lunedì 16 gennaio 2017

FANTASIA E REALTA’ NELLE FIABE PUGLIESI






FANTASIA E REALTA’ NELLE FIABE PUGLIESI


Un’analisi dell’intero repertorio delle fiabe e favole pugliesi può essere svolta grazie ad una comparazione  con i prodotti delle letterature regionali o con un esame delle narrazioni all’interno dell’area geografica regionale.
Nel repertorio delle novelle orali si avvertono i contatti con il Centro – Nord della Penisola in età aragonese; la Puglia subisce varie influenze culturali per le sue relazioni commerciali marittime con Venezia e con l’Oriente; sulla terra molti sono gli scambi favoriti dalle migrazioni dei pastori che seguivano le vie della transumanza che uniscono la nostra terra con l’Abruzzo; alcuni cantastorie siciliani giravano per le piazze dei comuni pugliesi facendo conoscere i loro racconti (la Sicilia fu il più potente centro di irradiazione); nel napoletano le narrazioni orali vennero maggiormente rielaborate letterariamente, a differenza di ciò che avveniva in Puglia.
Il Pentamerone o Lo Cunto de li Cunti overo lo trattenimento de’ piccerille di Giambattista Basile, pubblicato postumo a Napoli tra il 1634 e il 1636 dalla sorella Adriana, comprende cinquanta racconti divisi in cinque giornate; esso riconduce le novelle ai più elementari e vitali bisogni della “carne”, facendo esplodere gli elementi carnascialeschi in maniera eccentrica. 
Giambattista Basile (1566-1632), letterato e scrittore italiano di epoca barocca

Ad esempio nella Cerva fatata del Pentamerone l’evento del parto viene magicamente esteso agli oggetti: << […] di lì a pochi giorni, figliarono e la trabacca del letto fece un lettuccio; il forziere uno scrignetto; le sedie sedioline; la tavola un tavolino e il càntero un canterello verniciato così bello ch’era una delizia>>.
Tutto questo è sconosciuto nella fiaba popolare pugliese: nel racconto Due figli di pescatore a palazzo reale è presente solo il vaticinio del pesce al pescatore e il suo avverarsi con un tono che riporta alla realtà quotidiana, non all’eccezionale e magico: << “Ora puoi uccidermi. Solo ti raccomando di piantare le mie due piume in un campo e di serbare in due bottigliette il mio sangue. Dopo un anno vedrai che tua moglie partorirà due bambini, la giumenta due puledri e la cagna due cagnolini.” Il pescatore eseguì quanto gli veniva suggerito e allo scadere di un anno si avverò tutto quello che gli era stato predetto >>. Nel Pentamerone l’elemento magico è strabordante; nella narrazione popolare pugliese il magico rientra, invece, nella normalità.
La narrazione popolare ha delle caratteristiche ben precise: l’aderenza al mito ed ai suoi canoni (<< C’era una volta… >> è la formula iniziale che sancisce la possibilità di ripetere un fatto più e più volte) ed il gesto che caratterizza l’oralità del narratore popolare e che rende superflua la descrizione verbale, per cui il linguaggio del racconto orale è secco e laconico.
Circa lo stile della narrazione pugliese, si evidenzia la predominanza del discorso diretto; lo scarso uso di sostantivi astratti e di aggettivi qualificativi, molti dei quali sono polivalenti; l’uso dell’aggettivo ripetuto per formare il superlativo; l’uso prevalente del tempo presente dei verbi.
I personaggi narrati da Basile nel Pentamerone sono re, regine, principi e principesse, coerentemente con la tradizione medievale e rispecchiando la realtà storica sotto gli Aragonesi di scollamento tra popolo e potere regio e baronale: il letterato cortigiano doveva adulare i potenti attraverso le fiabe e le favole. Nelle fiabe pugliesi re, regine, principi e principesse ci sono, ma non come protagonisti: qui sono i contadini, i pastori, i pescatori il fulcro del racconto. 

Nelle storie pugliesi, ma anche in quelle abruzzesi, lucane o calabresi, la figura dello zappatore è al centro dell’ambiente contadino. 


In tutto il Sud Italia è avvenuto un processo di cristianizzazione dei personaggi–eroi positivi o adiutori: santi protettori, madonne salvatrici sono paragonabili ai maghi ed alle streghe della tradizione nordica o ai re ed ai principi della tradizione favolistica letteraria di corte.
Tra i temi narrati, quelli più ricorrenti sono: la fortuna, intesa come fato imperscrutabile, dea bendata che dà o toglie ricchezze; il tesoro nascosto, ritrovato dal contadino nell’atto di zappare la terra, la contesa tra Ricchezza e Morte o tra Miseria e Morte; l’aiuto magico di folletti (soprattutto nelle fiabe salentine, ma anche nel resto della Puglia, forte è la presenza dello Scazzamurello, un piccolo genio ambivalente che elargisce favori ma anche dispetti); l’idea del brigante-galantuomo; l’aiuto fornito dal comparatico o dal vicinato (di solito il compare di battesimo o di cresima, scelto tra persone della stessa classe sociale di appartenenza o tra classi superiori, di solito medici, avvocati, preti; la vicina di casa che accudisce i bambini che le vengono lasciati in custodia); riferimenti a paesi o fatti locali (le burrate di Andria, i briganti di Bovino, il Santuario dell’Incoronata, ecc.) che servono ad accrescere la credibilità del racconto.

Un esempio tra tutti in cui riecheggia il racconto di Adamo ed Eva nel Giardino dell’Eden:
IL PAN D’ORO in Fiabe pugliesi di G.B Bronzini e G. Cassieri (1983)

C’erano una volta un marito e una moglie che vivevano tanto miseramente da rischiare di morire di stenti. Una mattina, spinto dal bisogno, l’uomo disse: << Voglio andare a vedere se riesco a buscarmi una giornata di lavoro in campagna, anche se non mi reggo per la fiacca. >>
Andò infatti in un fondo e trovò da zappare.
Mentre zappava, passò il re e gli chiese: << Buon vecchio, che stai facendo? >>.
<< Eh, signor mio! Sto cercando di guadagnarmi qualcosa per non morire di fame. Ma non ce la faccio più per la debolezza. >>
<< Ora ti darò io un pezzo di pane speciale >> rispose il re << ma non devi darlo a nessuno. Devi mangiarlo solo tu. Con una fetta potrai saziarti per molto tempo e fare a meno di venire a lavorare; attento, ripeto, a non darlo a nessuno. >>
Il vecchio se ne tornò rianimato a casa e la moglie nel vedere quel pane gli domandò: << Chi te l’ha dato? >>
<< Sta’ zitta, moglie mia. Me l’ha regalato un gran signore e m’ha detto che con questo pane saremo sazi chissà per quanto tempo e che non ho più bisogno di lavorare. >>
Allora la moglie suggerì: << Perché non lo portiamo alla comare che ha bottega, così ci dà in cambio un po’ di pasta? >>
<< Forse forse hai ragione >> si grattò la testa il marito che tuttavia si dispiaceva di tradire la promessa fatta al benefattore.
E lo portò alla comare la quale gli diede non solo la pasta e l’olio ma anche ceci, fave, cicerchie e insomma un po’ più del necessario.
Sennonchè, terminate le provviste, il brav’uomo fu costretto di nuovo a rimediarsi la giornata e, ripassando il re da quelle parti, si sentì rivolgere meravigliato:
<< Ancora qui ti trovi? Che ne hai fatto del pane? Ti dissi che non dovevi darlo a nessuno… Basta, ora te ne regalo un altro pezzo e pena la tua vita se lo dai a qualcuno! >>
Quando il vecchio tornò a casa tutto contento, la moglie vide il pane e riprese a tentarlo: << Marito mio, portiamolo alla comare. Vedrai quanto bendidio ci darà. >>
<< Eh, no, cara moglie >> si oppose << ne va di mezzo la mia vita. Quel signore me l’ha detto e ripetuto. >>
<< Diamogliene almeno la metà >> insistette la donna.
<< Be’, la metà si può anche darla >> si lasciò convincere. << Avanti, prendi il coltello e dividiamolo in due. >>
Ed ecco che, così facendo, vennero fuori dal pane tante di quelle monete d’oro che la moglie, per la gioia, cadde al suolo e morì.
Il vecchio allora lasciò passare l’ottavario, prese il pane con tutti i marenghi che c’erano dentro, si trasferì in casa della comare e là visse felice cent’anni.
Il popolo da allora si passò il detto:
Vedovanza, allegra panza, godi e prega in abbondanza.  (Rosa Maria Ciritella) 




BIBLIOGRAFIA di riferimento

  • Giambattista Basile, Lo cunto de li cunti. A cura di Michele Rak, Milano, Garzanti, 1986. L'opera fu tradotta in italiano da Benedetto Croce, il quale la definì "il più antico, il più ricco e il più artistico fra tutti i libri di fiabe popolari". La sesta narrazione della prima giornata: La Gatta Cenerentola è la prima e la più antica versione di Cenerentola, quel racconto popolare tramandato in tante versioni provenienti da diversi continenti, che sarà ripreso  dopo alcuni decenni da Charles Perrault (Cendrillon) e, nel XIX sec., dai Fratelli Grimm (Aschenbrödel): Cinderella del 1950 e le altre produzioni Disney si basano in gran parte sulla versione di Perrault. Dalla novella di Basile è invece tratta l'opera omonima di Roberto Simone  musicista napoletano nato nel 1933.
  • Angela Albanese, Metamorfosi del Cunto di Basile. Traduzioni, riscritture, adattamenti, Ravenna, Longo, 2012.
  • Varie sono le raccolte di fiabe di cui disponiamo: tra queste le maggiori sono Fiabe e canzoni popolari del contado di Maglie in Terra d’Otranto raccolte da P. Pellizzari (1881), la raccolta di G. Gigli (1893), i tre volumi di Fiabe e novelle del popolo pugliese di S. La Sorsa (1927, 1928, 1941), i Racconti greci inediti di Sternatìa di P. Stomeo (1980).
  • Fiabe pugliesi di G.B Bronzini e G. Cassieri (Oscar Mondadori, 1983, si veda copertina in foto).
  • materiali dell’Istituto Centrale per i Beni Sonori ed Audiovisivi (http://www.icbsa.it/index.php?it/161/catalogo-delle-tradizioni-orali-non-cantate).








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