giovedì 16 settembre 2010

ATTUALITA' - Ultimatum al televoto

di Michele Miglionico
Da quando il televoto è entrato nelle case degli italiani, è parso come se la democrazia fosse approdata anche sul piccolo schermo. L'invenzione ha origini lontane, ma possiamo dire che abbia avuto il suo boom dopo l'esordio del “Grande Fratello” e la successiva invasione dei reality show nel nostro Paese.
Alzi la mano chi non ha mai pensato che il sistema potesse essere truccato o, perlomeno, condizionato da una serie di fattori esterni.
C'è stata una rivoluzione da quando il Festival di Sanremo ha affiancato il televoto alla giuria di qualità e alla giuria demoscopica, composta da esponenti casuali ma rappresentativi della varietà del pubblico. Si è passati infatti da vittorie come quella nel lontano 1997 dei Jalisse, ricordati solo per quell'inaspettato exploit con la canzone “Fiumi di parole”, agli ultimi due anni in cui a trionfare sono stati Marco Carta e Valerio Scanu, sfornati da “Amici di Maria de Filippi”.
Proprio la trasmissione di Canale 5 aveva fatto un piccolo passo per migliorare la qualità del televoto, impedendo per regolamento che gli allievi della scuola di canto e danza potessero farsi pubblicità, per esempio tramite manifesti nelle proprie città d'origine. Un metodo abusato in precedenza e che qualcuno aveva cercato di usare di nascosto anche dopo la stretta degli autori del programma, come purtroppo spesso capita da noi.
E chi ha avuto questo mese l'onore di avere una concittadina tra le aspiranti Miss Italia 2010 potrebbe aver notato come quel metodo di promozione della concorrente sia molto comune per il concorso di bellezza. Ma finché si tratta di poster o inviti a votare, siamo nel campo del banale.
I problemi maggiori nascono quando gli interessati pagano le bollette o le ricariche di amici e parenti per tempestare il centralino di voti a proprio favore, una pratica che penalizza chi non ha tutti quei soldi da investire.
Peggio ancora se l'organizzazione è ancora più efficace e, in un certo senso, criminosa. Cioé se società di call center vengono assoldate per fare questo lavoro sporco e inondare la competizione di preferenze per chi sta pagando.
Le potenti associazioni dei consumatori denunciano da anni il rischio che gli spettatori spendano i loro soldi inutilmente, illudendosi di poter davvero orientare i risultati, mentre altri meccanismi lavorano contro di loro. Non sono paranoie, se Lele Mora, noto agente di celebrità e socio d'affari di Fabrizio Corona, confessò ai microfoni di “Striscia la notizia” di aver sborsato 25000 euro perché un suo cliente, l'allora misconosciuto modello Walter Nudo, potesse vincere la prima edizione dell'Isola dei Famosi e rilanciare, com'è poi avvenuto, la sua carriera.
Eppure le indagini che sono state condotte puntano principalmente su Sanremo, per la tv pubblica, e il Grande Fratello, per la tv privata.
Per questo l'Antitrust, l'agenzia che controlla il rispetto delle regole nel mercato, ha risposto all'appello degli utenti e ha inviato alla Rai e a Mediaset una comunicazione ufficiale con un ultimatum. Entro la prima settimana di ottobre 2010 i due colossi televisivi dovranno assicurare di aver adottato provvedimenti contro i meccanismi che falsano l'esito delle votazioni. In particolare si parla di escludere gli utenti business dai partecipanti al voto, limitandolo quindi ai soli privati, sia da regolamento sia a cose fatte, con sistemi che riconoscano ed escludano dal conteggio le chiamate e gli SMS inviati dalle utenze business.
«Ci aspettiamo che le due società si adeguino alle nostre indicazioni» ha detto Antonio Catricalà, il presidente dell'Autorità Garante della concorrenza «perché altrimenti saremmo costretti ad aprire due procedure sanzionatorie. Il meccanismo del televoto deve essere trasparente: il voto degli spettatori che seguono una trasmissione invogliati anche dall'idea di potere contare nella scelta di un candidato non può essere falsato, nemmeno potenzialmente, dai voti che arrivano dai call center».
A meno di colpi di scena, Rai e Mediaset dovranno arrendersi alle nuove direttive. Anche se questo comporterebbe per loro una perdita in termini di guadagni tanto per le reti stesse quanto per i produttori degli spettacoli.

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