Il titolo già lasciava presagire che l'ultimo film di Woody Allen ci avrebbe trascinato in un'atmosfera romantica e deliziosa. Siamo ancora una volta in Europa, tra la Provenza ed una raffinatissima e folgorante Costa Azzurra degli anni Venti, rifinita da Allen in ogni dettaglio, ed il bianco dei costumi, le note jazz, i salotti nei quali ci si fermerebbe per ore tra un drink ed una riflessione sul senso della vita, i verdi giardini, le eleganti auto che viaggiano su sinuosi tornanti accarezzati da mare e cielo che si uniscono fino a confondersi, sono la cornice di una delicatissima storia d'amore. Il magico chiaro di luna si riflette sul volto di un'incantevole medium che un gentiluomo inglese, arrogante e scettico, è pronto a smascherare. Stanley (Colin Firth, british dal cuore alla pelle) è un noto prestigiatore che indossa i panni di Wei Ling Soo nei suoi spettacoli di magia e viene invitato da Howard (Simon McBurney), vecchio amico e collega, a sconfessare Sophie (Emma Stone), impegnata a raggirare una ricca signora americana in vacanza con la famiglia sulla costa francese, mettendola in contatto con il suo amato marito defunto. Una tale assonanza tra immagini, parole, gesti e suoni donano all'ultima pellicola di Woody Allen carattere di sublime poesia, e mentre la magia dell'amore scolpisce l'animo di Stanley attraverso la luce del volto di Sophie, levigando anche gli spigoli più acuti del suo cinismo, l'inganno dell'amico Howard, al di là di ogni effettiva intenzione, si rivela capace di accorciare le distanze tra testa e cuore. Ed anche il più irremovibile nichilismo associato ad una saccente forma di misantropia cede sotto un cielo bianco di luna e sotto i colpi dell'ironia tagliente e buona dell'anziana zia Vanessa (un'energica Elieen Atkins). Forse nulla di nuovo per Allen, ma il suo morbido salto indietro nel tempo lungo un secolo è il numero di magia che ci ha reso parte di un mondo affascinante, e si sa, il Cinema, come le più belle forme d'amore, è capace di spostare i limiti di ogni realtà.Antonietta D'Ambrosio
giovedì 18 dicembre 2014
Magic in the moonlight: grande Allen
martedì 16 dicembre 2014
Mommy - recensione
Inquietudine e senso di soffocamento dato dal restringimento dello spazio entro cui Xavier Dolan ci racchiude, sono sensazioni immediate da cui si avverte l'urgenza di sottrarsi, di scappare. Ma Dolan non ci lascia tempo per proteggerci, ci inchioda alla poltrona trascinandoci fino allo strazio in uno spazio angusto dove si respira aria di amore malato con un'energia esplosiva, incontenibile, rumorosa. In un formato 1:1 fa muovere Diane (Anne Dorval), vedova da tre anni che fa già fatica a gestire la sua vita, eccessiva nei gesti e nel look, che tra una sigaretta ed una parola volgare, si vede costretta ad occuparsi di suo figlio Steve (Antonine-Olivier Pilon) dopo l'espulsione da un istituto di recupero per ragazzi borderline, a causa di un incendio provocato dal ragazzo. Noi siamo tra madre e figlio, in un amore morboso urlato, sussurrato, violento e sofferto, incapace di stare in equilibrio, finché non arriva Kyla (Suzanne Clément), la loro vicina. Gli occhi di Kyla sono coperti da uno strato di tristezza, buio come la voragine di un dolore troppo grande che la induce a distaccarsi dalla sua famiglia per proiettare su Steve l'amore verso il figlio perduto. I ritmi si fanno più lenti in un'atmosfera di gioia, complicità e cura paziente, ed il nostro respiro si allunga nella stessa misura in cui Steve allarga lo schermo sulle note di Wonderwall degli Oasis, lasciando spazio alla prospettiva di un futuro diverso. E' anche la misura del sogno di Diane che viene dopo aver raccontato a suo figlio di come la natura voglia che col passar del tempo lei lo ami sempre di più, così come lui dovrà imparare ad amarla sempre meno. Ma lo spazio di un sogno è un attimo che vola via con l'illusione che si possa forzare o cambiare la natura umana e la più dura realtà rompe l'incanto. Grande lavoro di Xavier Dolan, premiato a Cannes dalla giuria, che a soli venticinque anni è già al suo quinto film ed irrompe nelle sale come un tornado di fuoco e cenere e la cui splendida interpretazione è materia della follia.
Antonietta D'Ambrosio
sabato 13 dicembre 2014
ADDIO 'Schroeder'. Morto Davide Santorsola, pianista e compositore
"Suonare è una delle cose più belle che Dio ci ha dato"
(così ha detto Davide quando è stato ospite di RaiUno Mattina il 20/12/2012)
mercoledì 10 dicembre 2014
Congresso Nazionale SiCO Roma 2014
Roma 29 e 30 novembre 2014




Prima di tutto voglio ringraziare, nella persona della dott.ssa Gigliola Crocetti, tutti coloro che hanno lavorato all'organizzazione dello stesso.
Non entrerò nel merito di tutti gli interventi, anche se tutti hanno avuto un certo interesse. Un piccolo suggerimento: non sarebbe meglio avere meno interventi e lasciare più spazio, quindi, a chi relaziona?

Alcuni interventi sono stati realmente molto interessanti e hanno dato non pochi spunti ai presenti sulle potenzialità del ruolo del counselor in molte aree di interesse.

Argomento bello e sicuramente da approfondire quello presentato l dalla collega, dott.ssa Chiara Povero, intitolato "Il counseling entra a scuola: esperienze di ascolto in un contesto di apprendimento e Insegnamento". In merito sento di dire qualcosa che ho fatto notare anche durante il mio intervento. Abbiamo parlato di sportelli di ascolto, di orientamento scolastico e non solo. Purtroppo, però, non possiamo far finta che questi temi non siano di pertinenza anche di altre professioni, per questo nel mio spazio ho sottolineato quanto sia importante darci delle regole rigide e dure a livello nazionale.

Apprezzato molto anche l'intervento del collega Alessandro Vergendo che ci ha fatto sognare. Il suo ruolo di "guida" per molti atleti, in sport di altissimo livello, ha aperto un campo di possibilità per chi ha l'età ma principalmente le capacità di potersi inserire in questo campo.
Non me ne vogliano le persone e colleghi che non citerò ma ciò non vuol dire che non abbiamo imparato da ognuno di loro qualcosa di interessante e che non abbiamo arricchito il nostro bagaglio professionale.
Nella prima giornata non posso però non nominare la dott.ssa Maria Adele Azzi che ha relazionato su "La supervisione professionale di gruppo sul territorio". Interventi come questi sono fondamentali. Tutti noi, nessuno escluso, abbiamo bisogno di supervisione, di un confronto con i colleghi e pensare di essere infallibili e onnipotenti è un errore non poco frequente in coloro che lavorano nelle cosiddette professioni d'aiuto.
Nella seconda giornata, molto interessante l'intervento del collega ed amico dott. Rino Finamore sul bellissimo lavoro "Addiction Counseling: dalle comunità terapeutiche alle istituzioni scolastiche" che stanno svolgendo in Basilicata, con ottimi risultati.
Dopo di lui ho avuto l'onore di fare il mio intervento ma chiaramente non ne parlerò, , e chi vorrà potrà ascoltare il video di seguito pubblicato. Indubbiamente, però, non posso non prendermi la fantastica carezza avuta dai presenti e non condividerla con chi legge e non era lì. Il mio intervento ha avuto un bel riscontro e al termine sono stato contattato da molti dei presenti che mi hanno espresso un feedback molto positivo.
Dopo di me la lezione magistrale del prof. Franco Nanetti , mi ha realmente affascinato molto poichè bella e interessante, ma di lui ne parlerà la mia collega, la dott.ssa Barbara Palladino .
La Lectio Magistralis del Professor Franco Nanetti, il cui titolo Counseling: "nuove scienze" ed esperienza dialogica non lascia dubbi circa l'apertura pragmatica e propositiva ai moderni metodi professionali di approccio comunicativo al mondo delle emozioni, si è rivelata un affascinante quanto immaginifico momento di riflessione filosofica, psicologica e pedagogica sul senso della autenticità e della relazione di tipo alchemico-empatico su cui basare il contatto con l 'altro e il suo mondo interiore.
Nel ricordare l'antico racconto Chassidico "Il principe tacchino", scritto dal filosofo religioso Rabbi Nahman di Breslav, Nanetti ha guidato il pubblico curioso e divertito nella grottesca metafora della "non oggettività della verità" che, accompagnata da una "inesauribile domanda di senso" e dal dubbio del "cosa attende di essere imparato?" conduce colui che vive il conflitto alla comunicazione con il proprio complesso mondo emozionale.
Attraverso, quindi, la crisi identitaria, vista come momento di confronto con se stessi e i propri limiti; con l'ausilio della figura del saggio (counselor), cioè di colui che accompagna l'altro nel ritrovamento della "congruenza tra l 'interno e l'esterno" (fungendo da ponte per la riattivazione dell' autenticità, con un approccio dialogico e con un confronto empatico), nonché con uno sguardo al corpo e ai suoi segnali e alle numerose neuroscienze; il principe (cliente) riacquista uno stato di equilibrio emotivo che gli consente di affrontare gli eventi con un atteggiamento ok, anche nel caso in cui una "vera soluzione non c'è"...
Per dirla, insomma, con parole dello stesso Nahman di Breslav: "ricorda che anche se la soluzione fosse estremamente negativa, tutto potrebbe trasformarsi in una situazione rosea...".
Ciò che permane, nonostante siano trascorsi alcuni giorni dall' incontro è la sensazione di umanità colta, affabile e ironica che il Professor Nanetti ha lasciato in chi lo ha ascoltato. Del resto, seppur in una Lectio Magistralis, egli ha saputo energizzare con grande leggerezza e semplicità, lo stato empatico in tutti i presenti. Lampante riscontro si è palesato nella quantità sorprendente di volti sorridenti e di mani tese a ringraziarlo per le emozioni suscitate.
Le conclusioni non possono che essere positive, ma dobbiamo lavorare per favorire una partecipazione più elevata dei giovani in – formazione (forse anche un'iscrizione più bassa per loro andrebbe considerata dalla dirigenza). Personalmente credo che un incontro tra la direzione della S.i.Co., i vari delegati regionali e qualche rappresentante delle scuole di formazione, potrebbe portare una sinergia non indifferente per affrontare il presente e il futuro-prossimo della nostra associazione nazionale.
dott. Paolo Miglionico
dott.ssa Barbara Palladino
lunedì 1 dicembre 2014
I tre tocchi - recensione
Un film dove la settima arte si sprigiona in tutta la sua essenza, è lo sguardo di Marco Risi che penetra il Cinema attraverso il Cinema, sfondando le barriere di schemi e logiche che rispondono solo ad un mero e discutibile gioco di un miope mercato. Come Pirandello porta in scena Sei personaggi in cerca di autore, facendo teatro nel teatro, Risi porta la faccia di sei uomini nei nostri occhi per vedere l'effetto che fa, e se un provino è capace di cancellare il buio che c'è. Sono sei ragazzi, ognuno interprete della propria vita, che si incontrano regolarmente in un campo di calcio per giocare nella squadra degli attori diretta da Giacomino Losi fondata da Pier Paolo Pasolini, tutti alla vigilia di un provino. C'è Max (Massimiliano Benvenuto) che ha girato una fiction ed ora lavora in un ristorante, Gilles (Gilles Rocca) è interprete di fotoromanzi e schiavo della cocaina, Emilano (Ragno) è un doppiatore e fa il garzone nell'hotel Majestic di Roma, e disteso sui grandi letti delle stanze dove si rinchiude, sogna di essere il protagonista di noti film al fianco della sua icona Valentina Lodovini, Antonio (Folletto) è un giovane attore di teatro che consuma la sua esistenza accanto ad Ida Di Benedetto, una vecchia attrice ormai abbandonata a se stessa da cui si fa mantenere, Leandro (Amato) che torna a Napoli come attore di teatro pur di cancellare un'identità scomoda per vecchi conti in sospeso con la camorra, ed infine c'è Vincenzo (De Michele) che si occupa del padre gravemente malato e vive cantando in un ristorante, la cui immagine riflessa nel vetro di un portone è l'ombra dai contorni sempre più indefiniti di un'identità torbida e violenta. Concentrazione, visione e velocità, nel calcio sono i tre tocchi che consentono di procedere nonostante gli ostacoli verso l'obiettivo, ma l'identità di sei uomini messi intimamente a nudo attraverso la lente della macchina da presa, per mano di un autentico tocco d'autore, rivela che tra un manifesto ed uno specchio c'è una realtà fatta frustrazioni, debolezze e fragilità. È autenticità che si mescola alla finzione rimanendone vittima, è la realtà di Emiliano che si confonde col sogno a cui nell'ultima scena, travestiti da donna, prestano il volto Marco Giallini, Claudio Santamaria e Luca Argentero che lo bacia rivelando che il sogno ha lo stesso sapore amaro della realtà, e linea che li separa perde tratto e colore, è la forma che schiaccia la passione del pusher che danza sulle prepotenti note de Il lago dei cigni, lontano dagli occhi del mondo e da quella grazia che non gli è mai stata riconosciuta, è Max che torna nelle acque dove affondano le sue radici e si concede agli unici occhi dove riconosce l'amore, è Paolo Sorrentino che chiede "chi sei?". E' una preghiera recitata per un provino che si ripete sulla bocca di tutti ma su quella di Vincenzo ogni parola è rivolta a Dio affinché lo salvi da se stesso, è Marco Risi che pur non seguendo un filo canonico di narrazione, ci presta il suo sguardo che attraversa l'universo di sei uomini come una lama lasciandolo a brandelli.
Antonietta D'Ambrosio
giovedì 27 novembre 2014
JIMI HENDRIX: IL MANCINO DI SEATTLE avrebbe oggi 72 anni
Caro Jimi, ti scrivo anche se non mi conosci. Ero solo un ragazzetto quando suonavi ed io comperavo i tuoi LP. Oggi, 27 Novembre, avresti compiuto 72 anni. Dopo tanti anni mi preme di parlare a Te che hai rivoluzionato le sonorità della chitarra elettrica fondendo blues, R&B, soul, rock e altri dintorni. Tu, il Mancino di Seattle che avevi la nonna Cherokee e sangue messicano-negroide. Che cosa avresti scritto e suonato se fossi sopravvissuto a quella notte fatale e letale? Se avessi superato i 27 anni di vita, il mondo musicale ti avrebbe osannato ancora? Charlie Parker arrivò a 34 anni, anche lui stroncato dalle dipendenze che ne avevano minato il cervello già in età evolutiva. Allora si leggevano i classici tra un disco e l'altro ed eravamo smarriti dalla modernità dei classici, quasi che l'umanità fosse sempre la stessa. “Muor giovane colui che al cielo è caro”, così Leopardi traduceva da Virgilio. "Perché è così diffusa la morte prematura?" scriveva Lucrezio lasciando la domanda in sospeso ("Quare mors immatura vagatur?", te lo dico in lingua originale ma, non ti preoccupare, qui in Italia quasi nessuno capisce più il latino). Insomma ci chiedevamo: Sono gli dei a chiamare a sé i giovani? o sono i giovani a chiamare gli dei?
Per noi giovani di allora la morte di Jimi Hendrix fu un sisma esistenziale da "risistemare" in qualche modo. Non si trattava di una morte accidentale o per malattia. In me prevalse la rabbia: chi ha tanto da dare perché tanto ha avuto dalla Natura non dovrebbe far di tutto per tutelare se stesso e l'arte inscritta in sé? Così mi dicevo ragazzo, così ci dicevamo dopo il 18 Settembre del 1970, dopo quella notte al Samarkanda Hotel. Così ti scrivo oggi. Tacque all'improvviso la leggendaria Fender Stratocaster (almeno la Tua): ma la musica di Jimi Hendrix, continuò a primeggiare, continua a formare schiere di chitarristi.
Il Mozart è finito anche Lui nella fossa comune delle tossicodipendenze. Ne vediamo ogni giorno di zombi e cerchiamo di curarli. Talora, sai?, si esce dalla massa in ribellione individuale ma poi, con la dipendenza - che tutto e tutti zombizza - si rientra nella massa amorfa, inerte ed esanime della fossa comune. Peccato allora, peccato oggi. Ti pensiamo sempre con affetto e stima smisurata. (a.m.)
mercoledì 26 novembre 2014
Tre cuori - recensione
Il terreno di gioco è l'amore e la partita si gioca a tre, a dirigerla è il destino, unico vero protagonista dell'ultimo lavoro di Benoit Jacquot, presentato in concorso all'ultima Mostra di Venezia. Marc (Benoît Poelvoorde) è un ispettore delle imposte ed una sera, dopo aver perso il treno per Parigi, incontra per le strade di una cittadina di provincia Sylvie (Charlotte Gainsbourg) e a lei chiede indicazioni per un hotel, ma Sylvie tra un passo e una sigaretta diventa per Marc uno specchio a cui si concede, mentre si inoltrano verso l'alba che li sorprende con le anime affini. Tra loro parole, passi su passi, silenzi, ed i grandi occhi di Sylvie che si fermano in quelli di Marc mentre con due dita si porta gli angoli della bocca in su, disegnando un sorriso che gli offre in dono. Marc al mattino parte col primo treno, ed anche se non conoscono i loro nomi, si danno appuntamento a Parigi qualche giorno dopo, dove Marc non si presenterà in orario per un lieve infarto che lo coglie proprio quando sta per incontrare Sylvie che va via amareggiata. Le loro vite sembra che scorrano in parallelo, e mentre Sylvie decide di trasferirsi in America, Marc incontra Sophie (Chiara Mastroianni), una donna che si presenta presso il suo ufficio per un problema con la dichiarazione dei redditi e tra loro nasce presto una storia d'amore, ma Marc ignora che Sophie è la sorella maggiore di Sylivie. Il destino dopo aver giocato con Marc e Sylvie, unisce ancora i loro passi e li conduce verso un bivio dove il loro amore che era rimasto congelato tra le pieghe della vita, incrocia il forte sentimento che lega Sylvie a Sophie, dando luogo ad omissioni a cui solo la madre delle due donne (Catherine Deneuve) riesce a dare significato, alla luce di un forte legame che ha sapore di libertà e rispetto ed una complicità rara tra le tre donne. E sebbene il lavoro di Jacquot ci conduca a riflessioni alla Sliding doors, nelle quali ci si può perdere mentre la mente rimbalza tra una quello che è stato e quello che sarebbe potuto essere, a smorzare tale fascino è proprio la voce narrante che sente l'esigenza di spiegare, ed un inquietante e inopportuno sottofondo da horror (neanche da thriller) che incalza e stride, così come poco credibile risulta l'interpretazione di Poelvoorde che rasenta la parodia. Tanto che sui titoli di coda, per un epilogo che avrebbe potuto suscitare anche grandi e forti emozioni, ci sfugge un sorriso per una storia che di comico non ha nulla, in perfetto accordo con il contrasto tra il ruolo di Poelvoorde e la sua interpretazione.
Antonietta D'Ambrosio
martedì 25 novembre 2014
Due giorni, una notte - recensione
Il film è tutto nell'orizzonte grigio adagiato sul blu di due occhi, nel mare di lacrime che scende, negli abissi bui dell'animo da cui si prova ad emergere, e timide risalite a galla si riconoscono in un sorriso che trema o nell'intonazione di una canzone rock che risuona da una voce strozzata.È Sandra, magneticamente interpretata da Marion Cotillard, che lotta per venir fuori dalla negazione di se stessa, dalla malattia che conduce in un fondo che non conosce raggi di sole, e trascina anche noi che assistiamo impotenti. Nel momento in cui comincia a muovere i primi passi verso la guarigione, quasi pronta a tornare al suo lavoro di operaia in una piccola azienda che produce pannelli solari, viene informata dell'iniziativa del datore di lavoro finalizzata al suo licenziamento, che ha già indetto un referendum nel quale chiede ai suoi dipendenti di scegliere tra un bonus di 1000 negando il reintegro di Sandra a lavoro, o votare perché rimanga, dovendo però rinunciare al bonus. A Sandra viene concesso di ripetere la votazione in cui sia garantita la segretezza del voto, ed ha soltanto due giorni e una notte per convincere i suoi colleghi a rinunciare al bonus e restituirle dignità ed identità. Il nucleo della sua famiglia la sostiene, attraverso l'amore di Manu (Fabrizio Rongione) che colma ogni vuoto dei suoi occhi, e la collaborazione di Maxime ed Estelle, i suoi bambini che si lanciano nella ricerca degli indirizzi dei colleghi. Nel Belgio dei fratelli Dardenne, il loro sguardo si apre ad uno spaccato di vita fatta di stenti, lasciandoci intravedere il volto una classe operaia multirazziale che, sotto schiaffo di un ricatto che va oltre ogni etica, risponde con commossa solidarietà o con estrema violenza, con la promessa di chi è stato educato al bene del prossimo o con la vigliaccheria di chi si nega al dono. I fratelli Dardenne hanno lasciato la scena ai primi piani di un'impeccabile Mariot Cotillard senza aggiungere sfondi o cornici in modo che fossero il suo viso e le sue spalle curve a parlarci, e sarebbe potuto essere un ottimo film se il loro sguardo non si fosse assopito per alcuni lustri, richiamando alla luce una realtà che è stata vera negli anni ottanta, quando le differenze tra la classe operaia e la classe alto borghese dei piccoli imprenditori era tale da far intravedere una distanza in termini di potere economico, ma non è vera nell'Europa di oggi, in un momento in cui le piccole imprese sono le prime vittime di banche, pressioni fiscali e mercati sempre più spenti e dove si assiste ad una vera guerra tra nuovi poveri. L'epilogo ci solleva lasciandoci scorgere uno spiraglio che conduce verso la rinascita individuale, ma che potrebbe estendersi al sociale se si riconoscesse nell'inclinazione al dono il vero senso dell'esistenza.
Antonietta D'Ambrosio
lunedì 24 novembre 2014
Tribute to Walter Bonatti: la Mostra di Milano in previsione dell'EXPO
Walter Bonatti nasce a Bergamo nel 1930. Pochi avrebbero predetto che sarebbe diventato un
leggendario alpinista quel ragazzo nato in pianura, dal volto pulito ed il
corpo scolpito e fremente. Nel 1951 è alla sua prima
grande impresa alpinistica: con Luciano Ghigo scala la parete est del Grand
Capucin nel gruppo del Monte Bianco. Nel 1954 Bonatti è il più giovane
partecipante alla spedizione di Ardito Desio, che porterà Achille Compagnoni e
Lino Lacedelli sulla cima del K2: una impresa che favorì nella opinione pubblica
nazionale ed internazionale la rinascita dell’Italia postbellica. Il K2 ha
mietuto sempre vittime per il carattere estremamente ripido della cima e per la
difficoltà di posizionare utili campi-base.
Eppure quella grande impresa
italiana (che costò la vita alla guida Mario Puchoz e molte dita amputate dal
freddo ad altri partecipanti), nella veridicità, fu contaminata da polemiche e
vicende giudiziarie che, non nuove nella
nostra tradizione italiana, si sono placate solo molti anni più tardi, sancendo
che la versione di Walter Bonatti sui fatti occorsi era la più onesta e
corretta. Dopo quell'impresa comunque nulla sarà più eguale nella vita
dell’alpinista: da allora in poi, dalla scalata del K2, Bonatti preferirà
imprese “solitarie”. « Quello che riportai dal K2 fu soprattutto
un grosso fardello di esperienze personali negative, direi fin troppo crude per
i miei giovani anni. » (Walter Bonatti, Le
mie montagne).
Nel 1955 scala - in solitaria - il pilastro sud-ovest del Petit Dru, nel
massiccio del Monte Bianco: il celebre dado Liebig "il condimento ideale", gli dedicò una figurina dedicata alla "conquista delle grandi cime". Sembra incredibile. Altro che sponsorizzazioni odierne. Appeso alla parete del Dru, lo si vede raggiungere la meta con uno zigzag temerario e le manovre di pendolo: in un punto della parete lancia più volte la sua corda finché questa si impiglia sulle rocce, consentendogli l'ascesa. Mi sono sempre chiesto come facciano questi eroi quando si bloccano o devono tornare indietro.
Nell’inverno del 1965 scala in solitaria la parete
nord del Cervino aprendo una nuova via. È la sua ultima impresa di alpinista
estremo. Da allora in poi si dedicherà unicamente all’esplorazione e
all’avventura come inviato del settimanale Epoca,
settimanale famoso – lo diciamo per i
più giovani – edito da Mondadori nel periodo 1950-1997.
Non a caso il Catalogo in vendita sulla Mostra lo ritrae come su questo numero di Epoca.
Nel 1979 Bonatti lascia
Epoca. Dagli anni Sessanta pubblica
tanti volumi e fotoreportage che narrano le sue avventure in ogni luogo che
fosse poco o nulla calpestato dall’Uomo. Muore a Roma il 13 settembre 2011,
all’età di 81 anni, consumato da un fulmineo carcinoma del pancreas. Negli ultimi viaggi
lo aveva seguito l’attrice Rossana Podestà, divenuta, dopo un incontro
semifortuito, sua compagna di vita. Balzò al (dis)onore della cronaca il fatto
che alla Podestà non era stato concesso dal personale ospedaliero di assistere
il compagno, in quanto non “moglie”. Lei è deceduta 2 anni dopo la morte del
compagno.
Bonatti imparò a
fotografare per documentarsi prima delle scalate e per documentare le imprese
alpinistiche. Poi si innammorò della fotografia naturalistica. Alessandra Mauro e Angelo
Ponta scrivono nel Catalogo della mostra: “Molte
tra le sue folgoranti immagini sono grandiosi ‘autoritratti ambientati’ e i
paesaggi in cui si muove sono insieme luoghi di contemplazione di scoperta.
Bonatti si pone davanti e dietro l’obiettivo: in un modo del tutto originale è
in grado di rappresentare la sua fatica e la gioia per una scoperta, ma al
tempo stesso sa cogliere le geometrie e le vastità degli orizzonti che va
esplorando.”
Negli anni dell’alpinismo Bonatti usò fino al 1954 una
macchina Voigtlander; fino al 1965 una modesta Ferrania Condoretta: una camera compatta (non reflex! a mirino galileiano), risalente come modello al 1951, con obiettivo fisso Terog f4/40 mm diaframmabile sino a f/22, otturatore Aplon con posa B, 1 sec, 1/2, 1/5, 1/10, 1/25, 1/50, 1/100, 1/300; la messa a fuoco da 1m ad infinito si attuava ruotando la lente anteriore. Il formato della pellicola era 24x36 mm cioè il formato 135 che è stato il formato Leica adottato da ogni reflex (Nikon, Canon ecc.) sino all'avvento del digitale.
Dai
fotoreportage con Epoca si dotò di Olympus (è passato dalla Pen? la famosa reflex M-1, poi OM-1, è solo del 1972-73) e Nikon (la famosa Nikon F data dal 1959). Immagino che scelse via via sistemi più
avanzati anche per poter scattare foto a distanza con filo e radiocomandi.
L’esposizione dal titolo Walter Bonatti. Fotografie dai
grandi spazi, con l’ausilio di video, di documenti inediti e di un
allestimento particolarmente coinvolgente, ripercorre il racconto visivo, le vicende
esistenziali e le avventure dell’alpinista ed esploratore italiano. La mostra è
all’interno del fascinoso Palazzo della
Ragione Fotografia a Milano e va dal
13 novembre fino all’8 marzo 2015.
Le immagini in mostra testimoniano oltre 30 anni di viaggi.
Scatti unici nel loro genere che ritraggono un uomo in scenari da “infinito” leopardiano.
“È difficile separare
il ricordo di Walter Bonatti da quello delle sue fotografie – dicono gli
organizzatori della mostra che prelude
alla Expo 2015 - Ed è sorprendente scoprire quanto la sua figura e le sue imprese siano
radicate nella memoria di un pubblico tanto differenziato per età e interessi.
La persistente popolarità di Bonatti ha più di una spiegazione. Imparò a
fotografare e a scrivere le proprie avventure con la stessa dedizione con cui
si impadronì dei segreti della montagna: alpinista estremo, spesso solitario,
ha conquistato l’ammirazione degli uomini e il cuore delle donne, affascinando
nello stesso tempo l’immaginario dei più giovani.
Il mestiere di fotografo per grandi riviste
italiane, soprattutto per Epoca, lo portò a cercare di trasmettere la
conoscenza….. Molte tra le sue folgoranti immagini sono grandiosi “autoritratti
ambientati” e i paesaggi in cui si muove sono insieme luoghi di contemplazione
di scoperta. Bonatti si pone davanti e dietro l’obiettivo: in un modo del tutto
originale è in grado di rappresentare la sua fatica e la gioia per una
scoperta, ma al tempo stesso sa cogliere le geometrie e le vastità degli
orizzonti che va esplorando.”
Quando ero ragazzo mi affascinavano di lui le foto su Epoca
scattate all’isola di Komodo con gli enormi varani komodensi sullo sfondo:
allora nessuno aveva tentato un avvicinamento del genere. Quella foto non l’ho
trovata alla mostra ma ce l’ho stampata nella memoria : avrebbe condizionato la
mia indole di viaggiatore. Grande l'Ulisse dentro di lui e lo ha trasmesso.

E
le foto? La foto che riporto è stata scattata all’Isola di Pasqua (1969) e mi
ha colpito perché mai io – nel mio soggiorno a RapaNui – sarei potuto salire su
quella rupe, di basalto vacuolare friabile e umida:
ma lui si è arrampicato in
posizioni assurde per esempio risalendo La
Coda di Canguro, una crepa immane di oltre 150 m ad Ayers Rock (1969) o
tuffandosi a più riprese dalle rocce delle cascate Murchison del Nilo-Vittoria
in acque pericolose o nelle vicinanze di un ippopotamo, animale assai killer in
quanto fortemente territoriale. Eppure Bonatti non era un matto e andava via sempre per tornare. E raccontare. (achille miglionico)
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