martedì 5 dicembre 2017

MATERA ''CAPITALE'' : A CHE PUNTO SIAMO ?


    



MATERA  ''CAPITALE'' :   A  CHE  PUNTO  SIAMO ?
Un cittadino "partecipante" riferisce di entusiasmi e di ansie





Rappresento solo alcuni degli umori della città, tenuto conto di quanto e tanto ci sarebbe da conferire in proposito e da parte di tanti. Proprio pochi giorni fa, qualcuno avanzava il timore - negli interessanti ''incontri del giovedì'' - che la cittadinanza potrebbe non essere all'altezza per ''l'anno che sarà'. Temere per chi e che cosa? Per noi, ''che eravamo, che siamo, o che diveniamo'' ? D'altronde l'identità cittadina si trasforma già nei contesti di normalità storica, dunque immaginate che cosa succeda in una città stravolta da un evento storico propulsivo che la esorta al risveglio dalla inerzia e abitudine. A tal proposito c'è chi la invoglia ad indirizzare i propri progetti verso l'orizzonte levantino, più che orientarli all'interno, dove le criticità sono più radicate. Nessuna ipertrofia ma anche nessuna vergogna egoica. Va da sé che è definitivamente svanita e accantonata l'immagine di ''città-vergogna'' (così come fu definita Matera dall'allora capo del governo Alcide De Gasperi nel lontano 1953, quando per l'appunto si legiferò sul risanamento dei ''Sassi''): oggi siamo passati alla ''città-orgoglio''.
Tentennamenti ce ne sono nei materani dinanzi al nuovo: siamo stati tutti presi dall'ansia di prestazione, per la responsabiltà del riconoscimento e della organizzazione. Allora, a metà fra incredulità iniziale e lusinga al tempo stesso, ci siamo chiesti che cosa e come fare affinché il progetto si realizzi. Certo non dobbiamno né ascoltare le cassandre né credere agli pseudo-detrattori che, un po' ironicamente un po' per copione culturale, definiscono la comunità non "capitale della cultura", ma ''capitata' nella cultura per il 2019. Niente succede per caso. C'è stato tanto lavoro dietro il riconoscimento, tanto tanto lavoro, tante tante idee.
Perché non dovremmo essere degni rappresentanti della cultura in ambito europeo e in quello più ampio e globale che il termine cultura intende e sottende? E perché mai un abitato così storicamente segnato dal destino di essere geograficamente al di sotto di Eboli, dove Cristo si è fermato, non potrebbe rappresentare un valore, una prospettiva o un sogno, addirittura globale?
Per fortuna ''TripAdvisor" ci viene incontro affermando che, sì, oggi la città di Matera rappresenta un valore né frammentario né casuale, anzi globale, in quanto posizionata al 6° posto tra i siti Unesco più visitati nel mondo. Per la precisione la speciale classifica "TripAdvisor" sui siti del Patrimonio dell'UNESCO, trova Matera, la "Città dei Sassi" al primo posto in Italia e, al sesto della classifica globale. Matera è l'unico sito italiano Patrimonio dell'Unesco del top ten mondiale. La classifica italiana vede tra i 10 siti italiani: 1.Sassi di Matera; 2.Duomo di Monreale (PA); 3.Centro storico di Siena.
Eppure, nonostante ciò, c'è sempre qualcuno che, negando ogni evidenza, si trincera nello sfiancante gioco berniano del ''Si, Ma'', affermando che l'immagine di ''città-cartolina'' da sola non basta. Si sa, gli italiani in genere sono i peggiori denigratori di se stessi ed anche a Matera non riusciamo a fare eccezione.
Nè vorremmo, tuttavia, cadere nella trappola di chi attribuisce faziosamente il titolo ad una sola parte dei cittadini, in contrapposizione ad altre. La città è leviana (Carlo Levi) di cultura ma anche polivalente ed evoluta, sicuramente proiettata verso il futuro. Allora, perché abbiamo vinto?
Una risposta possibile ci viene offerta anche dalle considerazioni dell'architetto materano Laureano, autore dei rapporti per l'iscrizione nella lista del Patrimonio Unesco (dove l'abitato inoltre era incluso come sito sin dal 1993): costui assimila i ''Sassi di Matera'' a "... voce dei luoghi messi ai margini della modernità", una voce foriera di "valori profondi, oggi essenziali per il pianeta intero''. E completa il pensiero sottolinendo il ''senso della comunità trasmesso dai villaggi e paesi abbandonati dove permangono le relazioni e la solidarietà'' .
Ciò a significare quanto una cittadina minore, ''meridionale,, (con quel che sottende l'aggettivo) o addirittura tormentata, sia capace di raccontare e rappresentare la storia, a mo' di esempio e di valore universale, ''nonostante tutto''. Le relazioni umane così rispuntano per l'appunto oggi, per il tramite di un turismo straordinario e ovviamente inusuale per la gente, turismo il quale oltre a rappresentare una virtù economica, sviluppa e (si) arricchisce di scambi tra mondi diversi e lontani, che si avvicinano attraverso l'incontro. Incontro tra ''cittadini temporanei''- i turisti - e ''cittadini permanenti '' - gli abitanti – (E' questo il linguaggio della Capitale).
Scogli da superare ce ne sono ancora. L'amministrazione comunale ha deciso in accordo, ma tardi, di unire le forze, abolendo praticamente l'opposizione.
Le infrastrutture sono precarie, anche se si lavora in tale senso. L'imprenditorialità e la cultura a volte viaggiano separatamente senza incontrarsi, e parecchi asseriscono che la comunità non debba essere solo la capitale delle focaccerie o friggitorie. Le guide accreditate (circa 100) lavorano in contrapposizione a quelle abusive, imprecise e invasive. Ma tutto procede con fervore e passione. Per fortuna, in una prospettiva più positiva, c'è chi pensa all'incontro anzidetto fra imprenditori e cultura, e così capita che, nel profondo di un antro-cantina, in quei Sassi, magari nel retro di una trattoria accorsata, gli ''incontri del giovedì'' (già citati in apertura), ci preparano dialetticamente ''aspettando il 2019''. Proprio negli incontri (non negli scontri) ci si chiede quindi, ''a che punto siamo? '' e, soprattutto, ''come proseguiamo?" Alla prossima. (Matera, dicembre 2017).




Italo  Zagaria

domenica 3 dicembre 2017

Afrikaan Dream / Sogno Afrikaan




Sogno afrikaan
di achille miglionico (2001)
Spesso mi si chiede del mal d'Africa






Lo spazio: il bushveld e l'Occhio-di-Dio (RSA). Dall'alto della rupe e dell'osservatorio, ricordo appena che il toponimo mi ha suscitato poc'anzi scetticismo ("Esagerati!" ho pensato sentendo che eravamo diretti all' Occhio di Dio). Poi, dopo il primo respiro, mi tronco dinanzi alla vastità che si apre dinanzi a noi. Mi decido e getto, sfidando la vertigine, lo sguardo verso l' altopiano che srotola un incommensurabile spazio con macchie verdognole, boscaglie indistinte e rade. Ho creduto all'inizio che lo sguardo obbedisse come sempre e potesse tornare a me. Come un boomerang ben fatto. Come un rapace ben addestrato dalla mano di Federico Secondo. O una sonda esplorativa che si lancia fuori bordo della nave che va per spazi marini o siderali eppoi torna. Ma non è così. Lo sguardo più e più volte lanciato non torna all'Arca noetica. Non si torna dall'infinito del God's eye. Da qui, - dicono che sia il loggione del teatro del Kruger - nel secco inverno sudafricano, nella mente si pennella una spiaggia che rincorre il suo oceano: non lo troverà mai. Così il fiume Okavango, poco o tanto lontano da qui (nel Botswana), non troverà mai il suo mare, sbagliando strada geologica, e formando un delta vaporoso visibile dalla quota di un aereo di linea: una eden di quindicimila chilometri quadrati in un deserto, quello di Kalahari. Insomma non sono solo io a smarrirmi qui. L'arena del bush, pur avanzando e soffocando la flora esausta, sfinita dal vento, dalle trombe d'aria e dalla siccità, sa di non aver vinto; e, la memoria delle stagioni e dei vivi tramanda che piogge arriveranno a dissetare chi ha saputo resistere: e i mantelli vegetali e animali si scuriranno di nuovo rigogliosi e forti. Vedo. Sotto di me una costellazione di colori e macchie ondulate vira verso il pallido. Famiglie di acacie hanno persino l'ombra che si mostra stinta quanto il tronco; qui e là - al binocolo - fiammeggia di maggiore vita la corteccia rosicchiata di una acacia della febbre gialla (così le chiamavano i boeri ritenendo che cagionassero il paludismo). Ci sono altre macchie di un cromatismo intisichito: ti chiedi se esse sono calate in un miraggio di lento movimento o se sia il tuo cervello ad ingannarti visto che il sole, pur invernale, non scherza in quanto a calore. E' vegetazione questa? No, il binocolo chiarisce che si tratta di gruppi di erbivori, zebre di Burchell, rari gnu, impala resi immobili dalla distanza: fauna persa e dispersa in quel mondo che si incurva virando d' azzurro verso l'orizzonte, tra terra arsa e cielo terso. No, solo una illusione ottica. Di quelle africane. Anzi afrikaan.










Victoria Falls da elicottero














Bufali cafri






Chobe river. Tutto diverso il paesaggio, nel territorio tra il fiume Zambesi e il suo affluente Chobe, tra Zimbabwe e Botswana. Ci arriviamo dopo giorni. Qui tanta acqua, tanti animali. Verde di ogni tonalità, ocra e rosso, tutto lo spettro del visibile e dell'invisibile.
Un ranger fissa il tramonto dal bordo del battello che ci trascina tra le isole di Lwanda e Kalunda: in quel tratto pigro del fiume Zambesi che non lascia presagire la furia delle Cascate Vittoria, alcune percezioni al tramonto mi sono suonate psichedeliche. Il ranger mi racconta di un bufalo isolato dalla mandria ed attaccato dai leoni che era riuscito a trarsi temporaneamente in salvo lungo la riva del fiume: durò una decina di ore il suo andirivieni dalla riva e verso la riva, in una terra di nessuno tra potenze spietate: era stretto dai pazienti felini da un lato e dai sonnacchiosi coccodrilli dall'altra. Ore di speranza frustrata perché comunque il suo destino era oramai segnato. Ed il bufalo stremato ad un tratto decise: meglio una morte nobile e soccombere da mammifero in una contesa tra mammiferi. E così lui, che tante volte aveva guidato sicuro nel fiume la possente mandria nera, ritenne di andare incontro ai leoni, come un eroe greco che nel momento della imminente morte fissasse negli occhi i persiani con sguardo spartano.
E' una mia impressione o non sono così gli animali del resto del mondo? Ne ho visti tanti. Qui gli animali sembrano tutti fieri, nella vittoria e nella sconfitta; e tutti sembrano passivi, indolenti sino a quando non li ammiri nell'atto predatorio o di fuga. II coccodrilli, per esempio: folgori di nervi e muscoli in azione, rocce di carne e ossa nella attesa; quando si animano all'improvviso e scattano spezzano il profilo della superficie come fanno i sottomarini con i ghiacci. Un animale (non sempre abbastanza piccolo) tra le zanne di un altro animale. Un sisma di morte eppoi la immobilità impera di nuovo.

Notti. Nei ritmi circadiani della natura la notte succede e precede il giorno, la luce. E le notti? E' scesa la notte sul campo di tende. La Croce del Sud, favorita dalla incontaminata atmosfera, è un segnale ipnotico di luci. La costellazione comanda il cielo, non va identificata come l'Orsa maggiore e Minore nell'emisfero boreale. Solo uscendo dalla transe, dopo molto tempo, ti accorgi del Resto (del cielo): spilli, sì spilli lucenti trafiggono un nero di fiaba. La prima volta che ho sollevato pigramente lo sguardo all'insù (quasi presagissi la visione)è capitato in una notte serena e fredda a Pilgrim's Rest, il luogo dei cercatori d'oro a nord di Pretoria. Comunque non conviene tenere troppo lo sguardo al cielo, soprattutto di notte e in Africa. Smarrisce.


Confondo due notti tra loro: ad Haziview, in Sudafrica, e a Kasane, nel Botswana. Unica è stata la impressione di potenza e impotenza. A soli cento passi dal protettivo boma, in direzione dello specchio d'acqua, al di là di un nugolo di zanzare e acacie, mi avventuro spavaldo e curioso e sprofondo nel soffice buio. Senza luna. Mi fermo. Mi sono allontanato troppo dagli umani. Mi rassicuro frettolosamente e decido di ascoltare l'ambiente. Il silenzio si frantuma in un frastuono crescente e preoccupante. Non sono solo e sono solo. Percepisco cose nel sé diffuso che hanno radici, si muovono, cantano, strisciano, volano. Voci notturne per lo più sconosciute che incalzano e tendono a coprirsi vicendevolmente. Sorge una onnipotenza effimera quasi mi sentissi un super-eroe con super-poteri. Non sto percependo amplificato un condominio di Roma. Qui è in atto una lotta per la sopravvivenza tra specie sonore diverse e me. Ora predomina il cra-cra metallico di un rospo in amore, ora colgo dei fischi prolungati o ad intermittenza (sono uccelli?). Inutile. Quando stai per concentrare e selezionare la sorgente sonora, essa soccombe ad una nuova e ricominci daccapo. E se quella cosa che sembra un fremito asmatico fosse un leopardo in avvicinamento? Se incroci un leopardo non incrociarne lo sguardo, mi ripeto quel che ha raccomandato il ranger. L'idea mi si insinua maliziosa. Io di certo non vedo nulla di notte (neanche con l'adattamento e le pupille dilatate, lui-leopardo sì che scruta con la sua retina dotata di soli bastoncelli: e mi sente con l'olfatto finissimo. Cacchio, di notte il continente nero si prende ogni rivincita e la sicumera bianca naufraga. Sale la marea di lento orrore, sento che sale dalle scarpe affondate nella soffice erba o urtate dalla roccia. Non le vedi neanche le tue scarpe ed acuisci le sensazioni tattili, magari accavallando le dita per sentire i piedi. Ho freddo dai piedi. E' la temperatura bassa o la paura? Essere alla mercè di tante presenze e bloccarsi nel respiro per non tradirsi ed ascoltare. Ancora un rumore, uno scricchiolo…E questo cosa sarà? Quanto vorrei essere un pitone che lascia sicuro la tana per la caccia notturna. No, non scappi subito: dolce, selvatica, la coscienza si apre a trecentosessanta gradi. E vivi, eccitato, in attesa del nuovo segno di vita (o di morte?) da cogliere nella folla di urli, risate, gracchiamenti e gracidii e tra onde di fogliame che si frangono sulla fragilità di chi è solo nella foresta trafficata. Qui vero che non hai scelta: o ti senti parte del Tutto o ti senti escluso e minacciato da Tutto. Ora capisco perché Hemingway talora uscisse da solo, di notte, nella savana, armato solo di lancia: la ineffabile ambiguità di essere contemporaneamente predatore e predato. Ma io ora torno perché non reggo alla marea di angoscia, non mi va di sfidare la fortuna. Di essere ancora vivo. MI metto improvvisamente a correre negli scarponi. E scappo verso l'abitato. Sono un codardo.
"Perché corri?" mi chiede all'arrivo un compagno allarmato. Mi fissa diffidente: "Ehi, c'è qualcosa lì fuori?".
Non posso ammettere in Africa di avere paura del buio, come un bimbo europeo. "C'è fuori tutto. E non si vede un cavolo."
"Hai ragione. Noi umani non vediamo. Ma siamo visti."
Annuisco per placare nei secondi l'ineffabile brivido che mi percorre il rachide."Già. Anche nelle metropoli la fauna notturna è diversa".

Tramonti. Pregate la sorte che non vi capiti un tramonto di quelli da moglie di Loth. Perché altrimenti rischierete di essere impietriti come il personaggio biblico già nei primi giorni di permanenza in Africa. Se si chiama sindrome di Stendhal quella che vi potete beccare dinanzi ad un manufatto artistico dell'uomo, si potrebbe chiamare sindrome della moglie di Loth quella che capita dinanzi ad uno spettacolo naturale (un mistico direbbe "manufatto di dio"). A me è capitato di ammalarmi calato in un tramonto sullo Zambesi, nel tratto lento e nobile che precede le cataratte di Victoria Falls, tra Zimbabwe e Zambia: ci si pietrifica dappertutto fuorché negli occhi che continuano a volteggiare qui e là nella spasmodica ricerca di particolari cromatici. E come esprimere il tramonto trionfale sul Chobe, nel Botswana?
Memoria indelebile che perirà con me. Il sole che cade velocemente, il nostro barcone silente (a motori spenti) tra istmi di terra bruna inframezzati da acqua rilassata. Sulla superficie riflettente, con lo sfondo di un gruppo di elefanti neri e lucidi al bagno (due adolescenti giocano a spingersi di testa), due becchi a forbice volano radenti il pelo rosa e nero dell'acqua raccogliendo larve di insetti e disegnando con il becco parti di ellissi; si inseguono (sono una coppia) i due uccelli e creano un movimento artistico sulla tela dell'acqua: immagini speculari di ali si combinano a quei cerchi di acqua smossa, come chiavi di violino sul pentagramma. Impressionismo di grande effetto, come neanche Claude Monet sarebbe riuscito a realizzare, lui che derubava la natura di colori e luci. Mi scuoto.


Le piroette dei volatili mi ricordano quelle di una coppia di innamorati visti sulla pista di ghiaccio del Rockfeller Centre di NYC. Rientro in me. Nella incertezza della luce calante ho fatto in tempo a cogliere un paio di ippopotami che elargivano una apparenza di rotonda passività. Quando nel campo percettivo (di luci e suoni) sono entrati degli impala fruscianti di eleganza, il quadro si completa. No, non sono sotto l'azione di sostanze psicoattive (chi ne ha bisogno?). Non era comunque opera umana quel set. La firma era di un dio.










Falco giocoliere







Coccodrillo del Nilo








fotogalleria AM


KENYA people


TSAVO EST animalia

domenica 26 novembre 2017

95 ANNI FA: CARTER e CARNARVON ENTRANO NELLA TOMBA DI TUTANKHAMON



95 anni fa, oggi, gli archeologi inglesi Howard Carter e lord George Carnarvon entravano nella Storia  entrando nella più bella e ricca tomba egizia a tremila anni dalla morte di TUTANKHAMON. Il tesoro straordinario - quasi intatto - è conservato al Museo Egizio del Cairo.










sabato 18 novembre 2017

LA TERZA CITTA' di SPAGNA: VALENCIA







Valencia è la terza città della Spagna e un porto importante del Mediterraneo. 



E' con lo svolgimento della Coppa America (2007) che Valencia diviene diffusamente nota a stampa, pubblico e turisti: urbanizzata secondo dettati architettonici d'avanguardia,  l’organizzazione della città è proiettata nel futuro pur mantenendo intatto un cuore storico di rilievo.  Valencia fu scelta come città ospite della America's Cup (32ma), ed il Consorcio Valencia 2007 assunse il compito principale di rimodellamento del porto di Valencia per rendere lo scenario adatto all'evento velico. Il risultato di questa massiccia riorganizzazione è La Marina Real Juan Carlos I, un grande spazio multifunzionale che  si  si trova nel cuore di Valencia, a nord del porto commerciale e lungo la spiaggia della Malvarrosa, dove sul lungomare ci sono numerosi ritrovi. Come successe per le Olimpiadi a Barcellona, anche questo evento sportivo di vela mondiale è stato un trampolino di lancio per la economia e sviluppo locali e ha ridato nuova vita a Valencia, creando un mix di creatività ed energia, una vera e propria explosión valeriana. 

Ammirando le grandi capacità tecnologiche e artistiche degli iberici non si può pensare tristemente alle tante occasioni perdute dagli italiani  che, per corruzione, per eccessiva burocratizzazione, per invidia politica e quant'altro, rinunciano al pragmatismo, al fare perseverando nella ottusa inerzia.


Diversi i luoghi da non perdere e le cose da fare a Valencia: la articolata Cattedrale (con un presunto Santo Graal), la Città della Scienza e delle Arti (imperdibile), il Barrio del Carmen con la sua movida. Non rinunciate alla visita dei mercati coperti (quello Colon e quello centrale) ed assaporate un piatto di paella valenciana (è buona in più locali). Se vi capita prenotate le tapas di Sagardi (in San Vicente Martir 6: cocineros vascos). 

Quando la scienza diventa arte: Santiago Calatrava


Comunque e dovunque andiate (non solo a Valencia) soffermatevi sull'opera straordinaria di Santiago Calatrava, architetto, ingegnere, scultore e pittore, nato a Benimamet nei pressi di Valencia, nel 1951: un superbo artista spagnolo ma di respiro universale cui si deve massima parte di quanto visitabile a la Città della Scienza e delle Arti. Lo stile di Calatrava - ovunque nel mondo abbia lasciato tracce antropiche che destano stupore estetico - combina la concezione visuale dell'architettura all'interazione con i principi dell'ingegneria sino allo spasimo (ci si chiede come si regga una volta, una struttura lanciata nello spazio quasi contro i principi della gravità): i suoi lavori spesso sono ispirati alle forme ed alle strutture che si trovano in natura, antropomorfizzandole. Buona visita. (a.m.)

Ciutat de les Arts i les Ciències (Città delle arti e delle scienze)

Il mercato Colombo

IL Mercato Colombo

La Stazione del Nord con la bandiera valeriana, spagnola ed europea

L'Arena nei pressi della Stazione del Nord

Tifo calcistico sempre alle stelle

Il Mercato Centrale

Il teatro dell'Opera di Calatrava



Il padiglione che accoglie l'Acquario di Valencia si deve allo scomparso architetto madrileno Félix Candela 

(foto am2017)

http://treccani.it/enciclopedia/santiago-calatrava/

mercoledì 15 novembre 2017

Elogio della Follia n.31: DI MAIUS CEPIT VASINGTONIAM, DI MAIO conquistò Washington.


Il nuovo CICCIOLINO della politica italiana?


I congiuntivi, le Capitali, tanto altro e ora il latino. La serie di "tonfi" (non "trionfi") del candidato premier Luigi Di Maio  si allunga. Ma ne aumenta il successo?


"Io quando incontro le ambasciate degli altri Paesi, come incontro i miei alter ego di altri Paesi...", dice il candidato premier in tv. Non solo una frase sgrammaticata, ma anche un latinismo usato a sproposito. 


Noi non facciamo politica ma la politica invade e pervade ogni area del sapere e del non sapere. Non si  può più tacere. Altrimenti parla (anzi urla) solo l'ignoranza. Come nella campagna antiscientifica contro le vaccinazioni.


Già il giorno dopo la intervista-monologo (a proposito, dove eri Fazio?) di Luigi Di Maio a  Che tempo che fa (RAI1), anche un cittadino di cultura non indoeuropea avrebbe intuito che "alter ego" non è sinonimo di "omologo". Ma Di Maio & Co. non hanno la cattedra di Italiano, protesterebbe qualcuno. Vero: non ha proprio cattedre né di Storia né di altro ma di certo pontifica e parla "ex cathedra" con il suo serissimo e elegante completo da Men in Black (dove è finito  lo zainetto che caratterizzava la sua gens?). Di Maio, è bene ricordarlo come ci tiene a sottolineare lui stesso, è anche vice presidente della Camera, carica prestigiosissima, carica cui avrebbe potuto ambire la onorevole Cicciolina-Ilona Staller nei suoi anni di "rottura" politica. 
Il candidato premier dunque offre ai Crozza nuovo materiale su cui lavorare (e riflettere). 
Ma nasce anche il sospetto che, dopo le prime uscite, Di Maio abbia fatto una strategia di questi "errori": cioè che sfrutti a proprio vantaggio proprio quegli errori-orrori. Così suggerisce Paolo Gallori di Repubblica. Ricordate le gaffe di Berlusconi? ricordate quanto ne abbiamo innalzato la popolarità? 


I movimenti originano da veri disagi ma dalle maree populiste emerge chi vuole cavalcare le onde della protesta, erigendosi a uomo "nuovo" e "qualunque". 


Un successo quello qualunquistico che è all'origine di tanti fenomeni storici che hanno contemplato totalitarismi ma che è stato importante anche per il successo imprevisto di social come FaceBook. 
Il Di Maio ignora (non ha mai studiato) che cosa sia il qualunquismo del dopoguerra, neologismo che, dalla penna di Guglielmo Giannini e dalla carta stampata,  sconfinò in poco tempo  costruendo dallo scontento popolare le fondamenta di un vero e proprio movimento-partito. Che vi ricorda? Il termine qualunquismo, poi rimasto nel lessico politico con evidente accezione negativa, definisce tutti quegli atteggiamenti di sfiducia nelle istituzioni democratiche, di rabbiosa diffidenza e ostilità nei confronti della politica (spesso corrotta quanto lo sono gli uomini di ogni epoca) e del sistema dei partiti, di insensibilità agli interessi generali, che si traducono in opinioni semplicistiche, in adesioni a teorie complottiste e in un proporre il Nulla ritenuto più sicuro del Tutto preconfezionato dal sistema politico imperante. Pur promotore di cambiamenti, il qualunquismo non riforma ed è tendenzialmente animato da forze centripete e conservatrici. Così già nel 1946 Velio Spano scriveva acutamente su L'Unità : 


"L'Uomo Qualunque è un movimento che costituisce al tempo stesso una sopravvivenza e una anticipazione del fascismo....i suoi dirigenti sono tristi speculatori delle sventure d'Italia, torbidi giocolieri che tentano di riesumare il fascismo vestendolo da pagliaccio..." 


Come non pensare al comico-politico per eccellenza? Come non pensare ai non-programmi urlati e non pensati? Come non pensare ai legami sempre negati a posteriori con la estrema destra? come non pensare alla pseudodemocrazia dei "webeti" dove comanda un monarca assoluto e al meglio una oligarchia di potere?


Ora il Di Maio è negli USA a diffondere la lieta novella. Con chi sta parlando? Con il Dipartimento di Stato, dice. Ma a nome di chi? in che veste? non pubblica ma privata. Eppure sta scimmiottando altri politici che lo hanno preceduto. Dalle sue parole sembra che Washington sia stata da lui conquistata: Di Maius cepit Vasingtoniam. 
Con chi parli e come parli non è dato sapere e lo vogliamo ignorare: così ci livelliamo al gradino più basso della filogenesi, alle forme di vita dei Cicciolinidi, forme di vita ancestrali prive di sistema nervoso centrale per le quali vale la locuzione latina "cerebrum non habet". (erasmo da rotterdam)













NOTE PER I "NON" 
(non c'entrano le brave persone che abitano nella trentina  valle di Non, chiariamo subito)

La locuzione latina Cerebrum non habet, tradotta letteralmente, significa non ha cervello (Fedro). È l'esclamazione della volpe che, avendo trovata una maschera teatrale, la trova molto bella ma priva di cervello. 

lunedì 6 novembre 2017

LUDOPATIA (GAMBLING): UNA DIPENDENZA IN CRESCITA VERTIGINOSA



Che la dipendenza da gioco d'azzardo, la cosiddetta ludopatia, sia un fenomeno crescente lo conferma la recente elaborazione da parte della Commissione Affari Sociali della Camera di un testo base sulle disposizioni per la prevenzione, la cura e la riabilitazione. Lo confermano i dati clinici di ogni professionista che lavori nel proprio studio.

Web e pubblicità mediatica vergognosamente invadente rinforzano un “vecchio vizio”, quello del gioco d’azzardo, con pericoli e rischi di grande portata per famiglie e coppie.


E’ attivo dal 2 ottobre u.s.  il telefono verde per le problematiche legate al gioco d'azzardo. Il numero verde 800558822 copre l'intero territorio nazionale, sarà attivo in via sperimentale fino al 31 marzo 2018 e garantirà sostegno dal lunedì al venerdì, dalle 10 alle 16, alle persone in difficoltà. 
Lo rende noto l'Istituto superiore di sanità che sottolinea come l'iniziativa rientra nel piano di ricerca, formazione e informazione, ideato e finanziato a gennaio 2016 dall'Agenzia delle dogane e dei monopoli e affidato nella sua realizzazione al Centro nazionale dipendenze e doping dell'Istituto superiore di sanità. 

numero verde 800558822 



Da tempo il fronte scientifico si sta muovendo per comprendere e arginare il fenomeno dilagante. In Toscana è in partenza uno studio innovativo finalizzato a verificare gli effetti della modulazione del controllo inibitorio nei disturbi da gambling con stimolazione magnetica. A coordinare lo studio in collaborazione con l'università americana di Harvard, il neuropsichiatra fiorentino Stefano Pallanti, professore associato all'università di Firenze, da anni impegnato nella ricerca sul tema. La ricerca è finanziata per due anni con 400 mila euro dal National Institutes of Health e questo come spiega Pallanti «evidenzia le caratteristiche di innovatività del progetto. Del resto» continua «non ci sono studi di modulazione inibitoria nel gioco d'azzardo mentre ci sono nella dipendenza da sostanze (nicotina, alcol, cocaina). Il modello è lo stesso» spiega l'esperto. 
L'indagine verte sul meccanismo di controllo inibitorio rispetto alle scelte economiche e sulla vulnerabilità di uno specifico circuito cerebrale. «Ogni dipendenza» spiega Pallanti «agisce sulla gratificazione immediata rendendo miopi rispetto alle conseguenze a lungo termine. Un altro meccanismo comune ai due tipi di dipendenza è quello di perdita del controllo: il giocatore, come un tossicomane, cerca di staccarsi dall'eccessiva pressione psicologica e dallo stress». L'idea è di verificare in che modo le tecniche di neuromodulazione come la stimolazione magnetica possano agire sui circuiti coinvolti nel controllo inibitorio. 

(tratto da Doctor33, 6 Nov 2017)