimo "Jazzmatic" o la convulsa lotta tra il pianista e lo strumento in "Pianokarate".
Lascia senza fiato anche la vista delle esecuzioni, spesso così veloci da sembrare una registrazione riprodotta a doppia velocità. Qualcuno all'uscita si lascia sfuggire "... viene da un altro pianeta!". Un commento da condividere: un grandissimo talento, condito da un atteggiamento caratteristico ed eccentrico come solo i geni possono permettersi. Forse, calcando la mano sul personaggio creato (e parodiato) del goffo pasticcione, che però tanta tenerezza ispira nel suo seguito.

lunedì 26 aprile 2010

FUMETTI - The Sandman #14

di Michele Miglionico


Se un critico di arte sequenziale osasse parlar male di quest'opera degli anni '90, verrebbe ufficiosamente radiato da qualsiasi redazione degna di questo nome.
Quindi non parleremo più di tanto né della disegnatrice Jill Thompson, espressiva ma rischiosa per i giovani lettori; né dello sceneggiatore Neil Gaiman, ormai più noto per la sua attività di romanziere, lanciato da questa rivoluzionaria serie della Vertigo, linea matura della DC, in cui prendeva, a conti fatti, solo il nome di un antico personaggio per creare Morfeo e l'intera mitologia che gli ruota intorno. Morfeo è un nome di Sogno e tutta la sua epopea è sospesa tra la lucida drammaticità del mondo reale e la poesia del mondo onirico, che spesso ha il sopravvento confondendo i lettori più distratti e impreparati.
In questi episodi di "Vite brevi" conosciamo ancora meglio Delirio, sorella metafisica del protagonista e tratteggiata con maestria nella sua natura; non manca un carosello di personaggi mortali, fin troppo umani per i vostri cuori teneri.
La confezione editoriale è eccessiva. Intendiamoci: "Sandman" può anche meritare questa carta, ma questa edizione avrebbe potuto essere indirizzata verso un pubblico più vasto, con un taglio delle pagine minore quale già ha, però con una qualità decente che abbattesse il prezzo; per i cultori rimangono ancora le vecchie edizioni in volumi, che hanno il pregio di non spezzare arbitrariamente gli archi narrativi. Un'occasione sprecata, in questo senso, tanto più che manca un apparato redazionale che faccia fare mente locale sulla storyline e che ne approfondisca gli aspetti.

venerdì 23 aprile 2010

TEATRO - La Gerusalemme liberata, canto XVI

di Michele Miglionico


Lo spettacolo più suggestivo di cui potessimo godere al rinato Petruzzelli è, inaspettatamente, una platea costituita nella quasi totalità da adolescenti. Infatti l'operazione della romana Fondazione De Sanctis, ispirata al noto studioso e da anni solidale con le istituzioni nel favorire la promozione della cultura letteraria, ha portato anche a Bari, in una delle sue tappe finali, la seconda edizione de "L'eredità di Francesco De Sanctis - Un viaggio tra i capolavori della letteratura italiana", con le Letture Nei Grandi Teatri Italiani. Una performance gratuita, aperta a tutti - fino ad esaurimento posti - ma rivolta soprattutto alle scolaresche. In quest'occasione, dopo i saluti istituzionale e dell'omonimo pronipote Francesco De Sanctis, la celebre critica letteraria Nadia Fusini ha introdotto "La Gerusalemme liberata" di Torquato Tasso, per poi lasciare la parola all'attrice Anna Bonaiuto, perché ne recitasse il Canto XVI. Questo estratto del poema epico è incentrato sulla maga Armida che, dopo aver ammaliato il paladino Rinaldo e averlo distratto dalla Crociata, deve cedere al 'ritorno sulla retta via' dell'uomo amato, per intercessioni dei suoi commilitoni. Sono versi carichi di erotismo, per cui lo stesso poeta provava un certo senso di colpa. La lingua cinquecentesca non è di facile fruizione, purtroppo. A compensare questa difficoltà, l'organizzazione ha generosamente distribuito un raffinato libretto con il testo, che i più arditi hanno seguito in diretta al buio, con la sola improvvisata illuminazione dei propri telefonini, scandendo la lettura con lo sfogliare delle pagine. Di tutto rispetto la recitazione dell'attrice, intensa come si confà a un'opera del genere, capace di dar diverse voci ai vari personaggi senza scadere nella caricatura. Flemmatica la stessa Bonaiuto quando è partito un prematuro applauso, sul finire dello spettacolo, per colpa dell'interruzione del testo sul libretto... Ci si augura che iniziative di questo genere lascino la pulce nell'orecchio almeno in qualche giovane.

venerdì 19 marzo 2010

TEATRO - Faust

di Michele Miglionico


Sergio Maifredi, il nuovo direttore artistico del Teatro Curci di Barletta ha introdotto personalmente in sala lo spettacolo del Faust, parlandone come della più alta e innovativa scommessa della stagione barlettana. Questo perché presentare a un pubblico italofono, e di frequentatori quasi abituali, uno spettacolo interamente recitato in lingua polacca è palesemente un azzardo. Maifredi ha così raccontato del suo personale incontro col Nowy Teatr, in occasione del celebre Festival di Edimburgo, nel 2005, proprio in occasione della prima rappresentazione del Faust. Incontro non solo folgorante in quanto spettatore, ma professionalmente stimolante e proficuo in qualità di regista, se da quel momento nasce una collaborazione duratura tra lui e il Nowy Teatr. Il regista è infatti chiamato a dirigere a Poznan allestimenti di opere teatrali italiane, mettendo in scena dei Pirandello e dei Goldoni tuttora in cartellone. Da questa personale esperienza, pienamente riuscita nonostante l’ostacolo della lingua straniera non conosciuta dal regista italiano, nasce l’idea di presentare al pubblico pugliese questa versione teatrale del Faust diretto da Janusz Wisniewski. Quest’opera, adattamento basato sul capolavoro di Goethe, è stata allestita con un nutrito cast di attori, addirittura diciassette: essi percorrono il palco con frenesia, narrando la celeberrima storia del medico che vende la sua anima al diavolo in cambio della sapienza con ritmo sostenuto e sincopato, dando sfoggio a ventisei cambi di scena. In un mondo temporalmente compreso tra la morte e la resurrezione di Cristo, un mondo quindi senza Dio, le anime dei morti accompagnano le vicende di Faust con espressività e gesti fortemente caratterizzati. Musiche e movimenti corali ricordano a volte le atmosfere balcaniche dei film di Emir Kusturica. Ma il pubblico può davvero apprezzare uno spettacolo in prosa recitato in lingua straniera? A nostro parere solo in parte. Sicuramente una operazione di questo genere ha molti pregi, tra cui un’apertura al grande teatro internazionale, e alla stimolazione verso la riscoperta della vera magia del teatro. Ma la scelta di non usufruire dei sovratitoli – ormai largamente utilizzati anche negli allestimenti delle opere liriche - penalizza la comprensione e il godimento pieno di un’opera validissima. Se davvero i sovratitoli avrebbero potuto distogliere l’attenzione dal palco e la mimica dei personaggi, usarli quantomeno per contestualizzare i cambi di scena (come visionabile sulla locandina nel foyer) sarebbe stato utilissimo per contestualizzare ed apprezzare appieno l’evolversi della storia di Johan Faust, Mefistofele e Margherita. La scelta di questa rinuncia rimane quindi discutibile agli occhi del pubblico, e fa vincere solo in parte la scommessa della presentazione di questo singolare spettacolo.