lunedì 27 aprile 2026

LA CULTURA DEL DISSENSO [Non sempre si muore]. LA MOSTRA ROMANA DEDICATA AD #ANDREAPAZIENZA



Illustrazione di “Storie 1986-1988”, 
raccolta di racconti brevi, Andrea Pazienza - Fonte Ansa -


LA CULTURA DEL DISSENSO 

[Non sempre si muore]


Da aprile a settembre, nel quartiere Flaminio di Roma, sarà possibile visitare una grande mostra dedicata ad Andrea Pazienza, ospitata negli spazi della MAXXI – Museo nazionale delle arti del XXI secolo. L’esposizione, intitolata “Andrea Pazienza. Non sempre si muore”, prende il nome da una sua intervista del 1988 e raccoglie oltre 500 tavole, materiali d’archivio, tra cui bozzetti, lettere e poesie, e un grande murale restaurato, offrendo la possibilità di guardare al suo lavoro, edito e non, in modo ampio e immersivo.  

In modo naturale, complice la vicinanza con la Festa della Liberazione e il suo valore simbolico, questa notizia diventa per me più di un semplice evento culturale: si trasforma in un’occasione per tornare a riflettere su di una stagione del fumetto italiano in cui il disegno era anche una forma di dissenso, di critica, di linguaggio politico e generazionale. 


Andrea Pazienza, noto anche con lo pseudonimo PAZ, è stato uno degli autori più radicali e innovativi del fumetto europeo. Formatasi al DAMS di Bologna, nel pieno degli anni del movimento del ’77, ha esordito giovanissimo diventando rapidamente una figura centrale della controcultura italiana. 




Andrea Pazienza


Nella memoria di quanti hanno amato e amano il genere del fumetto, questa arte visiva, sequenziale e narrativa, in cui il racconto si svolge tra onomatopee, vignette e nuvolette, su tavole disegnate in cui prendono vita immagini e storie, Pazienza ha dato vita a personaggi – da Zanardi a Pentothal, fino a Pompeo – che non sono semplici protagonisti narrativi, ma veri e propri strumenti di lettura del disagio, del desiderio e delle contraddizioni di un’epoca.

Co-fondatore e figura chiave del collettivo di Frigidaire, rivista di fumetti, satira e inchiesta, questo straordinario artista ha contribuito a ridefinire il linguaggio del fumetto italiano, spingendolo oltre i confini tradizionali. Il suo segno, rapido e visionario, mescola energia, ironia e libertà compositiva, trasformando la tavola disegnata in uno spazio narrativo aperto e, assai spesso, spiazzante.

Scomparso prematuramente nel 1988, a soli trentadue anni, Pazienza lascia un’eredità che continua a interrogare non solo il mondo del fumetto, ma più in generale il modo in cui raccontiamo la realtà, il dissenso e le sue forme. Anche per questo, una mostra come quella del MAXXI non è soltanto un omaggio: è un invito a rileggere un’intera stagione culturale in cui il disegno, come tratto a mano e forma di pensiero, lontano dalle attuali contaminazioni dell’Intelligenza artificiale generativa, era, prima di tutto, espressione diretta e personale dell’autore. Sono dunque molteplici gli elementi per i quali, nonostante la breve carriera e una vita emotiva intensa, segnata da eccessi, Pazienza ha lasciato un’impronta profonda nella cultura visiva italiana ed è ancora oggi un punto di riferimento per molti artisti ed estimatori.




Frigidaire, la rivista

(https://www.frigolandia.eu)


“Paz e Pert”: quando il fumetto racconta il 25 aprile


Dicevamo che proprio di questi giorni cade la ricorrenza del 25 aprile, Festa della Liberazione, in cui l’Italia celebra la fine dell’occupazione nazifascista e la riconquista della libertà. Nel corso degli anni, questa memoria è stata raccontata in molti linguaggi: tra i più incisivi, c’è quello del fumetto, capace di descrivere vicende e momenti politici, semplificando, tra racconto, satira ed ironia, fatti e idee, generalizzando, ridicoleggiando, smontando i meccanismi del potere e riuscendo, assai più spesso di qualunque discorso, a fissarsi saldamente nella nostra memoria. 


Andrea Pazienza, artista geniale e ribelle, è stato certamente capace di intrecciare impegno civile, ironia e visione e se con Zanardi (Zanna), nichilista e crudele, incarna il disincanto degli anni ’80, con Pentothal simboleggia il movimento del ’77, sospeso tra sogno e conflitto, con Pompeo, fragile e autobiografico, racconta la vita di eccessi e la discesa nella spirale dell’eroina, con “Pertini il Partigiano”, apre un nuovo filone in cui Sandro Pertini si fa simbolo della Resistenza e presidente amato dagli italiani.






Pazienza trasforma Sandro Pertini in “Pert” e ne fa il protagonista di vignette surreali (Cfr. Pertini, Primo Carnera Editore, 1983) in cui Pertini si presenta come comandante duro e umano insieme mentre Paz è il suo goffo e sbadato “luogosergente” e, insieme, raccontano tra omaggio e parodia, in modo alternativo e originale la Liberazione: anche quando il modulo narrativo di Pazienza si fa leggero, ma non banale, il messaggio resta forte. Il lavoro artistico di Andrea Pazienza ci ricorda che la memoria non è solo celebrazione, ma anche interpretazione, dubbio, persino ironia. E che la libertà, per restare viva, ha bisogno di essere raccontata in diversi modi e linguaggi - anche quelli più irriverenti.





Arte e dissenso


Il “dissenso” e la “ribellione” rivisitati attraverso la narrativa fumettistica rivelano fattori storici, comuni e non, caratteri distintivi tra le generazioni e i loro ideali, si prestano ad una lettura stratificata permettendoci di cogliere quanto il dissenso sia importante nel condurre una generazione dal suo stato infantile alla sua piena maturità. A ciò potremmo aggiungere la fondamentale considerazione, di matrice analitico-transazionale, che ci offre il quadro dinamico di come gli stati dell’Io si alternino tra norme, regole, giudizi, razionalità, impulso e ribellione. 

Il fumetto di Pazienza diventa così anche una sorta di laboratorio emotivo: - mostra cosa accade quando il Bambino Ribelle domina; - denuncia l’assenza di mediazione (Adulto); - cerca, attraverso figure come Pertini, un possibile equilibrio.

Da un lato incontriamo spesso forme di dissenso senza direzione: sono ribellioni che nascono e muoiono in un giorno o poco più, non hanno alcuna reale autonomia, non nascono né da un bisogno autentico, né da obiettivi consapevoli, abitano corpi adulti ma non sono altro che l’esempio reiterato nel tempo del bambino adattato negativamente all’ambiente circostante: egli (il bambino ribelle) reagisce, crea un legame di dipendenza  “in opposizione” al volere altrui, e chiama impropriamente ogni sua reazione ribellione .. mentre, di fatto, ogni ribellione, priva di direzione, maturità e consapevolezza adulta, finisce per rivelare fragilità personali e rischia la deriva individuale e generazionale.


Infine, penso che la rappresentazione di una ribellione artistica così potente e creativa, come in Andrea Pazienza, in rottura con gli schemi culturali e artistici precedenti e densa di contenuti, abbia dato voce a una generazione inquieta, dai cui ideali possiamo ancora apprendere molto, sia come autenticità emotiva che come libertà espressiva: la sua non è solo reazione, ma una scelta evoluta e adulta di stili e contenuti comunicativi.

Oggi il dissenso tende a manifestarsi in forme più diffuse e immediate, spesso mediate dal digitale e dalla comunicazione rapida: meno radicale nella rottura, ma più accessibile e condiviso. Proprio per questo, il confronto con Pazienza evidenzia la differenza tra una ribellione vissuta fino in fondo e un dissenso diffuso che tende a disperdersi nella molteplicità dei linguaggi contemporanei.


Non tutte le guerre si fanno con le armi:

in un tempo di fonti incerte

di verità instabili 

e di realtà sempre più digitali, 

l’arte resta una forma potente di ribellione.



Lidia M. Ratti


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