sabato 6 gennaio 2018

NAPOLI VELATA. Un film di difficile lettura quello di Ozpetek, vero "Turco napoletano"



Napoli Velata è il nuovo e discusso film di Ferzan Özpetek. Non è un thriller; non è un erotico (anche se vi è una imbarazzante ed interminabile scena di sesso agli inizi),  non appartiene a nessun genere, forse è da considerare solo un film drammatico.

Vi recitano - molto bene a parer nostro -  Giovanna Mezzogiorno, Alessandro Borghi, Anna Bonaiuto, Peppe Barra, Biagio Forestieri, Maria Pia Calzone, Luisa Ranieri, Loredana Cannata, Isabella Ferrari, Lisa Sastri. SCENEGGIATURA: Ferzan Ozpetek, Gianni Romoli, Valia Santella. FOTOGRAFIA: Gian Filippo Corticelli. MONTAGGIO: Leonardo Alberto Moschetta. MUSICHE: Pasquale Catalano. 

E' la colonna sonora la vera trama da seguire nel film che a qualcuno è sembrato sconclusionato e deludente. Notevole la interpretazione di Arisa in "Vasame"

"In una Napoli sospesa tra magia e superstizione, follia e razionalità, un mistero avvolge l'esistenza di Adriana (Giovanna Mezzogiorno) travolta da un amore improvviso e un delitto violento." Così recitano la trama articoli e trailer.  Girato interamente a Napoli, in sette settimane, l'opera conferma la passione mediterranea del regista turco di nascita e italiano di formazione. Perché la città partenopea? Napoli è la città che rassomiglia forse di più ad Istambul con la sua atmosfera sospesa tra antico e moderno, sacro e profano, con i suoi abitanti che animano strade e vicoli. Una atmosfera magica, intrisa di profumi e misteri. «Per la sua bellezza e per la sua fecondità gli Dei si contendono il possesso della città», scriveva lo storico greco Polibio pensando alla bella Parthenope.

Abbiamo privilegiato una lettura psicodinamica, non ritenendo altre letture possibili in un film costellato nelle trama da evidenti e volute irrazionalità. 


E l'irrazionale rimanda necessariamente al concetto di inconscio: inconscio personale in senso freudiano (di Adriana); i. transpersonale: copione familiare (famiglia di Adriana), copione culturale (del gruppo di appartenenza), inconscio collettivo in senso junghiano.  E' noto che il linguaggio digitale  ed analogico coesistono nella mente umana: Freud parlava di processo primario, il che equivale oggi al linguaggio analogico. I sogni sono basati prevalentemente sul linguaggio analogico e Freud diceva che i sogni sono la via regia per l'inconscio. Nel film non si accede all'inconscio attraverso sogni, vi si scende come Dante e Virgilio.

A nostro parere l'opera contiene tre dediche: al Velo, ad una Città (Napoli), ad una Donna in crisi (Adriana). 

Quando Ozpetek - con occhio antropologico -  introduce nella trama esistenziale della agonista principale la svolta (svolta comune a molti suoi personaggi filmici) lo fa mettendo in scena un rito pagano come "la figliata dei femminielli": sul set un femminiello partorisce un bambino priapesco.


Nel mentre sorge, tra gli astanti, la passione di Adriana e Andrea. Lui le rivolge come in un tango una "mirada". Si guardano con insistenza e, senza fronzoli, nasce il legame di dipendenza reciproca. Si ritroveranno a passare una notte in pieno Eros ma Thanatos è dietro l'angolo. 
Torniamo alla "svolta"nella vita del medico legale, Adriana: al termine della "figliata", un attore si rivolge al pubblico dichiarando che il "Velo" che lui stesso sta svolgendo dinanzi alla scena del parto avvenuto, è un velo che tende a coprire la verità conoscibile. Ma un velo copre e non copre; ciò che vorremmo non fosse ricordato o visto trapela egualmente. Napoli ne conosce diversi di Veli.

Il Cristo velato, di Giuseppe Sanmartino, (1753) nella Cappella Sansevero (che si vedrà nel film di Ozpetek), è  una delle opere statuarie più belle e difficili da realizzare al mondo: ritrae il cadavere di Cristo ricoperto da un velo che tutto lascia trasparire, copre ma non copre (come sia stato possibile realizzare tale finezza scolpendo il marmo lascia a bocca aperta anche scultori quotati).  




Napoli velata, è libro fotografico del napoletano Oreste Pipolo (1949-2015): fu chiamato Ferdinando Scianna "sciamano delle spose" per l'arte mostrata nel fotografare matrimoni, rendendoli occasioni estetiche non banali. Si tratta dell'ultimo progetto fotografico di Pipolo, prima della prematura scomparsa. Quando spiega il titolo del libro scrive: “Il velo è da sempre un simbolo di protezione. Velare i personaggi al margine, le statue fuori del circuito turistico è da una parte un rito propiziatorio e dall’altro un atto di denuncia”. Ognuno di noi ha veli calati sulla realtà interiore ed esteriore (filtri di copione).



Quale città presenta più analogie al concetto di inconscio freudiano? Napoli con i suoi sotterranei misteriosi che hanno occultato cose macabre e riparato gli abitanti durante i bombardamenti dell'ultima guerra mondiale? che presenta nelle sue viscere un reticolo di metropolitana altamente tecnologica (che si vede più volte nel film)? Quale città può vantare un passato storico che va dal paleolitico sino ai nostri giorni? Sotto l'ambivalente  guardianìa di un Vulcano che finge solo di dormire, si svolge  una frenesìa di termitaio  che sa rallentare in un blues partenopeo, in un'opera artistica, nella saggezza popolare, nel sorriso di accoglienza. L'esoterismo nel film è la stargate tra mondi paralleli, è la  porta tra inconscio e realtà, è una delle chiavi descrittive adoperate per palesarci aspetti e contenuti del copione personale e transpersonale di Adriana.  La Sibilla cumana interpreta il ruolo  di sciamano-analista nel film in una situazione tra il grottesco ed il melodrammatico, tenendo in mano un telecomando: una integrazione apparentemente impossibile. Sibilla che comunica tra mondi e viene in seguito inspiegabilmente uccisa, soffocata come va soffocata o velata ogni verità opprimente ed angosciante. Negli omicidi i destini copionali si intercettano provenendo da mondi diversi. Per questo non ha molta importanza identificare un assassino e indizi rimangono tali mai tramutandosi in prove come nei polizieschi di tipo police  procedurali. L'assassino è Napoli.

Napoli come Mater magna che diviene 'matrigna' con gli abissi sotterranei che sottendono il barocco. La donna anziana lo griderà a Napoli tutta questo atto di accusa, dalla terrazza, al funerale: "Tu uccidi i tuoi figli"


Qui l'individuale si diluisce nel collettivo.  La Grande Madre, secondo la psicologia analitica (Karl Gustav Jung), "in quanto immagine generale tratta dall'esperienza culturale collettiva, essa rivela una pienezza archetipica ma anche una polarità tra positivo e negativo." Su queste polarità opposte si organizzano le prime esperienze di vulnerabilità e dipendenza del bambino. In breve - spiegano Andrew Samuels et Al. (1987) - "il polo positivo riunisce qualità che sono il materno: la magica autorità del femminile, la saggezza e la elevatezza spirituale che trascende i limiti dell'intelletto; ciò che è benevolo, protettivo, tollerante; ciò che favorisce la crescita, la fecondità, la nutrizione. In breve la madre buona. Il polo negativo evoca la madre cattiva: ciò che è segreto, occulto, tenebroso; l'abisso, il mondo dei morti; ciò che divora, seduce, intossica; ciò che genera angoscia, l'ineluttabile" Polarità opposte originano ambivalenza. In analisi transazionale le polarità si esprimono, a livello dell'Io, nella struttura del Genitore Fata e Genitore Strega (G1+ e G1-).


In una atmosfera mai oniroide (alla Fellini, per intendersi), lo script del film va al di là del flusso di coscienza joyciano; la trama è solo un progetto inafferrabile che urta con la realtà degli eventi esterni (esogeni) ad Adriana ed interni (endogeni), rimbalzando tra qui-ed-ora e inconscio personale freudiano e transpersonale junghiano. Così la trama appare a tratti irrazionale macroscopicamente e certe evidenze scientifiche dello script sono ingoiate dal nulla, vanificate in uno script incongruente: in effetti la trama salta tra livelli diversi di sistema copionale, ricomponendoli nella unicità della esperienza umana.
Adriana scende la sua spirale non come un Ulisse in gonnella che naviga gli abissi dell’inconscio personale e transpersonale, tra passato traumatico rimosso e talora negato e riscoperta di continenti perduti: ricorda più un Dante che segue il suo Virgilio ambivalente in un mondo multistrato, a livelli, che è rifiutante e onnicomprensivo al tempo stesso. Le scene si susseguono lanciando sguardi a scale a chiocciola (citando Hitchcock e Argento), a buio tremolante di luci calde o di luci fredde di obitorio, come nelle serie televisive dei police procedural. Lo scontro tra opposti, tra realtà scientifica e psichismo inenarrabile, tra conscio ed inconscio, è lo scontro tra polarità inconciliabili che generano il superamento solo con la nascita del simbolo junghiano. Gli opposti sono facce di una stessa medaglia che non si vedranno mai contemporaneamente: si intuiscono come tertium quid, ci dice Jung. Ma procedere lungo il confine buio/luce, realtà/irrealtà significa anche rischiare las dissociazione, il delirio allucinatorio, come sperimenterà Adriana - esperta più di morti (che fa "parlare" con la sua professione di medico legale), assai meno esperta di vivi. Lo stesso Jung rischiò il breakdown psicotico navigando da solo dentro le proprie profondità, chiuso nell'eremo del lago svizzero ove si era allontanato volontariamente dalla "civiltà. In conclusione il "viaggio" proposto da Ozpeteck, pur senza finale e dalla trama che non regge, mi ha convinto. E' opera di uno che sa tradurre in cinema le contraddizioni umane.
Non pretendo di convincere con le considerazioni psicodinamiche: mi hanno solo rasserenato dopo la visione della pellicola ed una notte agitata. "Visto" così il film di Ozpeteck - che magari sorriderebbe leggendo queste righe, non riconoscendosi affatto - mi è apparso più concludente e bello di come lo hanno recensito in tanti. Vale la pena.

Abbiamo detto che la colonna sonora originale, reperibile in CD e su iTunes, è stata affidata al musicista e compositore italiano Pasquale Catalano mentre, alla camaleontica voce di Arisa, è stata affidata l’interpretazione, in lingua napoletana, del brano “Vasame” (E. Gragnaniello). Un brano "viscerale, accorato e graffiante", lo ha definito Arisa: 

“Baciami, credimi, o non ti cerco più…” 


(achille miglionico)

Peppe Barra












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