martedì 22 giugno 2010

CINEMA - Io e Orson Welles [anteprima]

di Michele Miglionico


Richard Linklater è un versatile regista americano indipendente. Ha conquistato il cuore di romantici e filosofi con Prima dell'alba e sequel (Prima del tramonto), la testa dei filosofi più duri con l'onirico ibrido Waking life, gli amanti della musica con School of Rock e gli amanti della fantascienza con A scanner darkly da Philip Dick. Tra il 2008 e il 2009, ha puntato la freccia del suo talento verso altri lidi, accettando di girare l'adattamento del romanzo "Me and Orson Welles" di Robert Kaplow.

Nel novembre 1937, Richard (Zac Efron) è un aspirante attore che a suo dire ama "teatro, film, musica, poesia, romanzi, radio" e che non spasima per la scuola, con buona pace di sua madre e di sua nonna. Da un giorno all'altro guadagna il ruolo - ufficialmente pagato, ufficiosamente gratuito - nel piccolo ruolo di Lucio nel Giulio Cesare diretto da Orson Welles (Christian McKay) a pochi giorni dalla prima, in un modo che unisce faccia tosta e fortuna da tipico immaginario americano. Le prove sono l'occasione per conoscere meglio il misterioso regista, che lo prende in simpatia e lo etichetta come "Junior", e per fare il filo alla desideratissima e intrigante segretaria di produzione, Sonja (Claire Danes). Gli ostacoli sono tutti dietro l'angolo: incidenti, ritardi, litigi con la produzione. 
E' al Teatro Mercury di Broadway va in scena questa acclamatissima interpretazione dell'opera di Shakespeare, ripensata in abiti moderni e in chiave anti-nazista - il genere di eventi che vorrebbe farti possedere una macchina del tempo.

La pellicola è esteticamente retrò: non solo in scenografie, costumi e musiche, tutte rigorosamente della Golden Age; non solo nella recitazione, alquanto teatrale e che vogliamo pensare voluta, in linea con l'ambientazione e il tema; ma anche nelle inquadrature, nella sceneggiatura da manuale dei coniugi Palmo, o ad esempio nella scelta di radiare il sesso, nonostante questa eleganza sia sporcata dai "son of a bitch" e dalle bestemmie che ogni due per tre il regista si lascia sfuggire. 
E a proposito di Orson Welles, indubbiamente il suo personaggio catalizza l'attenzione.Larger than life, direbbero gli anglofoni. Sonja ne parla in questi termini: "... molto egotico, molto brillante, ha letto qualsiasi cosa, sa qualsiasi cosa... non criticarlo mai", e in effetti il ritratto è un burbero e anempatico genio, esigente sul lavoro, brillante come attore di cinema, teatro e radio, implacabile, permaloso, traditore; sposato, in attesa di un figlio, non è frenato dal corteggiare qualunque femmina degna di questo nome. Portare sullo schermo un gigante di tal fatta, una colonna portante della cinematografia mondiale dev'essere stata una sfida da far tremare i polsi per il regista, per gli sceneggiatori e soprattutto per McKay che ci ha messo la faccia e la voce. Pur mancando in avvenenza e fascino dell'originale, la sua interpretazione è vigorosa e degna. E ambigua, del tipo che lascia lo spettatore spiazzato e confuso.

Alle fan di Zac Efron farà piacere sapere che il loro idolo ce la mette tutta per essere all'altezza dell'ottimo cast, con risultati apprezzabili; si avverte la fatica e la serietà con cui affronta i suoi copioni. E Linklater (o i produttori per lui) non si lascia sfuggire l'occasione di fargli sfoggiare la sua versatilità, facendolo cantare in scena con un ukulele (!) e con un'interpretazione coreografata pur se in prosa. 
Il mistero sta nel fatto che il film è stato presentato al Festival di Cannes, è di un autore apprezzato dalla critica e vede come protagonista il giovane Efron che ha centinaia di migliaia di fan nel mondo e in Italia. Perché tante difficoltà nel distribuirlo in patria e da noi?

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