venerdì 12 novembre 2010

Uno psicologo nei Lager

"Chi ha un perché per vivere, può sopportare quasi ogni come"

"Ciò che non mi uccide, mi rende più forte" (F. Nietzsche, citato da Frankl)



Ci sono libri che rappresentano una svolta vitale. Ricordo che quando lessi un libro di biologia cellulare durante il liceo, decisi che avrei studiato medicina. Ricordo che quando lessi un libro di Eric Berne ed un libro sulla comunicazione della Scuola di Palo Alto (Pragmatica della Comunicazione Umana) decisi che avrei approfondito il tema della comunicazione normale e patologica in psichiatria. Ci sono libri non da studio, opere della letteratura mondiale che, per la loro fulgida bellezza, ti fanno vergognare di scrivere anche una cartolina postale, p.e. La Recherche di Proust. Ci sono libri sperduti nelle biblioteche che valgono quanto un ciclo di psicoterapia. Libri che curano. Possibile? Eccone uno. Mi  ricapitò tra le mani il libro di Viktor Frankl intitolato Uno psicologo nei Lager (una vecchia edizione Ares, Milano, 1967) e fu una folgorazione: difficilmente rileggo qualcosa (per non perdere tempo nell'arco vitale). Un libro unico per costruzione semplice e messaggi che viaggiano tra scienza e storia personale. Viktor Frankl, l'Autore, è lo psichiatra e psicoterapeuta austriaco che ha introdotto la logoterapia, che si inserisce nella analisi esistenziale. Egli fu detenuto nei campi di concentramento nazisti (Lager di Theresienstadt, Auschwitz, Kaufering e Turkheim, dipendenza di Dachau) e sopravvisse (perse la moglie e altri membri della famiglia). Dopo la liberazione volle scrivere un libro che non è un resoconto ma "la descrizione di una esperienza vissuta": ci riuscì in pieno senza tediare e senza autocelebrazioni. L'A. avrebbe voluto firmare il libro con il numero di prigionia 119.104 ma poi ci ripensò e si firmò. Perché parlarne ancora? di Olocausto? perché Frankl asserisce p.e. che "nessuno ha il diritto di commettere ingiustizie, neppure chi ha subito un'ingiustizia" (p.150); per ricordare il  livello di sofferenza inferto sistematicamente da uomini ad altri uomini in tante circostanze storiche; per rispondere a chi non crede ancora o finge di non credere o dice "Anche noi abbiamo sofferto…" Il libro poi vale più di una ricerca se si vuole imparare le fasi sociali e psicologiche che un recluso (un sequestrato, un prigioniero ecc.) attraversa in condizioni prolungate di deprivazione non solo di  libertà ma anche di identità:  se l'uomo ha la fortuna di sopravvivere come Frankl vive ogni fase della vita-morte-rinascita. All'inizio vi è lo choc dell'accettazione; segue una relativa apatia (Frankle dopo anni di lager, durante un trasferimento ferroviario da un campo ad un altro, passò con il carro bestiame davanti alla casa propria di Vienna ma non la riconobbe emotivamente, quasi non vedesse che era la sua casa); ecco che dopo l'abbrutimento si fa strada la dolorosa riscoperta della interiorità e il ritorno - non agevole - alla libertà. Libertà. Ricordo che anche mio padre, di ritorno nel 1946 a casa, a Trani, dopo la prigionia di guerra in campo inglese  (Eldoret, in Kenya), non riuscì a dormire sul letto matrimoniale con la sospirata moglie "per tema di cadere": aveva dormito per anni al suolo e per ben un anno continuò a dormire in casa sul pavimento. Lo stigma di recluso e di reietto perdura al di là dei limiti temporali. (achille miglionico)  

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