sabato 24 ottobre 2020

FINCHE’ C’E’ VELA C’E’ SPERANZA








FINCHE’ C’E’ VELA C’E’ SPERANZA  racconta di un futuro possibile





Finché c'è vela c'è speranza - Achille Miglionico

pubblicato su Bolina n°: 389, pagina 105.

Rubrica: Sapore di Mare



In tanti non  lo avevano previsto né se lo erano immaginato neanche nell’anticamera del cervello, per usare una terminologia di mio nonno;  oppure avevano rimosso.   Qualcuno se lo aspettava e aveva tradotto la fantasia in sceneggiature per serie televisive che parlavano di scenari catastrofici, una volta di moda, ma quando una cosa la trasformi in SF o fantascienza c’è sempre chi arriccia il naso e può dirsi “non accadrà mai”. Invece la fantasia si fece Storia.

Qualcuno, a dirla tutta, lo aveva formulato solide ipotesi scientifiche ma era forte il rischio di essere linciato mediaticamente, come una Cassandra o un uccello del malaugurio. 

Per migliaia di anni - così insegniamo a scuola - l’uomo ha cercato di piegare la natura, ha sfruttato la natura, non più solo attraversandola attraverso la marcia incessante e gli spostamenti continui per procacciarsi cibo e sostegno: già nel passaggio dal Paleolitico al Neolitico, appena fermò il piede e divenne più stanziale l’Homo sapiens diede vita all’agricoltura ed all’allevamento e sorsero i primi aggregati semimobili o fissi di individui. Ecco che lo sfruttamento delle risorse naturali cominciò a essere più serio e sistematico: raccogliere legna da ardere per riscaldarsi e cuocere, lavorare legname per edificare ripari artificiali, bruciare tratti di foresta per farne colture, costruire attrezzi per cacciare, pescare, difendere, attaccare, lavorare la terra e cucire le pelli. Da subito l’Uomo preistorico fu scomodo per la Natura. Un esempio storico? Gli antichi romani si spostavano con le legioni costruendo castra e abitati abbattendo ampie aree boschive. La Natura sembrava inesauribile nelle risorse che metteva a disposizione di questo mammifero troppo evoluto e capace di autocoscienza. Come identità divina o divinizzata, la Natura avrebbe potuto ammirare questa curiosa creatura quasi con sorpresa (ed orgoglio?) visto che le popolazioni umane sembravano avere non solo attenzione al sacro con rituali gruppali sempre più complessi ma anche una particolare capacità di risolvere problemi tanto da superare vertiginosamente qualsiasi altro mammifero o essere vivente di Gea, la Madre-Terra. Sì certo la natura borbottava e si agitava di tanto in tanto: ora sussultava quasi indifferente con un sisma, ora con una megaeruzione, ora generando uno tsunami o diffondendo animaletti microscopici e microrganismi che facevano morire precocemente ed in tanti; per non parlare di inondazioni e  periodici cicloni, giusto per ricordare a chiunque chi avesse il coltello dalla parte del manico. Eppure quel primate intelligente, malgrado il prezzo pagato con innumerevoli vittime e perdite, spesso inspiegabili, era sempre lì alle pendici frementi di montagne che fumavano ed eruttavano fuoco, in quanto quel suolo era particolarmente fertile; erano sempre lì vicini alle acque del mare dei laghi e dei fiumi e sapevano superare pestilenze, carestie e siccità come nessun mammifero. Cadevano ma si rialzavano. Una iattura per la biosfera. 

Se dovesse capitare, tra le Operette Morali di un dimenticato poeta italiano, Giacomo Leopardi, di leggere il Dialogo della Natura e di un Islandese,  si rimarrebbe un poco male tra le varie battute del dialogo e il finale tragico; sembra di poco precedere il detto sulla la natura che  ha i denti sporchi di sangue di un certo Darwin che avrebbe scoperto la evoluzione biologica anni dopo, sempre nell’Ottocento. Poi la rivoluzione industriale con il vapore, i motori endotermici, la elettrificazione, la conquista atomica e  aerospaziale, e di seguito la rivoluzione informatica hanno fatto il resto. 

Insomma il fatto fu subitaneo pur non essendo inatteso.

La maggior parte delle fonti di energia elettrica si ridussero drasticamente sino al blocco totale dei macchinari. Uno storico avanzò l’ipotesi che fosse avvenuto - questo era stato previsto parzialmente - prima che si esaurissero realmente i combustibili fossili; prima che si contaminassero di sale le acque degli acquedotti sotto l’implacabile innalzamento del livello dei mari. L’acqua di mare infatti prese a salire con velocità centuplicata e saliva saliva ricoprendo coste, affogando la vita terricola, mangiando terra e città costiere, mordendo a grossi bocconi estuari, aggredendo fiumi che si ritrovarono invasi e accartocciati negli alvei: tutto con la maledetta decrescita dei ghiacciai. Come dopo le ere glaciali. Solo che questa volta non c’entrava la “Natura matrigna” leopardiana ma era esclusiva responsabilità dell’Uomo che aveva alterato in poco più di un secolo il clima attraverso il riscaldamento globale (da tanti, ahinoi, negato con pervicacia fino alla fine). Un processo che inaspettatamente durò pochi anni, non secoli come qualcuno aveva creduto o sperato.   Sulla terra si moltiplicarono siccità e pompe di estrazione e dissalatori per scongiurare la perdita rilevante di oro bianco. L’agricoltura, è noto, non ama l’acqua dissalata che va bene per tanti usi ma limita i cultivar. Gli insediamenti umani, affamati e assetati, arretrarono dappertutto, scomparvero paesi, villaggi costieri sino a intere città come Venezia; scomparvero sotto le acque isole come l’isola di Pasqua ed altri atolli polinesiani. Il turismo subacqueo di oggi fa intravvedere la bellezza dei reperti archeologici che una volta respiravano l’aria come noi. Si arginò, non senza atroci conflitti e difficoltà geopolitiche, il l’istinto di sopravvivenza e di prevaricazione del Decennio Buio (un medioevo oscuro e violento, privo di regole) ricostituendo una convivenza essenziale. Anche stavolta ce la facemmo, pur tra perdite personali e collettive degne di una Terza Guerra Mondiale che non è mai scoppiata: forse si capì, per la prima volta, che l’uno ha bisogno dell’altro e che assieme ce la si fa, disuniti si perisce. 

L’acqua fu equidistribuita per evitare scontri sanguinosi e conflitti ove non ci sarebbero stati che perdenti. Con l’uso razionato di  energia fotovoltaica (la Terra dall’alto appariva multispeculare come gli ommatidi di un insetto, tutti disponevano di sistemi fissi e mobili di fotovoltaico); con l’incremento di energia eolica e da maree si rimise in moto una economia più  locale. Sulla energia nucleare qualcuno aveva fatto o tentato di fare il furbo ma il mondo era scottato dall’ecocidio pregresso; nessuno voleva più il nucleare se non sui libri di fisica. Anche perché con la Crisi elettrica insorta e con la carenza di acqua da raffreddamento, molte centrali nucleari andarono in tilt e furono solo con difficoltà spente prima di contaminare il globo. Un mondo da adattare in fretta, troppo in fretta persino per le capacità del multiforme Homo sapiens. Un mondo che era cambiato nel corso di una vita, cioè in tempi biologici e non in tempi geologici, era troppo difficile da tollerare. Per almeno un decennio la causa di morte imperante fu il suicidio. Poi le cose migliorarono in fretta come erano peggiorate in fretta. Si ripristinarono le reti informatiche ma anche desueti sistemi di comunicazione che avevano consentito di sopravvivere in assenza e poi carenza di energia elettrica. 


E, con il risparmio energetico e con la ottimizzazione delle risorse operato dai poteri centralizzati dell’ONU, il trasporto terrestre, aereo e marino mutò per sempre. Sul mare si moltiplicarono le vele da uno, due, quattro alberi. Vele oceaniche per trasportare, per viaggiare, per migrare altrove, per esplorare. Se ne vedevano di tutti i tipi sulle acque: le suggestive vele latine, triangolari con la tipica antenna di sghembo; auriche con tanto di pennoni e boma; le classiche bermudiane; le particolari come i cutter, ketch, le catboat, le nuove agili golette. Come non parlare delle velocissime, quasi dei bolidi, come catfoiling, canting monofoil e altre? Quelle che non sembrano più barche in quanto volano sull’acqua staccandosi da essa grazie ai foil: nate per la competizione e difficili  da condurre,  ricordavano quegli strani insetti che non saltano da un punto all’altro a pelo d’acqua ma ci camminano come dei cristi oppure come dei ragni che corrono sul pelo dell’acqua, senza affondare. Si erano molto sviluppati, a mo’ di utilitarie dell’acqua, gli armamenti nautici semplificati  quelli dipodici: due alberi legati a U rovesciato. Senza strambate era più tranquillo navigare per gente non di mare e per le famiglie. E guardare mari e laghi pieni di fazzoletti di ogni colore lasciava sperare ed era uno spettacolo bello, in sintonia con la natura ferita: comunque ti dimenticavi che in assenza di vento alcuni oligarchi possedevano motori elettrici per le loro vetture e barche. I motori elettrici, assai perfezionati, erano appannaggio di pochi e comunque delle linee di trasporto marittimo e delle forze armate, insostituibili per vigilare i mari infestati nuovamente di pirati senza scrupoli. Anche la criminalità deve adeguarsi ai tempi. 

I più si ritrovavano ai tempi in cui vi era il Portum dell’antica Roma con le sue navi onerarie che trasportavano merci dalla periferia imperiale alla Caput Mundi che contava un milione di abitanti (più della popolazione attuale di Roma costiera di oggi  che non è un gran porto). Si procedeva a remi ed a vela per lo più e si navigava soprattutto nelle stagioni giuste, rimanendo talora bloccati nei nuovi approdi e porti che costellavano la nuova geografia delle nazioni. Un tempo per vedere tante vele assieme bisognava partecipare ai grandi raduni annuali che si organizzavano per diporto, come la antica “Barcolana” di quella che un tempo era una città costiera come Trieste (un quotidiano di informazione ne aveva ripreso una foto antica assai nostalgica).

Buon vento a tutti ed a te, in particolare, nipotina mia.




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