sabato 7 marzo 2009

TEATRO - I due gemelli


di Michele Miglionico


Ascoltare i personaggi di Plauto parlare con inflessione napoletana o in dialetto meridionale non capita spesso, eppure non è una novità. Già vent'anni fa Tato Russo rivoltò "I Menecmi" in chiave partenopea. E' chiaro l'intento di voler rendere più digeribile da parte dello scafato pubblico contemporaneo un testo vecchio di più di due millenni. Così è, perché buona parte di pubblico risponde rumorosamente all'effetto comico dello schiavo Spazzola (Antonello Loiacono) che gli si rivolge in vernacolo. Domenico Clemente rischia e vince, a sorpresa, la scommessa, ma questo non vuol dire che l'operazione sia legittima dal punto di vista dell'estetica dell'arte. Al di là di questa scelta registica, il testo di Plauto è così forte, così archetipico che sminuirne l'efficacia sarebbe un'impresa da titani. La succitata, moderna platea passa oltre le eccessive richieste di sospensione dell'incredulità che "I Menecmi" avanza - in tutte le sue messe in scena, ivi compresa in questa "I due gemelli", che concentra i cinque atti originari in un unicum, sforbiciando in particolare il finale con l'epurazione del personaggio del medico. Non che ce ne si accorga, se non si conosce l'opera di partenza. Anzi: a un certo punto, si può essere talmente rapiti dal gioco degli equivoci da aspettarsi che, per la risoluzione della vicenda, Domenico Clemente debba sdoppiarsi in concreto per l'incontro tra i due fratelli. Ci pensa una semplice quanto fulminea battuta conclusiva a riportare lo spettatore con i piedi per terra. Le scene di Luigi Spezzacatena non hanno pretese storiche: puntano solo a evocare un'antichità greco-romana, stereotipata, considerando anche che l'azione è spostata a sud di "Neapolis". Il protagonista attinge alla vecchia scuola, che rifulge nell'interpretazione di Menecmo I, ma che negli exploit napoletani di Menecmo II ne fa risentire alla comprensibilità. Tutto il cast di comprimari lavora in maniera degna. Si ricordano Antonello Loiacono come caratterista che, con le sue battute in barese, colpisce nel vivo il pubblico conterraneo, e Angelo Tanzi nel ruolo del cuoco omosessuale Cilindro. A conti fatti, un esperimento riuscito, con le dovute riserve sull'intangibilità di testi così sacralmente classici.

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