mercoledì 2 ottobre 2013

ELOGIO DELLA FOLLIA 19: la Lex? solo una Opinione



Una classe "eccellente" colta poco prima degli esami di Maturità (Liceo "Lucignolo", a Tangentopoli, 2013). Molti Docenti hanno ivi fatto domanda di trasferimento.

Udite, udite. Una studentessa viene "beccata" a copiare dallo smartphone alla Maturità di quest'anno e per questo esclusa dalla prova. Questo ai sensi dell'art.12 comma 5 dell’Ordinanza Ministeriale N°41/2012, che recita “I candidati saranno pertanto invitati a consegnare alla commissione, nei giorni delle prove scritte, telefoni cellulari di qualsiasi tipo (comprese le apparecchiature in grado di inviare fotografie e immagini), nonché dispositivi a luce infrarossa o ultravioletta di ogni genere. I candidati medesimi saranno avvertiti che nei confronti di coloro che fossero sorpresi ad utilizzare le suddette apparecchiature è prevista, secondo le norme vigenti in materia di pubblici esami, la esclusione da tutte le prove”. 
In Germania un ministro è stato costretto alle dimissioni per aver fatto "copia ed incolla" sulla tesi di laurea, di tanti anni prima. E in Italia? La ragazza (meglio i genitori) ed un avvocato pagato  hanno fatto ricorso al Tar della Campania. Quest’ultimo, tuttavia, ha respinto l’istanza della studentessa. Motivazione: anche negli esami di Stato possono essere applicate le sanzioni previste nei concorsi pubblici, con particolare rilievo per ciò che riguarda il DPR N°323/1998 all’art.13. La famiglia e l'avvocato non demordono e tentano l'ultima carta al Consiglio di Stato. Ma no, signori miei!, dice il Consiglio di Stato, leggete lo stesso art. 13 del DPR N°323 ma un poco più in alto, al comma 1, ove si specifica che è del curriculum scolastico che bisogna tener conto (!) e quello della studentessa era buono. Orsù siate buoni! Cosa volete che sia copiare da uno strumento vietato? La ragazza era solo più furba di altri compagni (che il telefono non l'avevano): in fondo non ha commesso nulla di disdicevole in questa Italia, ove la regola e l'osservanza della regola danno da mangiare solo ai legali. 
Così la Corte ha annullato la sentenza del Tar dando ragione alla giovane maturanda che, trionfante, ha salvato il suo esame di Maturità ed ha imparato - con il permesso di tutti - che la furbizia vince nella vita. Non il merito. E tutti vissero felici e scontenti. (Erasmo da Rotterdam)

venerdì 27 settembre 2013

ELOGIO DELLA FOLLIA 18: Arte, Politici & contraddizioni tutte italiane

Da tanto non parlavo e avrei voluto farlo.Voi Italiani siete straordinari nella contradictio in terminis. Fatemi sfogare con il latino. Non ho dimenticato che proprio nella terra del latino gli esperti ministeriali dell'istruzione e parte dei docenti stessi ritengono che lo studio del latino sia inutile e stanno sotterrando la Mater gentium del Vecchio Continente nella fossa comune della atarassia informatica e mediatica. Fatemelo dire a modo mio: "Voi Italiani siete straordinari nella contradictio in terminis", scusate, siete a dir poco contraddittori. 

Mi stavo quasi abituando - sarà per la senescenza avanzata? per il rispetto della diversità culturale? - al vostro "stile di vita" attuale, troppo spesso camuffato di esteriorità e parole-parole-parole che sgorgano come cascate da ogni programma televisivo e da ogni bar.  Ma procediamo con ordine, prima che smettiate di leggermi.
Siete in una crisi economica di portata globale come la UE, siete in una crisi politica nazionale (a differenza della Germania che dà lezioni di democrazia al mondo dopo l'oscura parentesi storica del nazismo) e continuate a gingillarvi con i miliardi di euro in passività. Debbo ammettere che dell'ultimo governo non mi dispiace lo stile "nordico" di Letta e di Alfano, al di là delle strombazzate quotidiane degli opposti schieramenti: quando questi personaggi pubblici vanno all'estero appaiono seri e credibili. L'incredibile è altro, è la poca credibilità della politica "in toto". 
  • E' di questi giorni la notizia che i questori del Parlamento hanno dato lo STOP agli affitti degli uffici dei parlamentari nel complesso elegantissimo "Marini". Che panorama si gode dalle finestre! altro che la bruma di Rotterdam che mi avvolge! Insomma, abbiamo appreso con la notizia che i contribuenti, oltre a pagare gli stipendi ai parlamentari (appannaggi reali...), oltre a finanziare per legge i partiti, oltre a vedersi spennati come polli dal fisco (i "contribuenti" non evadono il fisco), i contribuenti "veri" PAGANO anche i fitti degli innumerevoli uffici esterni dei parlamentari. Senza parole. Comunque il cittadino potrebbe tirare finalmente un sospiro di sollievo e dire: "Ah! finalmente hanno fatto qualcosa", "era ora che cominciaste a muovervi verso la cittadinanza che assiste allibita ai vostri arroganti privilegi"...No, non è affatto così: lo stop ci sarà ma - udite, udite - dal 2018! Ma la crisi più grave non è OGGI? Come arrivare al 2018? Perché non far pagare da subito ai parlamentari i fitti, senza entrare in merito alle scadenze reali dei contratti? Non si doveva poi ridurre il numero dei deputati da 630 a 450?
  • In questa penuria di soldi un intelligente disegno di legge del Governo ("Semplificazioni", si chiama) ha proposto una cosa che da tempo pensiamo: "fittare" (la parola non è bella) opere d'arte non esposte nei musei italiani a musei stranieri per periodi di dieci anni (forse venti è troppo, è quasi una generazione). Si sa nei magazzini giacciono "sepolte" opere d'arte bellissime che nessuno vedrà mai. Non pensate solo ai dipinti. Solo nei magazzini del Museo di Taranto, la cui Sovrintendenza copre il territorio dell'intera Puglia, ci sono migliaia di reperti archeologici che potrebbero arricchire esposizioni e consentire la fruizione culturale da parte di altri popoli, insomma "essere visionati", prima di tornare a casa. Nel frattempo fluirebbero nelle casse dello Stato fiumi di danaro che potrebbero consentire di mantenere dignitosamente Pompei, consentire un adeguamento delle strutture museali, una migliore occupazione, un decollo della economia in senso turistico, un rilancio della cultura. Ricordiamo di aver visto nell'antiquarium della  Università di Bari reperti archeologici catalogati con etichette tipo bottiglie da vino e riposti in cassette da frutta. Allora? Ecco che si sollevano gli scudi dei puristi dell'arte: ma come?!? dobbiamo rinunciare alle nostre opere quasi fossero frutta in esubero? Non c'è da rinunciare. C'è da cambiare stile di vita. Il paese Italia - ma nessun paese avrebbe le risorse economiche per farlo - ha un tale patrimonio artistico che è impossibile gestirlo senza adeguati introiti. Per esempio, l'Italia- che detiene il 6 % dei siti culturali Unesco (la cifra più alta al mondo) - stranamente non richiede all'ingresso un visto turistico neanche simbolico  da destinare all'Arte. Per qualunque visto, all'estero si chiedono cifre di decine di euro.  E non c'è niente di artistico da tutelare in alcune zone geografiche. Perché nessuno ci ha pensato? 
CONTRADICTIO IN TERMINIS? (Erasmo da Rotterdam)

lunedì 23 settembre 2013

AVVISO SIEB


La duplicazione sul BLOG di avvisi e comunicazioni tra STAFF ORGANIZZATIVO e CORSISTI dell'Istituto consente un accesso comunicativo ad ampio spettro. Tra l'altro il Corsista ha la possibilità di inviare una comunicazione attraverso i "commenti" a piè di pagina, aperti a tutti. Naturalmente sono operativi gli altri canali di comunicazione (email, facebook: "Seminari Internazionali Eric Berne", eventualmente tweeter ed sms). 

  • PROSSIMA SESSIONE DI ESAMI S.I.Co. x COUNSELLOR: TRANI, 25 Ottobre 2013, sede SIEB (portare documento di riconoscimento per la Commissione di esame).
  • 30 Novembre-1 Dicembre 2013: Convegno Nazionale S.I.Co. a ROMA, Hotel Eurostar Roma Aeterna, titolo: "Attuare il Counselling, la professione del Terzo Millennio". L'Istituto sarà presente.

Perché il Kenya è colpito dal qaedismo? riflessioni

Lo è dal lontano agosto 1998, prima del Grande Attentato delle Torri Gemelle (11 Settembre 2001), quando furono colpite le ambasciate statunitensi in Kenya e Tanzania. Gli attentati causarono 223 morti e circa 4000 feriti e furono rivendicati da Osama Bin Laden (!). Anche allora la situazione dell'Africa Orientale era in grave fermento bellico. Inoltre il Kenya è ancora fortemente cristianizzato: chi lo frequenta sa che le missioni cattoliche e cristiane in genere contribuiscono dal 1900 alla assistenza e transizione delle popolazioni verso forme di integrazione. Proliferano poi le sette cristiane con gruppi di fedeli che le sostengono (basta un giro sulla costa e nella periferia di Nairobi per vedere centri religiosi cristiani assai originali nelle denominazioni). Il Kenya, si sa,  è fortemente multietnico e le stesse ideologie politiche risentono della appartenenza culturale ad una certa tribù piuttosto che ad un'altra. Si veda il ns. articolo "Le Etnìe del Kenya" (rubrica "Africa", 2011). 
La etnia bantu dei Kikuyu (la più numerosa, dedita prevalentemente all'agricoltura e politicamente attiva), la etnia maa dei Samburu (pastori-guerrieri)  ed altre ancora resistono alla penetrazione islamica mentre  sulla costa (asse Watamu-Malindi-Mombasa, per intendersi), - lì dove originò, con il contatto del commercio e dello schiavismo arabi, la lingua ki-swahili - la islamizzazione impera tra le popolazioni bantu (Bajun, Mijikenda ecc.). La confinante Somalia è invece islamica al novantanove % e , pressata storicamente dall'Etiopia cristiana, è da decenni squassata dalle guerre intestine che hanno visto prevalere ora l'anarchia dei Signori della Guerra ora l'esuberanza delle Corti Islamiche: la Somalia non è uscita ancora dalla definizione di "nazione fallita": la povertà, la dissocialità sono poco rassicuranti (in Kenya Settentrionale si temono più i Somali che i burberi Turkana). Secondo molti, uno dei fattori di decadenza della "grande Somalia" è dovuto più che alla estrema disunione dei leader all'abuso di Kat, l'erba amfetaminosimile da masticare che appunto proviene con camion dal Kenya opve essa è liberalizzata. L'erba (Catha edulis) proviene dall'Africa Orientale per l'appunto e soprattutto dalla Penisola Arabica (da qui si riversa sul mercato occidentale, a Londra come Khat): si chiama anche Qat,  ma è nota come Miraa in Kenya ove la coltura dovrebbe essere resa illegale. Abbiamo visto tanta gente pericolosamente "persa" per l'uso di questa droga intorno al Monte Kenya, in territorio Meru, tanto da sconsigliare di chiedere informazioni sulla strada. Il commercio di droga parte da Isiolo, lo sanno tutti. E' curioso notare che la pianta è fortemente radicata nelle abitudini arabe.

Altro motivo di attrito tra Somalia e Kenya è che truppe keniote sono in territorio somalo per contrastare il dilagare delle infiltrazioni somale e qaediste.
Il Kenya è dunque terra da conquistare per i fanatici dell'imperialismo islamico, che non tollerano neanche le minoranze religiose. Solo ad Isiolo ci sono oltre dieci moschee ma il Kenya resiste.  Come la Tanzania continentale resiste ancora all'islamismo costiero ed insulare. Ci si chiede in Europa: fino a quando? (a.m.)

domenica 22 settembre 2013

THE DARK SIDE OF THE (CRESCENT) MOON: disastri religiosi

La guerra parcellizzata e globalizzata: rieccola.
 Un mese fa eravamo a Nairobi nel negozio Safaricom, al primo piano del centro commerciale  Westgate,  in quell’ area urbana che si chiama Westlands. Il centro commerciale, ora al centro della attenzione mondiale è stato attaccato dai fondamentalisti islamici di Al Shabaab, organizzazione terroristica della rete di Al Qaeda. Proprio dal retro di quel negozio di telefonìa arriva ai microfoni una testimonianza. Una donna italiana intervistata ha raccontato di essere rimasta chiusa negli angusti spazi di Safaricom durante l’attacco: erano una quarantina le persone in attesa angosciosa,  con i cellulari silenziosi e le luci spente finché le forze di sicurezza non le hanno liberate. Al momento si contano oltre 50 morti e duecento feriti. I  terroristi sono ancora asserragliati con le solite modalità presuicidarie al piano terra o nell’interrato. Filtrano poche novità, le forze di sicurezza nazionali sono chiaramente coadiuvate da consiglieri occidentali. Quanti ostaggi ci siano ancora lì non è dato sapere. Sono arrivati anche uomini delle forze speciali di Israele.  Tali presenze, pur necessarie, complicheranno il quadro politico anche in caso di risoluzione positiva: qualunque cosa si faccia è sbagliata nelle situazioni in cui si è incastrati da ogni parte. Il problema è che il Kenya intero è ostaggio e più di uno oramai – come noi che l’abbiamo vissuto – collega anche l’episodio dell’incendio dolosissimo all’aeroporto di Nairobi (in agosto) con quello che sta succedendo qui e altrove.
A Peshawar, da un’altra parte del mondo, oltre quaranta morti in una chiesa.

Nella Siria in fiamme, tra continui sequestri e torture inflitte a cristiani, nel villaggio di Maaloula sembra di rivivere Stalingrado: il villaggio ove si parla ancora l’aramaico che parlava il Cristo, ove la maggioranza cristiana si salutava con i musulmani in un clima “sonnacchioso” – come ha detto Bernardo Cervellera di Asianews -, oggi è in ostaggio a fondamentalisti islamici che sparano dall’alto. Il monastero di Tecla è circondato da pallottole fischianti e si prega. Egitto, Marocco, Sudan, Somalia. La lotta fratricida tra Sunniti e Sciiti.  Dunque, come ammesso dalle centrali terroristiche, il mondo è in fiamme. Cervellera ha ricordato come, al di là delle motivazioni addotte di volta in volta (p.e. ci si scaglia contro il Kenya perché è ancora cristianizzato e soldati kenioti sono nella Somalia che bolle da tempo), la realtà ideologica è che l’obiettivo perseguito dai fondamentalisti  è quello del Califfato del Levante, il sogno di unificare nell’Islam Medioriente, Sicilia e Italia meridionale (!) sino alla Spagna: quello che successe nell’espansione armata del primo Millennio. Si tenta dappertutto di “strappare il tessuto della convivenza” pacifica interreligiosa. Occorre ragionare e non essere impulsivi. Sollecitati in questo dal vivere gandhiano del Papa romano. (a.m.)

venerdì 20 settembre 2013

Un Uomo che non dimenticherò mai: Br. Giuseppe ARGESE



Mokululu è a NE del Monte Kenya
La mia infanzia è stata influenzata da alcune famose riviste che mio padre faceva circolare in casa. Una era “Conoscere”, rivista illustrata di scienze  e storia (mi hanno indotto a scegliere studi di medicina e antropologici); l’altra era l’edizione italiana della nordamericana Reader's Digest, fondata nel 1922 a Pleasantville (New York) da DeWitt Wallace e dalla moglie Lila, e raccoglieva una selezione di articoli particolarmente interessanti pubblicati da altri periodici. In sostanza Selezione del Reader's Digest, rielaborava il lavoro di altri, si diceva che lo "condensava", il che appariva evidente dal formato tascabile della rivista. Una rubrica che leggevo da bambino sulla storica rivista Selezione del Readers Digest si intitolava così: “Un uomo che non dimenticherò mai”. Uno di questi l’ho incontrato in Kenya, a Mokululu, a nord-est del Monte Kenya, in terra di etnia Meru: il fratello della Consolata Giuseppe Argese, un pugliese incallito, malgrado da tempo, per l’età, non rientri in Italia.
Il fratello dinanzi alla chiesa da lui costruita
Ha ospitato il nostro piccolo gruppo di medici e odontoiatri al rientro da una missione sanitaria svolta in agosto 2013 (tra Wamba, Sererit e Lago Turkana). Ci ha preparato dopo giorni di astinenza bucatini al ragù pugliese, frittura di cardi e – udite, udite -  cicorie e purea di fave: a vedere la tavola così imbandita siamo allibiti piacevolmente più che nel Chalbi Desert a entrare nell’oasi di Kalacha che interrompe le distese di terra arsa e sale bianco. Per risolvere il quesito manzoniano del “Carneade? Chi era costui?” qualcosa la dobbiamo dire. Nato il 10 novembre 1932 a Martina Franca (Taranto) il fratello Giuseppe Argese è al servizio delle popolazioni del Kenya quale Missionario della Consolata da oltre 50 anni. Dopo aver frequentato le scuole elementari in Italia ed essere stato interrotto negli studi dalle tristi vicende della Seconda Guerra Mondiale, egli diviene apprendista muratore: avvertendo profondamente il desiderio di aiutare il prossimo, prende i voti come Missionario della Consolata il 1 Novembre del 1953. Queste informazioni, si badi, le ho ricavate altrove perché il fratello ha un eloquio semplice e scarno, quasi laconico. Lavoratore umile ma di spiccate capacità ed intelligenza, da sempre tenace e determinato, si fa notare in Italia già per alcuni lavori nella casa madre di Torino e per una diga costruita sul fiume Pesio, che appare come un presagio della sua vita futura. Nel frattempo Giuseppe Argese incrementa le sue conoscenze tecniche presso l’Istituto Svizzero di Tecnica in Luino, con un corso per corrispondenza: così si svolgeva allora l’e-learning. Forse qualcuno ricorda il “Corso Radio Elettra Torino”, pubblicizzato in tv negli anni Sessanta: si svolgeva per corrispondenza.
Una delle Dighe che trattengono l'acqua all'interno della foresta equatoriale

I superiori notano le capacità del giovane e lo inviano in Kenya nel 1957 ove partecipa alla costruzione della cattedrale di Meru, delle chiese di Maua e Turu ed incomincia ad addestrare i locali al lavoro di muratori. Ma è nel 1959 che egli si imbarca in una delle imprese che lo renderanno famoso e degno erede della tradizione idraulica romana: pianifica e costruisce acquedotti a Egoji, Murinya-Kiirua, Nkabone, Riiji, Mikinduri, Tigana, Isiolo, Nkubu, Nthambiro, Timau e Kathita-Gatunga. Scusate il dettaglio ma non nascondiamo fin d’ora che ci fa meraviglia che questo uomo, che ha tanti meriti ed ha ricevuto riconoscimenti ovunque, non sia stato proposto per il Nobel della Pace. Ascoltate. Agli inizi degli anni sessanta comincia a lavorare al Tuuru Water Scheme, portando acqua alla Tuuru Home for Disabled Children colma di poliomielitici e gravi disabili ed alla popolazione di Nyambene. L’acquedotto di Nyambene, tuttora in funzione serve da decine d’anni una popolazione di oltre 300.000 persone nel nord-est con 250 km di condotte e oltre 8 milioni di litri d’acqua. Non è poco. Un medico salva se ci riesce una vita alla volta, un acquedotto – questa la visione non visionaria di fratello Argese – salva contemporaneamente migliaia e migliaia di persone. Non è pari ad un Fleming che scoprì la penicillina e salvò migliaia di persone (compreso lo scrivente all’età di un anno di vita)? Anche fratello Aldo Giuliani, a Sererit, sotto le Ndoto Mountains – ove abbiamo avuto il privilegio di fare ambulatorio per i Samburu -, ha raccolto con un acquedotto rudimentale acque montane e le distribuisce con la jeep tra le manyatte samburu. Un altro tenace missionario che rende lustro alla chiesa. Come tanti sconosciuti. Tornando al nostro Giuseppe pugliese, il progetto Tuuru Water Scheme  è in espansione, ci risulta, se le autorità locali non si faranno troppo attendere (corruzione politica ed indolenza non difettano qui come altrove).


Mercato Meru

br. Giuseppe Argese
Br. Argese è stato soprannominato  Mukini  - che significa “quiet man” , “uomo tranquillo” – ma anche affettuosamente “orso silenzioso”  che la dice lunga sul suo carattere fattivo e di poche parole: un cartello sul suo “chalet” in quel pezzo di Svizzera che è la missione di Mokululu avvisa della “orsità” del fratello che in realtà è assai ospitale e ricco di grezza comunicativa sui temi che lo interessano. Le sue opere non si limitano alle dighe, costruisce bacini di raccolta per mantenere flussi di acqua anche nei periodi secchi. La sua intuizione è stata quella di raccogliere acqua di condensa dal fogliame della foresta equatoriale, acqua che si sarebbe altrimenti persa.  Uno dei canali di raccolta scavati nella roccia non a caso si chiama “Giovanni Paolo II”. Qui la spiritualità si traduce dalla metafora alla realtà del quotidiano, si tramuta in acqua vera, acca-due-o, H2O. “Development of the human person”, questo è la autentica missione. L’uomo va edificato prima di poter scegliere di essere cristiano; la qualità di vita degli uomini avanti a tutto, questo il credo trasmesso dalle opere di Giuseppe. Non c’è bisogno di intervistarlo. Il missionario ha scarne parole ed opere grandiose. Basta curiosare nella dimora fabulistica, in quello chalet stridente con la africanità. Nello chalet dell’Orso silenzioso, tra gli infiniti appunti appesi alle pareti vi sono frasi tutte significative dei diversi aspetti personologici di un copione vocazionale: ”Non il riposo è riposo ma il mutar fatica alla fatica è riposo”. Un’altra frase dice, con grafia incerta: “ Ciascuno si qualifica per il suo nome proprio, per il suo carisma, per la capacità di fare andare avanti il mondo e promuovere il regno di Dio” Cammino nella incerta luce, scorro la parete con lo sguardo quasi furtivo nel timore di rubare il soul di questa filmica location. Ho pensato alla luce e mi ritrovo a leggere: “Non avventarti contro le tenebre; pensa piuttosto a tenere accesa la tua lampada”. La frase è ripresa da un certo Carmignac (cerco su Google appena possibile: Jean Carmignac? L’abate biblista studioso dei Manoscritti di Qumran?). Personalmente sono affascinato dal sapore essenico della Comunità di Qumran e del giudeocristianesimo. Ma sono d’accordo sul fatto che bisogna pensare globalmente ed agire localmente. Forse per questo sono qui come medico. L’impulso e la ragione si soccorrono a vicenda, dicendoti di fare qualcosa, di non perderti nel Tutto  e nella onnipotenza di cambiare il mondo: fai qualcosa qui ed adesso. Richiama il concetto di agency del sociopsicologo canadese Albert Bandura, quello per intendersi che dimostrò come i bambini imitassero la aggressività dagli adulti con l’esperimento della bambola Bobo. Procedo tra i pensieri nella stanza. Ecco che trovo il perché di quella vita fragile e poderosa al tempo stesso nell’ultimo foglio di carta di quaderno che fotografo (per memorizzare come una spia): “Come dice Aristotele ‘Dove una neces(s)ità  [con una esse] del mondo ed i talenti si incrociano, lì starà la tua vocazione”. Questa è la Spiegazione.  Frasi appese solo a punes che altrove suonerebbero enfatiche, retoriche o persino banali ed irritanti. Perché irritano le coscienze? Le persone troppo buone, siano esse missionari o papi, sono irritanti; quelle cattive sconfortanti.

Che Uomo è mai questo?   Il Path to Peace Foundation  ha assegnato nel 1999 a Br. Giuseppe Argese il titolo di  “Servitor Pacis” - Servant of Peace. Nessuno però lo propone per il Nobel della Pace. Perché non è famoso; perché è cattolico (e tutti i cattolici sono pedofili); perché non è Arafat (che portava il kalashnikov con sé anche a letto, tanto da irritare l’alleato egiziano Nasser); perché non è Obama (che è il comandante in capo delle forze armate USA, pronto a bombardare la Siria); perché non è Internet (parimenti proposta al Nobel); perché non l’UE (che si è premiata da sola con il Nobel della Pace, per non essere razzista come teme sempre di essere). In una fase storica di detensione etica (come la attuale)abbiamo bisogno di fiammiferi per orientarci nelle “tenebre”, figuriamoci quanto avremmo bisogno di fari veri. (achille miglionico)

mercoledì 5 giugno 2013

Giornate IAT 2013 Alberobello

Si sono svolte tra il 31 maggio e ed il 2 giugno 2013, le Giornate IAT 2013, arrivate alla 11° edizione, dal titolo “Dissonanze Armoniche e Collettività che Curano”, presso la tranquilla ed ecologica  Masseria Torricella ad Alberobello (Ba).

L’argomento delle giornate si è ispirato alla musica e alla danza del fenomeno del tarantismo, oggetto di diversi studi antropologici e etnopsichiatrici. Il tarantismo sviluppatosi fondamentalmente nel secolo XVIII e XIX, e con casi ancora documentati fino al 1970, ha rappresentato in terra di Puglia, e soprattutto nel Salento, un sistema culturalmente elaborato di liberazione dall’angoscia, una opportunità per le donne (ma non solo) di portare nel gruppo la propria sofferenza, di esperimentare ed esprimere i propri conflitti psichici, accolte da un contenitore gruppale emotivo-musicale, capace di far uscire il “veleno” del ragno.

Questo ragno-mostro (la taranta) viene internalizzato (= oggetto di identificazione intro-proiettiva)   e va ad interfacciarsi con la dimensione societaria,”rappresentando” il disagio psicosociale del singolo ritualizzato nel gruppo. Quasi sempre nella vita delle tarantate si riscontra(va) un qualche trauma psicologico, e attraverso un processo di “esplorazione musicale”, i musicisti ricercano la sintonizzazione con quella persona, con quel veleno-male, una musica personalizzata per collegarsi ad un processo di cura.

Così accade anche nel nostro lavoro come terapeuti: noi facilitatori del processo di cura stabiliamo un contatto unico con quel paziente, entriamo piano piano in sintonia con il suo pathos, accogliendo la  sua sofferenza, in un processo empatico che tesse una “rete” che aiuta la persona ad aumentare il suo livello di consapevolezza e accresce il ventaglio di possibilità d’azione e di libertà.
Le persone si ammalano nel gruppo e hanno la possibilità di curarsi e guarire attraverso il gruppo.
Oggi il gruppo e sempre più multietnico e multiculturale, e una preparazione antropologica è auspicabile, conoscere  lingua e le tradizioni dell’Altro, serve ad avvicinare l’ignoto, il diverso-da-me, che crea disagio (in me). Nelle giornate ci sono stati diversi contributi di esperienze terapeutiche di integrazione fra diversi popoli che convivono, anche al di fuori dei confini italiani. Una riflessione ha avvicinato la taranta al flamenco, nella realtà multiculturale e multirazziale di un altro meridione mediterraneo (quello spagnolo), e soprattutto del popolo gitano andaluso.La dimensione residenziale ha permesso a tutti i partecipanti di vivere momenti di intenso scambio, di condivisione, di riflessione e di amicizia. Non è mancato anche il divertimento, quando ci si è scatenati ballando nella serata di pizzica con musicisti dal vivo, o quando abbiamo visitato Alberobello (Patrimonio mondiale dell’Unesco) in una serata veramente speciale – malgrado la pioggia.
L’IAT, il promotore della 11^ Giornata di studi,  con il sapore di queste giornate pugliesi, organizza un nuovo appuntamento, l’anno prossimo,  a Firenze, ove ci ritroveremo in tanti. (foto e testo di Neus Lopez Calatayud)








 

 





 




 
 

martedì 4 giugno 2013

«Tayyp, dimettiti»: urla la Turchia. Erdogan: i manifestanti? solo un "branco di delinquenti"


Turchia in rivolta contro l'autoritarismo e la islamizzazione del primo ministro Recep Tayyip Erdogan (foto GYI / Uriel Sinai)



4 Giugno 2013. Istambul.  Tutto è partito da una delle città più belle del mondo ma il falò si è esteso inevitabilmente - come in altre "primavere" dal Nord Africa alla Siria -  alla intera Turchia. Ecco che un giovane di 22 anni è morto a sera del lunedi in Antakya, capoluogo della provincia di Hatay, nel sud della Turchia in fiamme da giorni per l'aperta protesta contro il regime islamizzante del primo ministro Erdogan. Il giornale Todays's Zaman riferisce che il giovane è stato colpito da un uomo armato durante una manifestazione: si tratta di Abdulà Comert. Oggi, martedì, è il quinto giorno di scontri con la polizia (e antimanifestanti?): si parla di oltre 1700 arresti. Nella notte è stato attaccato dai dimostranti il Palazzo del Sultano, sede del premier Erdogan.

 Il tutto, come è noto, è iniziato con una pacifica protesta di venerdì u.s. contro la decisione di distruggere il parco di piazza Taksim in favore di un centro commerciale. Cova nella Turchia di oggi lo spirito laicizzante del fondatore Ataturk il quale auspicava uno stato moderno e non teocratico, tollerante verso tutte le religioni, riformista e liberale al contempo. Nessuna religione deve fagocitarne altre. Nella nostra piccola esperienza- durante un nostro soggiorno in Turchia - ricordiamo, per esempio, le difficoltà di sopravvivenza di una chiesa cattolica di un grande centro dell'Asia Minore (che non nominiamo in quanto sarebbe facile individuare luoghi e persone). Una suora, che ci aveva aperto timorosa i battenti,  nel mentre era contenta di illustrarci la chiesa deserta, ammise l'azione continua di "mobbing" da parte del "vicinato": si  era arrivati anche ad interrompere "a singhiozzi"  la erogazione di energia elettrica per creare disagi alla sparuta comunità cristiana. Allora era ancora il 2005 e stava ancora salendo al potere il movimento islamico di sapore fondamentalista che molti cittadini temevano.
Oggigiorno la stretta evidentemente si fa sentire su ogni cittadino e si aggiungono, pur nella crisi globale e locale, le istanze delle nuove generazioni tese ad una più attenta gestione delle risorse ambientali, dopo anni di speculazione edilizia selvaggia che ha deturpato per esempio il litorale mediterraneo dell'Asia minore per arricchire le solite oligarchie economico-finanziarie. Forza Turchia, il Paese è di tutti. (m.m.)

Serge Latouche: il profeta della decrescita contro il paradigma dell’ “Usa e getta”





Sono anni che Serge Latouche, professore emerito di Scienze economiche all’Università di Paris-sud, nonchè  antropologo, porta avanti la sua critica all’ideologia utilitarista, rivendicando la liberazione della società umana dalla dimensione universale economicista, predicando il nuovo Verbo globale della decrescita.
Sia chiaro, niente a che fare con Monti ed il suo proverbiale rigore: il ‘Rigor Montis’, appunto. Latouche propone un’austerità intelligente, mettendo in evidenza come il modello economico dominante sinora, quello della crescita infinita, vada assolutamente abbandonato, non foss’altro per la finitezza delle risorse naturali.
Al paradigma della crescita infinita, il pensatore francese contrappone un nuovo paradigma di benessere, più intelligente, più socialmente equo e più rispettoso dell’ambiente, sostenendo, altresì, che vivere con meno è facile. E persino divertente: «La prima cosa da far decrescere -  afferma - sono gli orari di lavoro. Non solo siamo diventati tossicodipendenti del consumo, ma anche del lavoro. Diminuendo gli orari di lavoro si risolverebbe anche il problema della disoccupazione. E poi è necessario ritrovare la gioia di vivere, il tempo dell’ozio per camminare, per sognare, meditare, anche per giocare, per coltivare le relazioni sociali. Serve più tempo per l’amicizia, più tempo per la famiglia. Questo non lo dicono solo i partigiani della decrescita, ma anche illustri economisti e in particolare i sostenitori della così detta economia della felicità».
Nel suo ultimo pamphlet “Usa e getta. Le follie dell’obsolescenza programmata, uscito in Italia lo scorso 7 marzo per i tipi di Bollati Boringhieri, si scaglia contro la produzione di massa che - come sostiene - ha abbreviato drasticamente la durata delle merci e minaccia di coinvolgere gli stessi uomini nel medesimo vortice di repentina quanto insensata liquidazione.
Fantascienza? Purtroppo no, se pensiamo a quanto sostenuto da Umberto Veronesi in un suo recente scritto, ossia che: “dopo aver generato i ‘doverosi’ figli e averli allevati, il suo (dell’essere umano, nda) compito è finito: occupa spazio destinato ad altri, per cui bisognerebbe che le persone a cinquanta o a sessant’anni sparissero” (Veronesi, “La libertà della vita”, Edizioni Cortina Raffaello, pag.39).

Insomma, Latouche pare non esser proprio una Cassandra: il “ciclo breve” sembra effettivamente non dare scampo né alle cose, né alle persone, avvolgendoci tutti sempre più in una spirale di iperproduzione e turboconsumo, frutto della logica perversa del consumismo e della razionalità strumentale.
Afferma Latouche che: «Nella nostra vita ha fatto irruzione l’Usa e Getta, l’obsolescenza programmata dei beni. Una follia. Il trenta per cento della carne dei supermercati va direttamente nella spazzatura…Un’auto è vecchia dopo tre anni, un computer peggio ancora…E se non li cambi sei “out”… Viviamo di acque minerali che vengono da lontanissimo, in mezzo a sprechi energetici demenziali, con l’Andalusia che mangia pomodori olandesi e l’Olanda che mangia pomodori andalusi».
Nel corso delle 114 pagine che compongono il pamphlet, Latouche, dopo aver passato in rassegna gli antecedenti storici dell’«usa e getta», smascherandone l’ideologia sottesa, indica una via d’uscita: una prosperità frugale ma non pauperista che ci renda finalmente liberi dall’imperialismo delle merci, ed abbia come cardini la durevolezza, la riparabilità e il riciclaggio. ( Giovanni Balducci )

lunedì 20 maggio 2013

Al "Sissizio" di Maggio si parla del DOLORE

Trani, 18-19 Maggio 2013, Palazzo San Giorgio. Si è svolto con successo di pubblico qualificato il convegno sulla terapia palliativa e sul dolore organizzato in ECM dalla fondazione A.N.T., che festeggia 35 anni di attività sul territorio italiano, nella assistenza domiciliare ai ppzz affetti da neoplasie maligne. Ottimi referenti scientifici sono stati i ddrr. Claudia Laterza e Vincenzo Falco, medici dell'ANT. Hanno fornito il loro patrocinio il Ministero della Salute, SIGOT, APMAR, ASON, federDolore, FADOI Puglia, IPASVI e l'Istituto SIEB. Le giornate si sono chiuse domenica con il prof. F. Pannuti, fondatore dell'ANT, con aspetti penali e civili della responsabilità medica alla luce della L. 38/2010, legge che che "ci difende dal dolore" ma la cui applicazione è purtroppo ancora carente (avv. Antonio M. La Scala e Mario Malcangi). Ha concluso i lavori la Tavola Rotonda condotta dalla giornalista RAI e medico dr. Livia Azzariti sull'approccio al dolore: sono intervenuti la dr. Letizia Carrera (Dipartimento FLESS della Università di Bari), il prof. Mario Cassanelli (docente di Storia e Filosofia), il prof. Franco Pannuti (ANT), il dr. Achille Miglionico (psichiatra ed etnopsichiatra, pres. SIEB) e don Saverio Pellegrino, docente di Teologia morale. Di grande respiro l'intervento sulla "antropologia del dolore" del ns. dr. Achille Miglionico, il quale ha disegnato una area interdisciplinare tra medicina e antropologia medica. Vivace e pregnante l'intervento della sociologa Carrera sulla anempaticità di taluni medici; profonda riflessione ha stimolato l'intervento del filosofo Cassanelli. Non c'è che dire: un bel sissizio. Ma che cosa è/era un sissizio? era il pasto in comune dei cittadini di pieno diritto nell'antica Sparta che poneva anziani e giovani a confronto diretto: lì si rafforzava il senso di appartenenza, lì si annullava ogni differenza di ruolo, lì ci si scambiava rispettosamente opinioni libere in vista di decisioni di portata sociale. Una democrazia "in nuce". (testo e foto di  Nunzia Lucia Ardito)