venerdì 18 dicembre 2015

LETTURE dell'attore Michele Lattanzio in occasione del LABORATORIO CULTURALE "AFRICADDIO" del 12 Dicembre 2015



LETTURE di Michele Lattanzio





CONVERSAZIONE INTRODUTTIVA  (Achille Miglionico)

Migrare è speranza
Migrare è portarsi una casa in un sacco
Migrare è paura

Migrare è violenza subita o da infliggere
Migrare è bisogno
Migrare è scappare (come Lot)
Migrare è allontanarsi o  lasciarsi alle spalle senza voltarsi a guardare (come la moglie di Lot)
Migrare è non sapere come si sarà accolti e se si sarà accolti
Migrare è essere cacciati da casa  per essere cacciati in ogni dove
Migrare è colonizzare
Migrare è esplorare
Migrare è scommessa
Insomma Migrare è una esperienza totalizzante

Migrare è umano. Nessun popolo è veramente autoctono, nessun popolo è veramente di un posto e viene sempre da qualche parte. L’uomo non si è mai arreso alla stanzialità; freme quando è fermo, se è fermo soffre. Perché “In principio fu il Piede” come scrisse in un famoso incipit l’antropologo Marvin Harris.
Guardando una mia foto scattata anni fa ad un mammifero colto dalla morte su di una spiaggia della Patagonia argentina, fui colpito dalle cavità oculari vuote. Ebbi a pensare – con Cesare Pavese -  “verrà la morte ed avrà i tuoi occhi”. Ed ho scritto qualcosa sul tema. D'istinto.




MEDITERRANEUM (legge Michele Lattanzio)

Spiaggiati come delfini.
Impazziti dal terrore delle tonnare, scappammo come inseguiti  ma lontana è già la rete sfrangiata che fu la libertà di un respiro.
Spiaggiati come delfini.
Scappammo come saette d’acqua che si infrangono sull’arena.
Spiaggiati come delfini.
Ma i cadaveri nostri sono più scomposti di quelli dei cetacei: saranno gli arti a renderci scomposti sulla battigia, quegli arti che fendevano l’aria e poi sembrano schiacciati dalla gravità;  saranno i visi capaci di tanti moti dell’animo che nessun mammifero è stata capace di eguagliare (vi immaginate un equino recitare una poesia?); così un cadavere di cetaceo  alla fine è più elegante del nostro che si spiaccica freddo ed immoto e gonfio e scomposto.
Spiaggiati come delfini.
Quanto poco è olimpionica  la morte anche se vince sempre, quanto non è olimpica la morte di Enkidu che sgomentò un dio come Gilgamesh. Dunque finirò anche io come Enkidu? Gridò spossato, in ginocchio il dio Gilgamesh con l’onnipotenza urticante di un bambino.
Quanto è adinamica la morte: ciò che non si muove in natura o è roccia o è non-vita, il nulla, pura entropia  vorace che tutto spalma nel pool atomico.
Spiaggiati come delfini.
Dalla rete all’arena. Fummo uomini e bambini prima di inalare vapori chiassosi di diesel, sbattuti nelle stive di navi: fummo uomini che mai più saremo.

Spiaggiati come delfini. (achille m.)



Segue una poesia  di Nicola DILEO, poeta di Barletta.




Ma quanto è grande il mare (legge Michele Lattanzio)
che ci separa?
è  (grande)  quanto la nostra disperazione
è l’insieme di tutte le lacrime dei nostri figli
ho dubitato    di essere pure  il figlio di un Dio minore
i miei occhi hanno toccato le stigmati  della guerra
un grande e continuo 
BUMM  BUMM   TATATATAA’  BUMM
a  segnare i silenzi.
Ho chiuso gli occhi
per un attimo
e ho usato il verbo dell’ immaginazione.
Ho desiderato il mare
ho attraversato il mare
per trovare qualcosa
che parli ancora
di  vita.

Lascio il mio paese
levo l’ancora dei miei desideri
il mio sorriso è stanco
sento il peso degli sguardi….
Cos’  è un uomo?
Un’ immagine riflessa
un’essenza  pura
l’anima che pulsa dentro.
Sono fatto delle tue stesse mani
le tue stesse gambe mi accompagnano
posso leggerti come una poesia
 tu sai essere una splendida poesia.
Proprio come te….
 ….sono altro.
Eppure ho bisogno di te
e forse non lo sai
ma anche tu hai bisogno di me.

Il sorriso di un bambino
spacca le pietre dei cuori contaminati
i bambini sono incuriositi dalle differenze
non le condannano
non sono stati contagiati
dal canto di ammaliatrici sirene
di demoni del basso profilo.
Ci sono grandi poeti 
del cammino verso la humanitas
che del potere del  sogno
sono stati cultori
bambini
fino alla morte.
Loro
sono rinati in due piccole mani strette
dal colore diverso
sono rinati
dal sorriso
che sa infondere  ancora forza al mondo:
quello di un bambino. (Nicola DILEO)



IMAGO - Una fotografia (legge Michele Lattanzio)

            


È da quando sono piccolo che amo il cielo stellato e tutto ciò che rappresenta. Il contrasto tra la luce e le tenebre, le infinità possibilità che offre. Una delle mie sette madri – quella che mi fu sorteggiata dalla Legge in adolescenza diceva che non avrei potuto camparci di questa passione, ma io fin da subito ho studiato e ho fatto carte false per diventare un fotografo del cosmo. Non posso dimenticare il mio primo servizio sulle comete della Nube di Oort, che mi fu pagato con sole due dracme: il corrispettivo di un ictocorno alla brace innaffiato da sidro. Era il mese nono del duemiladuecentottantatré ed ero contento di poco. Da allora ho ritratto un numero incredibile di corpi celesti del nostro Sistema, le colonie, le navi... e man mano che sono andato avanti, mi sono sempre più appassionato al fronte umano ed ho preferito ritrarre l’universo abitato. Grossi fremiti migratori attraversano il Sistema da circa un secolo. E’ dall’era dell'Homo erectus che non stiamo mai fermi ed occupiamo ogni spazio come gas. La sequenza storica? Gli esploratori, fuggiaschi e criminali, cosmonauti della Flotta, i colonialisti e approfittatori, mercanti della Lega ed infine i profughi; il Fronte centrifugo mira al subsistema marziano, dove sono nato novantotto anni fa. Da quando è scoppiata la Quinta Guerra, i transfughi della Terra sono diventati un soggetto inevitabile per me e per i miei colleghi più sagaci.
Volente o nolente, nella tratta tra la Terra e le colonie, non trovi altro. Dozzine di queste carcasse datate e malfunzionanti, che ti chiedi come possano prendere il volo e superare indenni l'atmosfera. Spesso sono catorci da museo, persino riconvertiti da navi a carburante fossile... roba che nemmeno i miei nonni avevano visto. Le foto e i filmati che vedete sui vostri device non rendono l'idea. E il problema non è solo questo, lo sapete. Tra quelle lamiere, sono stipati all'inverosimile, nelle peggiori condizioni igieniche, con percentuali di ossigeno ridotte all'osso, perché i trafficanti di uomini vogliono tanto risparmiare quanto tenerli buoni. È un miracolo che qualche nave arrivi a destinazione, e voi avete il coraggio di lamentarvi degli immigrati che ce la fanno. Gli incidenti sono così inevitabili e normali che ormai noi su Marte non ci facciamo più caso. Mangiamo mentre ascoltiamo della nave esplosa a contatto con l'atmosfera, preoccupandoci solo dei detriti che possano caderci in testa, e ce ne freghiamo ancora di più delle navi fantasma piene di morti asfissiati che finiscono per schiantarsi nella Fascia degli Asteroidi.
Quello che mi fa ribollire il sangue nelle vene è la mentalità del Marziano medio. Nel giro di poche generazioni, sembra che abbiamo dimenticato le nostre origini.
Per secoli abbiamo pensato che le risorse che potesse offrirci Gea, Gaia, come preferite chiamarla, fossero risorse infinite. Come figli ingrati e irresponsabili, abbiamo depredato ciò che continuava a offrirci la Madre Terra, senza ritegno, senza coscienza che l'avremmo impoverita fino a ucciderla, fino a renderla inospitale per noi stessi. Ci siamo scannati per accaparrarci gli ultimi scampoli di terra coltivabile, di acqua, di aria respirabile. Poi, i più fortunati ed audaci di noi sono fuggiti alla prima occasione, preferendo adattarsi alle pur difficili condizioni degli altri pianeti, pur di abbandonare il nido ormai avvelenato. Marziani, Venusiani, Titani... che cosa siamo, se non il parto di ex profughi?
Eppure, al giorno d'oggi, i Terrestri, coloro che non hanno voluto o potuto lasciare Gea, sono visti come numeri, al più seccature, problemi... immigrati, appunto. Io li vedo gli sguardi degli altri Marziani quando un clandestino, o anche un rifugiato politico, passeggia per le nostre città, stordito dall'ambiente diverso e dalla povertà. Hanno paura delle malattie, o della loro forza superiore nelle prime settimane dall'atterraggio di fortuna, prima che la denutrizione e la gravità li consumino. Ci meravigliamo, poi, che i più disturbati cadano preda della follia e del fanatismo, e arrivino ad assaltare le nostre navi, a sabotare i nostri sistemi di terraformazione. Queste distinzioni tra Terrestri e Marziani, tra Terrestri e Coloni in generale, non hanno senso. Lo sappiamo, ma fingiamo che non sia così. Il pianeta rosso ci avrà resi diversi nel corso dei decenni, ma siamo tutti umani. Anzi, siamo tutti terrestri, anche se siamo nati su Marte o su un altro corpo celeste. E invece tutti sembrano voler rimuovere questa realtà.
Perlomeno, fino a quella foto. È ridondante che vi dica che mi viene la pelle d'oca a ripensarci, ogni singola volta. Rimasi scioccato già quando vidi esplodere un compartimento della Yinghuo-21 sotto i miei occhi.
Non so cosa mi abbia spinto a fare quella foto di Petra Capaldi. Mentre scattavo, ero in uno stato... non saprei, ero inebetito, come spinto dal pilota automatico del cervello. Per questo non mi prendo meriti, se mai ce ne fossero. Non mi rendevo conto che stavo immortalando il... corpo di una bambina che fluttuava nel vuoto siderale. Solo dopo, ho guardato lo scatto, ho rialzato la testa, l'ho rivista con questi stessi occhi e mi sono... mi sono messo a piangere. Era lì, a cento metri da me. Soffocata a morte, gonfia... Non smetto di pensarci, di sognarla. Non smetto di chiedermi cosa avrei potuto fare per salvare lei, la sua famiglia o tutti gli altri trecentocinquantaquattro morti. Cercavano solo di fuggire da un incubo.
Non solo nessuno si preoccupa di chi fugge, ma nessuno si preoccupa nemmeno di ciò da cui scappano.
Miliardi di persone sulla Terra stanno soffrendo in maniera indicibile per una guerra senza senso, muoiono sotto le bombe, sono avvelenate dalle radiazioni, dall'inquinamento che i nostri avi si sono lasciati alle spalle... ma tanto, che c'importa? Siamo a due unità astronomiche di distanza. Non ci tocca. Siamo al sicuro, sotto le nostre cupole, qui, nei nostri avamposti puliti, asettici, artificiali.
 Per questo ho deciso di smettere di fotografare, dopo Petra. Non sopporto più l'idea di star lì a documentare, senza fare nulla per intervenire. Non posso stare con le mani, non posso più stare zitto. Finalmente qualche coscienza si è smossa, così dicono. Se sarà servita a far intervenire il nostro Governo, a varare un piano umanitario, a mandare aiuti sulla Terra per bloccare il male all'origine di tutto questo... sarà valsa la pena tutto quello che ho fatto da quando sono nato fino a tre giorni fa. Fermo restando che non mi faccio una ragione che ci volesse la foto di una bambina morta per far aprire gli occhi agli altri Marziani e far ricordare che siamo tutti umani. Anche quelli senza cuore. (monologo di Michele Miglionico)








LA SPERANZA DEL MAR MEDITERRANEO (legge Michele Lattanzio)


C’era una volta un vecchio che si chiamava Mediterraneo e viveva in un paesino africano affacciato proprio sul mar Mediterraneo. Faceva il cantastorie e spesso si sedeva sulla spiaggia e lì traeva l’ispirazione per raccontare storie di uomini coraggiosi del passato che avevano attraversato quel mare per scoprire nuovi mondi e nuove civiltà. Egli aveva un rapporto così profondo con il mare che gli sembrava di essere il suo interprete personale, tanto da darsi una spiegazione per ogni cosa che accadeva. Quando il mare è in burrasca, diceva, significa che è in collera con gli uomini che non lo rispettano, inquinandolo. Quando è sereno, invece, sembra che sorrida e lo si vede felice.
I bambini ascoltavano rapiti le storie del vecchio. Erano bambini poveri. Le loro famiglie vivevano alla giornata lavorando duramente e sperando che il giorno che seguiva fosse meno duro di quello precedente . 
Un giorno con il cielo grigio scuro, freddo e gelido, con il mare in burrasca in collera con gli uomini, arrivò in tutta la nazione un mostro che si nutriva di egoismo avidità e malvagità, avendo negli occhi la voglia di sfruttamento. In cambio, il mostro lasciava una miseria così nera che in alcuni paesi, per un misero pezzo di pane si uccideva. Alcuni si sottomettevano ai più ricchi e nello stesso tempo li odiavano. Crebbe in molti, con il dolore della misera, l’invidia per chi possedeva qualcosa. Allora, si rubava e si distruggeva non solo per mangiare, ma anche per odio, mentre i ricchi e i loro sottomessi si arricchivano sempre più alle spalle dei poveri che si uccidevano per vivere o che scappavano in cerca di fortuna.
Il vecchio girava per le strade, quasi deserte, vedendo con tristezza tantissima gente in fuga. I grandi partivano e i bambini li seguivano e si affidavano al mare. Partivano con la speranza che il mar Mediterraneo, l’amico mare, con la sua magia portasse intere famiglie verso altri luoghi più sicuri, verso una dignità.
La folla si addensava sulla spiaggia e venne spinta su un vecchio barcone insicuro e sgangherato che scricchiolava paurosamente. A bordo si stava gli uni accanto agli altri, in piedi, perché non c’era spazio.
Il mare però era tranquillo, sulla nave c’erano molti uomini e molte donne e c’erano anche due o tre capi che davano ordini e picchiavano con durezza chi si lamentava. Nella barca non c’era cibo nè acqua,alcuni bambini piangevano e i grandi iniziarono a lamentarsi. I capi li minacciarono di buttarli in acqua. Allora il mare incominciò ad arrabbiarsi. Si alzò il vento e la nave prese a oscillare sbattuta dalla furia delle onde. I bambini, terrorizzati, si chiedevano perché il Mar Mediterraneo fosse tanto in collera.

- Mare, mare dicevano fra le lacrime - noi bambini ti vogliamo bene, non essere in collera con noi.
Ma il mare non si calmò. I capi, per alleggerire la barca, buttarono violentemente in acqua alcuni uomini senza salvagente e senza che sapessero nuotare. Inutilmente i bambini chiesero al loro amico mare di salvare quegli uomini che vedevano dibattersi tra le onde gridando, finchè non scomparvero nei flutti. La barca scricchiolava sempre di più e sempre più minacciosamente e tutti temevano che dovesse spaccarsi da un momento all’altro, quando da lontano arrivò una nave, una vera nave bianca, grande e forte. Su di essa c’erano degli uomini vestiti di bianco e di azzurro che ai bambini apparvero come tanti angeli, quegli angeli di cui il vecchio Mediterraneo aveva narrato le storie più belle. In quel momento, la luna vinse il nero delle nuvole e i bambini videro sventolare, sull’albero più alto della nave, una bandiera tricolore.
- Siamo salvi! Siamo salvi! - esclamò un bambino e tutti esultarono felici.
L’amico sole iniziò a sorgere, l’ amico mare era tornato sereno, c’era l’ amico vento che soffiava leggero. Era il vento della speranza e della gioia. I gabbiani volavano felici e i delfini, in lontananza, saltavano allegramente. Viaggiavano ormai tutti sani e salvi, felici e al sicuro verso una Nazione accogliente, lontani dalla guerra e dalla miseria. Alla luce del sole, i bambini notarono che I colori della bandiera che sventolava sul più alto pennone della nave erano il bianco, il rosso e il verde.
I bambini erano felici, ma nel loro cuore aleggiava la tristezza per aver lasciato la loro terra e soprattutto per aver lasciato il vecchio Mediterraneo con i suoi racconti magici e misteriosi. La folla di profughi scesa dalla barca spingeva per inoltrarsi nella nuova terra e i bambini si sentivano trasportati quasi di forza.
- Ma dove siamo? chiese qualcuno
- Siete in Italia, a Lampedusa
rispose una voce.

Il cielo era ormai terso e luminoso e laggiù videro venire incontro a loro tanti altri bambini, quelli che abitavano lì e sicuramente erano più fortunati di quelli che avevano lasciato la loro casa. Ma c’era qualcosa... c’era qualcuno... Oh, meraviglia! chi
camminava in mezzo a quei bambini italiani? Ma sì, era

proprio lui, Mediterraneo, il vecchio caro Mediterraneo che anche lui, chissà quando e chissà con quale mezzo, forse con la sua vecchia barca o forse chissà, volando con il vento, era giunto su quella terra ospitale e ora veniva incontro ai nuovi arrivati. Allora, insieme a tutti quei bambini, il mare esultò di gioia ed i bambini italiani si misero a dipingere dei sassi colorati che regalavano ai bambini appena arrivati, c’ era pane e dolci e pasta per tutti, bambini e grandi. Gli abitanti di quell’isola meravigliosa su cui erano arrivati con tanta fatica e paura accolsero con amicizia i nuovi venuti e insieme, tutti insieme in un grande cerchio intonarono filastrocche e canti di pace, amore e fratellanza. Voltando lo sguardo indietro, i bambini videro le onde scintillare, come se recitassero una filastrocca che sembrava voler dire:
Ciao mi presento sono l’immenso mare Perché non mi vieni ad ascoltare?
Io so cantare e far sognare
I marinai possono navigare.
La mia acqua è salata e tu puoi nuotare. Se vuoi riflettere sulla mia riva lo puoi fare e con serenità puoi pensare.
Molta gente per vivere e prosperare
le mie acque deve attraversare
Il pescatore tanti pesci può pescare
Il delfino sulle mie onde può saltare
I bambini con me possono scherzare

Ma c’ è una cosa da imparare
Se vuoi che tutti i bimbi possano giocare con me, non mi devi inquinare. Evviva evviva impariamo ad amare
e rispettare l’ amico mare. 
(Davide Giustino)






Il racconto di Davide Giustino si è classificato al secondo posto    del Premio Letterario 
Nazionale "Porta D' Oriente Cultura e Libero Sviluppo del Mediterraneo " 
Durante la manifestazione  dell ' 11 Dicembre 2015,  presso il Teatro 
Petruzzelli. Tutte le opere sono riprodotte con il consenso degli AA.




Ha accompagnato le letture il chitarrista Marco Corcella.


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